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All’ombra della grande fabbrica. Gennaro Morra, un vero scrittore che racconta Napoli e la sua malattia

All’ombra della grande fabbrica
Gennaro Morra, un vero scrittore
che racconta Napoli e la sua malattia

di Iannozzi Giuseppe

Gennaro Morra (www.gennaromorra.com) è nato a Napoli nel 1972 da genitori giovani e proletari, che avevano messo sù casa in un quartiere di periferia, nato e sviluppatosi intorno a una fabbrica siderurgica. Di sé l’autore scrive: “La mia venuta al mondo non fu proprio un evento felice, i medici non riuscivano a farmi uscire e allora tentarono con le maniere forti. Alla fine i loro sforzi furono premiati e io vidi la luce, ma una parte del mio cervello era danneggiata. Fortunatamente la lesione riguardava solo la zona dalla quale partono gli impulsi che controllano l’attività motoria, mentre le facoltà intellettive erano intatte. Niente male come inizio, no?…”

“All’ombra della grande fabbrica” di Gennaro Morra è un romanzo. Non si creda che definire romanzo un lavoro scrittorio sia leggerezza critica. Tutt’altro. Migliaia le uscite editoriali ogni anno, soprattutto di esordienti minimalisti e sgrammaticati, incoscienti e perlopiù vittimisti alla moda che nulla hanno da raccontare: scrivere è un impegno grave che implica delle responsabilità artistiche e sociali, e politiche (anche) e solamente chi è disposto ad assumere su di sé questo peso si può fregiare del titolo di scrittore.

Gennaro Morra è uno scrittore che ha scritto un vero romanzo accettando le responsabilità che l’atto dello scrivere comporta. Parliamoci chiaro, Morra non è fumo negli occhi, è invece un giovane scrittore che i calli sulle mani ce li ha veramente: chiunque oggi osa levare la sua voce per dichiararsi poeta saggista giornalista, romanziere, dovrebbe prima guardarsi ben bene le mani e poi allo specchio la faccia, e se sui palmi delle mani e sul volto non troverà chiari segni d’una felice stanchezza, allora forse, benedetto da un barlume di onestà, capirà di non essere uno scrittore. Di pennivendoli il pubblico è esausto. In Italia si leggono pochi libri e giornali; sospetto che tra i tanti motivi addotti, più o meno banali, uno sia sincero: i libri al pari dei loro autori mancano di onestà e di sostanza.
Con “All’ombra della grande fabbrica” di Gennaro Morra ci troviamo davanti a una storia che non è di diarismo spicciolo, che non è di vittimismo alla moda e che non è nemmeno un mero prodotto editoriale. Chi avrà la fortuna di leggere il romanzo di Morra capirà all’istante che i fatti narrati, tra finzione e realtà, sono l’autentico corpo di uno scrittore che, nel dosare parole e pensieri, ha investito tutto sé stesso nella scrittura senza mai dimenticare l’anima, la ragione critica e lo stile.
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Unessential Dublin

Sabrina Campolongo, Unessential Dublin. Ex voto pagano

(2010, Edizioni Historica, pp. 48, € 3,50, ISBN 978-88-96656-10-5)

Estate. Tempo di vacanze. Quale miglior consiglio di lettura di un petit cahier di viaggio di Historica? La piccola casa editrice di Cesena, capitanata dal più giovane editore d’Europa (Francesco Giubilei, diventato da poco maggiorenne) propone questa collana di libricini accattivanti per il formato – sembrano dei taccuini, con delle copertine-cartolina – e per il concept che li caratterizza: agili nel contenuto in pagine e ridotti nel prezzo. Delle letture da viaggio e per il viaggio, insomma, e questo quaderno fresco di stampa di Sabrina Campolongo (Balene bianche, Di Salvo, 2007; Il cerchio imperfetto, Edizioni Creativa, 2008; Il muro dell’apparenza, Historica, 2008) non fa eccezione: lo si può sbocconcellare come un antipasto aspettando la cena, sorseggiare come una bibita fresca sotto l’ombrellone o durante una corsa in treno (come nel mio caso). Continua..

Sinfonia per l’imperatore di Donato Altomare – introduzione di Ugo Malaguti – Elaralibri

Sinfonia per l’imperatore

di Donato Altomare

Introduzione di Ugo Malaguti
Elara S.r.l.
www.elaralibri.it
Narrativa romanzo
Collana Narratori europei di science fiction
Pagg. 288
ISBN 9788864990231
Prezzo € 27,00

L’apoteosi della fantasia

Ricordo che, nel corso di un mio viaggio in Puglia svoltosi alcuni anni fa, ebbi l’occasione di visitare il famoso Castel del Monte. Vi arrivai che il sole iniziava a tramontare, con un cielo carico di nubi plumbee, che di li a poco si sarebbero accumulate in uno strato uniforme, dando inizio a un temporale, con saette che sembravano scaricarsi sulle mura del maniero. L’atmosfera, intrisa di elettricità, l’oscurità quasi improvvisa mi sembrarono più proprie di un vecchio castello inglese o tedesco, abitualmente frequentato da fantasmi.

Per fortuna, a fugare ogni mio timore non ero l’unico visitatore, ma ve n’erano altri, anche se pochi, tutti intenti a rimirare l’interno di una fortezza assai più appagante vista dal di fuori. Mi sorse subito una domanda: che scopo aveva quella costruzione in cima al colle? Aveva una funzione strategica? No, di certo, perché non arroccava su strade di accesso alla Puglia uniche o di vitale importanza. Era forse una dimora gentilizia, base per battute di caccia? No, troppo spoglia e, soprattutto, eccessivamente protetta da possenti mura, anche se non cinta da un fossato. Era eventualmente una prigione? Forse, ma per rinchiudervi ben pochi detenuti, vista la limitata e inadeguata superficie coperta. E poi perché quella ricorrenza del numero otto? La pianta ottagonale e le otto torrette, pure loro ottagonali, sono insomma un richiamo continuo a quella figura geometrica intermedia fra il quadrato e il cerchio, vale a dire fra la terra e il cielo.
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Scrivere un romanzo in cento giorni

Morgan Palmas, Scrivere un romanzo in cento giorni (Marco Valerio, I saggi, 2009, pp. 241, € 15,oo, ISBN 9-788875-472115)

Quel che ho maggiormente gradito in questo saggio di Morgan Palmas, Scrivere un romanzo in cento giorni (Marco Valerio, 2009) è la sua trasversalità, il suo carattere ibrido. Non è – tanto per sbaragliare il campo da equivoci – uno strumento per gli addetti ai lavori, anche se i tecnicismi, sempre utilizzati con parsimonia, sono funzionali ed efficaci nel sostenere l’intento che anima l’intero progetto: la volontà di chiarezza, la vocazione al “fare”, il taglio divulgativo. Non troverete in questo libro antologie mirate, testi-campione rappresentativi dei topoi dello stile e degli ingranaggi della narrazione.

Non ci troverete neanche fondamenti teorici. La genesi di Scrivere un romanzo in cento giorni ha nella rete la sua dimensione più congeniale. Il suo autore, affascinato dalle potenzialità di condivisione del web, ha confezionato per il suo blog singole lezioni dal respiro breve e dinamico, riordinando i propri appunti sulle esperienze maturate in anni di scrittura e di praticantato nelle pieghe del mondo editoriale. L’iniziativa ha  destato grande interesse nel pubblico degli internauti e Palmas, incitato da alcuni editori, si è deciso ad organizzare il materiale per un’opera completa. La sfida sottesa è semplice e diretta: coinvolgere il lettore a seguire i consigli, una lezione al giorno, spronandolo a scrivere regolarmente, fornendo indicazioni sul senso della scrittura e dell’impresa che ci si accinge a compiere: la gestazione di un romanzo. La costruzione del personaggio principale e la rete dei personaggi che gli ruotano intorno, i dialoghi e le descrizioni, l’evitare gli errori tipici dei neofiti ma anche delle penne trascurate e distratte.
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La firma del diavolo di Fiorella Borin – Edizioni Tabula Fati – recensione e intervista di Renzo Montagnoli

La firma del diavolo

La firma del diavolo
di Fiorella Borin

Copertina di Gian Luca Peluso
Edizioni Tabula Fati

www.edizionitabulafati.it
Narrativa romanzo
Collana Malacandra
Pagg. 136
ISBN 978-88-7475-182-2
Prezzo € 9,00

Biastemo il giorno che me innamorai,
Biastemo il giorno che ti misi amore,
Biastemo il giorno che in te mi fidai,
Biastemo il giorno che ti déi il mio core;
Biastemo il bene ch’io te volsi mai,
Biastemo l’alma mia, che per te more…

E’ l’anno di grazia 1588 e a Triora, un paesino della Valle Argentina, sito nel retroterra di Ventimiglia, corre la paura, c’è la caccia alle streghe, ree di aver fatto mancare la pioggia e di aver ridotto alla fame gli abitanti. Sono giorni di sospetti, di calunnie, di confessioni estorte con la violenza, di nomi di innocenti fatti sotto tortura, con i nuovi incolpati che, per lenire le sofferenze, chiamano in causa altri incolpevoli, in una spirale di crescente terrore. Spadroneggia, forte della sua carica, il commissario Giulio Scribani, feroce persecutore di seguaci del diavolo e fra queste Magdalena, la più bella del paese, amante di un nobile soldato, peraltro coniugato, e che farà di tutto per salvarla dal rogo.

