Laura Liberale – Tanatoparty – intervista all’autrice sull’eutanasia e la morte in un romanzo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Laura Liberale
TANATOPARTY
Intervista all’autrice
a cura di Iannozzi Giuseppe

- Laura Liberale – foto per gentile concessione -
1. In primis, chi è Laura Liberale?
Laura nasce il 15 maggio del 1969 a Torino.
Ho iniziato a scrivere alle elementari (come tutti, d’accordo, però sto parlando di poesie… orride composizioni sullo spauracchio della terza guerra mondiale e sulla commovente abnegazione delle mamme).
A diciannove anni ho cominciato a suonare il basso. Poi mi sono iscritta a Filosofia (studente-lavoratore, mi si conceda orgogliosamente di precisare). Mi sono laureata in Religioni e Filosofie dell’India. Ho fatto un dottorato di ricerca in Studi Indologici. Ho continuato a scrivere poesie (un po’ più belle delle prime), a cui si sono aggiunti saggi sull’India e racconti di vario genere. Ho insegnato, tradotto, mi sono trasferita a Padova per amore, ho fatto una figlia a cui ho dedicato una raccolta poetica. Ho conosciuto Marco Vicentini di Meridiano Zero.
Marco mi ha detto: “Perché non scrivi un romanzo?”. Io ero già lì lì per farlo. E quindi…
2. “Tanatoparty” si apre con una citazione tratta da un famoso romanzo di Philip K. Dick, autore che oggi viene indicato come il guru della fantascienza, di quegli universi che cadono a pezzi. “Tanatoparty” quanto deve agli universi che cadono a pezzi, ai simulacri dickiani?
In realtà non molto. Il famoso “moratorium” dickiano in cui i vivi possono dialogare con i morti “riattivati cerebralmente”, mi ha certamente suggestionata [“(…) Lei era ancora con me. L’alternativa è il nulla (..)”, Ubik]. Ma il vero universo in rovina da cui è scaturito TP è il mio, alla morte di mio padre nel 2004.
3. Nel tuo ultimo romanzo si parla della morte “nera e secca” che viene spettacolarizzata, che viene portata addirittura sul palco al pari d’un’opera d’arte. Gunther von Hagens porta in giro per il mondo una mostra fatta di morti: arte, spettacolarizzazione, o perversione?
Meglio precisare che TP è il mio romanzo d’esordio.
A detta di von Hagens, innanzitutto “divulgazione scientifica”.
E questo bisogna concederglielo. “Non ho mai disumanizzato una plastinazione. Non ho mai usato una vescica come vaso”, dice il signore in questione. Finché e se i cadaveri esposti provengono da donazioni volontarie, e sottolineo volontarie, non vedo perché discutere del “magazzino umano” di von Hagens e non del florilegio di reperti anatomici presente negli scantinati di tanti vetusti Istituti di Medicina.
Ciò su cui dovremmo piuttosto ragionare è il perché la sua mostra itinerante non sia ancora stata ospitata in Italia…
4. In un capitolo del tuo romanzo, c’è un piccolo accenno alla necrofilia. Non sono rari i casi di furti di cadaveri nei cimiteri, né il fare sesso con dei morti. In una civiltà come la nostra, dove la Morte è spettacolarizzata e passata a tutte le ore in tivù al pari di uno show, riusciremo ancora a essere vivi, od è ipotizzabile che un domani si diventi tutti degli inconsapevoli simulacri?
La morte oggi è un evento quotidiano, seppur mediatico, virtuale.
Ma la morte reale? È il grande tabù. Non siamo più in grado di occuparcene. Deleghiamo la cura dei morenti e dei corpi morti a degli “esperti”; i nostri rituali di morte, quelli superstiti, hanno perso di significatività; mastichiamo morte tutti i giorni, ma è la morte anonima, incolore e inodore della fiction…
Tutto ciò fa parte di quella che si chiama decadenza.
Però no, “macchine senza memoria e senza desiderio”, come auspicato provocatoriamente da Stelarc, no, mai.
Certo che riusciremo ancora a essere vivi. È mio dovere e responsabilità di madre crederlo.
Quanto alla necrofilia, è cosa vecchia, letterariamente e umanamente parlando.
