Acqua e fuoco – un racconto erotico di Kristalia
Pubblicato da Kristalia
Acqua e fuoco
un racconto di Kristalia
Ti guardavo con aria di sfida mentre sorseggiavo il mio caffè nella tua cucina.
Eri in soggiorno: distante e impertinente, reagivi con veemenza al mio sguardo diffidente.
Ti ribolle il sangue, rifiuti il sospetto, la sfiducia, perché tu hai sempre una risposta.
Tu sei un virtuosista della spiegazione, c’è sempre una ragione anche quando stride con quella precedente.
Non importa, non ammetti il dubbio.
Nel qual caso, parti in contropiede con un attacco da indiscutibile fantasista fino a portare in rete lo sconforto dell’incompreso: «non sono riuscito a farti capire quanto ti amo. Non riesco a farmi credere… ho fallito.»
Grandioso!
Reagisci con grinta, a muso duro, da vero combattente, soprattutto davanti ai miei silenzi assordanti.
Silenzi che non ti convincono, che ti inquietano perché non sono penetrabili o forse sì. Forse l’espressione cupa che ti sta davanti è lo specchio della tua anima, ma anche l’inconcepibile ipotesi che io mi possa allontanare.
Niente dubbi con te, tu sei così!
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I Mostri di Tittyna Cerquetti – qualcuno la conosce per il suo Calde Luci Rosse
Pubblicato da Tittyna
I mostri
Marco fece nuovamente quello che mille volte si era ripromesso di non fare più. Dopo aver osservato attentamente il volto della donna, particolare estetico che più di ogni altro lo interessava, lasciò scivolare lo sguardo alla mano sinistra, per verificare la presenza della vera matrimoniale. Attese che le dita si aprissero e poi, vedendola, tirò un sospiro di sollievo. Poteva andare avanti.
Era fatto così, Marco, e per quanti sforzi facesse, nei momenti di tranquillità sentimentale, non riusciva a togliersi il vizio di corteggiare donne sposate. I motivi erano diversi, non ce n’era solo uno. Gli piaceva la competizione, il dimostrare a se stesso di essere meglio dell’altro. Gli piaceva la facilità con cui molte donne cadevano nella sua rete, bramose solo di attenzioni e di sguardi finalmente interessati. Gli piaceva fare ad altri uomini quello che aveva subito anch’egli, tanti anni prima. Gli piaceva scoprire ogni volta quanto fosse facile carpire l’attenzione di una donna trascurata, insoddisfatta, e come poche parole e pochi sguardi aprissero in lei mondi dimenticati e sconosciuti. Gli piaceva anche, elemento non da poco, il fatto di non rischiare quasi mai nulla, considerando che raramente queste donne chiedevano qualcosa di più, schiacciate dalle responsabilità di figli piccoli e di famiglie da curare. A loro bastava avere un uomo per il quale sentirsi belle, desiderabili, affascinanti. A lui era sufficiente lasciarglielo credere il tempo necessario per il suo divertimento. Alla fine, quando si era stancato, o la ragazza cominciava a diventare pressante, svaniva nel nulla così come era comparso. D’altro canto non forniva mai indicazioni precise sulla sua vita ed il numero di cellulare cambiava insieme alla donna.
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Nella nebbia, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Nella nebbia
di Renzo Montagnoli
Dubito che mi crederete, perché nemmeno io penso che sia vero, anzi ho l’impressione che sia stato un sogno, uno di quelli a cui partecipi così attivamente che al risveglio ti sembra di aver ricordato un fatto accaduto molto tempo prima.
Eppure, ho l’impressione di essere ancora presente, di udire la sua voce, di asciugarmi il volto bagnato dalla nebbia. Non lo dico per convincere voi o me stesso, ma tutto mi sovviene con una certezza e una lucidità come se l’avessi vissuto.
Dovete sapere che mi piace camminare, con qualsiasi stagione, anche nel freddo dell’inverno, pure se c’è la nebbia, anzi mi piace girovagare in mezzo alla caligine, ascoltando i rumori che essa attutisce e che arrivano alle orecchie come soffocati, quasi un sussurro anche quando si tratta del muggito di una vacca. E vado sempre là, cioè lungo quella ciclabile che si snoda nelle terre di Virgilio.
E’ stato così anche quel giorno di febbraio, non particolarmente gelido, ma calato dentro uno strato di una nebbia così fitta da scorgere appena i bordi della strada.
Camminavo al centro di quel viottolo scivoloso che serpeggiava fra i campi, ma non vedevo nulla e appena riuscivo a indovinare ai lati i rami delle piante intirizzite. Sembrava sera già inoltrata, ma era mattina, all’incirca verso il mezzogiorno, anche se la luce era scomparsa, e fu quindi con un certo sgomento che, guardando alla mia destra, scorsi sul suolo viscido un’ombra. Certo ebbi un moto di paura, perché era impossibile, in assenza di sole o del benché minimo chiarore che fossi io a generarla. Del resto, a osservarla attentamente, non denotava i miei contorni, resi ancor più abbondanti dal giaccone pesante che indossavo. Questi, infatti, erano più stretti, come se di colpo io fossi smagrito, ma il timore si accrebbe quando udii la voce.