I fatti accaduti in quell’anno sono veri e sono documentati da incartamenti d’epoca e da saggi storici. Pure vero è il commissario Scribani, mentre la vicenda di Magdalena e del suo amante è frutto di fantasia, innestata però con perizia nella realtà degli eventi, al punto di apparire del tutto verosimile.

Fiorella Borin si destreggia abilmente fra realtà e invenzione scrivendo un romanzo, in cui superstizione, fanatismo religioso e amore contribuiscono a costruire una storia di grande interesse e anche di notevole bellezza.
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Gemma Gaetani e l’Elogio del tradimento – Intervista a tradimento all’Autrice

Gemma Gaetani

Elogio del tradimento

Intervista a tradimento all’Autrice

a cura di Iannozzi Giuseppe

Gemma Gaetani - Elogio del tradimento

L’unico vero caso in cui tradire è un peccato è quello della coppia eroticamente fedele a se stessa, ossia il tradimento della possibilità del tradimento. Questo l’assunto dal quale muove spassosamente Gemma Gaetani per smantellare, esempi alla mano, da Ikea alle vacanze low cost, la comune concezione del tradimento, derivante da un’interpretazione distorta della figura di Giuda, il “traditore” per eccellenza, e dimostrare come l’esercizio della virtù non porti, praticamente mai, a niente di buono. Con una prosa dissacrante e ironica ma allo stesso tempo arguta e costellata di riferimenti letterari, cinematografici e iconografici, l’autrice ci spiega come tradire in segreto e con assiduità ci consenta di decostruire la vigente e ridicola concezione sacrale dell’amore fedele, offensiva per altro nei confronti di Dio, l’unico a cui dobbiamo un trattamento di tipo esclusivistico, di soffrire meno nel caso in cui il nostro oggetto d’amore ci dia il benservito, di vivere continuamente il brivido di una nuova conquista che ci è invece negato da pratiche contemporanee vieppiù diffuse quali la coppia poliamoristica, lo scambismo, il sesso virtuale, l’autoerotismo e la fruizione della prostituzione. Dai vantaggi economico-sociali del tradimento alle vere e proprie dritte per aspiranti traditori, saremo forniti di ottime e valide ragioni per l’esercizio di questa nuovissima virtù, per troppo tempo rimasta ingiustamente relegata tra i vizi peggiori dell’umanità.

Elogio del tradimentoGemma GaetaniVallecchi Editore – 1ma edizione 2010 – 360 pagine – ISBN 978-88-8427-156-3 – Prezzo di copertina: € 12.50

1. In “Paradise lost” di Milton è la risposta. Di Adamo è il compito di vigilare su Eva, perché lei è debole e già una volta ha ceduto alle lusinghe dell’Angelo traditore in veste di serpente. Non fu forse Eva creata da una costola di Adamo perché gli fosse compagna? Sì, così fu. E Lei tosto lo tradì mangiando la polpa di quell’unico frutto che il Padre Iddio aveva vietato.

Gemma Gaetani: Ma per essere Eva, Giuseppe, ci vuole una forza che nessuna costola di uomo, che è spesso la creatura più debole del mondo, ha…

2. Tu sei credente?
Se credi in Dio, allora Dio è forte abbastanza da creare l’uomo e da strappargli una costola affinché abbia la compagna da lui desiderata.
Dio precisa ad Adamo che Eva è tanto bella quanto debole, quindi è suo compito vigilare sulla compagna perché non cada in tentazione coinvolgendolo.
Eva trasgredisce.
Adamo, quando il danno è oramai perpetrato, può solo rendersi colpevole anche lui, per non lasciare Eva da sola con il suo peccato. Colpa di Adamo – ed egli proprio per questo si rimprovera – fu di aver accordato troppa fiducia a una creatura che lo stesso Dio gli aveva indicato debole, facile preda delle tentazioni.
Da qui la cacciata dal Paradiso.
Satana ha vinto.
Blake disse di Milton che “era un vero poeta, e stava dalla parte del diavolo senza saperlo”.
Satana è il protagonista, il ribelle, che nonostante l’ira di Dio e la cacciata nell’Inferno, non si arrende e penetra nel regno di Dio per corrompere le creature di Dio. Satana ci riesce, corrompe la donna e con essa l’uomo, quell’Essere creato a immagine e somiglianza di Dio. Satana, per come l’ha esaltato Milton, è un personaggio positivo, un ribelle shakespeariano che non conosce regole morali.
Gli Angeli di Dio possono solo limitarsi a far conoscere un pezzetto del futuro che attende Adamo.

Gemma Gaetani: Io credo in Dio come al Grande Narratore. Poi ci credo come mito, trovo la Bibbia analoga alla saga di Guerre Stellari (una mitopoiesi). In momenti di debolezza mi dico che sarebbe bello se poi questo Dio esistesse, ascoltasse le nostre preghiere, custodisse i nostri morti, e in quei momenti credo vere queste mie ultime due affermazioni.
Credendoci così, non posso considerarmi una costola di Adamo, e se proprio devo pensare alla donna come a un pezzo di Adamo e in generale dell’uomo, allora ci penso come a un pezzo non fisico: il coraggio, la forza, anche di “peccare”.

3. Insomma ci credi poco in Dio. Nietzsche diceva che non è stato Dio a creare gli uomini, ma al contrario sono stati gli uomini a creare Dio. Per illudersi di avere sempre a portata di mano un’àncora di salvezza.
La Bibbia è un libro, a suo modo, divertente; forse il primo esempio di fantascienza. E’ un libro che parte da un presupposto maschilista: la donna viene creata con il solo e unico scopo di servire l’uomo, il maschio.
Dunque, a tuo avviso, i maschi avrebbero meno coraggio di peccare… di cedere al tradimento?

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Fabrizio Centofanti Prêt(re) à porter ovvero la vita in cinque righe

Fabrizio Centofanti Prêt(re) à porter

La vita in cinque righe

Fabrizio Centofanti - Prêt(re) à porter La vita in cinque righeNella eterna battaglia dell’umanità contro il caos, Platone predicava la vittoria dell’uomo grazie alla ragione. Cristo ci ha dato anche la speranza. Questo libro testimonia come vive questi due insegnamenti, semplici eppure rivoluzionari, un uomo di oggi che ha fatto una scelta radicale, ed è un libro che provoca, aggredisce, costringe a combattere corpo a corpo con le placide certezze nelle quali troppo spesso finiamo per adagiarci.
Dalla Postfazione di Riccardo Ferrazzi

Fabrizio Centofanti è uno scrittore cristiano, o meglio, è un cristiano scrittore. E dunque è un genere speciale di cristiano.
Dalla Prefazione di Tiziano Scarpa

Fabrizio Centofanti è laureato in Lettere moderne. Sacerdote diocesano a Roma dal 1996, opera soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della Sacra Scrittura. Ha pubblicato un volume su Calvino (Una trascendenza mancata, Istituto Propaganda Libraria, 1993) e uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Istituto Propaganda Libraria, 1987), oltre a numerosi saggi e articoli di natura letteraria. Nel 2005 è uscito il volumetto Le parole della felicità, Laurus Robuffo. Con Effatà Editrice ha pubblicato Guida pratica all’eternità. Racconti tra cielo e terra (2008).