5. C’è gente che si eccita solamente di fronte a un corpo bell’e morto. Nella storia non sono mancati personaggi, anche famosi, che hanno condiviso la loro genialità con la necrofilia, ad esempio Beethoven. In tempi più recenti, Ted Bundy uccideva per avere dei cadaveri a sua completa disposizione. Che ne pensi? La genialità e la perversione sono forse facce d’una stessa medaglia?
Beethoven e Ted Bundy?
L’accoppiata non mi piace molto (e Ted Bundy non è il vicino di casa feticista del piede, tanto per distinguere fra “perversione” e “perversione”).
La perversione appartiene a una singola biografia umana.
Il genio è ciò che trascende l’individuale per consegnarsi all’universale.
O forse volevi parlare, meno impegnativamente, di “genio maledetto”?
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«L’ ultima del diavolo», nuovo romanzo di Pietrangelo Buttafuoco, è un thriller teologico
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Narrativa «L’ ultima del diavolo», nuovo romanzo di Pietrangelo Buttafuoco, è un thriller teologico
L’eremita che incontrò Maometto
Una leggenda unisce Cristianesimo e Islam delle origini
C’ è al centro di questo secondo romanzo di Pietrangelo Buttafuoco una figura che di nome fa Bahira: un nome siriaco che significa «l’ Eletto». Ove poi si aggiunga che questo è solo uno dei nomi coi quali è noto – nella tradizione occidentale figura come Sergio -, si capisce che si sta trattando d’ un personaggio sì reale, ma di quella fascinosa realtà che prende corpo nelle leggende. E non è leggenda di poco conto, la sua: perché è la leggenda stessa della nascita dell’ Islam. Bahira è un nome che non manca nelle più antiche biografie islamiche di Maometto, in cui si ricorda (e si veda ad esempio Vite antiche di Maometto, Mondadori, 2007, pp. 32-35) l’ incontro nel deserto siriaco con quel monaco eremita cristiano che un bel giorno, in quel di Bosra, invita alcuni carovanieri a riposarsi presso di lui: riconoscendo in un fanciullo quei segni che una visione gli preannunciavano come appartenenti al Profeta. Una leggenda che ha a lungo alimentato polemiche, tra storiografia islamica che in questo atto riconosceva la prova della verità della missione profetica di Maometto; e storiografia bizantina che invece insisteva sull’ uso deformato da parte di Maometto della dottrina religiosa del cristianesimo insegnatagli per di più da un monaco considerato eretico.
Da qui il fulcro del romanzo; che in sé ha già il senso del grottesco, trattandosi di far sì che di questo Bahira, di cui nessuno e neppur la Chiesa ha il ricordo, ma che per il diavolo è un santo, si perda per sempre ogni traccia. E questo proprio mentre, al contrario, la Chiesa ortodossa russa sta cercando ogni possibile prova per santificarlo. E uno solo è il possibile strumento per raggiungere entrambi gli scopi: impossessarsi dei papiri nei quali Bahira aveva rinvenuto quelle rivelazioni che gli avrebbero permesso, novello Giovanni Battista, di riconoscere e annunciare nel piccolo Maometto il Messia arabo. Trovarli per distruggerli o sfruttarli. E, però: papiri scomparsi nel nulla dopo essere passati, nel corso dei secoli, in un andirivieni continuo, a scopo fraternamente protettivo, da mani arabe a mani cristiane, dalla Mecca all’ Abissinia, a Gerusalemme, sino ad approdare alla cattedrale di San Nicola di Bari.
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Turismo e spettacolo di morte. “Il ruolo dei gatti” di Felice Muolo recensito da Giuseppe Panella
Pubblicato da admin
Turismo e spettacolo di morte.
“Il ruolo dei gatti” di Felice Muolo
Fonte: La Poesia e lo Spirito
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P.)