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Il cipresso della collina, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Il cipresso della collina
di Renzo Montagnoli
L’aveva piantato suo nonno, insieme ad altri tre che non avevano resistito all’arsura di un estate e al gelo del successivo inverno, lasciandolo solo sulla cima di quella collina che da un lato guardava la pianura e dall’altro analoghi rilievi, quasi le onde di un mare d’erba.
Lì aveva giocato da piccolo, con la fronte imperlata dal sudore della corsa per arrivare fino in cima; alla sua ombra aveva conosciuto l’amore con Adelina, la prima e l’unica donna della sua vita; da adulto aveva atteso tante volte il tramonto del sole, per osservare, sempre meravigliato, l’ombra che saliva da est a rincorrere la luce dell’incendio che si attizzava a ovest.
E lui il cipresso, in tutti quegli anni, era cresciuto, era diventato una sorta di agile torre che svettava sulla cima della collina e che lo rassicurava ogni giorno che nulla era cambiato, che la vita scorreva tranquilla come il fiume maestoso, più giù, nell’immensa pianura.
Si erano sposati Tolmino e Adelina e avevano avuto dei figli, un maschio e due femmine, che fin da piccoli il padre aveva abituato a giocare all’ombra di quell’albero, ormai diventato un simbolo di continuità fra più generazioni.
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[HOT] Ti farà male, lo so
Pubblicato da evaeva

Ti farà male, lo so
di Eva Eva
Con Pierluigi mi trovavo benissimo. Tra di noi c’era una intesa sessuale incredibile, riusciva a farmi impazzire. Quando potevamo vederci lo facevamo nei posti più impensabili. Fu proprio Pier ad incuriosirmi, a spronarmi a farlo nei posti più disparati. Una sera mi portò in un cinema a luci rosse; ero un po’ imbarazzata ma molto divertita. Ci sedemmo nelle poltrone di mezzo. Era la prima volta che entravo in un cinema hard, non c’erano molte persone: molti di una certa età, una coppia di fidanzati davanti. Iniziò il film, l’attrice principale era Selen; mi piacque il film, aveva una trama… e le scene erano girate molto bene. Mentre sul video scorrevano le immagini della protagonista che si faceva penetrare in una stalla, avevo appoggiato una mano sulla patta di Pier. Era visibilmente eccitato, decisi così di aprire la zip dei pantaloni e tirarglielo fuori. Mi abbassai e lo feci sparire dolcemente nella mia bocca. Iniziai a lavorarlo come piaceva a lui. Nella fila accanto un signore sulla cinquantina si stava masturbando e mi guardava nel mio operato. Ogni tanto lo osservavo e mi sentivo bagnare in mezzo alle gambe. Vedere un uomo che si stava masturbando, eccitato più da me che dal film mi piaceva. Notai che Pier fece un gesto a quel signore, ed allora lui si alzò e venne a sedersi accanto a Continua..
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Anno Domini 2150, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Anno Domini 2150
di Renzo Montagnoli
Quella domenica di giugno dell’anno 2150 si annunciava eccellente sotto tutti gli aspetti: sole splendente, cielo azzurro, temperatura gradevole, divieto assoluto del traffico automobilistico, insomma tutto quanto necessario perché i romani accorressero in frotte a piazza San Pietro per la messa, senza la necessità di dover ricorrere alle cariche delle guardie svizzere per convincere anche i più riottosi.
Ma alle 11, ora fissata per la cerimonia, l’immenso anfiteatro appariva tristemente vuoto. Dietro le finestre dei palazzi del Vaticano stavano volti sgomenti, mentre gli occhi vagavano nel nulla. Il pontefice, San Giovannino I (era ormai da tempo prassi che il papa venisse santificato una volta superato il periodo di prova dei canonici sei mesi) camminava su e giù per il lungo corridoio, con sguardo furente e pensieroso, e alla fine si decise a chiamare il segretario di stato, il cardinale Prosperone.
- E’ inammissibile. Che escano subito le guardie, in tenuta di guerra, e radunino tutti i romani. Mi raccomando tutti, anche i paralitici, e senza tanti riguardi.
- Sarà fatto.
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Dolci baci e languide carezze, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Dolci baci e languide carezze
di Renzo Montagnoli
- Il nostro era un vero matrimonio d’amore; ci siamo sposati perche ci desideravamo. Avevo messo gli occhi a Carmela fin dalle elementari. Sì, perché già allora mi attiravano quegli occhi neri così vivaci, poi mano a mano che diventavamo grandi ho cominciato ad apprezzare altre caratteristiche: i seni, prima abbozzati, e che poi sembravano tendere allo spasimo i bottoni della camiciola, per non parlare delle gambe, belle dritte, e i fianchi…i fianchi erano la cornice di un quadro di un’espressione tale che non riuscivo a guardare senza avvertire una sensazione di affanno.