E’ anche il gran capo spirituale de lit-blog La Poesia e lo Spirito

Fabrizio CentofantiPrêt(re) à porter (La vita in cinque righe) -  Effatà editrice – 160 pagg. – 1ma edizione 2010 – € 12,00 – ISBN 978-88-7402-572-5

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Sebastiano Vassalli con “Le due chiese” è il migliore scrittore italiano, la vera Letteratura

Sebastiano Vassalli - le due chieseSebastiano Vassalli

Le due chiese

Einaudi – Collana: Supercoralli / Narrativa
Pagine 316
Prima edizione 2010
ISBN 9788806202880
Prezzo di copertina € 20.00

“Le due chiese” è il romanzo dell’anno. Sebastiano Vassalli è l’ultimo grande scrittore che scrive la  vera Letteratura punto e basta. – Iannozzi Giuseppe

Tutto incomincia con quattro spari che riecheggiano nel silenzio  della montagna.
Tutto incomincia con un corpo immobile nella  neve macchiata di sangue, e con un pezzo di latta: forse una spilla, che  qualcuno ha buttato su quel corpo. Sulla spilla, che verrà conservata a  lungo nei depositi di un tribunale, come «firma» dell’assassino e  quindi anche come elemento fondamentale per le indagini, si leggono,  stampate in rilievo, le parole:
«Non più servi non più  padroni».

Sebastiano Vassalli, Le due chiese

***

Dopo quattro raccolte di racconti, Sebastiano Vassalli torna al romanzo con una grande prova narrativa.
L’autore della Chimera affronta qui, con l’abilità di un prestigiatore, la storia del Novecento vista in filigrana attraverso gli eventi di una piccola comunità all’ombra di «Sua maestà il Macigno Bianco». Vassalli muove le fila di questo piccolo mondo, giocando abilmente con i contrasti tra il moto perpetuo dei destini umani e la severità immobile della grande montagna.
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Gabriele Dadati: Il libro nero del mondo

Gabriele Dadati, Il libro nero del mondo (Gaffi Editore, Roma, 2009, pp. 197, € 14,50) ISBN 978-88-6165-052-7

“Il libro nero del mondo” non è, come il titolo indurrebbe a pensare, un compendio sulle atrocità umane nel corso di secoli di Storia, un saggio sul Terzo Reich o un catalogo dei campionati sfortunati di una squadra di calcio. E’ un romanzo, opera di un giovane e sorprendente scrittore, Gabriele Dadati (Piacenza, 1982), per il quale gli unici aggettivi che mi ronzano nella testa, a lettura ultimata, sono “intrigante” e “spiazzante”. Non trovo parole più appropriate, nel mio intento di addentare la polpa narrativa di questa prova, che non siano quelle del suo autore: «Il libro nero del mondo presenta un luogo di tensioni sotterranee. Tutto all’apparenza fila liscio lungo la distesa di una pianura, ma in realtà stiamo arrancando su una salita micidiale.» E il tentativo – vano – di dipanare un possibile intreccio mi spingerebbe a dirvi che, apparentemente, vi si racconta di un cannibale che mette un annuncio sul giornale per accalappiare potenziali vittime e trova qualcuno disposto a farsi mangiare. La vicenda ha qualche legame con la cronaca, e subito la memoria corre al mostro di Rottenburg o a quello di Manhattan. Continua..

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A Giorgio Vasta, Antonio Moresco e Antonio Pennacchi la Palma di Merda. I peggiori scrittori italiani del 2010

A Giorgio Vasta, Antonio Moresco
e Antonio Pennacchi
la Palma di Merda
I peggiori scrittori del 2010

di Iannozzi Giuseppe

Libri di autori che andrebbero evitati come la peste, usciti nei primi mesi di questo barbaro 2010.

Palma di MerdaGiorgio Vasta merita in pieno la Palma di Merda per il suo “Spaesamento”, per il suo diarismo pseudo-sociopolitico da spiaggia, vacanziero. E visto che qui si è buoni, la diamo anche ad Antonio Moresco la palma per il suoi “Incendiati”, nonostante si sia piazzato solo al 2ndo posto con le sue ninfette a uso e consumo di vecchi maniaci libidinosi. E in un eccesso di munificenza pure ad Antonio Pennacchi per il suo “Canale Mussolini”, considerevole fiume di parole vuote, un autore che rimane fedele a sé stesso, sempre un po’ troppo fasciocomunista.

1) Giorgio Vasta – Spaesamento, Laterza

2) Antonio Moresco – Gli incendiati, Mondadori

3) Antonio Pennacchi - Canale Mussolini, Mondadori

4) Terry Goodkind – La legge dei nove, Fanucci

5) Beatrice Masini – Bambini nel bosco, Fanucci

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Gordon Houghton è l’Apprendista dalla parte dei morti resuscitati

Gordon Houghton è l’Apprendista
dalla parte dei morti resuscitati

di Iannozzi Giuseppe

Gordon Houghton - L'apprendistaProvate a morire. Una volta, una sola non potrà farvi poi troppo male!
Sul letto di morte quale sarà il vostro ultimo pensiero? E: avrete tempo di formularlo un pensiero, o piuttosto tirerete le cuoia punto e basta?
I più non se ne accorgono proprio che la loro vita è bell’e finita: un momento prima tenevano in mano l’ennesimo drink, quello dopo non sono più. Un proiettile vagante e quella strana cosa che è la vita gli scivola via fra le dita. Non sono poi pochi quelli che passano le loro giornate in attesa della Grande Falciatrice, peritosi, incapaci persino di respirate tanta è la paura di buscarsi un raffreddore. E c’è però anche chi la morte la insegue quasi la ritenesse l’unica degna amante da allattare al seno, dalla culla alla tomba: Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, per tutta la loro breve esistenza non hanno fatto altro che sedurre la Morte provocandola stuzzicandola interpretandola con voce chitarra e scimmie sulla schiena.

Gordon Houghton immagina una storia, quella di uno zombie, o meglio di un tizio che è andato incontro alla morte in giovane età per un incidente capitatogli fra capo e collo proprio mentre stava svolgendo il suo lavoro di investigatore privato se non proprio alle prime armi quasi.
Ade è stato assassinato, non si sa da chi, fatto sta che i quattro cavalieri dell’Apocalisse, Morte, Guerra, Carestia e Pestilenza hanno bisogno di rimpiazzarlo. Scegliere il successore di Ade è meno semplice di quanto si possa immaginare, ecco dunque l’ennesima estrazione, o meglio riesumazione: Morte tira fuori dalla tomba il fortunato cadavere che suo malgrado diventerà l’Apprendista, per una settimana, al termine della quale i quattro Cavalieri dell’Apocalisse daranno il loro responso se è adatto o no a ricoprire il ruolo che fu di Ade. Il giovane zombie non sa che pesci prendere e quando un barlume d’intelligenza comincia a risvegliarsi nel suo cervello zombizzato è troppo tardi: oramai ha firmato il contratto, per sette giorni si darà da fare per prendere il posto di Ade, dovrà accompagnare Morte e imparare da lui; e se alla fine della settimana concessagli sarà giudicato non buono, potrà tornarsene nella tomba.
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Giuseppe Genna e Wu Ming: in esclusiva assoluta le loro poesie inedite

Giuseppe Genna e Wu Ming 1
Poesie inedite

di Giuseppe Genna e Wu Ming 1 (Roberto Bui)

Accolgo sul mio modesto blog le poesie inedite di Giuseppe Genna e Wu Ming 1.

Queste sono opere originali, scritte dal pugno di Giuseppe Genna e dettate dalla bocca di Wu Ming 1 (Roberto Bui): non si creda dunque che si sia di fronte a una bufala.

Vi prego altresì di notare la profondità del loro poetare in perfetto stile New Italian Epic.

Si consiglia la lettura a un solo pubblico adulto e soltanto dopo aver ingoiato in via preventiva una buona dose di Maalox e un betabloccante se si è cardiopatici.

g.i.
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Leonardo Colombati e Perceber. Intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe

Perceber - Leonardo ColombatiLeonardo Colombati

Perceber

intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe

Una molto vecchia intervista. Si era sul finire del 2005 o giù di lì. In libreria usciva il primo romanzo di Leonardo Colombati, Perceber. Divise la critica. Chi lo osannò e chi lo distrusse senza pietà. Colombati, nel bene e nel male, fece parlare di sé.
In seguito Colombati diede alle stampe Rio per i tipi Rizzoli. Un flop disastroso. Leonardo Colombati ha di recente pubblicato un altro romanzo, per Mondadori, Il re: nessuno o quasi si è accorto di lui. Un altro flop? Così parrebbe.
Oggi Perceber viene ristampato, ma non per Sironi editore. Vabbe’. E’ però ancora disponibile nel catalogo Sironi. Fateci sù un pensierino, perché questo è il solo lavoro di Leonardo Colombati che val la pena di leggere. [ g.i. ]

1. Dovremmo forse iniziare con una domanda semplice prima di passare a quelle difficili veramente. Ma non è detto che sia facile rispondere a questa prima domanda che ora ti pongo: chi è Leonardo Colombati, l’Autore di “Perceber”?

