A Giorgio Vasta, Antonio Moresco e Antonio Pennacchi la Palma di Merda. I peggiori scrittori italiani del 2010
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
A Giorgio Vasta, Antonio Moresco
e Antonio Pennacchi
la Palma di Merda
I peggiori scrittori del 2010
di Iannozzi Giuseppe
Libri di autori che andrebbero evitati come la peste, usciti nei primi mesi di questo barbaro 2010.
Giorgio Vasta merita in pieno la Palma di Merda per il suo “Spaesamento”, per il suo diarismo pseudo-sociopolitico da spiaggia, vacanziero. E visto che qui si è buoni, la diamo anche ad Antonio Moresco la palma per il suoi “Incendiati”, nonostante si sia piazzato solo al 2ndo posto con le sue ninfette a uso e consumo di vecchi maniaci libidinosi. E in un eccesso di munificenza pure ad Antonio Pennacchi per il suo “Canale Mussolini”, considerevole fiume di parole vuote, un autore che rimane fedele a sé stesso, sempre un po’ troppo fasciocomunista.
1) Giorgio Vasta – Spaesamento, Laterza
2) Antonio Moresco – Gli incendiati, Mondadori
3) Antonio Pennacchi - Canale Mussolini, Mondadori
4) Terry Goodkind – La legge dei nove, Fanucci
5) Beatrice Masini – Bambini nel bosco, Fanucci
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Silvia Avallone: un po’ di ACCIAIO per il Premio Strega
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Silvia Avallone
ACCIAIO
Rizzoli – Collana: La Scala / Narrativa
Pagine 368
ISBN 9788817037631
18 Euro
Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d’uscita. Poi un giorno arriva l’amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l’amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male.
Attraverso gli occhi di due ragazzine che diventano grandi, Silvia Avallone ci racconta un’Italia in cerca d’identità e di voce, apre uno squarcio su un’inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più. E lo fa con un romanzo potente, che sorprende e non si dimentica.
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boicotta il New Italian Epic in libreria e vinci un grosso premio
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Il kit completo per boicottare i Wu Ming

in foto: Roberto Bui (Wu Ming 1) e Giuseppe Genna
Indovina chi dei 2 fa la femmina

e vinci una copia del New Italian Epic

o 2 kg di caramelle assortite

Informati su come boicottare i Wu Ming in libreria, è facile!
BOICOTTARE IL NEW ITALIAN EPIC IN LIBRERIA E’ UN ATTO EPICO
NEW ITALIAN EPIC: I WU MING COLPEVOLI DI PUBBLICITA’ FAZIOSA
CARLA BENEDETTI STRONCA I WU MING CON UNA STRONCATURA HANDICAPPATA
I WU MING HANNO IL MAL DE PANZA E SCAGAZZANO A DESTRA E MANCA
COME ORGANIZZARE UNA BEFFA MEDIATICA

Tiziana De Pace è nei TempInVersi, come Alice nel Paese delle Meraviglie
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Tiziana De Pace
TempInVersi
come Alice nel Paese delle Meraviglie
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Iniziamo con un domanda difficile, perché devi e mi devi convincere della bontà della tua proposta letteraria: il tuo libro, TempInVersi (Cicorivolta edizioni) si apre con una citazione da Sylvia Plath. Oggi sopravvivono poche donne-poeta, in particolare due o tre, Saffo, Emily Dickinson e Sylvia Plath, tutt’e tre molto impegnative, anche per il lettore più scafato. Dunque, chi è Tiziana De Pace?
Credo non siano impegnative, sono invece in grado di creare immagini chiare e nitide nella mente di chi legge, di arrivare con forza in fondo all’anima. Penso, più che altro, che a molti manchi il coraggio di rapportarsi a scritture di questa intensità. Non c’è una gran propensione ad accettare le debolezze proprie, riconoscendole tra le righe di debolezze altrui, ma questo è un discorso talmente ampio… quindi …sì, cito Sylvia Plath, o meglio, cito un suo verso. Mi innamoro degli scritti prima che degli scrittori. Questo è fondamentale. Empatizzo fortemente con alcuni artisti, non posso negarlo, ma arrivo a conoscerli attraverso quello che raccontano tramite i loro scritti. Sylvia Plath, tra l’altro morta suicida, ha vissuto una vita tormentata, intimamente, sempre al limite, con quella malinconia dolce fissa in fondo agli occhi, che traspare anche dai suoi versi. Citarla è stato il mio modo di darle ancora voce. Di riscattarla.
Chiusa questa piccola parentesi Tiziana De Pace è una donna in crescita. Definirmi non servirebbe a nulla, perché non posso dire di esserlo, definita. Al contrario sono in continuo mutamento, sempre alla ricerca e ciò che conta dopotutto, non è chi io sia, ma quello che sono, i libri che scrivo. E’ più semplice sapere di me attraverso loro che attraverso una auto-definizione.
2. Quali autori hanno contribuito a darti un po’ di sé? E’ la tua scrittura il parto di una maturazione profonda, e io credo non sia stato per niente facile.
Mio padre collezionava libri. Fin da piccola, essendo sempre stata una bambina molto solitaria, per scelta, ho preferito i libri ad altro. Inizialmente guardavo solo le figure, poi, dai cinque anni in su, ho iniziato ad allenarmi alla lettura alternando le Fiabe dei Fratelli Grimm ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Carroll, passando per “Cuore” di De Amicis e finendo alle Poesie Thailandesi e Coreane. A dieci anni ero già innamorata di “Cent’anni di solitudine” e de “Il Ritratto di Dorian Gray”. A quindici divoravo De Sade e Lautreamont. Amavo Baudelaire e sognavo con Tolkien. Passavo ore in compagnia dei Vampiri di Anne Rice e mi lasciavo devastare da Madame Bovary. Sono andata avanti così, in altalena.
La realtà è che sono nata e cresciuta ibrida. Dentro è come se fossi spaccata in due. Non c’è un equilibrio perfetto tra le due parti di me, ma, al contrario una netta differenza. Io sbalzo, uso dirlo spesso, vivo a metà tra purezza e inferno, da sempre. Ho il mio mondo fatto di spazi incontaminati, Piccolo Popolo, Sogni, Magia e Incanto, e lì viene fuori il mio lato bambino che conservo e difendo con passione. Dall’altro lato c’è la me che si scontra e incontra con la vita. Che scende in strada, coltiva fobie, fa errori, vive di stomaco. Che si mette in discussione, fa i conti con traumi. Delusioni. Brutte realtà. Che si frantuma e ricompone mille volte al giorno. Le mie letture nascono dai bisogni intimi del momento. Cammino osservando gli scaffali delle librerie e so che ci sarà un libro pronto a scegliermi. Non sono io a decidere, è lui ad attirarmi a sé, a voler venire via con me. Fino ad ora, nessun libro ha sbagliato e fino ad ora solo tre libri sono riusciti a riunire le due parti di me, “La Divina Commedia” di Dante, “Le scarpe rosse” di Joanne Harris e “La casa degli Spiriti” di Isabel Allende. Inevitabilmente il mio modo di essere si riversa anche nella scrittura. Ed è lì che le due me riescono a convivere, a ricongiungersi, a volte, andare in giro a braccetto.
3. Difficile dire se TempInVersi sia poesia o prosa. La mia opinione è che trattasi di una narrazione imbastardita, prosa e poesia per dar corpo a un tutt’uno. Vorrei parlassi della gestazione della tua nuova opera, sotto un profilo tecnico, di stile, di emozioni provate durante la fase creativa anche.
Viene naturale continuare sull’onda della risposta data alla domanda precedente, perché il discorso fatto per le letture da me predilette e per il modo di essere vale anche per l’approccio alla scrittura che ho. Prosa dura e imbastardita, come tu la definisci, per la parte più reale e nera di me, poesia per la parte sognante. Scrivendo riesco a dare sfogo ad entrambe le nature e lo stile si è modificato, è cresciuto, si è plasmato seguendo il mio stato di evoluzione interno. Più cresco, imparo, sperimento, più lo stile prende forma. Questo mi piace. Mi piace l’idea che nulla sia finito e definito ma sempre in continuo movimento. Diciamo che questo appartiene un po’ a tutto quello che scrivo. La particolarità in “TempInVersi” è più che altro la scelta della punteggiatura, nell’esporre i concetti, quello si, è fortemente voluto. Nella prima storia troviamo una scrittura irriverente, in corsa, distorta e contorta, parole legate e una punteggiatura assente o non pertinente. E’ così anche la protagonista. Che sente sfuggire la sua identità, che non ha un nome, che è fatta e sfatta, poco lucida e incoerente. Nella seconda storia fa da padrona la superficialità. Lo stile di scrittura è molto infantile, il racconto è brevissimo e scarno esattamente come il mondo da cui decide di fuggire la protagonista.
Nella terza e ultima storia troviamo invece romanticismo e poesia, tra le pieghe e le righe di un vivere spietato e della tragicità in se per se. E’ uno scrivere poetico, che segue un po’ le onde del mare. Morbido, coccola, si spezza. Va e torna.