E poi lei è sempre stata una civetta, sa come sono, una volta si offre, ma subito si ritrae, ti mostra qualche cosa che copre immediatamente. Non dormivo più la notte, perché sempre avevo lei davanti agli occhi, lei con quella sua bocca vogliosa, con quel suo naso impertinente, e poi tutto il resto, tutto quel ben di Dio. Sì, non nascondo che sia sempre stata un po’ in carne, ma meglio la sostanza, un corpo burroso che certe femmine secche, piatte da sembrare assi per la pasta, mi dica che gusto ci può essere a toccarle?
- Non divaghi, ma venga al dunque.
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La leggenda di mia Nonna
Pubblicato da Romanticaperla
La leggenda di mia Nonna
raccolta da Romantica Vany
Tanti, tanti anni fa in un villaggio lontano viveva un vecchio molto molto saggio.
Gli abitanti andavano da lui per consultarlo, per raccontargli i propri problemi ed ascoltarne i consigli. Un giorno un contadino andò a trovarlo: era fuori di sé, il bue che possedeva per aiutarlo nei campi era morto e si lamentava perché gli sembrava la peggiore delle catastrofi.
“Forse che sì.. forse che no…“, si limitò a commentare dolcemente il saggio.
Non sapendo cosa pensare di questa reazione, il contadino se ne andò, perplesso.
Qualche giorno più tardi tornò pazzo di gioia. Aveva catturato un puledro selvaggio e l’aveva utilizzato per sostituire il bue e per tirare l’aratro. Inoltre lo stallone, con la sua vigoria, gli aveva reso il lavoro meno pesante. Il contadino disse al saggio: “Avevi proprio ragione, la morte del bue non era la peggiore delle catastrofi. Questo cavallo è una benedizione!“. Continua..
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Il mondo di Tonio, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Il mondo di Tonio
di Renzo Montagnoli
Quando nacque fu subito chiaro che c’era qualche cosa che non andava, con quella testa sproporzionata, gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato, per non parlare delle orecchie, enormi, quasi da elefante, come ebbe più volte a ridire in paese l’ostetrica, con la raccomandazione che doveva essere considerato un segreto, e aggiungendo, per maggior chiarezza – E’ un mostro, qualche cosa di orrendo, peggio di una scimmia.
Per quanto ovvio, tutta la comunità nel giro di ventiquattro ore era già a conoscenza dell’avvenimento e nel passaparola ogni caratteristica somatica veniva ingrandita, tanto che più d’uno ebbe a raccomandare alle gestanti di evitare accuratamente di guardarlo, onde non rischiare di perdere il nascituro.
Il medico condotto, il vecchio ed esperto Dottor Chesi, dopo averlo esaminato, si passò le mani nei capelli e si rivolse agli attoniti genitori – Purtroppo, non è normale; è affetto da una grave sindrome, di cui al momento ignoro il nome; vedremo come si svilupperà.
Il piccolo fu chiamato Antonio, ma, per le tradizionali abitudini dei paesi di storpiare, il nome venne ben presto modificato in Tonio.
Per tutto il tempo che fu in fasce l’occasione di vederlo da parte di estranei all’ambiente familiare fu del tutto casuale, preferendo i genitori non portarlo in carrozzina per le vie del paese; nondimeno in giro tutti sapevano di altre caratteristiche emerse, quali la costante irrequietezza e il fatto che non riuscisse a parlare, fatta eccezione per improvvisi e acuti strilli. Era la zia che passava le notizie e che aveva anche trovato il motivo di quella disgrazia; che fosse vero o inventato, infatti, andava ripetendo – E’ stato tutto al sesto mese, quando un pipistrello una notte d’estate è entrato nella camera da letto di mia sorella; ha preso uno spavento incredibile e sapete bene che certe cose, in quello stato, possono provocare conseguenze irreparabili.
Gli altri annuivano e qualcuno più maligno diffondeva la voce di una tara ereditaria, ricordando, velatamente, che il nonno era stato spesso soggetto a esaurimenti nervosi.
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Omaggio a Fernanda – di Felice Muolo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
OMAGGIO A FERNANDA
di Felice Muolo

Mentre leggo un libro di Bukowski, desidero incontrarlo. Hemingway siede al mio fianco, sulla stessa poltrona nel salotto di casa mia e guarda la televisione con la cuffia, per non disturbarmi.
“Ernest, andiamo a trovare Charles Bukowski, a Los Ageles?” gli dico, sollevando gli occhi dal libro e la cuffia dalle orecchie del mio amico e maestro.
“Volentieri,” risponde, disponibile come sempre.
Usciti di casa, saliamo su un taxi che presto ci porta all’aeroporto di Bari. Qui troviamo un aereo diretto negli USA e lo prendiamo seduta stante.
