Jujol Cultura e spettacolo | Iannozzi Giuseppe - il blog | Morte all'alba

JuJol.com

Ghiaccio, di Renzo Montagnoli

Ghiaccio

di Renzo Montagnoli

Perché nel giro fosse chiamato così non era del tutto comprensibile, considerando che nessuno lo aveva mai visto; forse il nomignolo era da attribuirsi alla sua freddezza, a quel trattare, per posta o per telefono, qualsiasi affare in modo del tutto distaccato.
E tutto sommato all’interessato la cosa non dispiaceva, perché quell’appellativo era garanzia di serietà e scrupolosità, una dote non comune che aveva finito per consacrarlo come il miglior sicario esistente sulla piazza.
C’era bisogno di liberarsi di una moglie incomoda, di un socio sospettoso? Nessun problema: bastava telefonare a un certo numero di cellulare e poi scrivere a un fermo posta, magari allegando, insieme ai dati identificativi della futura vittima, anche una foto recente della stessa, e nel giro di poco tempo il lavoro era fatto, pulito, senza che potessero sorgere sospetti, perché ogni volta l’esecuzione veniva abilmente camuffata con un incidente. Quello che rendeva ancora più appetibile i suoi servizi era poi la modalità di pagamento: solo a lavoro concluso e lo stesso importo di 50.000 Euro uguale per tutti.
Per quanto ovvio, questa sua attività aveva una copertura, perché non poteva di certo mettere fuori dalla porta una targa, con sopra scritto “Rag. Tal dei tali, provetto sicario”; no, lui davanti agli occhi di tutti passava per un commesso viaggiatore di giocattoli, bonario, pacioccone, sempre pronto alla battuta scherzosa, ma mai volgare. E in effetti ufficialmente svolgeva questo lavoro, con frequenti spostamenti in tutta Italia, il che gli permetteva anche di spaziare tranquillamente sul territorio con l’altra attività.
Quella fredda mattina di novembre se ne stava rincantucciato nella sua poltrona preferita sorseggiando, anzi centellinando un cognac, quando squillò il cellulare.
- Pronto?
- Ghiaccio?
- Sì.
- Tu hai già lavorato per me e sono stato più che contento; ho un altro incarico.
- Va bene; attendo la solita lettera.
- Già spedita tre giorni fa con posta prioritaria e penso che ti dovrebbe arrivare oggi. Mi raccomando: un lavoro liscio liscio e pulito.
- Nessun problema.
La comunicazione si interruppe e nemmeno dopo un’ora suonò il campanello; andò ad aprire e il postino gli consegnò una busta.
L’aprì con calma e come cominciò a leggere avvertì chiara e netta una fitta al cuore.
Tutto si sarebbe aspettato, meno che la prossima vittima fosse una donna di cui era innamorato e che frequentava ormai da qualche anno. Per un attimo sperò in un’omonimia, ma quando guardò la fotografia allegata ogni possibile e auspicabile dubbio venne fugato.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Se sei nuovo di qui, dovresti iscriverti al nostro RSS feed. Qui ti spieghiamo cosa sono i feed Grazie per la visita!

Come superare i condizionamenti

Come superare i condizionamenti

di Kristalia

Che il Viagra venga assunto anche da una buona percentuale di under quaranta, è, purtroppo, una realtà incontrovertibile, ancorché sorprendente.

In questo caso, se non altro, il racconto è di un signore maturo che ha ormai superato le ansie da prestazione derivanti dall’età, e con spiccato spirito critico, ci confessa la sua avventura con toni a tratti esilaranti.

«Che miseria! I condizionamenti sono micidiali! Vorrei provare il Viagra e sono imbarazzato a chiederlo al medico di famiglia; e vergognandomi dell’imbarazzo lo maschero con la paura delle controindicazioni.

LA PRESCRIZIONE

Oggi, giorno di un mese di un anno qualunque, sono deciso: vado e torno con il Viagra in tasca!