“TempInVersi” lo sento molto. C’è tanto di me in tutte e tre le storie. In tutte e tre le donne. E’ stato come chiudere tre cicli della mia vita e imprimerli su carta prima di voltare totalmente pagina e iniziare un’altra avventura. Un po’ come quando finisce una storia d’amore, “TempInVersi” è il mio addio a tre parti di me, che comunque porto dentro e che ora sono tasselli di quella che è la mia essenza. E’ stato faticoso ripercorrere alcuni eventi, richiamare alla memoria personaggi, fatti, scene, emozioni, è stato come spogliarsi, come mischiare sangue e sudore all’inchiostro, ma questo non può che rendere ancora più vive le tre donne di cui racconto.
4. Conosci Isabella Santacroce? In un certo senso il tuo lavoro mi ricorda un po’ la sua scrittura sospesa fra poesia e dannazione un po’ sadiana un po’ romantica.
Tocchi un tasto a me caro e allo stesso tempo dolente. Molti associano alla sua la mia scrittura. Premetto di apprezzare molto Isabella Santacroce, di aver letto tutti i suoi libri e di ritenerla tra le mie scrittrici contemporanee preferite. Oggi però tu mi dai modo di sfatare definitivamente la “leggenda” che mi vorrebbe suo “clone imperfetto” . Ti chiederai: Come?
Ti racconto come Isabella Santacroce è entrata a far parte della mia vita.
Agosto, caldo bestiale. Sono in macchina con degli amici per andare al mare e squilla il cellulare. A chiamarmi è un mio caro amico scrittore, da Roma, scherzando mi chiede se ho per caso pubblicato un libro, “Lovers”, sotto pseudonimo. Lo prendo in giro. Lo pseudonimo è “Isabella Santacroce”. Penso stia solo scherzando, mi dice che a lui pare assurdo, ma sembra “la mia mano”. Chiedo ai miei amici di fare un salto in libreria, quel libro esiste, lo compro. Lo leggo in spiaggia, isolandomi. Accolgo Isabella Santacroce e tutto quello che ha da raccontare. Attraverso le parole e tra le righe, soprattutto. Da allora non ho più smesso di leggerla. Di attendere i suoi scritti. Di sentirla a me affine, però ecco, ci tengo a precisare, la mia scrittura è indipendente da lei, non subisce la sua influenza, è nata prima che la conoscessi.
Una volta ho anche provato ad inviarle una copia del primo libro, “Lyberty Mode”, accompagnato da una lettera in cui le dicevo che a tratti ero spaventata da questa “somiglianza” e che probabilmente qualche frammento della nostra essenza si sarà accoppiato da qualche parte del mondo, un giorno. Cose così insomma.
Peccato, non mi ha mai risposto.
Mi sento quindi di affermare, che forse, sono più romantica di lei.
5. Scrivi di tuo pugno la quarta di copertina (ideale) per TempInVersi, anche in considerazione di queste parole di Paolo West: “Non so se alla fin fine questo testo sia prosa o poesia, ma credo che se ti poni questo dubbio, allora, novantanove su cento, è poesia.”
Devi sapere che ho sempre avuto la tendenza a guardarmi dal di fuori, in molte occasioni. Quando “TempInVersi” l’ho sentito completo, pensare a come un occhio esterno avrebbe potuto descriverlo è stato il primo passo. Da questo pensiero nasce “TreParole”, che poi è stato inserito come Epilogo, ma che voleva essere, inizialmente, un’idea per la quarta di copertina.
Oggi sono cambiate molte situazioni, mi avvicino a questo scritto in modo diverso diverse sono le sensazioni rispetto ad allora, questo devo ammetterlo, ma, non per questo cambierei di una virgola il primo pensiero di allora, quindi, la mia quarta di copertina sarebbe:
“ TempInVersi racchiude l’universo un po’ disprezzato dell’abbandono.
Della perdita di se stessi. Del disamore.
Raccoglie i cocci di tre donne. Tre esistenze in corsa che perdono il ritmo dei tempi
e si ritrovano a scegliere appoggiate al seno di una solitudine esistenziale e opprimente cosa farne.
Cosa farne di sé. Cosa farne del domani.
Cosa farne del tempo che resta.
In tre storie tre visioni di conti alla rovescia a tratti drammatici e romantici, spietati forse, ma veri.
Tre urla disperate (e un solo quadro).
Tre ritratti di un mondo sfiorato.
Metabolizzato. Raccontato.
Stralci di vita e visioni oniriche.
Autobiografia in pillole e incubi diurni.
TempInVersi è vita che scorre. Si ferma.
A volte riprende.”
Continua..
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Francesca Mazzucato – Romanza di Zurigo mosaico eretico e visionario – intervista all’Autrice
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Francesca Mazzucato
Romanza di Zurigo
mosaico eretico e visionario
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. “Romanza di Zurigo. mosaico eretico e visionario”: non è un diario di viaggio, è invece un insieme di mosaici, di inserti in prosa poetica dove tu, Francesca, dipingi Zurigo e le emozioni che essa ti suscita. Per quale esigenza tua, letteraria, è nata la “Romanza di Zurigo”? Un po’ della sua genesi la racconti nel libro, vorrei però che aggiungessi dei particolari inediti.
La Romanza è nata durante una serie di viaggi a Zurigo che ho compiuto – e che progetto di continuare riprendendo in mano presto un progetto a cui stavo lavorando – perché mi accorgevo che tante cose debordavano dalla mia rigida scaletta.
Mi accorgevo di tante cose importanti che uscivano dalla mia storia, dalle ricerche di tipo essenzialmente economico che stavo svolgendo. C’erano elementi quasi fisici della città, mi travolgevano e non riuscivo a rimanerne indenne. Diventavano brandelli, spezzoni, lembi, cose che avevano dentro un’urgenza profonda e che dovevo far combaciare.
Narrazioni di pelle, strane in un luogo che nell’immaginario non è certo caldo, affettuoso, morbido. Eppure. Così ho cominciato a sedermi negli Starbucks e a scrivere e scrivere e scrivere, oppure a stare in albergo, spiare e fotografare dalla finestra la vita e le abitudini e scrivere e scrivere e scrivere sempre (qualche distrazione, a tratti, nel libro ci sono).
Da tempo, poi, avevo questo sogni di una collana di “storie di viaggio indefinibili ed eretiche”, di carnet immaginari e anche inventati, filtrati dall’occhio dello scrittore. In uno degli intervalli del mio frenetico andirivieni con la città elvetica ne ho parlato con Francesco Giubilei, giovane ed entusiasta editore di Historica e il progetto della collana che la Romanza apre e inaugura ha preso forma.
2. La scoperta di Zurigo, città all’apparenza algida, è in realtà una nevralgica rincorsa verso le orme di James Joyce, una ricerca della sua memoria e non da ultimo del suo corpo. Ma è anche la possibilità di incontrare il fantasma ottantenne di C. Gustav Jung, chiuso nella sua casa-torre. E, di tanto in tanto, lo spettro androgino e tormentato di Annemarie Schwarzenbach. C’è un fil rouge che lega questi tre personaggi lungo la promenade che tu, Francesca, affronti quotidianamente per le strade di Zurigo
C’è, c’è. Forse un po’ presuntuoso, ma neanche tanto se si pensa alle vite disperate che vissero, alle perdite e alle ferite di Joyce e di Annemarie Schwarzembach. Simili, a tratti uniti in una tragica predestinazione alla tragedia finale e con il demone della scrittura come ossessione, mania, necessità, dovere. Tarlo, la parola giusta. Erano tarlati, emarginati. Come me, come mi sento da sempre e, per questo, li ho percepiti compagni di viaggio, fantasmi guardiani del mio lavoro del mio scrivere e del mio fare creativo (scomposto, indisposto, frammentario, sbrindellato, erotico, carnale, mistico, difforme, diseguale).
(Jung è stato un po’ un elemento di collegamento fra loro, i genitori di Annemarie ci portarono lei in visita, sperando che potesse aiutarla in qualche modo, per superare quella che all’epoca era vista come malattia e anomalia, la sua androginia e l’omosessualità e Joyce ci portò la figlia che da tempo viveva disagi psichici di vario tipo, sperando in un qualche miracolo possibile che, naturalmente non arrivò.)
Joyce e Schwarzembach condivisero vite nomadi e inquiete e riuscirono a metterlo sulla carta, con esiti diversi, ovviamente, ma divenendo entrambi dei pionieri. Pioniera viaggiatrice, coraggiosa apripista a sperimentazioni anche teatrali Annemarie, pioniere e creatore del “punto d’origine” della letteratura moderna – e anche di quella contemporanea, secondo me, (ma non sono obiettiva), James Joyce. Della Letteratura e basta, diciamo con LA MAIUSCOLA.
3. Ricorrente è il tuo ricordare una persona in particolare, Samuele. Questa è domanda da gossipparo, ma la curiosità non è soltanto femmina, dunque ti chiedo di parlarci di Samuele: chi è per te? un amico, un fratello, una finzione? O un amante che perseguita le tue fantasie e che mette sotto torchio il tuo io più intimo?