Durante il volo, l’hostess, un gran pezzo di figliuola, ci serve da bere. Whisky. Quello di Ernest allungato con acqua. Poi ci lascia.
“Pessima abitudine, avete voi americani, ad annacquare il whisky,” dico a Ernest.
“Buone o cattive, ognuno si porta le sue abitudini nella tomba.”
“Il pensiero della morte, non ti abbandona mai?”
“La morte mi fregherà, prima o poi. Mi piace sfidarla. E’ come pisciarle addosso.”
“In che modo, ti fregherà?”
“Non ha importanza. A lei interessa solo toglierti di mezzo. E’ uno sciacallo. Fa pulizia.”
“Sei d’accordo che bisogna tenerla a bada il maggior tempo possibile?”
“Non ci sono dubbi. Nessuno dovrebbe anticipare i tempi. Non che non se ne abbia il diritto, quando si hanno validi motivi.”
“Quali motivi?”
“Banalità. Ma non per te.”
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puzzle
Pubblicato da cristinabove
PUZZLE
Il pensiero le attraversò la mente, se ne era stato rintanato in qualche anfratto poco frequentato del cervello fino a quel momento, e ora premeva fra le tempie per essere formulato: desiderava corrispondere alle richieste di lui che si facevano ardenti e pressanti.
Quindi decise: ecco, farò in modo di offrirmi un pezzetto per volta.
E cominciò a frammentarsi.
Lui si fece promettere che gli avrebbe inviato ogni singolo pezzo.
Lei gli rispose che se si fosse dimostrato davvero innamorato come scriveva, lo avrebbe assecondato.
Lui cominciò a scriverle lettere appassionate, ad inviarle videoclip di canzoni d’amore. Insomma lei credette finalmente di esserne veramente amata.
E sentiva il desiderio di riamarlo, assecondandolo.
Ma, c’era un ma… lei non amava il proprio corpo, anzi, lo detestava.
Poche cose di lei erano veramente apprezzabili. E quelle cominciò a fotografare e mostrargli.
Per primo gli inviò il piede sinistro.
Lui lo accolse con grande eccitazione.
Fu poi la volta della gamba, e poi della coscia, quindi dell’altro piede e…
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Era solo un pomeriggio d’estate, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Era solo un pomeriggio d’estate
di Renzo Montagnoli
Era solo un pomeriggio d’estate, torrido, senza un filo d’aria, le cicale che frinivano incessanti, i bambini che si rincorrevano intorno allo stagno dove si rinfrescavano insonnolite le anatre.
- Ma l’hai visto oggi? Non ha quasi mangiato, anzi sembrava che si addormentasse sul piatto.
- L’ho visto, l’ho visto. È invecchiato tanto.
- Fosse solo quello, Giuseppe. Ormai si bagna nel letto, è diventato anche incontinente.
- Purtroppo sì, Luisa.
- Io mi chiedo come potremo andare avanti così. Fra poco si farà addosso qualche cosa d’altro…Io non so se riesco a stargli dietro.
- È un bel problema, ma che possiamo fare?
- Le possibilità ci sono. O lo mandi all’ospizio, dove se la sbrigano loro, o prendi una badante.
- Se devo spendere per assistere mio padre, preferisco la badante, perché almeno non si sente abbandonato, non si sente scaricato.
- Parla piano, perché magari è li che ascolta.
- Macché, non vedi che dorme sulla sua solita panchina sotto il salice! Comunque ne dobbiamo riparlare, perché sono d’accordo che c’è da fare qualche cosa.
Sembra che dorma, perché ho gli occhi chiusi e la testa che ciondola, ma ho sentito tutto. Dunque siamo arrivati a questo punto, a quello che temevo.
Il vecchio osservò le mani ossute, dove le rughe trionfavano senza ostacoli, poi corse con lo sguardo allo stagno, intorno al quale i nipotini, incuranti del caldo, si rincorrevano. Avevano una bella pelle liscia e tanta tanta energia, quella che invece in lui stava sempre più esaurendosi.
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Stagioni – un racconto di Ramona Corrado
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Stagioni
di Ramona Corrado – Fonte: La Poesia e lo Spirito
La bambina guardava il mare. Con i piedi scalzi nell’acqua, i jeans arrotolati alle ginocchia, lo sguardo rivolto lontano. Cercava i delfini. Li aveva visti in televisione, sapeva che amavano giocare con gli esseri umani, per cui riteneva avrebbero gradito la compagnia di una bambina che nell’acqua si muoveva come loro.
Il mare, però, rimaneva muto e insondabile.
Era una fresca mattina di primavera. Il cielo terso, così celeste, ancora non riusciva a schiarire l’azzurro cupo del Mediterraneo, là dove l’acqua è più profonda. La bambina depose sulla spiaggia paletta e secchiello, pensierosa. Era stata la mamma a consigliarle di portarli, per giocare in quella domenica fuori porta, quasi ad anticipare la stagione più calda, ancora distante. Ma costruire castelli di sabbia non era così prioritario, in quel momento.