Il ruolo dei gatti è un thriller e, prima di parlarne, sarà opportuno spendere qualche parola sul ruolo dei romanzi polizieschi (o, comunque, con un contenuto di carattere hard-boiled – per usare la celebre definizione che viene dalle pulp magazines degli Anni Trenta americani) nella recente narrativa italiana. Il successo avuto da scrittori come Andrea Camilleri o Gianrico Carofiglio o di Giancarlo De Cataldo non deve stupire (a prescindere dall’abile attività di marketing politico-culturale che lo ha determinato). Per dirla con una boutade (che potrebbe suonare beffarda ma forse neppure tanto), il romanzo poliziesco (chiamato qui in questo modo per pura comodità di definizione) ha preso il posto nel cuore dei lettori “forti” del romanzo di impegno (sia pure non sperimentale o marcatamente politico) degli anni Cinquanta o Sessanta. Al posto di romanzi che prendevano posizione, denunciavano, marcavano con decisione la differenza tra intellettuali engagés o disposti allo scontro con il Potere (l’esempio più significativo a questo riguardo è stato Leonardo Sciascia anche se la prospettiva poetica dell’ultimo Pasolini sembrava orientarsi di nuovo verso il romanzo – come l’incompiuta redazione di Petrolio testimonierebbe) vengono oggi prodotti manufatti narrativi che hanno la stessa ambizione ma con un taglio più decisamente di “genere”.
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Shooting Silvio in onda su Sky ed è polemica del Pdl
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
«Shooting Silvio» in onda su Sky
Insorge il Pdl: «Stupefacente»
Il centrodestra critica l’emittente:
«Quel film è un incitamento alla violenza contro il premier»
fonte: Corriere della Sera
ROMA – È polemica tra Sky e Pdl. Dopo la messa in onda del film ‘Shooting Silvio’, gli esponenti del centrodestra criticano duramente la scelta dell’emittente satellitare. «È davvero stupefacente – osserva in una nota il deputato Pdl Piero Testoni – che nel periodo delicato che attraversa il nostro Paese, che sta dando prova di una solidarietà e di un’unità d’intenti che non ha precedenti, per la tragedia dell’Abruzzo, una grande televisione privata non trovi di meglio che mandare in onda un discutibile film, ormai datato, contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi». «Non ne facciamo una questione politica, perché la vera politica in una scelta così discutibile e di basso profilo preferiamo non entri nemmeno. Ne facciamo invece – osserva – una questione di stile e buon gusto. Che vengono prima della politica e che dovrebbero valere sempre per qualunque idea s’intenda rappresentare. Mandare in onda questo film è stata un’autentica caduta di stile».
PESSIMA TV – Se Testoni non cita né l’emittente né il titolo della pellicola, è la deputata Pdl Beatrice Lorenzin a chiarire che «la trasmissione del film ‘Shooting Silvio”, andato in onda lunedì sera su Sky Cinema, è un esempio di pessima televisione: è un inno alla violenza e – avverte – un incitamento implicito ad azioni efferate contro l’uomo e contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Una simile programmazione non ha nulla a che fare con la libertà di espressione». Francesco Casoli, vicepresidente dei senatori Pdl, ribadisce che «Sky ha proposto la pellicola ‘Shooting Silvio’, storia di un giovane scrittore che desidera diventare l’assassino di Berlusconi. In un momento delicato come questo, tra crisi economica e terremoto, è davvero scadente e di pessimo gusto trasmettere una pellicola del genere che – osserva – predica solo odio contro il premier».
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Gordiano Lupi intervistato presenta le sue cattive storie di provincia
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Intervista a
Gordiano Lupi
Cattive storie di provincia
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Cattive storie di provincia è una raccolta di racconti mai a lieto fine: si spazia dall’horror puro al thriller, dall’erotico sanguinario al dark più classico, per sfociare infine anche in una verve splatterosa, come in Oltre ogni limite. C’è un fil rouge che lega i racconti, e se sì quale?
Il filo conduttore è il lato oscuro della provincia, che non può essere più considerata un’isola felice. Al giorno d’oggi sono frequenti i delitti in famiglia, le esplosioni di violenza, i fatti di sangue, prima riservati a realtà metropolitane. I racconti sono horror, fantastici, noir… ma il legame è la provincia italiana. Oltre ogni limite – strano a dirsi – è un fatto vero leggermente romanzato…
2. I racconti prendono spunto da fatti realmente accaduti, almeno in un caso. Gli altri sono frutto della fantasia; tuttavia ognuno di essi, con un approccio diverso di volta in volta, mette il dito nella piaga di quei problemi sociali che infestano la società odierna. Oltre ad essere delle storie per divertire e spaventare il pubblico, sono anche qualche cosa di più, forse una denuncia…?