Mi piacciono le domande che indagano aspetti gossippari. Sono giuste e legittime. Quindi, non solo non mi sottraggo ma rispondo volentieri.
Si, Zurigo in qualche modo combacia e coincide (anche nella narrazione che coinvolge spazi effettivi, esterni, con spazi interiori e spesso sovrappone i piani) con una persona verso cui la protagonista – io narrante prova un sentimento di nostalgia, bisogno, malessere, desiderio inappagato.
Samuele è una persona realmente esistente (mi piacerebbe molto, Beppe, dirti di più ma non credo sia giusto, è una specie di patto che feci con lui e desidero rispettarlo, raccontare ma entro certi limiti, anche se lo scrittore i patti non li rispetta mai, per adesso ci provo).
E’ un uomo molto bello che la protagonista – io narrante della Romanza ha amato da subito. Dall’istante in cui l’ha visto, il 28 ottobre 2008 in una radio bolognese dove non sapeva che l’avrebbe incontrato, dove non sapeva chi fosse. Lei era dietro, sulla porta, in attesa di partecipare a una trasmissione, lui di spalle, si è girato, ha sorriso, lei ha sorriso un po’ meno ma l’ha visto e l’ha amato. E’ passato del tempo da allora, non poco, calcolando che, in seguito, si sono frequentati un pochino, conosciuti meglio (o peggio? mah) lui è sfuggito – fuggito fin da subito. Si è avvicinato e poi allontanato. Ha mostrato piacere a starle vicino e necessità di starle lontano, mettendo così in atto un meccanismo profondamente perverso e potente: queste cose legano più di tutte le altre.
(A lui ho dedicato, molte scritture a parte la romanza, pensieri sparsi, come questo http://francesca-mazzucato.blogspot.com/2009/10/senza-un-fotogramma-marginale.html e tante cose che si trovano in uno spazio che considero intimo e privato pur essendo un blog, “Parole perdenti”, e non ne ho mai parlato a nessuno con riferimento preciso a questa persona, sai Beppe, ma ci tengo a farlo con te, che mi hai posto la domanda appropriata.)
Possiamo dire che massacra il mio io più intimo perché tende a frenarlo nel suo slancio vitale, un io intimo che non gli chiede praticamente nulla (gli offre, gli si offre, in una nudità alla quale credevo impossibile arrivare, diciamo senza pelle) ma quel pochissimo che chiede, o domanda a bassa voce, viene frenato, radiografato, rallentato. E’ doloroso, a volte fa molto arrabbiare. A volte mi fa sorridere e intenerisce, a volte mi devasta.
La sua assenza alimenta scrittura – spero smetta presto ma non lo so – nell’aspettativa lui non esiste. Chiarisco, con lui si possono condividere cose in maniera asettica, è una persona per bene e seria e fa cose belle, questo tipo di sentimenti appartengono a una sfera soggettiva, non sono cose che “imputo” a questa figura. Esistono. Forse ci potrebbe essere un brandello di attenzione all’offerta nuda d’amore, credo sia un delitto non farlo, ma è facoltà di ognuno. Mi capita anche di pensare che, in fondo, sia una finzione, un feticcio di bisogni stratificati insieme. Di sicuro, la cosa a cui posso paragonarlo con maggiore facilità è un’astanteria. Una sala d’aspetto del pronto soccorso di un ospedale. Lo percepisco così, sento che potrebbe/potremmo curarci e riempire tante necessità intime (vicine all’abisso) e che invece resta un’asettica freddezza.
Continua..
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C’è un’altra Julia nella tomba dell’amore per Cinzia Pierangelini
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
C’è un’altra Julia
nella tomba dell’amore per Cinzia Pierangelini
di Iannozzi Giuseppe
“Un’altra Julia”: questo libro di Cinzia Pierangelini, scritto con il rigore linguistico che abbiamo imparato a conoscere e ad amare grazie a lavori quali “Il muro di Eraclito” e “‘A Jatta”, è romanzo breve, saga di due famiglie, ma è soprattutto il ritratto di Julia Pastrana, dapprima creatura angelicata poi freak, donna volpe per uno strano scherzo del destino.
I freaks, questi scherzi della natura, sono stati per lungo tempo al centro dell’attenzione d’una esagerata narrativa popolare, che li ha dipinti ora con vesti nemiche ora eroiche.
Freaks, o mutanti che dir si voglia, negli ultimi anni sono tornati alla ribalta grazie a fumetti e film: dall’Universo Marvel, Wolverine – parto di tre menti (Len Wein, Herb Trimpe e John Romita Sr.) – ama ripetere “Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è piacevole”; e il pubblico ha subito imparato che i mutanti sono il futuro dell’umanità. O perlomeno l’illusione fallace che è stata distribuita alle masse lobotomizzate è che un handicap fisico e/o mentale possa in qualche modo servire all’evoluzione del genere umano, per renderlo migliore, più forte. La realtà è più amara, e Cinzia Pierangelini ce lo ricorda attraverso la storia di Julia.
Continua..
[HOT] Ti farà male, lo so
Pubblicato da evaeva

Ti farà male, lo so
di Eva Eva
Con Pierluigi mi trovavo benissimo. Tra di noi c’era una intesa sessuale incredibile, riusciva a farmi impazzire. Quando potevamo vederci lo facevamo nei posti più impensabili. Fu proprio Pier ad incuriosirmi, a spronarmi a farlo nei posti più disparati. Una sera mi portò in un cinema a luci rosse; ero un po’ imbarazzata ma molto divertita. Ci sedemmo nelle poltrone di mezzo. Era la prima volta che entravo in un cinema hard, non c’erano molte persone: molti di una certa età, una coppia di fidanzati davanti. Iniziò il film, l’attrice principale era Selen; mi piacque il film, aveva una trama… e le scene erano girate molto bene. Mentre sul video scorrevano le immagini della protagonista che si faceva penetrare in una stalla, avevo appoggiato una mano sulla patta di Pier. Era visibilmente eccitato, decisi così di aprire la zip dei pantaloni e tirarglielo fuori. Mi abbassai e lo feci sparire dolcemente nella mia bocca. Iniziai a lavorarlo come piaceva a lui. Nella fila accanto un signore sulla cinquantina si stava masturbando e mi guardava nel mio operato. Ogni tanto lo osservavo e mi sentivo bagnare in mezzo alle gambe. Vedere un uomo che si stava masturbando, eccitato più da me che dal film mi piaceva. Notai che Pier fece un gesto a quel signore, ed allora lui si alzò e venne a sedersi accanto a Continua..
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Cinzia Tani e Lo stupore del mondo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Cinzia Tani e Lo stupore del mondo
Roma, 1201. Il piccolo Pietro si è appena abbandonato all’abbraccio della levatrice, quando un tuono improvviso irrompe su palazzo Graziani, la balia perde la presa e il primo dei due gemelli appena venuti alla luce le scivola dalle mani. In quel tuono inspiegabile, a ciel sereno, è racchiuso il cattivo presagio che condiziona il destino di Pietro: nel suo volto, irrimediabilmente deturpato dalla caduta, molti leggono un segno del demonio, gli altri vengono respinti dalla sua deformità. Con il tempo l’isolamento rende il ragazzo diffidente, cupo e determinato, almeno quanto suo fratello Matteo cresce fiducioso e remissivo, ben voluto da tutti. Solamente il sogno di diventare cavaliere sembra accomunarli, ma ciascuno per realizzarlo seguirà il proprio temperamento e i propri ideali, che li porteranno inevitabilmente a combattere su fronti opposti.
Lontano da Roma, dalle rovine dell’antico impero e dai rigori della Santa Sede, vivono invece gli altri protagonisti del romanzo, la bella Flora dagli occhi immensi, curiosa e indipendente, e il suo amato e sfuggente Rashid, il ragazzino arabo che sa parlare agli uccelli. Separati dai conflitti religiosi di una Sicilia assolata e rigogliosa, i due si ritroveranno nuovamente insieme, adulti, nella reggia pugliese dell’imperatore, a Foggia. Ed è proprio Federico II, lo svevo dai capelli fulvi e lo sguardo acuto, il poeta con la passione per le arti e le scienze naturali, l’uomo potente impegnato nei continui conflitti con il Papato e la Lega Lombarda, a muovere Pietro, Matteo, Flora, Rashid e tutti gli altri personaggi, a spingerli a congiungersi o scontrarsi seguendo l’amore e la gelosia, il tradimento e la vendetta. Fino al rogo della città di Victoria, alle porte di Parma, dove l’imperatore ha trasferito il tesoro, l’harem, i serragli con gli animali esotici e il suo prezioso trattato sulla caccia con il falcone. E dove ogni destino troverà compimento.
Con una prosa veloce ma sempre attenta, capace di soffermarsi amorevolmente nella mente e nel cuore dei suoi personaggi, di levarsi sopra un’Italia divisa ma già ben riconoscibile, dai verdi accesi dell’Umbria al profumo di arancio e gelsomino della Sicilia, Cinzia Tani ci regala un Medioevo distante dagli stereotipi, intriso di colori sgargianti e vivacità culturale, senza per questo tralasciare le tensioni di uno dei periodi più affascinanti della nostra storia, così simile per molti aspetti alle contraddizioni e ai sogni di oggi.