La piccola si accoccolò sui piedini, indifferente all’acqua fredda, incurante di bagnarsi i jeans e continuò a guardare lontano. Il suo passato era troppo giovane per poter essere consultato. Il futuro enorme e assolutamente sconosciuto per essere preso in considerazione. La bambina viveva inconsapevole la propria primavera con una sola, meravigliosa speranza: che i delfini venissero a prenderla, che la facessero saltare sui loro simpatici nasi, ridendo insieme a lei senza alcun pensiero al mondo.
E i delfini sarebbero venuti; forse non oggi, forse la prossima domenica, o l’altra ancora.
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L’apprendista – un racconto di Felice Muolo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
L’apprendista
di Felice Muolo
(Ha pubblicato cinque romanzi, tra cui Il ruolo dei gatti, Azimut, 2008)
fonte: Rivista d’arte di Bartolomeo di Monaco
Scegli il mestiere che vuoi fare da grande, mi dissero i miei, dal momento che avevo deciso di non andare più a scuola. Per settimane sostai sugli ingressi dei laboratori degli artigiani del mio paese, indeciso. Il lavoro manuale mi affascinava, le misere condizioni di chi lo praticava mi lasciavano perplesso. Stufi di aspettare, i miei mi consigliarono di fare il sarto. Attività che si svolge al fresco e senza insudiciarsi, dicevano. Respingevo il suggerimento. Per me, cucire e stirare erano mansioni da donne.
Non ricordo cosa combinai: cinghia dei pantaloni in mano, mio padre mi offrì l’alternativa.
Il mio unico collega e coetaneo che aveva il compito di tirare a lucido il cesso della sartoria, pensò subito di dividere il compito con me. Non trovandomi d’accordo, smise di svolgere l’opera in elusiva. Il maestro minacciò di romperci la riga in testa, se non cambiavamo atteggiamento, e ci proibì di usare il cesso.
Per un certo periodo, lo ripulì da sé. Poi, a mia insaputa, convinse il mio collega a riprendere la sua vecchia abitudine, consentendogli di usarlo di nascosto. Scoprii l’accordo mentre lo raccontava tra i denti a un suo amico che parcheggiava in sartoria. Mi stava bene. Il bisogno leggero lo soddisfacevo nei pressi della sartoria, all’aperto, contro il campanile di un vecchio convento adibito a scuola. Per quello grande correvo a casa. Anche il mio collega per questo.
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Un ragazzo in due
Pubblicato da evaeva
Un ragazzo in due
Mi sono presa la libertà di continuare il racconto di RomanticaVany:
Il piano era semplice: la mia amica Manu si sarebbe buttata in acqua fingendo di morire annegata, al che, Enrico il bagnino si sarebbe buttato in acqua per salvarla, e una volta in salvo a bordo piscina, solo allora Manu avrebbe finto di rinvenire fra le braccia di lui. Entrambe noi eravamo a conoscenza dello scherzo.
Facile no?
Sì, non fosse stato che Manu, prima di venire in piscina, s’era strafogata un panino di troppo e stava davvero per morire annegata.
S’è tuffata, ha fatto due bracciate e poi… Pluf! Ha cominciato ad affondare, come un sacco di patate!
Io ho pensato: “Cavolo, è una vera attrice! Non pensavo fosse così dotata, riuscire a fingere così bene!”.
Be’, non stava recitando.
Enrico l’ha raggiunta a bordo piscina e le ha fatto la respirazione bocca a bocca…
“Beata lei”, ho pensato.
Lì per lì non ho capito che non stava fingendo; quando poi me ne sono resa conto, mi sono sentita così sciocca!
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MORTE ALL’ALBA di Iannozzi Giuseppe – dal volume edito da Lulu.com
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
MORTE ALL’ALBA
di Iannozzi Giuseppe
(c) – Vietata la riproduzione totale o parziale – Tutti i diritti riservati
La Morte è l’unico potere.
La Vita non esiste.
Di Voi resterà solo vanità.
Morire è una terapia d’urto: si serba e non si serba memoria della Morte, quando avvenuta, consumata e amata. Quando amata. E amata, ancora.