Un ragazzo di nome Simone e Oltre ogni limite sono due fatti veri romanzati. Gli altri no, raccontano storie che potrebbero accadere, ma sono frutto della mia fantasia. Non scrivo per fare denunce, ma seguo un’esigenza interiore. Forse nel periodo in cui ho scritto questi racconti (2000 – 2008) mi sono occupato molto di cronaca nera e questa cosa mi ha condizionato a livello inconscio.
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Felice Muolo e il ruolo dei gatti: intervista all’autore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Intervista a
Felice Muolo
Il ruolo dei gatti
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Innanzitutto qualche indicazione di massima su di te, su Felice Muolo scrittore. Come e quando hai scoperto d’avere una vocazione artistica? Quali ragioni ti hanno spinto verso la scrittura?
Credo che tutti a un certo punto della vita crediamo di avere la vocazione artistica. Ci sono quelli che la coltivano durante tutta l’esistenza e altri che presto gli voltano le spalle. Non so chi ci guadagna. In termini economici, non certamente i primi ma non vanno totalmente in perdita. La mia vocazione artistica è più che autentica in quanto poliedrica. Da ragazzo, feci una scelta tra suonare il piano, diventare pittore o scrittore. Optai per quest’ultima perché costava di meno: i libri potevo leggerli in biblioteca.
2. Questo è il tuo quinto romanzo, “Il ruolo dei gatti” edito da Azimut editore. Se dovessi attribuire un’etichetta al tuo lavoro, lo definiresti un giallo, un thriller, un romanzo storico, o che altro?
Oltre a essere un giallo, un thriller, un romanzo storico (storia recente), è anche un romanzo psicologico. Come al solito, ho cercato di fondere le quattro etichette in una sola. Come al solito, mi sono impegnato a confezionare un romanzo leggibile e godibile. Spero di esserci riuscito.
3. Come si è sviluppata l’idea per “Il ruolo dei gatti”? E’ più frutto dell’immaginazione o del tuo vissuto che è entrato, se non di prepotenza, per necessità affabulatoria nel corpo del romanzo?
La trama del romanzo è totalmente inventata e ogni riferimento alla realtà è puramente casuale. Ciò non mi assolve di essere un opportunista sfacciato: prendo dove trovo, senza tanti scrupoli. Quando provo a scrivere un romanzo, butto giù una prima frase. Se la seconda si accorda con la precedente, proseguo. E’ come mettere dei passi in una passeggiata. L’itinerario lo stabilisco durante il cammino. In questa maniera, permetto alla mia fantasia di operare liberamente.
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Novità Sironi / “Non il solito giallo” (e: presentazione a Milano)
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Novità Sironi / “Non il solito giallo” (e: presentazione a Milano)
“Non il solito giallo, ma un noir a tinte forti: un serial killer di travestiti getta il panico nella Milano notturna, tra sparatorie all’Ortica e cadaveri ritrovati nel Naviglio. Sottotraccia di Massimo Cassani (Sironi Editore) si candida ad essere l’esordio poliziesco più sorprendente dell’anno”. (Gian Paolo Serino in Repubblica, ed. Milano).
Massimo Cassani presenterà al pubblico il suo romanzo Sottotraccia. Le inchieste del commissario Micuzzi mercoledì 3 dicembre 2008, alle 18, a Milano presso la Libreria del Corso (Corso Buenos Aires 49). Nelle vesti di presentatori, Gian Paolo Serino e Paolo Roversi.
[la storia di questo romanzo] [il booktrailer] [l'autore in FaceBook]
Massimo Cassani, Sottotraccia: arriva in libreria il commissario Micuzzi
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Massimo Cassani
Sottotraccia
«Una pistola in bocca è una pistola in bocca. È un fatto, non un concetto.C’è poco da dire, con una pistola in bocca.Sa di freddo, sa di inverno, sa di inferno.
Fa impazzire le ghiandole che stanno fra mandibola e orecchio, come quando si mangia un frutto acerbo. E vai a sapere come si chiamano, quelle ghiandole là.»
Arriva in libreria il commissario Micuzzi, nella prima di una serie di indagini serrate e avvincenti.