Sono nato trentacinque anni fa a Roma, dove ho sempre vissuto, ad eccezione di due anni trascorsi a Londra). Mi sono sposato nel 1999 con Gaia ed ho due figli, Margherita (4 anni) e Matteo (2 anni). Per guadagnarmi da vivere vendo cavi in fibra ottica per conto di un’azienda inglese. Durante la mia non troppo significativa esistenza sono progressivamente ingrassato fino a raggiungere un “peso-forma” che lo sarebbe davvero se fossi grosso come Primo Carnera; e ho fatto in tempo a godermi due scudetti della Roma e una lunghissima serie di cocenti delusioni subite allo Stadio Olimpico, in Tribuna Tevere, dove sono abbonato dal 1974.

2. Ormai tutti sanno che hai impiegato ben dieci anni per scrivere “Perceber”. Cosa ha significato per te impiegare così tanto tempo dietro alla stesura d’un romanzo? Quanto ti ha impegnato e quante risorse hai dovuto compulsare per arrivare alla stesura finale?

Per il primo libro hai vent’anni a disposizione; per il secondo, sei mesi. Perceber è nato quando, a dieci anni, mio padre mi regalò il Tom Jones di Fielding in una vecchia edizione della Garzanti, con la copertina di tela beige e un leone rampante nell’angolo in basso a destra.  Lette le prime sessanta pagine, decisi che volevo fare lo scrittore. Fino ai miei quindici anni, non avevo nessuno con cui condividere la mia passione per la letteratura. Poi, un’estate, conobbi un ragazzo di Milano: Bernardino. Era un incrocio tra il Bruce Springsteen ritratto sulla copertina di Darkness on the edge of town e Joe Strummer dei Clash. Andava in giro in bicicletta con un cappotto nero, leggero, e quando le falde prendevano vento sembrava un pipistrello. Non solo gli piacevano i libri, ma sembrava averli letti già tutti. È stata la prima persona con cui ho potuto parlare di letteratura, e ancora adesso accolgo qualsiasi suo giudizio come il Vangelo. In quelle estati trascorse in Versilia s’andava perfezionando in me la scissione che sarebbe diventata una cifra definitiva del mio carattere. Con Bernardino discutevo di Borges sotto l’ombrellone, stando attendo a non abbronzarmi perché mi sembrava che il pallore potesse bastare a donarmi un’aria da “intellettuale”. Poi, la sera, cantavo Roma capoccia a squarciagola in un piano-bar. Questo per dirti che, ad esempio, ora che è uscito Perceber, la maggior parte della gente che mi conosce non riesce a far coincidere la mia immagine da cazzone con quella di uno che per più di dieci anni s’è messo davanti alla macchina da scrivere e al computer. “Ma quando l’hai scritto?”, mi chiedono. E capisco che non lo so nemmeno io.
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Paolo Cherubini per un amore oltre il tempo e lo spazio Historie d’amour

Paolo Cherubini per un amore
oltre il tempo e lo spazio
Historie d’amour

di Iannozzi Giuseppe

Per parlare di Historie d’amour di Paolo Cherubini è doveroso far riferimento a due autori francesi contemporanei: Marc Levy e Guillaume Musso, che nei loro romanzi inseriscono parecchi eventi più o meno sovrannaturali, appartenenti al mondo onirico e ad una linea spazio-temporale parallela. Per Paolo Cherubini questa volta c’è un romanzo che è una storia d’amore tout court, come preannuncia il titolo – non c’è via di fuga, l’amore è la prima e l’ultima necessità dell’uomo e chi non l’ha conosciuto, per codardia o paura, muore da solo e insoddisfatto.

historie d'amour - Paolo CherubiniChecché se ne dica, l’uomo ha da sempre cercato di allontanare da sé la nera falce della Morte per avvicinarsi agli Dèi da esso immaginati in gran pletora e con sembianze sempre diverse, a seconda dell’èra che l’ha visto protagonista. L’immortalità è il sogno dell’uomo ancor oggi e c’è ragione di credere che lo sarà sino all’estinzione dell’umanità tutta: la scienza riuscirà ad allungare la vita dell’individuo ma mai a fermare il processo d’invecchiamento delle cellule, che sono programmate per morire e che sono quindi deperibili, come qualsiasi cosa organica presente in natura. Solo se l’uomo riuscisse a dimostrare l’esistenza di Dio e a carpirgli il segreto del suo inalterabile DNA, potrebbe rendersi simile a lui e sfidarlo anche. Oggi, tuttalpiù può illudersi che le religioni dicano il vero e che la reincarnazione sia una possibilità di tornare in vita su questa terra, seppur in un corpo diverso e con pochi frammentati ricordi forse, più simili a déjà vu che a dei veri e propri brandelli di passato.

Paolo Cherubini ci racconta una favola d’un amore impossibile, che solo una reincarnazione degli amanti, in un altro tempo ed epoca, potrebbe salvare, consolidare e consumare. La storia ha inizio sul finire dell’Ottocento: l’ottuagenario Cornelio Rufo, di professione esploratore, s’innamora d’una donna più giovane di lui e che per altro è già sposata. Cornelio è un galantuomo e non ci pensa assolutamente a strappare la donna a un altro. E’ una persona di sani principi; non può però negare che il suo cuore batte per lei, pur ammettendo che lui Cornelio è un vecchio, di carni fruste e di rughe che non si contano per quante sono. Per Cornelio e Grimilde l’unica possibilità è quella di reincarnarsi, giovani e liberi entrambi, in un altro punto della linea spazio-temporale. Perché anche Grimilde ama Cornelio, ella accetta di condividere con il vecchio esploratore la promessa – e la scommessa – di incontrarsi e di amarsi se gliene verrà data la possibilità. Cornelio è un sognatore, ma è anche un uomo pragmatico: si mette in contatto con una strana setta, quella del Grifo, nella speranza che un giorno, lontano non si sa quanto, possa riportare in vita lui Cornelio e la sua Grimilde. Cornelio e la setta del Grifo già sul finire dell’Ottocento hanno in mente qualcosa di molto simile a quella che oggi la scienza indica col nome di clonazione. Già nell’Ottocento si parlava di biotecnologie, seppur il DNA non fosse stato scoperto e poco o nulla si sapesse di come avviene la riproduzione umana. Ovvio che c’è molta molta immaginazione, come in ogni romanzo d’avventura e d’amore, e di fantascienza. Tuttavia in Historie d’amour di Paolo Cherubini la fantascienza soggiace a un romanticismo spietato… spietato perché nei decenni a venire, per far sì che Cornelio e Grimilde tornino in vita, non poche vite saranno sacrificate sull’altare della scienza, anche di quella nazista.
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A Mon Dragone c’è il diavolo, parola di Giona A. Nazzaro

A Mon Dragone c’è il diavolo

Giona A. Nazzaro

Prezzo euro 14,00 -Pagine 208 – Isbn 978-88-8372-487-9

GRUPPO PERDISA EDITORE


«Chi sei?» chiesi con un filo di voce. Al che Lui, come se dovesse dar retta a uno scolaro un po’ tardo, rispose: «Qualunque cosa la gente dica io sia, è ciò che non sono».

Una terra offesa e depredata, scavata tra colline brulle e spiagge devastate, che potrebbe essere il meridione d’Italia ma forse è solo l’Inferno: un luogo angusto e minaccioso, fatto di uomini spenti e donne stanche che reggono il peso di giorni in apparenza tutti uguali, dove ogni mattina si ricomincia a morire e ogni notte si prega e si trema, perché qui le presenze diaboliche sono reali quanto la pazzia e si susseguono senza tregua.

Nove avvolgenti racconti di angoscia e di orrore: bambini che incontrano il Diavolo, apparizioni perverse, possessioni, esorcismi e menzogne della mente, come altrettante metafore del lato oscuro della realtà…

Giona A. Nazzaro (Zurigo, 1965) è giornalista pubblicista e critico cinematografi co. È autore di Action! Forme di un transgenere cinematografico (Le Mani, 2000, menzione speciale al Premio Barbaro/Filmcritica). Ha scritto, insieme ad Andrea Tagliacozzo: Il cinema di Hong Kong: spade, kung-fu, pistole e fantasmi (Le Mani, 1997), John Woo – La nuova leggenda del cinema d’azione (Le Mani, 2000) e Il dizionario del cinema di Hong Kong (Universitaria Editrice, 2005). È inoltre autore di saggi dedicati al mondo della musica e ha curato libri su Abel Ferrara, Spike Lee, Gus Van Sant.