Cinzia Tani – Lo stupore del mondo – Mondadori (collana Omnibus) - 393 pagine – € 19,00
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Laura Liberale – Tanatoparty – intervista all’autrice sull’eutanasia e la morte in un romanzo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Laura Liberale
TANATOPARTY
Intervista all’autrice
a cura di Iannozzi Giuseppe

- Laura Liberale – foto per gentile concessione -
1. In primis, chi è Laura Liberale?
Laura nasce il 15 maggio del 1969 a Torino.
Ho iniziato a scrivere alle elementari (come tutti, d’accordo, però sto parlando di poesie… orride composizioni sullo spauracchio della terza guerra mondiale e sulla commovente abnegazione delle mamme).
A diciannove anni ho cominciato a suonare il basso. Poi mi sono iscritta a Filosofia (studente-lavoratore, mi si conceda orgogliosamente di precisare). Mi sono laureata in Religioni e Filosofie dell’India. Ho fatto un dottorato di ricerca in Studi Indologici. Ho continuato a scrivere poesie (un po’ più belle delle prime), a cui si sono aggiunti saggi sull’India e racconti di vario genere. Ho insegnato, tradotto, mi sono trasferita a Padova per amore, ho fatto una figlia a cui ho dedicato una raccolta poetica. Ho conosciuto Marco Vicentini di Meridiano Zero.
Marco mi ha detto: “Perché non scrivi un romanzo?”. Io ero già lì lì per farlo. E quindi…
2. “Tanatoparty” si apre con una citazione tratta da un famoso romanzo di Philip K. Dick, autore che oggi viene indicato come il guru della fantascienza, di quegli universi che cadono a pezzi. “Tanatoparty” quanto deve agli universi che cadono a pezzi, ai simulacri dickiani?
In realtà non molto. Il famoso “moratorium” dickiano in cui i vivi possono dialogare con i morti “riattivati cerebralmente”, mi ha certamente suggestionata [“(…) Lei era ancora con me. L’alternativa è il nulla (..)”, Ubik]. Ma il vero universo in rovina da cui è scaturito TP è il mio, alla morte di mio padre nel 2004.
3. Nel tuo ultimo romanzo si parla della morte “nera e secca” che viene spettacolarizzata, che viene portata addirittura sul palco al pari d’un’opera d’arte. Gunther von Hagens porta in giro per il mondo una mostra fatta di morti: arte, spettacolarizzazione, o perversione?
Meglio precisare che TP è il mio romanzo d’esordio.
A detta di von Hagens, innanzitutto “divulgazione scientifica”.
E questo bisogna concederglielo. “Non ho mai disumanizzato una plastinazione. Non ho mai usato una vescica come vaso”, dice il signore in questione. Finché e se i cadaveri esposti provengono da donazioni volontarie, e sottolineo volontarie, non vedo perché discutere del “magazzino umano” di von Hagens e non del florilegio di reperti anatomici presente negli scantinati di tanti vetusti Istituti di Medicina.
Ciò su cui dovremmo piuttosto ragionare è il perché la sua mostra itinerante non sia ancora stata ospitata in Italia…
4. In un capitolo del tuo romanzo, c’è un piccolo accenno alla necrofilia. Non sono rari i casi di furti di cadaveri nei cimiteri, né il fare sesso con dei morti. In una civiltà come la nostra, dove la Morte è spettacolarizzata e passata a tutte le ore in tivù al pari di uno show, riusciremo ancora a essere vivi, od è ipotizzabile che un domani si diventi tutti degli inconsapevoli simulacri?
La morte oggi è un evento quotidiano, seppur mediatico, virtuale.
Ma la morte reale? È il grande tabù. Non siamo più in grado di occuparcene. Deleghiamo la cura dei morenti e dei corpi morti a degli “esperti”; i nostri rituali di morte, quelli superstiti, hanno perso di significatività; mastichiamo morte tutti i giorni, ma è la morte anonima, incolore e inodore della fiction…
Tutto ciò fa parte di quella che si chiama decadenza.
Però no, “macchine senza memoria e senza desiderio”, come auspicato provocatoriamente da Stelarc, no, mai.
Certo che riusciremo ancora a essere vivi. È mio dovere e responsabilità di madre crederlo.
Quanto alla necrofilia, è cosa vecchia, letterariamente e umanamente parlando.
5. C’è gente che si eccita solamente di fronte a un corpo bell’e morto. Nella storia non sono mancati personaggi, anche famosi, che hanno condiviso la loro genialità con la necrofilia, ad esempio Beethoven. In tempi più recenti, Ted Bundy uccideva per avere dei cadaveri a sua completa disposizione. Che ne pensi? La genialità e la perversione sono forse facce d’una stessa medaglia?
Beethoven e Ted Bundy?
L’accoppiata non mi piace molto (e Ted Bundy non è il vicino di casa feticista del piede, tanto per distinguere fra “perversione” e “perversione”).
La perversione appartiene a una singola biografia umana.
Il genio è ciò che trascende l’individuale per consegnarsi all’universale.
O forse volevi parlare, meno impegnativamente, di “genio maledetto”?
Continua..
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LAURA LIBERALE – TANATOPARTY – Meridiano Zero
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
LAURA LIBERALE
TANATOPARTY
Quando anche la morte diventa spettacolo scrivere è uno strapparsi a morsi la carne viva fino al cuore inesorabile delle cose.
Il 26 settembre in tutte le librerie
Il tentacolare business del marketing ha raggiunto anche l’industria della morte. I più moderni ritrovati del settore funerario fanno bella mostra di sé all’inaugurazione di un’avanguardistica fiera, ostentati da provocanti hostess in latex nero.
L’apice dell’evento sarà la scandalosa poetessa Lucilla Pezzi, che negli anni ha fatto del proprio corpo uno strumento dell’arte più estrema, e l’ha destinato a diventare, dopo la morte, l’acme della sua carriera. Sotto luci martellanti e psichedeliche, si affolla, per l’ultima volta in attesa, il pubblico che l’ha seguita nelle sue performance di carne pulsante e poesia, quando calpestava nuda sul palco il nome borghese della sua famiglia, davanti agli occhi attoniti della sorella minore.
Laura Liberale si muove con eleganza tra obitori, necrofili e cadaveri, raccontando delle storie sotteranee che si intrecciano in una danza quasi orgiastica.
Fiabesca, lirica e crudele, questa nerissima rivisitazione dell’Alice di Carroll fa cadere il lettore in un buco freddo e magnetico, ammaliandolo con una prosa talmente intrisa di grottesca seduzione che in Tanatoparty la morte appare irriducibilmente bella.
Laura Liberale è indologa, poetessa, insegnante e traduttrice, suona il basso in un gruppo rock composto da scrittori.
TANATOPARTY – Laura Liberale – Meridiano Zero – collana primo parallelo – pagine 128 – ISBN 978-88-8237-202-6 – Euro 10,00
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Anna Lamberti-Bocconi – RUMENI Romanzo di storie – Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, collana Eretica
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
intervista ad
Anna Lamberti-Bocconi
RUMENI
Romanzo di storie
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Chi sono oggi i Rumeni? Perché parlare di loro e non dei contattasti ad esempio, o per assurdo degli scientologisti?
I rumeni oggi sono i borgatari di ieri, quelli che interessavano a Pasolini, per intenderci; le rumene oggi sono le ragazze friulane come mia nonna, e di tante altre regioni, che per un bel pezzo di Novecento sono venute a Milano a fare i servizi, brade, con la loro ingenuità e le loro parlate incomprensibili. Parlo di loro perché in questo momento ci sono loro, e con la loro presenza mi hanno facilitato a esprimere quel che sentivo, anzi, me l’hanno suscitato e reso urgente da dire, che è poi la ragione per cui si affronta la faticaccia di scrivere un libro. Trovo gli immigrati rumeni che ci sono qui da noi persone molto adatte a un ruolo di rappresentazione radicale dell’“altro”, che è un’entità tanto più inquietante quanto più simile a noi. I rumeni infatti ci somigliano, sono bianchi, europei, ibridati con i latini, non si distinguono da noi in apparenza, ma la loro posizione di estraneità sociale, in questo periodo fomentata a livello politico e che ne fa il gruppo etnico sotto tiro per eccellenza, li ha resi al mio sentire particolarmente adatti a incarnare un’alterità che non lascia tranquilla la coscienza, una specie di specchio dell’ombra.
Riguardo a contattismo e dianetica, poi, proprio per essere buona dirò che li trovo folklore perverso, bizzarria, prodotti periferici degli assestamenti neuronali della civiltà; avranno una funzione anche loro, ma non sono paragonabili a un popolo! I popoli sono verità storiche, assolute e profonde, mentre sette e gruppastri sono verità anche loro, ma interessanti solo da un punto di vista sociologico.
2. Negli ultimi anni si è detto di tutto e di più sui Rumeni. A tuo avviso, sono solamente vittime innocenti del sistema, o sono piuttosto anche carnefici di sé stessi?