Sandro Micuzzi lavora alla questura di Milano. Fumatore di Toscanelli e bevitore di Nardini, è stato piantato dalla moglie ma è amato dalle donne a sua insaputa. Né eroe né antieroe, è uomo capace di intuizioni inaccessibili alle menti lucide e razionali. In questa sua prima inchiesta lo troviamo invischiato
in due casi che ne metteranno a rischio la carriera.
I luoghi
Questo romanzo è anche un viaggio nella Milano di oggi, disincantata, individualista e senza più nebbia. Un percorso che conduce il lettore fra i salotti della buona borghesia, i negozi un po’ chic un po’ snob di Porta Garibaldi, il via vai multicolore di corso Buenos Aires, fino a luoghi permeati di un fascino dimenticato, come il malinconico quartiere dell’Ortica o la poetica Trattoria dell’Albero Fiorito.
I personaggi
Accanto a Micuzzi, si muovono personaggi perfettamente definiti: l’efficientissima poliziotta Rosaria Della Vedova gli ispettori Teneriello, Salada e Lariccia, il professor Susanni, ordinario di Storia moderna alla Statale, l’insopportabile conte Colonna, la giovane e assillante Asia, la sfuggente Corinna.
Il giallo
A Milano un serial killer colpisce, sempre con lo stesso stile, lo stesso tipo di vittime. Un docente universitario viene ripescato dal Naviglio Grande, accoltellato. Sono questi i due casi paralleli sui quali incontriamo impegnato il commissario Micuzzi. Le indagini sono ancora acerbe quando Micuzzi, attirato in un’imboscata sul ponte dell’Ortica, reagisce sparando e uccidendo uno sconosciuto armato con una pistola caricata a salve. Lo scandalo è inevitabile: spostato d’autorità dalla questura a un commissariato periferico, il funzionario viene emarginato, spogliato di autorità e responsabilità. Chi si è dato tanto da fare perché Sandro Micuzzi non potesse più indagare? Sul punto di arrendersi, dimettendosi dalla polizia, il commissario si imbatte in un particolare che lo riporta sulle tracce del serial killer, mentre una pista sottotraccia lo conduce a svelare il complicato mistero che sta dietro l’omicidio del docente universitario.
Massimo Cassani, giornalista, è nato a Cittiglio, in provincia di Varese, nel 1966. Vive a Milano. Si occupa di periodici nel gruppo editoriale «Il Sole 24 ore».
Massimo Cassani – Sottotraccia – Sironi editore – isbn 978-88-518-0109-0 – 304 pagine – 16 euro
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Paolo D’Amato, esordio folgorante con Tempo, cicorivolta edizioni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

© 2008 in copertina illustrazione originale
di Simone Pieralli, adattamento di Phab Postini
Paolo D’Amato
Esordio folgorante con Tempo
di Giuseppe Iannozzi
Folgorante esordio quello di Paolo D’Amato che con il romanzo breve Tempo, Cicorivolta edizioni, consegna ai lettori/alla società gli ultimi trent’anni di storia italiana condensati in meno di cento pagine. Scrittura adamantina quella di Paolo D’Amato, che non si perde in inutili preziosismi linguistici o involuti barocchismi, adottando uno stile diretto vicino a quello del miglior Gianrico Carofiglio e Carlo Lucarelli.
Tempo, romanzo breve o racconto lungo, si divide in due tempi, che per velocità d’azione e precisione spazio-temporale, potremmo definire cinematografici. Durante il primo tempo, nel 1975, su una sponda il Movimento Sociale Italiano, agitato e in vena di dare la caccia ai comunisti con ogni mezzo, sull’altra i compagni e proprio nel mezzo due giovani infiltrati, Napoleone Senape e Graziano Lipari, che dovranno cercare di frenare l’onda d’urto di uno scontro già scritto nella storia. Movimenti studenteschi, occupazioni delle scuole pubbliche, idealismo anarchico stampato e distribuito in strada, e purtroppo anche le Brigate Rosse con la loro inesorabile ascesa tra sangue e terrore, che per Napoleone e Graziano culmina con l’omicidio del Giudice Giannotti, il 30 novembre 1975. Il terrorismo ha ormai inaugurato una nuova èra e Napoleone e Graziano, i due giovani poliziotti, dovranno combatterlo, come possono con la giustizia e le leggi che hanno a disposizione, nonché con il loro idealismo. Gli anni passano, le leggi si corrompono, la giustizia scricchiola e anche l’idealismo giovanile si smorza per lasciare spazio alle necessità personali: Senape e Lipari sono uomini con problemi e famiglie che non possono ignorare e che devono difendere. Imborghesiti, costretti loro malgrado ad accettare dei compromessi, sono però ancora insieme alle soglie del Duemila, che li sbatte proprio davanti al (loro) passato, con gli stessi personaggi d’allora. Ma nel 1999 le Brigate Rosse, che in verità non si sono mai estinte, tornano alla ribalta in maniera prepotente: la loro firma è una catena di sanguinosi delitti, le cui radici sono sepolte sotto 24 anni di apparente silenzio. Con il nuovo millennio alle porte, il Secondo Tempo mostra la crudeltà della realtà, che forse soltanto la violenza di ieri è per sempre, nel presente e nel futuro.