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Elido Fazi. Bright Star. Vita breve di John Keats. L’unico romanzo sulla vita del Poeta – Fazi editore

Elido Fazi

Bright Star. Vita breve di John Keats
L’unico romanzo sulla vita del Poeta

Elido Fazi - Bright StarSulla scia di un rinnovato interesse per la figura di John Keats, Bright Star ripercorre l’ultimo periodo della vita del poeta, diviso fra difficoltà economiche e travagliate vicende familiari. Con una costruzione narrativa a salti, frammentata, che imita e riflette la natura complessa dello stesso Keats, è ricostruita la personalità di un uomo che, affascinato dalle potenzialità della parola, si ritrovò, proprio in quello stretto giro di anni, a meditare sulle contraddizioni della vita.

In questo ritratto intimo che è prima di tutto resoconto esistenziale, l’incontro con personaggi come Shelley, Wordsworth, Coleridge, passa attraverso lo sguardo di un giovane di origini modeste ma dotato di una sensibilità speciale. La volontà di realizzare un’opera che fosse sintesi perfetta del suo pensiero si intreccia nel libro con episodi anche tragici riguardanti il destino dei fratelli, mostrando quanto momenti di esaltazione e momenti di sconforto si alternassero incessanti nella mente del poeta destinato a così breve esistenza.

Anche l’amore per Fanny, in cui culmina il desiderio di una comunione tra anime e una sorta di complicità non solo affettiva, intesa ideale e spesso in bilico tra ossessione e indifferenza, diventa qui ulteriore momento di riflessione. L’autore di questo libro, nella sua libera e appassionata interpretazione di Keats, riutilizza con disinvoltura la straordinaria opera poetica nonché l’ironico e ricchissimo epistolario originale, restituendo la figura del poeta, ma anche dell’uomo, nei suoi aspetti più inediti e nascosti. Grazie alla sua personale esperienza di editore, in più, Elido Fazi, in una sorta di identificazione con il suo personaggio, di cui ricostruisce stati d’animo e situazioni, adombra nelle figure del romanzo personalità legate al mondo intellettuale contemporaneo per un racconto intenso ed entusiasmante che ha tutto il sapore di un innamorato omaggio.

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“Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta”, Fermenti Editrice

Quattro stracci, una rupia
e una bambola di cartapesta

Felice Muolo

Barbie e la bambola di cartapesta

di Stefania Nardini

Felice MuoloNon ci vuole solo sensibilità ma anche coraggio per scrivere un libro mettendosi nella pelle di un bambino. Di bambini si può scrivere raccontando delle storie, si può scrivere per loro, ma costruire come protagonista una bambina di nove anni, indiana, adottata da una coppia di italiani, è un’impresa che richiede talento.
Felice Muolo, l’ha fatto, ed è riuscito a far parlare Pragasi immedesimandosi nei suoi sentimenti, nelle sue paure, nelle sue emozioni. Un libro “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta” (ed. Fermenti) che dovremmo leggere tutti. Il romanzo si legge in un soffio. Ed ogni pagina lascia riflettere, facendo sgranare gli occhi quando la bambina racconta del suo arrivo in Italia. Della sua Barbie che un turista le aveva donato, e con la quale le fu vietato di giocare, altrimenti sarebbe risultato un vistoso privilegio per gli altri orfani dell’istituto dove il sogno è un miracolo: avere dei genitori. Il bisogno d’amore di Pragasi è commovente. E’ nei suoi piccoli gesti, in quel suo guardare il nuovo mondo in cui si trova.
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Tiziana De Pace è nei TempInVersi, come Alice nel Paese delle Meraviglie

Tiziana De Pace
TempInVersi

come Alice nel Paese delle Meraviglie

a cura di Iannozzi Giuseppe

1. Iniziamo con un domanda difficile, perché devi e mi devi convincere della bontà della tua proposta letteraria: il tuo libro, TempInVersi (Cicorivolta edizioni) si apre con una citazione da Sylvia Plath. Oggi sopravvivono poche donne-poeta, in particolare due o tre, Saffo, Emily Dickinson e Sylvia Plath, tutt’e tre molto impegnative, anche per il lettore più scafato. Dunque, chi è Tiziana De Pace?

Credo non siano impegnative, sono invece in grado di creare immagini chiare e nitide nella mente di chi legge, di arrivare con forza in fondo all’anima. Penso, più che altro, che a molti manchi il coraggio di rapportarsi a scritture di questa intensità. Non c’è una gran propensione ad accettare le debolezze proprie, riconoscendole tra le righe di debolezze altrui, ma questo è un discorso talmente ampio… quindi …sì, cito Sylvia Plath, o meglio, cito un suo verso. Mi innamoro degli scritti prima che degli scrittori. Questo è fondamentale. Empatizzo fortemente con alcuni artisti, non posso negarlo, ma arrivo a conoscerli attraverso quello che raccontano tramite i loro scritti. Sylvia Plath, tra l’altro morta suicida, ha vissuto una vita tormentata, intimamente, sempre al limite, con quella malinconia dolce fissa in fondo agli occhi, che traspare anche dai suoi versi. Citarla è stato il mio modo di darle ancora voce. Di riscattarla.
Chiusa questa piccola parentesi Tiziana De Pace è una donna in crescita. Definirmi non servirebbe a nulla, perché non posso dire di esserlo, definita. Al contrario sono in continuo mutamento, sempre alla ricerca e ciò che conta dopotutto, non è chi io sia, ma quello che sono, i libri che scrivo. E’ più semplice sapere di me attraverso loro che attraverso una auto-definizione.

2. Quali autori hanno contribuito a darti un po’ di sé? E’ la tua scrittura il parto di una maturazione profonda, e io credo non sia stato per niente facile.

Iannozzi Giuseppe raccomandaMio padre collezionava libri. Fin da piccola, essendo sempre stata una bambina molto solitaria, per scelta, ho preferito i libri ad altro. Inizialmente guardavo solo le figure, poi, dai cinque anni in su, ho iniziato ad allenarmi alla lettura alternando le Fiabe dei Fratelli Grimm ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Carroll, passando per “Cuore” di De Amicis e finendo alle Poesie Thailandesi e Coreane. A dieci anni ero già innamorata di “Cent’anni di solitudine” e de “Il Ritratto di Dorian Gray”. A quindici divoravo De Sade e Lautreamont. Amavo Baudelaire e sognavo con Tolkien. Passavo ore in compagnia dei Vampiri di Anne Rice e mi lasciavo devastare da Madame Bovary. Sono andata avanti così, in altalena.
La realtà è che sono nata e cresciuta ibrida. Dentro è come se fossi spaccata in due. Non c’è un equilibrio perfetto tra le due parti di me, ma, al contrario una netta differenza. Io sbalzo, uso dirlo spesso, vivo a metà tra purezza e inferno, da sempre. Ho il mio mondo fatto di spazi incontaminati, Piccolo Popolo, Sogni, Magia e Incanto, e lì viene fuori il mio lato bambino che conservo e difendo con passione. Dall’altro lato c’è la me che si scontra e incontra con la vita. Che scende in strada, coltiva fobie, fa errori, vive di stomaco. Che si mette in discussione, fa i conti con traumi. Delusioni. Brutte realtà. Che si frantuma e ricompone mille volte al giorno. Le mie letture nascono dai bisogni intimi del momento. Cammino osservando gli scaffali delle librerie e so che ci sarà un libro pronto a scegliermi. Non sono io a decidere, è lui ad attirarmi a sé, a voler venire via con me. Fino ad ora, nessun libro ha sbagliato e fino ad ora solo tre libri sono riusciti a riunire le due parti di me, “La Divina Commedia” di Dante, “Le scarpe rosse” di Joanne Harris e “La casa degli Spiriti” di Isabel Allende. Inevitabilmente il mio modo di essere si riversa anche nella scrittura. Ed è lì che le due me riescono a convivere, a ricongiungersi, a volte, andare in giro a braccetto.

TempInVersi - Tiziana De Pace3. Difficile dire se TempInVersi sia poesia o prosa. La mia opinione è che trattasi di una narrazione imbastardita, prosa e poesia per dar corpo a un tutt’uno. Vorrei parlassi della gestazione della tua nuova opera, sotto un profilo tecnico, di stile, di emozioni provate durante la fase creativa anche.