Vittime innocenti forse sono solo i bambini… Il “sistema”, poi, è una parola-ombrello che va bene per tutto. Sappiamo che la vittima non è mai del tutto innocente, e il carnefice non è mai del tutto colpevole. E così però siamo ancora al punto di partenza: si è capito tutto e niente, si può dire tutto e niente. Scatta allora il desiderio di raccontare e di immergersi nelle storie e nelle emozioni, che è un modo di comprendere “da dentro”, oltrepassando categorie concettuali troppo schematiche che alla fine si autoazzerano.
Sui rumeni, e sugli stranieri in genere, mi pare abbastanza evidente che il tam tam sulla “sicurezza” eriga barriere in tutti, in noi ma anche in loro, accrescendo le chiusure e le difficoltà di comunicazione e portando a inasprimenti reciproci fra i gruppi. E’ una catena. Ma a me non piace parlare in termini di vittimismo, né vorrei partire da assunti di colpevolizzazione e assoluzione, due facce della stessa medaglia: si tratta pur sempre di un tipo di catene, è vero, ma più che di catene di colpe parlerei di catene di innocenze, e più che di sistema sociale parlerei di sistema dell’esistenza. Ed è qui che nasce la valenza emotiva del libro, che molti hanno notato e apprezzato.
3. Non è una novità per nessuno, ahinoi: lo straniero in Italia non è ben accetto. L’Italia accoglie molte etnie, i clandestini oggi sono equiparati a dei delinquenti, non c’è giorno che non scoppi un gran casotto: rumeni che stuprano, che rubano, che falciano vite guidando ubriachi e drogati, che rapiscono bambini… Per un omicidio colposo viene poi comminata una pena di tre anni di carcere ad esempio, la stessa che prende un italiano che in supermarket abbia rubato per fame un pacchetto di wafer del valore di 1 euro e 29 centesimi. Il tuo punto di vista è…?
Finalmente una domanda facile! Legge uguale per tutti, legalità pretesa da parte di tutti, a cominciare da Berlusconi fino all’ultimo dei rumeni; niente leggi speciali strombazzate per pura demagogia, che appesantiscono il sistema giudiziario e non servono a niente; il delinquente vada perseguito, indagato, giudicato e quanto ne consegue, senza che su ciò influiscano né la sua nazionalità né il suo censo. Infine: ricordarsi che la povertà non è delinquenza, ma contribuisce molto a crearla, proprio come la ricchezza!
4. Impossibile non notare in copertina la scritta bene in evidenza “… e allora dimmelo che non mi vuoi perché sono uno straniero di merda!”. Ti chiedo dunque di tracciare il profilo del tipico straniero di merda, commentandolo per cortesia.
Pensa che questa frase non è inventata: mi è stata rivolta davvero da un ragazzo rumeno che si è sentito rifiutato e immediatamente ha agganciato la sua rabbia per questo a una specie di paranoia verso di me. In questo caso, “essere uno straniero di merda” corrispondeva alla percezione di quello che credeva io pensassi di lui. Da questo si comprende che come per me il rumeno è straniero assoluto e fa vacillare le mie certezze, mi inquieta e getta dei lampi sulle mie debolezze, altrettanto siamo stranieri noi per loro e pertanto specchi di specchi, il pauroso sosia, la minaccia dell’alter ego, in una prospettiva perpetua che mi interessa molto.
A proposito della difficoltà a sentirsi accettati anche quando nei fatti è così davvero, come nella storia di Kostel, è curioso che proprio oggi ho finito un bellissimo libro di Mario Tobino su questo stesso tema, La ladra. E qui niente rumeni! Siamo nella Toscana del dopoguerra, con una popolana incapace di reggere l’atteggiamento aperto della ricca signora dalla quale è a servizio. E’ una riprova di quanto dicevo prima, che oggi ci sono i rumeni ma ieri c’erano altri, interpreti dei ruoli fissi e predeterminati di pertinenza costante degli scontri di classe e degli incontri difficili.
In sintesi, per me lo straniero di merda è quello che si barrica dietro al livello più superficiale delle sue tradizioni culturali per non evolvere mai, e trasforma la sua frustrazione in violenza.
5. Ed il profilo del tipico italiano di merda quale potrebbe essere?
Uh, non basterebbe tutto lo spazio di Internet per tracciarlo bene! Son stati bravi Tognazzi, Sordi, Gassmann e i mitici registi che li hanno diretti nelle grandi commedie all’italiana. Difetti di base mai cambiati. Ne conosco un po’ anche fra gli scrittori. Il campione dei campioni però è il presidente del Consiglio.
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Lo zar non è morto, lo dice il Gruppo dei Dieci. E lo ribadisce Giulio Mozzi in una intervista – Sironi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Lo zar non è morto
Il Gruppo dei Dieci
Sironi editore
Una riscoperta di Giulio Mozzi
di Iannozzi Giuseppe
Diciamolo da subito, senza ipocrisia, “Lo Zar non è morto” è una grande avventura, è letteratura, è scrittura collettiva, è opera de Il Gruppo dei Dieci. La prima pubblicazione fu nel lontano 1929, cioè ben prima che nascessero Wu Ming e Babette Factory, due collettivi (di scrittori). E diciamolo da subito che Il Gruppo dei Dieci è un collettivo fascista, di scrittori, ossia: Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, Antonio Beltramelli, Lucio D’Ambra, Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini, Guido Milanesi , Alessandro Varaldo, Cesare Viola, Luciano Zuccoli. Dall’introduzione a “Lo Zar non è morto”, scritta dallo stesso Marinetti per l’edizione del 1929: “Soltanto alcuni scopi di patriottismo artistico (non raggiungibile in altro modo) hanno avvicinato e solidarizzato questi dieci scrittori italiani che appartengono alle più tipiche e opposte tendenze della letteratura contemporanea (futurismo, intimismo, ecc.). Questi sono e rimarranno inconfondibili, dato che miliardi di chilometri dividono per esempio la sensibilità futurista di Marinetti dalla sensibilità nostalgica di F.M. Martini. Per offrire al pubblico lo spettacolo divertente di quei miliardi di chilometri, eccezionalmente, i Dieci hanno scritto i capitoli del romanzo: «Lo Zar non è morto». Questa eterogenea collaborazione, una volta tanto, ad un romanzo di avventure non vuol dare nessuna direttiva artistica.”
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Mara Venuto. Leggimi nei pensieri – Intervista all’autrice – Cicorivolta edizioni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

in copertina, “City” (china e collage su carta) di Claudia Venuto,
elaborazione di Phab Postini
Mara Venuto
Leggimi nei pensieri
Intervista all’autrice
a cura di Giuseppe Iannozzi
1. Di te si sa poco o niente: chi è Mara Venuto, forse solo l’autrice di “Leggimi nei pensieri” edito da Cicorivolta edizioni? Racconta qualche cosa di te.
La premessa è che non amo molto parlare di me. Infatti, nella vita, essenzialmente ascolto. Ho fatto studi sociali e mi occupo di counseling: la mia è stata una scelta naturale, compiuta, tuttavia, dopo un percorso di auto-esplorazione durato qualche anno. Ho sempre amato ascoltare, le persone mi interessano profondamente, mi nutro di storie. Solo di recente mi sono avvicinata anche al mondo dell’informazione, a seguito della mia partecipazione, via webcam, al format di Maurizio Costanzo “Stella”, in onda sul satellite e in streaming: un’esperienza voluta, che mi ha messa alla prova sotto molteplici aspetti, facendomi crescere molto. Nella vita privata sono una persona serena, vivo un amore molto forte da alcuni anni, ho una sorella gemella artista e una famiglia presente.

Mara Venuto – foto per gentile concessione – [ c ] tutti i diritti riservati
2. So che ami la letteratura, soprattutto quella giapponese: chi sono i tuoi autori di riferimento e perché?
Le mie preferenze letterarie seguono un andamento fasico e, attualmente, mi sento vicina alla narrativa giapponese. Si tratta di una scoperta recente, tuttavia, posso dire che hanno colpito molto la mia immaginazione e il mio mondo emotivo, scrittori come Haruki Murakami, Inoue Yasushi e anche la Banana Yoshimoto dei primi tempi. Pur essendo autori diversi per epoca, storie, temi cari, hanno in comune un senso del tragico ineluttabile e i silenzi, muti ma non vuoti, colmati con solitarie e intense meditazioni. Andando a ritroso, ho amato moltissimo la letteratura sudamericana: Jorge Amado in particolare -“Mar Morto”, ad esempio, è stato una suggestione molto forte nella mia adolescenza-, ma anche Gabriel Garcia Marquez, Isabel Alliende, Luis Sepulveda. Di tutti, mi hanno attratta il legame onirico con la realtà e la passionalità della carne. Nel mezzo, mi sono accostata ad Albert Camus e a George Simenon che considero senza dubbio fra i più grandi scrittori del Novecento. Di Simenon ammiro anche la straordinaria prolificità, senza che mai il lettore possa chiedersi: << perchè quest’altro romanzo? >>; le creazioni linguistiche pulite, lineari; le atmosfere nere degli abissi intimi umani. Potrei elencare tanti altri autori che amo e da cui ho tratto emozioni e stimoli, ma mi rendo conto di essermi dilungata già troppo…
3. Leggendo i tuoi racconti, non ho potuto fare a meno di pensare a due autori, Haruki Murakami e Douglas Coupland, ma anche a molti esponenti dell’avantpop. Questo libro “Leggimi nei pensieri” – che è un vero brainstorming – accoglie fotografie perfette operate su quindici persone, normali o quasi: ci sono disperati, borderlines, drogati, massaie, non-amati, sognatori, sconfitti, amanti rifiutati, schiavi, poeti e persino un frate. Come hai maturato l’idea di dare voce a quindici personaggi diversi eppure fra loro legati da un comune, sottile ma resistente, fil rouge?