“Chi è l’ultimo dal dottor Ferrari? Lei? Grazie”
“Guardi che oggi c’è la sostituta , la dottoressa Kov…Vattelapesca”

Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

La corsa, di Renzo Montagnoli

La corsa

di Renzo Montagnoli

Siamo cresciuti insieme, abbiamo giocato insieme, come quattro fratelli, anche se non lo siamo, ma soprattutto abbiamo corso insieme.
Qualche anno di scuola, giusto per imparare che se non hai soldi non potrai mai andare avanti, e poi a lavorare a tempo pieno nei campi, dall’alba al tramonto a spigolare, a raccogliere la frutta, a spandere il letame.
Ore di fatiche, sotto il sole, nel vento, nell’umidità d’autunno, la schiena dolorante, e tutto per una miseria, per quei pochi centesimi dati subito in casa, affinché si potesse comprare qualche cosa, sempre poca, per calmare i morsi della fame.
Ma la domenica no, non si lavora, e allora tutti insieme a correre sull’argine, a chi arriva primo. Il premio? L’ammirazione degli sconfitti e questi siamo sempre noi tre, io Giacomo Pavesi, detto Giacumin, Alfredo Restelli, detto Fredin e Luigi Asta, chiamato Luisin.
Leprot, cioè Eugenio Scolti, ha sempre avuto due gambe da corsa, che in un corpo magro, ma tutti lo abbiamo, perché lo stomaco brontola sempre, fanno la differenza.
Non ha mai perso una corsa e ho sempre in mente le sue falcate rapide, i suoi piedi nudi che sembrano mordere il terreno; è grande Leprot, ma a vederlo adesso con indosso una divisa militare di almeno una taglia in più sembra uno spaventapasseri.
Si accorge che lo guardo e sorride impacciato.
Continua..

Croci di guerra, di Renzo Montagnoli

Croci di guerra

di Renzo Montagnoli

La neve scendeva fitta a imbiancare l’altopiano; a tratti il vento sollevava dei mulinelli e finiva con l’accumularne di più in certi punti piuttosto che in altri. Si creavano così dei veri e propri cumuli, o meglio…
- Tumuli, sono tumuli!
Il Dottor Fritz Wiener si scosse a quel grido e volse subito il capo all’indietro.
- E lei chi è?
- Come chi sono? Io sono me.
Chi aveva detto quella frase senza senso era un uomo sulla cinquantina, di bassa statura, tozzo e anche un po’ panciuto.
- Ovvio che lei è lei. Forse è meglio che mi presenti io: mi chiamo Fritz Wiener e vengo da Graz.
- Ostrega, parla bene l’italiano per essere un todesco.
- Sono austriaco e mia madre era italiana, di Brescia.
- Un mezzo sangue, allora.
- Non proprio, perché mio padre, che non ho mai conosciuto, era di Salisburgo e là sono nato.
- Venuto a sciare? La neve non manca.
- No, sono venuto a cercare.
- A cercare?
- Sì, una persona e per questo ho bisogno di una guida. All’albergo mi hanno detto di chiedere di Tony.
- Questa è fortuna! Tony sono me.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

A futura memoria, di Renzo Montagnoli

                       

             A futura memoria

             di Renzo Montagnoli

 

E’ passato ormai tanto tempo, quasi un secolo, e quei nomi incisi nella lapide sul frontale della chiesa del villaggio, a futura memoria di chi è caduto per la patria, non sono altro che lettere sconosciute ai più.

Vado spesso in quel dolce paese di montagna, ai piedi delle Dolomiti, sia per il clima mite che per il paesaggio di una bellezza indescrivibile e un giro per le strade a curiosare la merce esposta nelle vetrine ormai è divenuto un obbligo. Il borgo, cent’anni fa invero di modeste dimensioni, si è notevolmente ampliato in forza del crescente afflusso turistico, ma le caratteristiche dei suoi abitanti sono rimaste immutate e ancor oggi la domenica non è difficile vedere qualche coppia avviarsi alla messa nel tradizionale costume tirolese.