Lo sapeva bene Shamaim che presto avrebbe tirato le cuoia: il petto gli si squassava a seguito dei ripetuti colpi di tosse, che non gli lasciavano requie. Ma non erano quelli ad ammazzarlo lentamente. Era il cuore che lo preoccupava: sapeva che presto avrebbe ceduto senza un motivo preciso. I dottori gli avevano detto ch’era tutto a posto e che la sua malattia era solo immaginata. Avrebbero fatto prima a dirgli ch’era pazzo
andato, ma Shamaim sapeva la pazzia e la sua non lo era. Nella vita non aveva mai nutrito particolari certezze, ma delle poche cose di cui era sicuro, lo era veramente: la pazzia l’aveva curata quand’era ancora capace di stare dietro ai suoi pazienti, prima che la ferale malattia gli si presentasse davanti, all’improvviso, una mattina di primavera. Si stava annodando la cravatta, ma non sospettava ancora fosse il cappio al collo che avrebbe stretto, lentamente, il resto dei suoi giorni. E la vide, la Morte: non era tremenda come s’era immaginato, ma non era da considerarsi una buon partito. Era bella, d’una bellezza che metteva il terrore addosso. Gli aveva sorriso: aveva il volto di qualcuno che conosceva. Lo specchio gli diceva ch’era proprio così e che nulla avrebbe potuto fare per stornarla. Si sorprese: non desiderava lasciare questo mondo, così su due piedi, in orizzontale. Non aveva combinato granché nella vita, e a quarant’anni era ancora uno scapolo impenitente: non gl’erano mancate delle buone occasioni per metter su famiglia, ma tutte le aveva rovinate con la sua presunzione di dirsi eternamente insoddisfatto. Adesso che sapeva che la Morte lo reclamava avrebbe voluto poter tornare indietro e accontentarsi. Ma non era più possibile. Col petto oppresso dai colpi di tosse, indossò il vecchio impermeabile per uscire di casa: non aveva una mèta precisa. Le strade si assomigliavano tutte e le macchine sapevano sfrecciare veloci, e i semafori s’accendevano, prima rosso, poi arancione, infine verde. Ecco, la vita era così: un semaforo o un incidente stradale ad un incrocio. Shamaim lo pensava veramente e il mare d’inverno che aveva raggiunto, non senza poche difficoltà, era di fronte a lui: le onde alzavano schiuma, vanità, poi morivano sulla battigia, e si ripetevano, ma non erano mai le stesse onde morte un attimo prima. Una musica gracchiava in lontananza: la conosceva. Ma chissà da dove proveniva! Forse solo ce l’aveva nella testa. “Confined to sex, we pressed against / The limits of the sea: / I saw there were no oceans left / For scavengers like me. / I made it to the forward deck / I blessed our remnant fleet – / And then consented to be wrecked, / A Thousand Kisses Deep.” Era una canzone di Leonard Cohen, che conosceva bene: l’aveva cantata qualche volta sotto la doccia, per poi recitarla come una poesia all’amante che quella sera gl’avrebbe tenuto compagnia. Ed ora, le onde che morivano e l’ossessione di quelle parole che non si spegnevano. Shamaim sentì un nodo in gola: non fosse stato per la tosse, avrebbe pianto. Ma non sarebbe comunque valso a nulla dar credito al dolore.
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Articoli dimenticati scritti sul fronte della Linea gotica Il grande autore, celebre per l’ironia, si distinse anche come cronista di guerra. Ecco i suoi reportage inediti dal 1944
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Articoli dimenticati scritti sul fronte della Linea gotica
Il grande autore, celebre per l’ironia,
si distinse anche come cronista di guerra.
Ecco i suoi reportage inediti dal 1944
di Matteo Sacchi - fonte: Il Giornale
Un Mario Soldati diverso, a cui non siamo abituati. Un soldati al fronte, se ci permettete il gioco di parole, che riscopre i toni dell’eroico, lui solitamente così portato all’ironia, al disincanto garbato. Questo è il giornalista che emerge da Corrispondenti di guerra (Sellerio, pagg. 106, euro 10).
Si tratta di una preziosa raccolta di articoli, scritti tra il novembre e il dicembre del 1944, da un Soldati che si era reinventato, nelle ambasce del conflitto, corrispondente del giornale socialista Avanti! e, sotto falso nome, anche dell’Unità (testata che gli americani avevano bandito dal fronte). Nella veste di cronista – spogliato del ruolo di letterato e di sceneggiatore – Soldati si aggirò tra le truppe, raccontando le piccole grandi storie di quegli italiani, magari infilati a forza in una divisa americana, che stavano tornando a combattere, ritrovando in qualche modo quella dignità persa con il «tutti a casa» dell’8 settembre 1943.
Ne risultarono 8 brevi reportage che, una volta usciti in fretta e furia, e con qualche taglio, sulle rotative dell’Italia “liberata” finirono nel dimenticatoio. A guerra finita Soldati li raccolse in una cartella di 57 fogli dattiloscritti a cui appose, a mano, lo strano titolo di Corrispondenti di guerra (forse un’allusione a un copione che non girò mai o agli altri corrispondenti che vissero quell’avventura con lui). La scelta di raccoglierli fa pensare ad una volontà di pubblicazione. Publicazione che poi non fu, almeno sino all’attuale recupero in volume (solo Elegia del mulo è stato ripreso precedentemente da Repubblica, nel 2006).