Mi sono piaciute molto le immagini che hai creato parlando dei miei personaggi, in particolar modo laddove li hai pensati come “non amati”, e questo perché in effetti hai colto il senso principale di “Leggimi nei pensieri”: le mie istantanee sulle vite di questi quindici personaggi vogliono essere proprio delle carezze. Carezze a volti spesso sfigurati da vite sofferte, soffocanti, ingrate e senza misericordia. Questi racconti sono voce di chi non ha mai trovato il coraggio di parlare, di chiedere, di chiamare; luce su esistenze anonime, quali quelle della maggior parte di noi, che nascondono anche nelle cadute, le tracce della possibilità di risollevarsi. I miei protagonisti sono, come ha ben scritto il mio editore nella quarta di copertina, semplicemente persone: vive, autentiche, finalmente senza maschere, poiché qui, nelle mie pagine, non ne hanno bisogno; non devono difendersi da nessuno, io li amo tutti e quello che mi auguro è che, al termine del libro, i lettori provino tenerezza per loro come per sé stessi. Per tornare poi alla tua domanda, l’ispirazione mi è venuta all’improvviso, senza un perché apparente: ero al cinema, a vedere un fantasy e, come sfilando l’uno dopo l’altro, mi sono apparsi i miei futuri protagonisti, portando ognuno con sé la traccia della propria storia. Nel buio, ho preso appunti sul biglietto e l’indomani, mentre studiavo per un esame, ho lasciato tutto e ho scritto di getto il primo – “Sandra”- . Poi sono venuti, via via, tutti gli altri. L’ordine con cui i racconti sono presenti nel libro, è quello di scrittura.
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Non essere come loro! Dimostra d’essere migliore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Non essere come loro! Dimostra d’essere migliore

Vuoi forse essere come loro?
Allora acquista la tua copia del libro
di Romantica Vany e King Lear, d’Amore
Descrizione:
Una raccolta di poesie felici, d’amore.
Per chi ama, per chi ama sognare l’amore in tutte le sue sfumature.
In un universo immaginifico, ma non per questo meno reale,
principesse e cavalieri, poeti e muse, santi e peccatori, fate e satiri,
vergini e dongiovanni raccontano le loro surreali pene a lieto fine.
d’amore
di Romantica Vany & King Lear
1ma edizione 2009 – 92 pagine – € 12.88
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d’amore di Romantica Vany & King Lear – comunicato stampa
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Nico Orengo, un ricordo
Pubblicato da admin
Nico Orengo, un ricordo
di Francesco Improta – fonte: Bartolomeo Di Monaco, Rivista di Letteratura
Quando se ne va un amico si porta via una parte di te stesso. Si avverte sempre un senso di perdita irrimediabile, quando poi l’amico è uno scrittore raffinato e affabile come Nico Orengo la perdita diventa incommensurabile perché ci si sente privati della sua amabile conversazione, del suo sorriso disincantato, della sua sottile ironia, della ricchezza del suo ingegno, della sagacia delle sue osservazioni, di quella frequentazione, cioè, che ti rende più ricco e più consapevole.
La notizia della sua morte, prematura ma annunciata, date le sue precarie condizioni di salute e quella innata libertà che lo portava a rifiutare qualsiasi restrizione o imposizione terapeutica, mi ha raggiunto a Roma, la mattina del 30 maggio, sotto un cielo umido e grigio che minacciava lacrime di pioggia. Avevamo in comune molti interessi: la letteratura su cui ci scambiavamo impressioni e opinioni, per lo più di fronte a un bicchiere di vino generoso, la passione addirittura maniacale per il cinema, con una certa predilezione per quello americano degli anni ‘40 e ‘50, e l’amore per la buona tavola, anche se in questo caso i gusti differivano, essendo io, in quanto meridionale, legato a una cucina più ricca ed elaborata, barocca la definiva Francesco Biamonti, e lui più incline a una cucina più semplice e leggera, qual è quella ligure.
Nico Orengo era nato a Torino nel 1944, ma aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza nell’estremo lembo della Riviera di Ponente e a questa terra, che aveva fatto da sfondo alla quasi totalità dei suoi romanzi, era rimasto sempre fedele. Una terra magica in cui i colori non si percepiscono solo attraverso la vista ma anche tramite l’olfatto e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai ciuffi di lavanda o alle teste di basilico che occhieggiano dai davanzali e dalle terrazze inebriando l’aria e la mente.
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Lorenza Ghinelli e il Divoratore – edizioni il Foglio letterario
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Lorenza Ghinelli non mantiene la promessa avanzata da Valerio Evangelisti. Il divoratore, opera prima insignificante
di Iannozzi Giuseppe
“Il divoratore”, opera prima di Lorenza Ghinelli, non è un libro di quelli che si possono dire brutti. Però non è un bel libro, nonostante la superflua introduzione di Valerio Evangelisti che tira le somme senza fare i conti con l’oste, cioè con la critica: “Lorenza Ghinelli è l’ulteriore esempio di un miracolo ricorrente. Lingua perfetta, lontanissima dai luoghi comuni dei generi noir e horror, cui pure si apparenta. Efficacia stilistica totale, con frasi talora elaborate che nulla tolgono alla scorrevolezza e al fluire della trama. Un crescere della suspense ottenuta evitando mezzucci ed espedienti di seconda mano. Sulle prime non si capisce nemmeno che ci troviamo dalle parti dell’horror o, per chi collega il genere a fiumi di sangue, dalle parti del thriller”.
Diciamo allora che se si vuole leggere “Il divoratore” di Lorenza Ghinelli, la prima cosa da fare è di stralciare la prefazione di Valerio Evangelisti, che non si capisce davvero di che libro stia parlando, e se l’abbia letto sul serio con onesta attenzione critica. Diciamo che “Il divoratore” è una favola nera con tutti gli elementi tipici di questo genere: uomo nero, o dei sogni, compreso. Non c’è il parto di un Prometeo incatenato sulla falsariga di Mary Shelley, c’è però un pizzico dei fantasmi di Edith Warthon e c’è la perdita dell’innocenza così come l’aveva miracolosamente delineata in “Giro di vite” Henry James. Tuttavia Lorenza Ghinelli sfrutta male le argomentazioni strutturali della Wharton e di H. James, le imita in una coniugazione semplicistica e moderna, fin troppo moderna; e così il risultato a cui perviene è infelicemente ingessato. Si è ben lontani dalla perfida perfezione che Angela Carter ci ha trasmesso attraverso la rielaborazione delle storie fantastiche – si vedano
Barbablù, Cappuccetto Rosso, La Bella e la Bestia.
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Martita Fardin è ValeANA. Inizio e fine di un amore chiamato anoressia
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Martita Fardin
valeANA
Storia ed epilogo di una ragazza anoressica dell’alta borghesia italiana
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Chi è Martita Fardin?
Traccia la tua biografia, per quei soli elementi che ritieni il lettore debba conoscere prima o dopo aver affrontato la lettura del tuo romanzo “valeAna”.
Sono una donna che è stata ossessionata dal lago, dalla magrezza e che ora è ossessionata dalla scrittura e dai suoi personaggi. Una persona ossessiva, insomma, nel bene e nel male.
2. In “valeANA” si parla di anoressia. La domanda è scontata ma inevitabile, per quanto possa risultare indigesta: si è di fronte a della fiction, o c’è anche del diarismo in prima persona?
Né fiction, né diarismo in prima persona. Ti risponderò con questa frase di Lucien Freud, che ben mi rappresenta in rapporto alla scrittura, alla storia:” Tutto è autobiografico e tutto è un ritratto. Dipingo persone nude coperte da abiti”.
3. Il tuo romanzo non dà soluzioni, semmai solleva tante domande a cui è difficile se non impossibile rispondere. Vittima dell’anoressia è una giovane, Vale, che vive nel mondo ovattato e patinato della borghesia ricca; ma Vale non disdegna, se le gira bene, di gettarsi a pesce morto nella bolgia pseudo-anarchica dei fancazzisti di professione. Valentina chi è, o chi è stata? Come sei arrivata a darle spessore perché risultasse personaggio credibile?
Credo che i romanzi non debbano dare soluzioni, ma sollevare interrogativi. Le soluzioni spettano al lettore. Le chiavi ci sono tutte nel libro, stanno nascoste nel fondo verdastro nel lago…
Valentina è stata una parte di me, è una parte di me, quella che non è affogata in fondo al lago. Renderla credibile è stato semplice: ho fatto uno scavo interiore e ho scoperto scheletri nell’armadio, nascosti sotto palate di terra grassa.