Viene naturale continuare sull’onda della risposta data alla domanda precedente, perché il discorso fatto per le letture da me predilette e per il modo di essere vale anche per l’approccio alla scrittura che ho. Prosa dura e imbastardita, come tu la definisci, per la parte più reale e nera di me, poesia per la parte sognante. Scrivendo riesco a dare sfogo ad entrambe le nature e lo stile si è modificato, è cresciuto, si è plasmato seguendo il mio stato di evoluzione interno. Più cresco, imparo, sperimento, più lo stile prende forma. Questo mi piace. Mi piace l’idea che nulla sia finito e definito ma sempre in continuo movimento. Diciamo che questo appartiene un po’ a tutto quello che scrivo. La particolarità in “TempInVersi” è più che altro la scelta della punteggiatura, nell’esporre i concetti, quello si, è fortemente voluto. Nella prima storia troviamo una scrittura irriverente, in corsa, distorta e contorta, parole legate e una punteggiatura assente o non pertinente. E’ così anche la protagonista. Che sente sfuggire la sua identità, che non ha un nome, che è fatta e sfatta, poco lucida e incoerente. Nella seconda storia fa da padrona la superficialità. Lo stile di scrittura è molto infantile, il racconto è brevissimo e scarno esattamente come il mondo da cui decide di fuggire la protagonista.
Nella terza e ultima storia troviamo invece romanticismo e poesia, tra le pieghe e le righe di un vivere spietato e della tragicità in se per se. E’ uno scrivere poetico, che segue un po’ le onde del mare. Morbido, coccola, si spezza. Va e torna.
“TempInVersi” lo sento molto. C’è tanto di me in tutte e tre le storie. In tutte e tre le donne. E’ stato come chiudere tre cicli della mia vita e imprimerli su carta prima di voltare totalmente pagina e iniziare un’altra avventura. Un po’ come quando finisce una storia d’amore, “TempInVersi” è il mio addio a tre parti di me, che comunque porto dentro e che ora sono tasselli di quella che è la mia essenza. E’ stato faticoso ripercorrere alcuni eventi, richiamare alla memoria personaggi, fatti, scene, emozioni, è stato come spogliarsi, come mischiare sangue e sudore all’inchiostro, ma questo non può che rendere ancora più vive le tre donne di cui racconto.


4. Conosci Isabella Santacroce? In un certo senso il tuo lavoro mi ricorda un po’ la sua scrittura sospesa fra poesia e dannazione un po’ sadiana un po’ romantica.

Tocchi un tasto a me caro e allo stesso tempo dolente. Molti associano alla sua la mia scrittura. Premetto di apprezzare molto Isabella Santacroce, di aver letto tutti i suoi libri e di ritenerla tra le mie scrittrici contemporanee preferite. Oggi però tu mi dai modo di sfatare definitivamente la “leggenda” che mi vorrebbe suo “clone imperfetto” . Ti chiederai: Come?
Ti racconto come Isabella Santacroce è entrata a far parte della mia vita.
Agosto, caldo bestiale. Sono in macchina con degli amici per andare al mare e squilla il cellulare. A chiamarmi è un mio caro amico scrittore, da Roma, scherzando mi chiede se ho per caso pubblicato un libro, “Lovers”, sotto pseudonimo. Lo prendo in giro. Lo pseudonimo è “Isabella Santacroce”. Penso stia solo scherzando, mi dice che a lui pare assurdo, ma sembra “la mia mano”. Chiedo ai miei amici di fare un salto in libreria, quel libro esiste, lo compro. Lo leggo in spiaggia, isolandomi. Accolgo Isabella Santacroce e tutto quello che ha da raccontare. Attraverso le parole e tra le righe, soprattutto. Da allora non ho più smesso di leggerla. Di attendere i suoi scritti. Di sentirla a me affine, però ecco, ci tengo a precisare, la mia scrittura è indipendente da lei, non subisce la sua influenza, è nata prima che la conoscessi.
Una volta ho anche provato ad inviarle una copia del primo libro, “Lyberty Mode”, accompagnato da una lettera in cui le dicevo che a tratti ero spaventata da questa “somiglianza” e che probabilmente qualche frammento della nostra essenza si sarà accoppiato da qualche parte del mondo, un giorno. Cose così insomma.
Peccato, non mi ha mai risposto.
Mi sento quindi di affermare, che forse, sono più romantica di lei.

5. Scrivi di tuo pugno la quarta di copertina (ideale) per TempInVersi, anche in considerazione di queste parole di Paolo West: “Non so se alla fin fine questo testo sia prosa o poesia, ma credo che se ti poni questo dubbio, allora, novantanove su cento, è poesia.”

Devi sapere che ho sempre avuto la tendenza a guardarmi dal di fuori, in molte occasioni. Quando “TempInVersi” l’ho sentito completo, pensare a come un occhio esterno avrebbe potuto descriverlo è stato il primo passo. Da questo pensiero nasce “TreParole”, che poi è stato inserito come Epilogo, ma che voleva essere, inizialmente, un’idea per la quarta di copertina.
Oggi sono cambiate molte situazioni, mi avvicino a questo scritto in modo diverso diverse sono le sensazioni rispetto ad allora, questo devo ammetterlo, ma, non per questo cambierei di una virgola il primo pensiero di allora, quindi, la mia quarta di copertina sarebbe:

“ TempInVersi racchiude l’universo un po’ disprezzato dell’abbandono.
Della perdita di se stessi. Del disamore.
Raccoglie i cocci di tre donne. Tre esistenze in corsa che perdono il ritmo dei tempi
e si ritrovano a scegliere appoggiate al seno di una solitudine esistenziale e opprimente cosa farne.
Cosa farne di sé. Cosa farne del domani.
Cosa farne del tempo che resta.
In tre storie tre visioni di conti alla rovescia a tratti drammatici e romantici, spietati forse, ma veri.
Tre urla disperate (e un solo quadro).
Tre ritratti di un mondo sfiorato.
Metabolizzato. Raccontato.
Stralci di vita e visioni oniriche.
Autobiografia in pillole e incubi diurni.
TempInVersi è vita che scorre. Si ferma.
A volte riprende.”
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Il vagabondo delle stelle – Jack London

Il vagabondo delle stelle
Jack London

di Chiara Perseghin

Ho sempre avuto, nel corso della mia intera esistenza, la netta sensazione di aver vissuto in altri tempi e in altri luoghi, di avere addirittura ospitato in me altre persone. Ma, credimi, lo stesso vale anche per te che leggerai queste righe: torna con la mente alla tua fanciullezza, e rivivrai come tua l’esperienza di cui ti parlo.

Questo è l’inizio di un libro, ma forse dovrei dire di tanti libri uniti assieme, che secondo me non ha eguali. La storia nuda e cruda è piuttosto semplice. Un condannato a morte nel carcere di San Quentin trascorre lunghissimi periodi legato nella camicia di forza. Ma la grandezza dell’intuizione di London sta nel dotare Darrel Standing, questo il nome del protagonista, di una qualità particolare.

Un qualunque essere umano, sottoposto alla camicia di forza per periodi lunghissimi morirebbe, ma non il nostro protagonista. Lui ha una via di fuga: la morte. No, non mi sto contraddicendo. Ora mi spiego meglio. Standing induce il suo corpo alla morte. La prima volta ci impiega parecchio tempo. Parte dal ditino più piccolo del piede e poi pian piano risale lungo il corpo. In questo modo le funzioni vitali quasi si azzerano. Quasi… In realtà lui non muore, è una finta morte che gli consente di trascorrere anche dieci giorni consecutivi dentro la camicia di forza senza accorgersene. In quei dieci giorni Darrel vive altrove, spesso si trova a vestire i panni di altra gente, in altre epoche, in un tempo lontano, molto lontano dal suo.

La prima esperienza di morte indotta lo porta a vagabondare proprio tra quelle stelle che London cita nel titolo. Un’altra volta si risveglia bambino, figlio di una famiglia di pionieri che nel 1857 lasciarono l’Arkansas diretti in California ma vennero attaccati dalle milizie formate da mormoni e indiani. Tante avventure fino a ritrovarsi naufrago, unico superstite, per sette anni in un’isola piccola formata di sole rocce.

Insomma, questo forse vi aiuterà a capire perché all’inizio ho parlato di più libri uniti assieme. London, attraverso Darrel Standing ci fa vivere le esperienze più strane e diverse tra loro, appagando quel desiderio che forse ognuno di noi ha provato da piccolo, di poter essere qualcun altro (una specie di Vitangelo Moscarda, il protagonista di “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello, con la differenze che il protagonista di Pirandello veniva percepito dagli altri in modi differenti, mentre il protagonista di London si materializza di volta in volta sotto spoglie diverse), di poter vivere in altre epoche e in altri luoghi.