La chiesa, con retrostante cimitero, è nella piazza del paese e le riservo sempre una visita, per la sua innata austerità; non manco di soffermarmi davanti alla lapide e leggi oggi e leggi domani quei trenta nomi ivi impressi hanno finito per rimanermi nella mente, in particolare uno: Alfred Meister.

Perché questa preferenza? Perché è morto l’ultimo giorno della prima guerra mondiale all’età di ventidue anni.

Ho chiesto in giro se aveva ancora dei parenti, anche alla lontana, ma tutti hanno scosso il capo; poi un giorno, mentre sedevo su una panchina della piazza, ho visto il parroco uscire dalla chiesa e mi è balenata un’idea. L’ho avvicinato e accennando alla lapide gli ho chiesto se qualcuno sapeva di questo Meister. E’ rimasto un attimo assorto, poi mi ha pregato di seguirlo in canonica, dove ha frugato fra libroni vecchi e polverosi, trovandone alla fine uno. L’ha consultato a lungo, poi con un sorriso di compiacimento mi ha detto che ero fortunato, e nello stesso tempo sfortunato, perché Meister era un trovatello e che quindi già all’epoca non aveva parenti.

Proprio per questo i suoi effetti personali erano stati inviati alla parrocchia e probabilmente si dovevano trovare lì. Avrebbe provveduto a cercarli e poi si sarebbe fatto vivo con me.

Uscii in verità un po’ disilluso, sia perché temevo che il parroco li potesse  trovare, sia perché non mi aspettavo nulla di interessante nella visione di quelle poche cose.

E invece mi sbagliavo, perché già il giorno successivo il sacerdote si mise in contatto con me e potei così aprire una piccola cassetta polverosa, dove fra poveri indumenti trovai un libricino che, esaminato, si sarebbe rivelato per un diario di incredibile interesse.

Molte pagine riportavano eventi comuni, o comunque di scarsa importanza, ma alcune furono un’autentica rivelazione che mi permisero di conoscere Alfred Meister, benché non l’avessi mai visto e ne ignorassi le sembianze.

Fu un lavoro difficile, e per la calligrafia minuta, e per la diversità della lingua, ma alla fine ogni sforzo fu ampiamente ricompensato.

In particolare, alla pagina 10 Meister scriveva “ Non so se gli italiani sono così cattivi come li descrive il tenente, ma di una cosa sono sicuro: questa guerra fa paura a loro come a noi. Prima di ogni attacco non pochi disertano e ci chiedono di essere fatti prigionieri; non ignorano che non possiamo dar loro da mangiare, perché non ne abbiamo neppure per noi, eppure preferiscono la morte per fame all’orrore della guerra; li chiamano disertori, ma hanno più coraggio di chi resta al suo posto, anche se forse è il solo coraggio che viene dalla disperazione.”

Alla pagina 35 “Oggi è morto Fritz, il mio più caro amico; era accanto a me nella trincea e stavamo parlando, quando si è sentito un colpo di fucile; è scivolato a terra senza un grido, un lamento, mentre un rivolo di sangue gli usciva dalla fronte; è da tre anni che faccio questa guerra e di amici ne sono rimasti pochi; Fritz era l’ultimo. A che serve un sentimento come l’amicizia, a sopportare meglio i patimenti della guerra o a disperarsi quando uno di noi se ne va?”

Pagina 47 “Domani dovremo attaccare il nemico; non l’ha detto nessuno, ma hanno fatto una distribuzione straordinaria di grappa; sempre così quando ci si deve preparare a morire; l’alcool ottenebra i sensi, toglie ogni volontà.”

Pagina 48 “Abbiamo attaccato, siamo stati respinti, siamo ritornati all’assalto e ci hanno ricacciato indietro. Abbiamo avuto perdite pesantissime: siamo rimasti in quindici di un’intera compagnia. Anche gli italiani hanno avuto molti morti; questa è una guerra che viene vinta solo da chi ha più soldati da gettare allo sbaraglio e chi trionferà rischia di far più facilmente la conta dei sopravvissuti che non quella dei morti.”