4. In “valeANA” forte è la componente mistica. Valentina paragona il suo corpo pelle e ossa a quello del Cristo in croce. E’ affascinata dalla magrezza del Cristo sofferente, è ammaliata dalla sua perfezione ascetica senza un filo di grasso. L’icona del Cristo è come se le entrasse dentro per stuprarla nell’anima e nel corpo, convincendola che la magrezza è la necessità prima e ultima.
La magrezza di valeANA è un sintomo della sua sofferenza. Valentina diventa magra perché soffre. La sua sofferenza è una via crucis, il suo corpo e il suo tormento fisico e interiore sono quelli di Cristo per lei. Valentina è derisa sbeffeggiata, umiliata, è un outsider, una provocatrice sui generis, un’anarchica dell’anoressia. Anche Cristo venne considerato un anarchico.
5. Valentina, in apparenza, non avrebbe nessun motivo per cadere nella trappola dell’anoressia. Ciò non ostante opera con precisione chirurgica dopo ogni pasto, si caccia il pettinino del padre in gola, e rimette tutto. La sua méta è quella di raggiungere un peso al di sotto dei quaranta chili. Tutta la sua giornata è spesa a escogitare modi per perdere sempre più peso. Chi, a tuo avviso, è più facile preda dell’anoressia?
Invece, di motivi ne ha a bizzeffe. Basta guardare la sua storia familiare. Ho voluto raccontare un interno di famiglia dal lessico affettivo deteriorato, lessico che ha il filo conduttore nella genetica di più generazioni.
L’anoressia decide le sue prede e non fa distinzioni d’età, classe sociale, colpisce con chirurgica precisione le più sensibili, le più fragili, non tutte sono grasse, anzi.
6. L’anoressia è una malattia? E: colpisce soltanto le ragazze, il sesso femminile?
L’anoressia è un sintomo, è una malattia dell’anima prima che del corpo. Colpisce soprattutto le ragazze, ma è in crescita anche fra i ragazzi, anche se si tratta più di casi sporadici.
7. In copertina c’è la foto, Forever Young, opportunamente photoshoppata, che ci mostra il ventre d’una ragazza: un tatuaggio a forma di croce sul fianco sinistro, poco al di sotto dell’ombelico, un mezzo costato d’una magrezza esagerata dove lo stomaco è una voragine. Perché questa immagine così forte? per scioccare, per attirare l’attenzione del pubblico, o per scandalizzare?
L’immagine Forever Young in che misura fa parte del corpo narrativo di “valeANA”? Forever Young è anche una canzone di Bob Dylan, che il cantautore americano scrisse per il figlio Jacob, lo sapevi?
Ah davvero? No non sapevo. Be’ l’immagine è bella esteticamente, io non la trovo così forte. E’ un ventre elegante.
Ma sai che credevano fossi io in copertina? I miei studenti lo pensano, i miei amici lo pensano, quando vado in un negozio lo pensano, se posto un mia foto in costume lo pensi anche tu forse.
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L’apprendista – un racconto di Felice Muolo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
L’apprendista
di Felice Muolo
(Ha pubblicato cinque romanzi, tra cui Il ruolo dei gatti, Azimut, 2008)
fonte: Rivista d’arte di Bartolomeo di Monaco
Scegli il mestiere che vuoi fare da grande, mi dissero i miei, dal momento che avevo deciso di non andare più a scuola. Per settimane sostai sugli ingressi dei laboratori degli artigiani del mio paese, indeciso. Il lavoro manuale mi affascinava, le misere condizioni di chi lo praticava mi lasciavano perplesso. Stufi di aspettare, i miei mi consigliarono di fare il sarto. Attività che si svolge al fresco e senza insudiciarsi, dicevano. Respingevo il suggerimento. Per me, cucire e stirare erano mansioni da donne.
Non ricordo cosa combinai: cinghia dei pantaloni in mano, mio padre mi offrì l’alternativa.
Il mio unico collega e coetaneo che aveva il compito di tirare a lucido il cesso della sartoria, pensò subito di dividere il compito con me. Non trovandomi d’accordo, smise di svolgere l’opera in elusiva. Il maestro minacciò di romperci la riga in testa, se non cambiavamo atteggiamento, e ci proibì di usare il cesso.
Per un certo periodo, lo ripulì da sé. Poi, a mia insaputa, convinse il mio collega a riprendere la sua vecchia abitudine, consentendogli di usarlo di nascosto. Scoprii l’accordo mentre lo raccontava tra i denti a un suo amico che parcheggiava in sartoria. Mi stava bene. Il bisogno leggero lo soddisfacevo nei pressi della sartoria, all’aperto, contro il campanile di un vecchio convento adibito a scuola. Per quello grande correvo a casa. Anche il mio collega per questo.
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Nefertiti è qui
Pubblicato da Luigi Milani
Nefertiti,
La vera storia di una regina femminista
nell’Egitto dei Faraoni
È in uscita in tutte le librerie Nefertiti, il nuovo libro di Jasmina Tesanovic. Si tratta di un romanzo storico “sui generis”, concepito e scritto con approccio e ottica moderni. La vita della protagonista, la regina egiziana Nefertiti, è infatti narrata in chiave femminista – esistenzialista.
Nefertiti, figura storica di grande fascino, è personaggio di cui in realtà si conosce ben poco. Circostanza, questa, che fatalmente ha rafforzato l’alone di mistero che lo circonda, e che ne fatto molto parlare, più però come figura mitica che come personaggio, e soprattutto donna, reale.
Nefertiti è in un certo senso una proto-femminista, poiché incarna il mito della bellezza femminile al potere, un mito che però subisce il destino di invisibilità che la storia ha quasi sempre riservato alle donne, sia famose che anonime: quello che l’autrice, Jasmina Tesanovic, definisce “l’immortale anonimato”. In tal senso, “Noi donne siamo tutte Nefertiti.”
Ma il romanzo è anche una storia d’amore, una riflessione sulla dannazione del potere, sul fascino e l’oscurità dell’antico Egitto. L’autrice ha deciso di dare una voce credibile a questa donna di un’altra epoca, tentando di immaginare la sua vita dal vero, indagando anche nella sfera interiore della protagonista. In ciò consistono la modernità del personaggio di Nefertiti e la novità dell’opera di Jasmina Tesanovic. L’antico Egitto non è poi così remoto.
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Federico Riccardo Chendi. Pugni chiusi. Un romanzo Cicorivolta edizioni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Federico Riccardo Chendi
è a “Pugni chiusi”
di Iannozzi Giuseppe
Federico Riccardo Chendi con “Pugni chiusi” par quasi che irrida generi e sottogeneri del romanzo poliziesco, del giallo, dell’hard-boiled. Alla denuncia nei confronti d’una società asservita alla costumanza, alle convenienze, alle ipocrisie di tutti giorni si associa, quasi per contrappasso, una ironia a volte sguaiata altre ancora tragica. In “Pugni chiusi” la verità prima è che “non è vero che il sangue il sangue dei vinti e dei vincitori ha lo stesso odore”, ed è questa verità assoluta, perlomeno per Carlo, il protagonista del romanzo di Chendi, che si trascina con forza dalla Corsica a Berlino, da Genova all’Avana, fin sul tracciato della Linea Gotica nei pressi dell’Appennino tosco-emiliano.
La Smith & Wesson da cui il protagonista mai separa è l’ideale compagna che il giovane milanese porta sempre con sé, una volta che ha deciso di lasciarsi Milano e il mondo alle spalle.
E’ la storia di un uomo in fuga, che fugge dalla grossolanità degli affetti famigliari, che dietro di sé lascia solamente terra bruciata. Di buona famiglia, senza grilli per la testa, figlio di un famoso chirurgo, ad un certo punto realizza che non vuole diventare uguale spiccato al padre, che non è il caso che le sue mani sposino la causa di salvare vite umane perché la differenza fra il dare la vita e il togliere la vita non esiste. Ma non si creda che il giovane sia un anarchico o un militante con tessere di partito in tasca: è uno, soltanto uno che ha una Smith & Wesson e basta. Non è un rivoluzionario né pensa mai sul serio di vestire i panni dell’eroe: per certi versi è un po’ come un simulacro malriuscito del Che.
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L’Einaudi di Berlusconi: censura preventiva per Il Quaderno di Saramago
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Saramago su Berlusconi:
leggi per salvaguardarsi
per l’imprenditore
e l’accompagnatore di minorenni
di Iannozzi Giuseppe
Su El Pais, oltre a due nuove foto delle feste berlusconiane a Villa Certosa, da segnalare soprattutto un articolo del premio Nobel per la Letteratura José Saramago, “La cosa Berlusconi”.
L’articolo di Saramago era stato anticipato nella giornata di ieri dal sito del quotidiano madrileno.