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Omaggio a Salinger

Omaggio a Salinger

salinger_fotoA cura di  Augusto Benemeglio

1. Il giovane Holden

Il giovane Holden” ( The Catcher in the Rye) è un libro che fu pubblicato quasi sessanta anni fa ( 1953) da uno scrittore fantasma, Jerome David Salinger, che da oltre 45 anni non scriveva più nulla (Frannie and Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri , gli ultimi suoi racconti tra il 1961 e il 1963) , indifferente a qualunque tipo di richiamo; ed è uscito di casa una sola volta per andare a vedere la Callas al Metropolitan, ma poi arrivò in ritardo e non fece in tempo a sentire la grande diva lirica.
Salinger aveva superato i novanta, essendo nato nel 1919, e viveva praticamente murato vivo nella sua casa di Cornish, una cittadina del New Hampashere, in un allusivo misticismo che si richiama alle filosofie orientali e che sembra voler rispecchiare lo stato d’animo di crescente impotenza e totale rinuncia ad agire, a  “fare”, movimento che si era diffuso nell’America degli anni sessanta fra i giovani anticonformisti, di cui “Il giovane Holden” è l’emblema, il portabandiera indiscusso. Ed è per questo che quando uscì il romanzo, nel 1953 , fu subito un grandissimo successo, un best seller, tradotto in tutte le lingue possibili. Ma è stato ( ed è tuttora ) un libro mitico, un vero e proprio “totem” per molte generazioni di studenti “perduti” e non, aspiranti scrittori e non.
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Francesca Mazzucato – Romanza di Zurigo mosaico eretico e visionario – intervista all’Autrice

Francesca Mazzucato

Romanza di Zurigo
mosaico eretico e visionario

a cura di Iannozzi Giuseppe


Francesca Mazzucato1. “Romanza di Zurigo. mosaico eretico e visionario”: non è un diario di viaggio, è invece un insieme di mosaici, di inserti in prosa poetica dove tu, Francesca, dipingi Zurigo e le emozioni che essa ti suscita. Per quale esigenza tua, letteraria, è nata la “Romanza di Zurigo”? Un po’ della sua genesi la racconti nel libro, vorrei però che aggiungessi dei particolari inediti.

La Romanza è nata durante una serie di viaggi a Zurigo che ho compiuto – e che progetto di continuare riprendendo in mano presto un progetto a cui stavo lavorando – perché mi accorgevo che tante cose debordavano dalla mia rigida scaletta.
Mi accorgevo di tante cose importanti che uscivano dalla mia storia, dalle ricerche di tipo essenzialmente economico che stavo svolgendo. C’erano elementi quasi fisici della città, mi travolgevano e non riuscivo a rimanerne indenne. Diventavano brandelli, spezzoni, lembi, cose che avevano dentro un’urgenza profonda e che dovevo far combaciare.
Narrazioni di pelle, strane in un luogo che nell’immaginario non è certo caldo, affettuoso, morbido. Eppure. Così ho cominciato a sedermi negli Starbucks e a scrivere e scrivere e scrivere, oppure a stare in albergo, spiare e fotografare dalla finestra la vita e le abitudini e scrivere e scrivere e scrivere sempre (qualche distrazione, a tratti, nel libro ci sono).

Da tempo, poi, avevo questo sogni di una collana di “storie di viaggio indefinibili ed eretiche”, di carnet immaginari e anche inventati, filtrati dall’occhio dello scrittore. In uno degli intervalli del mio frenetico andirivieni con la città elvetica ne ho parlato con Francesco Giubilei, giovane ed entusiasta editore di Historica e il progetto della collana che la Romanza apre e inaugura ha preso forma.

2. La scoperta di Zurigo, città all’apparenza algida, è in realtà una nevralgica rincorsa verso le orme di James Joyce, una ricerca della sua memoria e non da ultimo del suo corpo. Ma è anche la possibilità di incontrare il fantasma ottantenne di C. Gustav Jung, chiuso nella sua casa-torre. E, di tanto in tanto, lo spettro androgino e tormentato di Annemarie Schwarzenbach. C’è un fil rouge che lega questi tre personaggi lungo la promenade che tu, Francesca, affronti quotidianamente per le strade di Zurigo

C’è, c’è. Forse un po’ presuntuoso, ma neanche tanto se si pensa alle vite disperate che vissero, alle perdite e alle ferite di Joyce e di Annemarie Schwarzembach. Simili, a tratti uniti in una tragica predestinazione alla tragedia finale e con il demone della scrittura come ossessione, mania, necessità, dovere. Tarlo, la parola giusta. Erano tarlati, emarginati. Come me, come mi sento da sempre e, per questo, li ho percepiti compagni di viaggio, fantasmi guardiani del mio lavoro del mio scrivere e del mio fare creativo (scomposto, indisposto, frammentario, sbrindellato, erotico, carnale, mistico, difforme, diseguale).

(Jung è stato un po’ un elemento di collegamento fra loro, i genitori di Annemarie ci portarono lei in visita, sperando che potesse aiutarla in qualche modo, per superare quella che all’epoca era vista come malattia e anomalia, la sua androginia e l’omosessualità e Joyce ci portò la figlia che da tempo viveva disagi psichici di vario tipo, sperando in un qualche miracolo possibile che, naturalmente non arrivò.)

Joyce e Schwarzembach condivisero vite nomadi e inquiete e riuscirono a metterlo sulla carta, con esiti diversi, ovviamente, ma divenendo entrambi dei pionieri. Pioniera viaggiatrice, coraggiosa apripista a sperimentazioni anche teatrali Annemarie, pioniere e creatore del “punto d’origine” della letteratura moderna – e anche di quella contemporanea, secondo me, (ma non sono obiettiva), James Joyce. Della Letteratura e basta, diciamo con LA MAIUSCOLA.

3. Ricorrente è il tuo ricordare una persona in particolare, Samuele. Questa è domanda da gossipparo, ma la curiosità non è soltanto femmina, dunque ti chiedo di parlarci di Samuele: chi è per te? un amico, un fratello, una finzione? O un amante che perseguita le tue fantasie e che mette sotto torchio il tuo io più intimo?

Mi piacciono le domande che indagano aspetti gossippari. Sono giuste e legittime. Quindi, non solo non mi sottraggo ma rispondo volentieri.
Si, Zurigo in qualche modo combacia e coincide (anche nella narrazione che coinvolge spazi effettivi, esterni, con spazi interiori e spesso sovrappone i piani) con una persona verso cui la protagonista – io narrante prova un sentimento di nostalgia, bisogno, malessere, desiderio inappagato.
Samuele è una persona realmente esistente (mi piacerebbe molto, Beppe, dirti di più ma non credo sia giusto, è una specie di patto che feci con lui e desidero rispettarlo, raccontare ma entro certi limiti, anche se lo scrittore i patti non li rispetta mai, per adesso ci provo).
E’ un uomo molto bello che la protagonista – io narrante della Romanza ha amato da subito. Dall’istante in cui l’ha visto, il 28 ottobre 2008 in una radio bolognese dove non sapeva che l’avrebbe incontrato, dove non sapeva chi fosse. Lei era dietro, sulla porta, in attesa di partecipare a una trasmissione, lui di spalle, si è girato, ha sorriso, lei ha sorriso un po’ meno ma l’ha visto e l’ha amato. E’ passato del tempo da allora, non poco, calcolando che, in seguito, si sono frequentati un pochino, conosciuti meglio (o peggio? mah) lui è sfuggito – fuggito fin da subito. Si è avvicinato e poi allontanato. Ha mostrato piacere a starle vicino e necessità di starle lontano, mettendo così in atto un meccanismo profondamente perverso e potente: queste cose legano più di tutte le altre.

(A lui ho dedicato, molte scritture a parte la romanza, pensieri sparsi, come questo http://francesca-mazzucato.blogspot.com/2009/10/senza-un-fotogramma-marginale.html e tante cose che si trovano in uno spazio che considero intimo e privato pur essendo un blog, “Parole perdenti”, e non ne ho mai parlato a nessuno con riferimento preciso a questa persona, sai Beppe, ma ci tengo a farlo con te, che mi hai posto la domanda appropriata.)

Possiamo dire che massacra il mio io più intimo perché tende a frenarlo nel suo slancio vitale, un io intimo che non gli chiede praticamente nulla (gli offre, gli si offre, in una nudità alla quale credevo impossibile arrivare, diciamo senza pelle) ma quel pochissimo che chiede, o domanda a bassa voce, viene frenato, radiografato, rallentato. E’ doloroso, a volte fa molto arrabbiare. A volte mi fa sorridere e intenerisce, a volte mi devasta.
La sua assenza alimenta scrittura – spero smetta presto ma non lo so – nell’aspettativa lui non esiste. Chiarisco, con lui si possono condividere cose in maniera asettica, è una persona per bene e seria e fa cose belle, questo tipo di sentimenti appartengono a una sfera soggettiva, non sono cose che “imputo” a questa figura. Esistono. Forse ci potrebbe essere un brandello di attenzione all’offerta nuda d’amore, credo sia un delitto non farlo, ma è facoltà di ognuno. Mi capita anche di pensare che, in fondo, sia una finzione, un feticcio di bisogni stratificati insieme. Di sicuro, la cosa a cui posso paragonarlo con maggiore facilità è un’astanteria. Una sala d’aspetto del pronto soccorso di un ospedale. Lo percepisco così, sento che potrebbe/potremmo curarci e riempire tante necessità intime (vicine all’abisso) e che invece resta un’asettica freddezza.
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Enrico Unterholzner è nello stagno delle gambusie

Enrico Unterholzner

Romanzo calviniano o disneyano!