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Illico degli Indiani O la Teoria dell’Involuzione della Specie
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Illico degli Indiani
O la Teoria dell’Involuzione della Specie
di Iannozzi Giuseppe
E’ evidente che Illico è un povero celebroleso. Neanche un handicappato mentale, buon Dio! La sua poca intelligenza è ben al di sotto di quella d’un handicappato, che suo malgrado con la mente a comprendere certe cose non ci arriva davvero. Illico è fottuto, proprio celebroleso, il che, grossomodo, spiegato ai profani, significa che ha delle molto severe lesioni al cervello per cui il giudizio che tuttalpiù riesce a esprimere è naturalmente confusionario e frammentato. In pratica, quello di un essere inferiore e inumano. Si sappia poi che Illico è un personaggio tanto ma così tanto vile che per poter balbettare una parola o due ha bisogno di metter su una maschera: solo sotto anonimato gli viene facile aprir becco, però limitatamente al poco pensiero di cui è capace per via dei severi danni fisiologici che hanno compromesso tutta la sfera delle sue comunque limitate attività celebrali, difatti a ragione si sospetta che Illico sia nato tarato punto e basta.
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Maschi, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Maschi
di Renzo Montagnoli
La vita nel paese scorreva negli anni prima della guerra regolata dalle norme ferree della consuetudine: lavoro tutto il giorno, dalla mattina alla sera, il sabato pomeriggio gli esercizi ginnici inventati da Starace, la domenica mattina la messa e nel pomeriggio invece la disperata ricerca di qualche cosa di nuovo, che non si trovava mai, per dare un significato a una settimana altrimenti opaca.
Annibale Chiocchetti era uscito da poco dal seminario, il cui ambiente ottuso non era certo di suo gradimento, e, dopo una giornata di duro lavoro nell’officina da fabbro del Dusi, si rifugiava all’osteria, avido di apprendere le novità, che poi tanto novità non erano: a parte qualche notizia del calcio l’argomento principe erano sempre le corna, di cui nessun maritato sembrava immune.
Se ne stava attento ad ascoltare, seduto in un angolo, fantasticando amplessi mirabolanti e accrescendo ancor di più il desiderio sessuale sempre presente e che lo obbligava spesso a un autarchico fai da te.
Il sabato sera l’osteria stranamente contava meno avventori perché una buona parte se ne andava in città al casino; il giorno dopo l’inevitabile argomento delle discussioni era ciò che si era visto, ciò che si era fatto, con annotazioni colorite, vicende al limite dell’inverosimile, ma che affascinavano inevitabilmente un giovane dal ragguardevole desiderio.
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Verrà la signora vestita di bianco, racconto inedito di Mario Soldati
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Verrà la signora vestita di bianco
Enigmatico racconto ritrovato
MARIO SOLDATI – Fonte: La Stampa.it
Stanco, tornò all’albergo verso le quattro del pomeriggio, salì in camera, chiuse le imposte, si spogliò a metà e si buttò sul letto, ricoprendosi col cappotto, a dormire. Subito le reni s’adagiarono e affondarono nella morbidezza del letto. Sotto il cappotto, formandosi dalle sue membra, un tepore lo fasciò, lo isolò dal mondo e dalla vita, dalla città brulicante vociante soleggiata ch’egli aveva attraversato in taxi pochi minuti prima, ma ancora adesso, un attimo, se scostava il lembo del cappotto che gli copriva il viso, vedeva tra le imposte chiuse una fessura gialla di sole, e se alzava l’orecchio di sul capezzale udiva rumori voci stridii fischi nella strada, dalla città dove tanta gente si moveva ma non si capiva bene perché, dove anch’egli avrebbe dovuto continuare a muoversi tutto il pomeriggio per visite per affari per denari e non si capiva bene perché, dalla grande città piccina e insulsa, dalla città… prestissimo, senza accorgersene, si era addormentato.
Per non dimenticare, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Per non dimenticare
di Renzo Montagnoli
Sergio Levi guardò a lungo il soffitto candido come la neve, verso il quale saliva il fumo della sigaretta in cerchi grigiastri, sempre più larghi mano a mano che s’allontanavano da lui, fino a spezzarsi diventando evanescenti.
Altri colori avevano segnato la sua vita, un insieme di tinte sbiadite che ricorrevano spesso nei suoi pensieri: il bianco sporco della neve, segnato dal rosso opaco del sangue rappreso, il grigio di un cielo sempre opprimente.
E poi c’erano gli odori, puzze che sembravano radicate nelle sue narici: olezzi di corpi rivestiti di stracci, tanfi di escrementi e quel fetore, così acre, di carne bruciata.
Guardò il tatuaggio al polso: quante volte aveva cercato di toglierlo, usando persino una spazzola dalle setole dure! Di una cosa era ormai certo: quel numero scritto con inchiostro indelebile era sceso sempre più in profondità ed era ormai radicato nel suo animo.
Prese carta e penna e cominciò a scrivere.
Continua..