Pagina 61 “ La vita in trincea è un inferno tale che non mi importa più di vivere o di morire, anzi quasi invidio chi mi ha già lasciato ed ha quindi posto fine alle sofferenze.”

Pagina 65 “ E’ settembre e la guerra è già persa; tutti lo sanno, anche se nessuno lo dice; che senso ha continuare?”

Pagina 71 “Sono arrivate le nebbie di ottobre e con queste la certezza della sconfitta; migliaia di morti per niente e chi è rimasto vivo e sopravviverà non sarà più lo stesso, perché l’orrore è entrato in noi; siamo ormai nient’altro che dei morti viventi.”

Pagina 92 “E’ il 3 novembre e si è sparsa la voce che domani vi sarà l’armistizio; non mi importa che questo macello finisca; dalla vita non ho avuto niente, nessun affetto; gli anni in cui speravo di poter conoscere l’amore mi sono stati sottratti da questa guerra; sono diventato vecchio prima del tempo e la vita per me non ha più senso.”

Pagina 93, riporta poche righe e si interrompe nel mezzo di una frase “Oggi finirà; è un’umida giornata di novembre, uguale a tante altre. Non so che farò dopo, se ci potrà essere un dopo, ma….”

Allegata agli effetti personali e al diario c’era una lettera del Ministero della Guerra ove si diceva, fra l’altro “Il soldato Alfred Meister è deceduto il 4 novembre 1918 sul fronte meridionale, colpito dal proiettile di un cecchino.”.

Non avrei potuto conoscere meglio Alfred Meister, neppure se fossi sempre stato accanto a lui.

 

 

           

 

 

INFANZIA DI UN ANGELO di Lucio Angelini

INFANZIA DI UN ANGELO

Dalla raccolta “Nuvole a colazione”, Panini Ragazzi, Modena, 1995

di Lucio Angelini

Fonte:
http://lucioangelini.splinder.com

Dopo essere stato petrolio, lepre, felce, Anselmo si era incarnato adesso in un delizioso bambino dagli occhi viola, al centro di una moltitudine di messaggi che parevano emanare contemporaneamente da tutti gli oggetti e da tutte le persone verso di lui. Questo, almeno per un po’, gli fece confusione. Non era facile isolare uno alla volta gli elementi di quelle sue percezioni globali per metterli in opposizione o farli concordare con altre percezioni dello stesso ordine.
Un giorno vide un triangolo rosso e un quadrato rosso e capì che cos’era il rosso. Un altro giorno vide un bambino nero e un bambino giallo, e capì che cos’era un bambino. Un venerdì gridò forte, batté forte, saltò forte, lanciò forte la palla e capì che cosa volesse dire forte.
Poco a poco capì che, nel mondo, c’erano delle cose forti, dure, pesanti, calde, grandi, lontane, alte… e altre deboli, molli, leggere, fredde, piccole, vicine, basse, sottili, lente. Era un mondo fatto di più e di meno, di destra e di sinistra, di dentro e di fuori. Ma che fatica organizzare lo sfarfallio delle qualità delle cose!
C’erano uomini grandi e piccoli: il suo babbo era enorme, la mamma gli arrivava alla cinta, ma a sua volta lui arrivava alle ginocchia della mamma. E avevano una macchina che andava veloce, ma che poteva anche rallentare e fermarsi, se lui chiedeva di fare la pipì.
Potevano scegliere di andare verso il mare o verso le colline, da soli o invitando anche la cugina Clementina.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Ferite di guerra, di Renzo Montagnoli