E’ lo stagno delle gambusie

di Iannozzi Giuseppe

Enrico Unterholzner - Lo stagno delle gambusieChi di noi non ha una doppia vita? Domanda retorica, tutti hanno almeno due personalità, una da mostrare in pubblico, l’altra invece più intima ed ascosa, destinata ad essere conosciuta da pochi o da nessuno. Enrico Unterholzner ci consegna un romanzo breve con un protagonista e il suo alter ego: Geremia, peritoso impiegato, e Parmio, cavaliere donchisciottesco. Geremia è un colletto bianco, o per essere più precisi un impiegatuccio come milioni ce ne sono al mondo: non bello, non intelligente, di nessuna virtù, impacciato, rancoroso ma pavido. E’ uno che odia gli specchi. Che odia la sua immagine riflessa in uno specchio, e per questo motivo evita di passare davanti alle vetrine dei negozi, di guardarsi in un lago e in ogni caso di incontrare qualsiasi superficie riflettente. Geremia non sopporta d’avere a che fare con la sua immagine corporea riflessa. Essa gli è nemica. Non sopporta quello che il suo riflesso gli potrebbe trasmettere: la sua anima, che è grassa, perché Geremia è un ciccione a tutto tondo e anche la sua anima è obesa e claustrofobica per giunta. La seconda personalità di questo omarino, tecnico informatico nella vita di tutti i giorni, si rivela nella solitudine del suo appartamento ceduto a una immaginazione surreale, un po’ disneyana un po’ favolistica. Nell’intimità del suo alloggio Geremia diventa Parmio, una sorta di semidio, una scolta e non da ultimo un guerriero il cui compito è di difendere i suoi amori, oggetti come una teiera e una trottola che nella mente ipertrofica e manicheistica sono degli Dèi buoni. Parmio (Geremia) si è assunto il compito di difendere i suoi Dèi: non può farne a meno, perché per lui e lui soltanto, essi sono la Luce, la bellezza e la purezza del mondo, o meglio del suo microcosmo solipsistico.
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Storia di una bimbetta indiana. Felice Muolo per quattro stracci ecc.

Storia di una bimbetta indiana
Felice Muolo per quattro stracci ecc.

di Iannozzi Giuseppe

Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta
Felice Muolo – Fermenti editrice

Una favola incentrata sugli accadimenti sociali dell’attuale momento storico, questo il nuovo lavoro di Felice Muolo, “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta” per i tipi Fermenti editrice. Una storia semplice ma complessa per i sentimenti coinvolti e che sono segreto, scrigno e paure di una bambina indiana adottata da una coppia di italiani senza figli.

Felice Muolo - Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapestaLa storia è quella di Pragasi, una bimbetta indiana che dalla povertà estrema dell’India dov’era prigioniera in un orfanotrofio, d’improvviso quasi, in un bel giorno di sole, si trova di fronte a due persone bianche che hanno deciso di essere i suoi genitori. Pragasi viene adottata in tenera età, quando ha poco più di 6 anni. Arrivata all’aeroporto, seppur spaesata, subito percepisce che l’aria è diversa e non lo è: “Ero partita dall’India per venire in Italia ma ignoravo come fosse l’Italia. Non sapevo neanche come fosse l’India”. La bambina fa la conoscenza dei suoi nuovi genitori e subito la prima delusione irrompe nel suo cuore di bimba: “Ciò che mi deluse non furono i miei genitori ma il regalo con cui mi accolsero: due orsacchiotti di peluche!”. La piccola bimba, nella sua innocenza, sognava una Barbie, una bambola che sostituisse quella di cartapesta che lei tiene stretta stretta nella sua manina. Un piccolo dolore che lei supererà piuttosto in fretta, ma non prima d’aver affrontato le sue paure di bambina indiana in una terra straniera con dei genitori adottivi – che appena la vedono la amano d’un amore viscerale. Incondizionato.
Adoprando toni delicatamente dickensiani, Felice Muolo dona tutto il cuore nel mettere nero su bianco la storia di Pragasi. Un libro scritto con una innocenza e una levità spirituale che raramente capita d’incontrare nella penna degli scrittori. L’autore dà credito prima di tutto ai sentimenti della piccola bimba, poi ai suoi e sempre con estrema delicatezza quasi temesse che l’egoismo d’amare incondizionatamente possa sfiorire il fiore che è Pragasi.
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histoire d’amour di Paolo Cherubini – Sironi Editore – in libreria dal 3 febbraio 2010

Sironi Editore pubblica

histoire d’amour

Paolo Cherubini

In libreria dal 3 febbraio 2010

256 pagine – 16,50 euro
Un romanzo che, sull’orma del realismo magico sudamericano, unisce scienza, storia e magia. Accosta gli algidi studi di genetica alla follia di una reicarnazione per amore; la clonazione all’idea di eternità.
Le storie dei protagonisti attraversano i tragici avvenimenti del secolo passato: dalle ricerche eugenetiche del nazismo ai desaparecidos argentini.

Una storia dove con delicatezza e crudeltà fiabesca  si racconta di una grande battaglia ingaggiata contro l’idea stessa di mortalità.

Agli albori degli studi di genetica, il sogno di un vecchio avventuriero sopravvive ai più cupi avvenimenti del Novecento, per giungere intatto al suo epilogo, dall’Italia all’Argentina, dopo cento anni.
Tra passato e presente, un romanzo in cui l’amore si dimostra la più ostinata e duratura delle passioni umane.

Paolo Cherubini, studioso dei meccanismi del pensiero umano, è professore di Psicologia presso l’Università di Milano Bicocca.
Ha pubblicato diversi articoli scientifici e alcuni libri, tra cui Psicologia del pensiero (Raffaello Cortina editore, 2005) e Ragionamento: psicologia e logica (Giunti, 2000).

«La notte del 24 dicembre 1888 Cornelio Rufi, apritore di piste nel grande Nord, seguace del Grifo, ultimo dei Rufi Ciamuni di Torlonia, morì. Ne mantenne memoria la piccola Edvige che, avendo imparato a parlare a due anni, ne aveva trascorsi ormai cinque a chiacchierare con il vecchio gentiluomo».
Cornelio e Edvige, il vecchio e la bambina, sono i due grandi protagonisti di questo romanzo. Lei, figlia di poveri contadini, non ha mai dimenticato l’anziano amico e benefattore e il sogno che lui le ha affidato prima di morire. Un sogno d’amore, quasi folle, quello di Cornelio: tornare a vivere, in corpo e spirito (secondo il credo della setta del Grifo di cui è membro) insieme a Grimilde, la donna che ha amato ma con cui non ha potuto vivere.
Decenni più tardi Edvige, bella e ricchissima, si scopre ancora fedele alla promessa che la lega a Cornelio fin dall’infanzia. Per poterla compiere deve finanziare ricerche scientifiche segrete, ardue e costose. Senza esitazione, Edvige accetta qualunque compagno di strada, purché le possa essere utile: vecchi studiosi seguaci del Grifo, ricchi industriali come lei e perfino i nazisti, tanto interessati al progetto da sacrificarvi molte vite innocenti. Alla morte di Edvige sembra morire anche il sogno di Cornelio. A rimetterlo in gioco, vent’anni dopo, è Luca, un giovane studente della facoltà di Storia: sulla base di minimi indizi e guidato da un misterioso intuito, ricostruisce a poco a poco una sorprendente vicenda.
L’antica promessa tra il vecchio e la bambina, che ha bruciato più di un’esistenza, arriva a compiersi con modi e tempi del tutto inattesi.

Il sito ufficiale del libro:

http://www.histoiredamour.it/

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Premio Strega per Iannozzi Giuseppe

Premio Strega

di Iannozzi Giuseppe

Premio Strega - Iannozzi Giuseppe

collana bloody night
Copyright © 2010 Giuseppe Iannozzi
(Licenza standard di copyright)
1ma edizione 16 gennaio 2010
516 pagine
Formato 8.25 x 10.75
Rilegatura Casewrap

Premio Strega di Iannozzi Giuseppe su Lulu.com

Iannozzi Giuseppe - libreria online

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