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Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set – Il truccatore dei morti di Zingales
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

© immagine di copertina di Marco Scalici
Hella Wenders e Luca Lucchesi sul set
In anteprima “Il truccatore dei morti” di Zingales
A breve uscirà il nuovo romanzo di Vito Benicio Zingales, “Il truccatore dei morti”, prima parte di una trilogia noir esoterica. Il countdown è iniziato, l’uscita è prevista entro fine luglio: il nuovo lavoro di questo superbo scrittore è stato affidato alle amorevoli cure di Armando Siciliano Editore. Vito B. Zingales ultimamente ci ha sorpresi con il romanzo “Cosa di Noi”, edito da Edizioni Clandestine. Oggi torna con una trilogia che vi lascerà senza fiato. Non siamo di fronte a uno dei soliti noir scontati cui ci ha abituato l’editoria moderna. Siamo invece di fronte a un lavoro a trecentosessanta gradi che si configura per essere Opera Magna, che scava nel malcostume italiano, non senza sofferenza, con una forte incisività epica propria di chi racconta il Presente Storico. “Il truccatore dei morti” è la prima parte di una trilogia: la seconda e terza parte hanno per titolo rispettivamente “La città dei maschi” ed “Inservibili resti”. Di cosa si parla? Di follia e del Cristo tra lastre d’obitorio e centurie di mosche in una città fatta di coca, di mafia e piccole puttane travestite da Dèi. La copertina del libro è stata realizzata dal grafico pubblicitario Marco Scalici, anch’esso palermitano come Zingales.
Procede a ritmo serrato la sceneggiatura del film tratto da un altro, e nuovo, romanzo di Zingales, “Da Mezzanotte a Zero”: Hella Wenders e Luca Lucchesi stanno facendo un lavoro eccellente. Non mi posso sbilanciare troppo, ma è sicuro che vi terrò aggiornati sulle riprese del film, non avete che da seguirmi su queste pagine.
In anteprima assoluta vi presento qui un brano tratto da “Il truccatore dei morti” nonché quella che sarà la copertina del libro, realizzata appositamente per questo romanzo di Zingales dal valentissimo Marco Scalici.
Giuseppe Iannozzi
Taneski il cronista killer, Gus il cane più brutto e altre amenità horror
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Taneski, il cronista killer
Gus, il cane più brutto
e altre amenità horror
di Giuseppe Iannozzi
Vi spiego ora perché, apparentemente, i thriller e i noir oggi vanno tanto di moda, incontrando in alcuni casi un buon successo criminale… pardon! … intendevo un buon successo fatale… per la miseria! … un certo successo commerciale.
Quella che in breve vi sto per raccontare sembrerebbe la trama di tanti abusati thriller, di quelli che si scrivevano negli anni ‘30 e ‘40. Per farla breve, un giornalista specializzato in cronaca nera, per scrivere i suoi pezzi, prima si faceva le vittime con le proprie mani riducendole in tanti brani tutti ben tagliati, e poi buttava i loro pezzi nella spazzatura, insieme agli altri sacchi della spazzatura. Vlado Taneski, questo il nome del giornalista, era un vero e proprio artista del coltello, un autentico macellaio, che avrebbe continuato imperterrito a scrivere se non fosse stato arrestato dalla polizia macedone. I suoi pezzi erano a dir poco chirurgici tanto erano precisi e ricchi di dettagli. Forse proprio questo dettaglio, non insignificante, ha messo in allerta gli inquirenti, che l’hanno beccato e ammanettato.