Einaudi, c’era una volta, ma tanto tanto tempo fa, un editore che era Giulio Einaudi e che pubblicava dei gran bei libri, senza piegarsi alla censura. L’editore Einaudi di oggi non ha niente a che vedere con l’Einaudi degli anni Cinquanta e Sessanta, essendo che è una catena di montaggio dove a comandare è Silvio Berlusconi. Einaudi, solo una settimana or sono, ha rifiutato di pubblicare il nuovo romanzo di José Saramago, nonostante in Italia l’editore Einaudi abbia in catalogo una ventina di titoli del grande autore portoghese. In un comunicato, Einaudi ha così spiegato quello che è un più che evidente atto di censura voluto dalla destra italiana: “L’Einaudi ha deciso di non pubblicare O caderno di Saramago perché fra molte altre cose si dice che Berlusconi è un ‘delinquente’. Si tratti di lui o di qualsiasi altro esponente politico, di qualsiasi parte o partito, l’Einaudi si ritiene libera nella critica ma rifiuta di far sua un’accusa che qualsiasi giudizio condannerebbe”. Nel quaderno di Saramago si può leggere: “Visto che sono pubblicato in Italia da Einaudi, di proprietà di Berlusconi, gli avrò fatto guadagnare qualche soldo. Una goccia nell’oceano del suo immenso patrimonio, che lui avrà usato per pagarsi i sigari, supponendo che la corruzione non sia il suo unico vizio. […] Il sentimento degli italiani per il Cavaliere è indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. Del resto, nella terra della mafia e della camorra che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?”.
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Martita Fardin – Valeana – intervista alla professoressa che parla di anoressia
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Martita Fardin
valeANA
Storia ed epilogo di una ragazza anoressica dell’alta borghesia italiana
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Chi è Martita Fardin?
Traccia la tua biografia, per quei soli elementi che ritieni il lettore debba conoscere prima o dopo aver affrontato la lettura del tuo romanzo “valeAna”.
Sono una donna che è stata ossessionata dal lago, dalla magrezza e che ora è ossessionata dalla scrittura e dai suoi personaggi. Una persona ossessiva, insomma, nel bene e nel male.
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Qualunque cosa succeda. Umberto Ambrosoli. Prefazione di Carlo Azeglio Ciampi. Sironi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Qualunque cosa succeda
Prefazione di Carlo Azeglio Ciampi
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| la tua copia da Sironi editore |
«A trent’anni dall’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il libro del figlio Umberto ripropone una storia di straordinario impegno civile, ancora attualissima.
«Erano le 8.30 del 12 luglio. Il consueto, familiare gesto di accendere la radio per ascoltare il notiziario trasformò di colpo quella che doveva essere una ordinaria giornata di lavoro in un tempo di straordinaria drammaticità: la sera precedente l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato assassinato mentre stava rientrando a casa.
Quel colpo sparato ad Ambrosoli era destinato al cuore dello Stato, inscrivendosi l’episodio in un clima inquietante e torbido di intrecci tra malavita e forze eversive, che puntavano alle istituzioni con un disegno destabilizzante non dissimile, nei suoi esiti, da quello perseguito dal terrorismo, dalla lotta armata».
Carlo Azeglio Ciampi »
Questa è la storia di Giorgio Ambrosoli, per cinque anni commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, ucciso a Milano da un killer la notte tra l’11 e il 12 luglio 1979.
La racconta a trent’anni di distanza il figlio Umberto, che ai tempi era bambino, sulla base di ricordi personali, familiari, di amici e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell’archivio RAI. Sullo sfondo, la storia d’Italia in quel drammatico periodo.
Nell’indagare gli snodi di un sistema politico-finanziario corrotto e letale, Ambrosoli agiva in una situazione di isolamento, difficoltà e rischio di cui era ben consapevole. Aveva scritto alla moglie: «Pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese [...] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo».
Il racconto illumina il carattere esemplare delle scelte di Giorgio Ambrosoli, la sua coerenza agli ideali di libertà e responsabilità e, insieme, sottolinea il valore positivo di una storia ancora straordinariamente attuale.
Qualunque cosa succeda – Umberto Ambrosoli
Codice ISBN: 978-88-518-0120-5
Pagine: 320
Prezzo di copertina: € 18,00
Prezzo scontato 10%: € 16,20
Umberto Ambrosoli, classe 1971, è avvocato penalista a Milano. È il più giovane dei tre figli di Giorgio Ambrosoli. Da anni è impegnato a valorizzare e attualizzare la storia del padre, partecipando a incontri nelle scuole di tutta Italia, a convegni e a iniziative pubbliche ed editoriali.
E’ un transessuale il protagonista del nuovo romanzo di Cinzia Pierangelini: storia d’amore di dolore di sesso tra nuovi puritani e ipocriti d’ogni razza ed età
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Cinzia Pierangelini alle prese con ‘a jatta
Intervista all’autrice di uno dei più belli
e controversi romanzi di questa stagione letteraria
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Cinzia Pierangelini, sei al tuo secondo romanzo con GBM editore. Dopo il notevole “Eraclito e il muro”, a distanza di circa due anni torni con un romanzo particolare, “‘A jatta”. Il tuo nuovo lavoro tratta un tema difficilissimo, quello del cambio di sesso. Prima di addentrarci nel magma del libro, come mai la scelta da parte tua di trattare un tema tanto attuale e che, apparentemente, con il tuo vissuto personale ha poco o nulla a che vedere?
Credo che se uno scrittore trattasse solo ciò che lo riguarda da vicino molti capolavori non esisterebbero. Detto ciò, trovo che una riflessione sulla transessualità mi riguardi alla stregua di molti altri temi della vita. Riguardo allo ‘scegliere’ un tema: non lo faccio mai, succede sempre il contrario. Immagino di assorbire sensazioni, emozioni che pian piano si guadagnano una faccia, un nome e chiedono di vivere tra le pagine d’un libro.
2. Non nego che in certi momenti la lettura de “‘A jatta” mi ha messo in imbarazzo, difatti ho trovato che hai lasciato scorrere un po’ troppo romanticismo nelle vene di questa storia: Alfredo e Andrea vivono una storia d’amore che, in alcune pagine, scade nel melodramma quando non addirittura in un esasperato romanticismo in perfetto stile romanzetto rosa Harmony. E’ una mia impressione sbagliata, o hai voluto che “‘A jatta” fosse proprio così, una pletora di sentimenti forti indisciplinati e caotici?
Romanticismo dici? e lo dici come fosse un insulto. Non so, per me l’amore è spesso romantico, indisciplinato, passionale. Dei romanzetti Harmony non posso dire, non ne ho mai letto uno. Di melodramma invece non vedo traccia, tranne che tu non consideri melodrammatica la gelosia per esempio. Ma su una cosa sono d’accordo: ho scelto che fosse una storia d’amore il più normale possibile e con un lieto fine per fare un regalo all’amica che mi ha aiutato a far luce sul mondo delle trans.
3. “‘A jatta”, come accennato, è anche la storia di Andrea, di un ragazzo che non si sente a posto con il suo corpo e che finalmente all’età di 40 anni corona il suo sogno, quello di essere donna. Hai accennato ai pregiudizi della gente, al difficile percorso psicologico di Andrea, ma hai quasi del tutto taciuto il dolore che (sicuramente) il giovane ha sopportato per diventare Andrea, una femmina, figa per giunta. La chirurgia plastica riesce quasi a far dei miracoli ma non dall’oggi al domani: cambiare sesso richiede innumerevoli operazioni, soldi, e non da ultimo un coraggio non da poco. Che informazioni hai preso circa la possibilità di cambiare sesso grazie alla chirurgia? Hai compulsato dei testi che trattano la materia da vicino, sia sotto il profilo chirurgico sia sotto quello psicologico? O ti sei affidata alla tua sola sensibilità femminile?
E tu hai letto bene il libro? (off topic). Sì ho studiato e per cominciare ti correggo: Andrea non è mai stata un ragazzo!!! Oltre a studiare a fondo l’argomento, e sorvolare su ‘figa per giunta’ che mi fa innervosire, sono stata in contatto mail con due trans, una operata e una in fase di transizione, che mi hanno fornito tutto il supporto possibile. Nel libro mi pare di aver spiegato piuttosto chiaramente la situazione ma non m’interessava fare un trattato, non è questo il senso del libro. Sul web, per chi fosse interessato, c’è l’operazione fotografata passo per passo. Insisto nel chiarire che ho evitato accuratamente di condire (e sarebbe stato facile e anche più remunerativo) la mia storia di sesso e scioccanti dettagli.
4. Alfredo, oramai vicinissimo ai sessanta, impenitente scapolo, ex dongiovanni, in un’età che si dovrebbe pensare alla pace dei sensi finisce con l’innamorarsi. Di Andrea. All’inizio lui non sa che Andrea ha fatto l’operazione. La vita di Alfredo è monotona: vive insieme a una gatta, non ha interessi particolari per la vita, però dimentica quasi ogni cosa, da un momento all’altro. Si potrebbe pensare che sia affetto da rammollimento celebrale. Perché hai deciso per un personaggio come Alfredo, per un mezzo smemorato, per un uomo non più nel fiore della virilità? E, perché l’hai fatto innamorare di Andrea, di un transessuale?
Continua..
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