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Camera con vista, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Camera con vista
di Renzo Montagnoli
“Affittasi camera a persona referenziata in casa del settecento con splendida vista su Piazza Sordello”
Carlo trasalì: era quello che cercava da tanto tempo. Ripose il giornale, poi telefonò.
- Sì, è una camera ammobiliata con una vista splendida.
- Fa proprio al caso mio; sono un ingegnere ormai in pensione che è stato tanto tempo lontano dalla sua città e vorrebbe risentirne ogni giorno il profumo.
- Le dò l’indirizzo; venga pure a fare una visita quando vuole.
- Se non le spiace, sarò da Lei fra una mezz’ora. Mi dica esattamente dov’è?
- In via Tazzoli, 10.
Carlo strinse ancor più forte la pagina del locale quotidiano, perché meglio di così non poteva andare: la via era quella giusta ed il numero 10 era proprio davanti al 23.
Rivide mentalmente il vecchio portone, il cortiletto interno, le scale semibuie e l’appartamento al secondo piano; fu un flash, un ricordo nitido e improvviso di un’immagine a lui tanto familiare una trentina di anni prima.
Uscì dal bar e si soffermò un momento a scrollarsi l’odore di fumo che gli si era appiccicato, poi s’incamminò lentamente lungo via Trieste; giunto al ponte sul Rio, si fermò a guardare l’acqua che scorreva in basso fra le vecchie case.
E cominciò a pensare; era arrivato lì dopo un lungo viaggio, di diverse ore di aereo, dal Messico dove aveva costruito il suo ultimo ponte, il più bello, il suo canto del cigno e come un cigno si librava su una valle stretta, profonda; non sembrava neppure l’opera di un uomo, ma una creazione della natura, che si elevava talmente in alto da sembrare toccare il cielo.
Continua..
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Favola. Vanessa e l’orso
Pubblicato da Romanticaperla
FAVOLA
Vanessa, una ragazzina che viveva di sogni colorati, di piccole certezze, di carezze, di albe e di tramonti infiammati di romanticismo, non pensava mai che il mondo d’attorno potesse accogliere il Male. Era felice. Non chiedeva poi molto alla vita, solo un principe azzurro che la rapisse per portarla in un paese di girasoli e papaveri, ma non troppo lontano da mamma e papà. Desiderava una casetta di mattoni rossi, come quelle che non di rado vedeva raffigurate sulle scatole delle costruzioni Lego: quei mattoncini tutti colorati e diversi l’uno dall’altro le portavano tanta lietezza nell’anima e vedere il fratellino giocare felice con il Lego per costruire creature e dimore impossibili le affogava il cuore in un bagno di serenità. Si può dire che la vita di Vanessa fosse delle più semplici, il suo animo infatti non desiderava la grandezza dei potenti tutti chiacchiere e niente arrosto, né sentiva il bisogno d’avere di più di quello che già aveva: solo le sarebbe piaciuto vivere per una volta una favola d’amore. Continua..
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La Vigilia di Natale
Pubblicato da Romanticaperla
La luce. Il calore. L’armonia.
Scorre sereno il giorno della Vigilia di Natale nella mia casa.
Nella sua stanza, alla scrivania, mio fratello sfoglia il suo libro, e silenziosamente ripete in vista del prossimo esame. La luce rosata di salgemma gli arrossa le gote; si scosta, di tanto in tanto, il ciuffo di capelli neri dalla fronte.
In salone mio padre legge il suo libro: le gambe allungate per rilassarsi, la lampada accesa. Un cd di Enaudi fa da colonna sonora, le note galleggiano lievi a mezz’aria, si ha l’impressione di poterle toccare mentre ci sfiorano dolcemente.
In cucina io e mia madre impastiamo dolci e biscotti di Natale.
I nostri gesti entusiasti spargono zucchero e farina un po’ ovunque, sprigionando una piacevole allegria e complicità.
Sul loro tappeto i gatti sonnecchiano stretti stretti, e si leccano a vicenda di tanto in tanto.
Voglio conservare questo momento, e custodirlo come si fa con un sorriso.
Buon Natale A Tutti!
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Racconto di Natale
Pubblicato da Romanticaperla
Racconto di Natale
raccolto da RomanticaVany
Due uomini gravemente malati occupavano la medesima camera d’ospedale.
Entrambi non potevano alzarsi dal letto, ma uno aveva il permesso di mettersi a sedere sul letto un’ora ogni pomeriggio, mentre il compagno di sventura doveva restare disteso. Il letto del primo uomo era situato proprio accanto alla finestra ed egli approfittava dei momenti in cui poteva restare seduto per guardare fuori e descrivere all’amico quello che accadeva all’esterno. La camera dava su un parco con un magnifico lago. Anatre e cigni scivolavano sull’acqua, mentre i bambini facevano navigare le loro barchette in miniatura. I giovani innamorati passeggiavano abbracciati… Tutto ciò era estremamente bello e bucolico e per tutta l’ora l’uomo descriveva al compagno ogni cosa nei dettagli. Continua..
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