Vlado Taneski, 56 anni, giornalista del «Nova Makedonija», la più antica testata del Paese, e di un altro giornale di Skopje, è stato arrestato dalla polizia macedone con l’accusa di aver rapito e stuprato almeno tre anziane nella cittadina sud-occidentale di Kicevo. Gli esami del DNA non hanno lasciato spazi a dubbi. Le vittime di Taneski subivano prima una lunga violenza, dopodiché, senza tanti giri di parole, venivano uccise, quindi fatte a pezzi e ben chiuse in sacchi di plastica che venivano infine gettati in luoghi diversi. Lo ha riferito il portavoce della polizia, Ivo Kotevski. Tutti gli omicidi sarebbero stati portati a termine tra il 2003 e il 2008. A quanto pare Taneski sceglieva le vittime, tutte ultrasettantenni, in base alla somiglianza con la madre, con la quale aveva una relazione ambigua o tormentata… difficile dire in simili casi. Il giornalista assassino è stato subito bollato «mostro di Kicevo».
Per il momento Taneski non scriverà più alcun pezzo di nera. Non è da escludere a priori che in prigione avrà modo e tempo di scrivere dei thriller, basandosi sulla sua lunga e provata personale esperienza di giornalista di sangue. Continua..
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Didier van Cauwelaert. Il vangelo di Jimmy. Barbera editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Didier van Cauwelaert
Il vangelo di Jimmy
di Giuseppe Iannozzi
Didier van Cauwelaert è uno dei più originali scrittori contemporanei, un autore che rifugge le facili etichette di genere. Le sue storie, surreali eppure sempre a rischio sul filo della realtà più estrema ma non impossibile, riesce a travolgere il lettore portandolo a conoscere quelle ansietà psico-sociali che neanche lui sa di nutrire in seno. “Il vangelo secondo Jimmy” nella sola Francia ha venduto subito 100.000 copie. A tutt’oggi i libri di van Cauwelaert sono tradotti in venti lingue e ogni volta riesce a stordire il lettore con le sue storie, che sono un misto di cinismo anarcoide à la Michel Houellebecq e di sprezzante fantasia sul modello del migliore Andreas Eschbach . Però non si creda che Didier van Cauwelaert sia un dozzinale scrittore di science fiction, né si creda che sia semplice narrazione per uno svago mordi e fuggi , perché sarebbe un grosso errore: Cauwelaert sa divertire chi lo legge ma lo porta, volente o nolente, a riflettere sulla società in cui è inserito ponendolo di fronte a uno specchio per mostrargli chi è, uno specchio che poi abbatte facendo in modo che gli rovini addosso con tutte le sue taglienti schegge di realtà riflessa.
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Città di vetro, Auster Mazzucchelli Kasarik, Coconino Press
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

CITTÀ di VETRO
Auster – Mazzucchelli – Kasarik
Paul Auster è autore di più di una dozzina di romanzi apprezzati in tutto il mondo e pubblicati in Italia da Einaudi. Città di vetro fa parte della cosiddetta Trilogia di New York, composta anche dai romanzi brevi Fantasmi e La stanza chiusa. Uno degli aspetti più caratteristici della sua produzione è l’attenzione alle conseguenze del caso sulla vita delle persone (elemento che dà anche il titolo a un suo romanzo, La musica del caso), accomunata da una acuta capacità di tratteggiare e approfondire i personaggi che delinea, vere e proprie metafore complesse della realtà che ci circonda.
David Mazzucchelli nasce a Rhode Island (USA), vive e lavora a New York. Dopo aver segnato giovanissimo con la sua impronta l’universo dei supereroi (il memorabile ciclo Born again per Devil e la miniserie Batman: Year One, entrambi su testi di Frank Miller), ha scelto una strada più personale, fondando la rivista Rubber Blanket (1991), vero e proprio laboratorio artistico personale, dove ha sperimentato nuove narrazioni, stili e approcci al fumetto. Ha pubblicato su testate come The New Yorker e The New York Times, e ha accettato la sfida lanciata da Art Spiegelman di adattare il complesso romanzo di Paul Auster Città di vetro. Da qualche anno insegna disegno e sceneggiatura alla Rhode Island School of Design e per alcuni periodi dell’anno vive e lavora in Giappone. I suoi lavori sono stati pubblicati in Francia, Svizzera e Spagna. In Italia la Coconino Press ha tradotto Big Man, Discovering America e Phobia. Continua..
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TIPI MONOLITICI: Nordest hotel, di Davide Tessari
Pubblicato da Alberto Carollo
Tipi Monolitici:
Nordest hotel
Davide Tessari, Robin Bdv
Un buon libro non ha mai data di scadenza, e anche se Nordest hotel (Robin Bdv, 2004, pagg. 348, € 15,00) non è proprio fresco di stampa, vale comunque la pena parlarne. Io ne ho avuto notizia col passaparola – altro che TV, stampa e internet: mai sottovalutare il potere taumaturgico del passaparola! E così ho acquistato il romanzo, che per qualche tempo ha languito sul mio comodino (destino riservato a molte altre pubblicazioni che riuscirò forse a leggere integralmente nel corso delle mie prossime vite). Poi, superata la boa della prima trentina di pagine, sono stato risucchiato – preda di una insopprimibile curiosità e di un piacere divertito nella lettura – in questo congegno narrativo che si fa apprezzare per la sua schietta semplicità, per una scrittura diretta e affilata come un rasoio, per l’ingente dispiego di un’ironia annegata nel fiele.
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Giorgio Faletti, Fuori da un evidente destino: il thriller dell’anno
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Giorgio Faletti
Fuori da un evidente destino
Un estratto dal thriller dell’anno
Sito Ufficiale di Giorgio Faletti:
http://www.giorgiofaletti.net/
Senz’ombra di dubbio, “Fuori da un evidente destino” di Giorgio Faletti è il libro dell’anno. E’ tutto detto, Signore e Signori. [g.i.]
L’unico suono della città era il fischio del treno.
Da sempre, sulla ferrovia che tagliava in due Flagstaff col suo colpo di scimitarra, passavano diverse volte al giorno i treni merci della Amtrak. Le locomotive sfioravano la stazione in mattoni rossi con il loro cauto passo di rotaia e nella fatica del viaggio sembravano animali in ansia solo per la strada da fare, senza nessuna cura per quello che si trascinavano dietro. Erano lunghe litanie di vagoni, che parevano arrivare dal niente e che nello stesso posto sembravano diretti, con il loro carico di container dai colori slavati e coperti di scritte bianche.
A volte tutti portavano il logo della China Shipping.
Quella scritta esotica creava allo sguardo e alla mente l’immagine di posti altrove, di gente al di là del mare che in quella cittadina nel centro dell’Arizona, sole rosso d’estate e freddo bianco di neve l’inverno, erano parte della conoscenza di tutti e dell’esperienza di nessuno.
Il tempo di capire che era soltanto un’illusione e i treni già se ne andavano con la sequenza di un rosario. Sferragliavano lenti e indolenti verso Est, si perdevano alla vista costeggiando per un tratto la vecchia Route 66 e lasciandosi alle spalle solo quel fischio acuto come saluto e avvertimento.
Nero di Maggio, di Leonardo Gori – Hobby & Work
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Nero di Maggio
Leonardo Gori
Hobby & Work
In un caldo maggio del 1938 a Firenze ci sono la visita di Hitler, i frenetici preparativi della città per il memorabile evento, due omicidi di prostitute assai giovani, un capitano dei Reali Carabinieri dotato di notevole intuito, la sua fidanzata, ebrea, che vuole dare un senso alla vita con un gesto clamoroso, un giovane gerarca di primissimo piano e tutto un contorno di personaggi di assoluta credibilità.
Il ricorso a una ricostruzione storica esemplare conferisce una dignità letteraria di notevole livello a un romanzo giallo, ben congegnato e con una trama avvincente, densa di pathos che resiste benissimo fino alla soluzione finale.
L’impressione che ho avuto è che l’autore sia ricorso al thriller come un pretesto, per descrivere invece atmosfere e personaggi di un epoca nemmeno tanto lontana e questo è il pregio principale dell’opera.