Ferite di guerra

di Renzo Montagnoli

Era una primavera fatta di tiepidi giorni quella del 1940, una stagione come si deve, con le rose che sbocciavano vellutate e rigogliose e il grano che svettava verde nei campi. Sarebbe stato un anno come gli altri, se non si fosse avvertito nell’aria il cupo brontolio, come di un temporale estivo, di una tragedia che sembrava avvicinarsi ineluttabilmente.
Già si combatteva in Francia, anzi le truppe tedesche erano ormai dilagate nel territorio d’oltralpe, dopo aver fagocitato la Polonia ed aver annichilito il Belgio e l’Olanda. Insomma la guerra lampo sembrava dar ragione ancora una volta all’ometto con i baffi che strepitava a Berlino proclami su proclami e che con sicumera si sentiva padrone del mondo.
L’Italia, alleata della Germania, pareva in attesa, come una spettatrice interessata, ma che non aveva nessuna voglia di pagare il biglietto.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

La luce del tramonto, di Renzo Montagnoli

La luce del tramonto

di Renzo Montagnoli

Il Guercio riuscì a riprendersi dall’infarto che lo aveva colpito, così che dopo un mese di ospedale poté ritornare al paese.
Quando lo vidi gli manifestai tutta la mia gioia per trovarmelo davanti, in piedi, anche se visibilmente affaticato. Non potei fare a meno di notare le spalle cadenti e lo sguardo quasi spento, ma rispose con forza alla mia vigorosa stretta di mano, anche se l’impressione che ricavai fu quella di uno che avvertiva la necessità di ricevere quel calore che sempre era riuscito a trasmettere, ma che ora sembrava scomparso.
- Benvenuto fra noi. E ora ci si potrà rivedere più spesso.
Come un bambino in castigo, mormorò:
- Sì, mi hanno rimesso in piedi, ma mi hanno proibito di fumare, di bere, anche un solo bicchiere di vino, perfino di star lontano dal bar, per via del fumo passivo.
- Non preoccuparti: ci troveremo in piazza, a parlare sulla panchina.
- Sì, faremo così.
E se ne andò strascicando i piedi.
Ebbi, però, sempre meno occasioni di incontrarlo, quasi che lui volesse sfuggirmi, rinchiudendosi in un bozzolo di senile solitudine.
Continua..

A mille ce n’è…

A mille ce n’è…

Mi ricordo quando ero piccola piccola. Mia mamma mi faceva ascoltare un disco che cominciava così: “A mille ce n’è… nel mondo di favole da narrar… da narrar“.

Quella canzone mi scombussolava fino alla punta dei piedi.
Era come se mi aprisse la porta di un mondo incantato e che non poteva che incuriosirmi, appassionarmi. Più della Nutella nascosta sopra al frigorifero.
Poi una voce si metteva a raccontare di intrepidi spazzacamini, di splendide regine e di orchi famelici.

Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Jean-Marie Gustave Le Clézio premio Nobel 2008 per la Letteratura, un inedito

Nobel per la letteratura a Le Clézio

Premiato per le sperimentazioni. Ma il critico letterario Citati lo boccia: «Scelta infelice, autore mediocre»

STOCCOLMA - Una scelta che divide e fa discutere. Il Nobel della letteratura è andato al francese Jean-Marie Gustave Le Clézio, che era tra i favoritissimi. Lo scrittore, nato a Nizza nel 1940, ha cominciato a scrivere a 7 anni e oggi vanta un repertorio di oltre 30 pubblicazioni - tra romanzi, fiabe, saggi e novelle - che lo hanno reso un autore di successo in tutto il mondo. Ha scritto la prima opera, «Il Verbale», a 23 anni (pubblicato prima da Einaudi e poi ripubblicato recentemente da Duepunti, piccola casa editrice di Palermo). Le Clézio è stato premiato con la seguente motivazione: «Autore di nuove sperimentazioni, avventure poetiche e di sensuale estasi; esploratore di un’umanità dentro e fuori la civiltà imperante».

CITATI CRITICO - Le Clèzio è «un autore molto mediocre» e l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura è «una scelta del tutto infelice». Parola di Pietro Citati, considerato uno dei principi della critica letteraria italiana, che boccia la decisione dell’Accademia Svedese. «Non si capisce perché gli accademici di Stoccolma debbano giudicare “provinciali” dei grandi scrittore americani e poi premiare uno scrittore come Le Clezio che aveva cominciato bene ma che poi ha continuato mediocremente», ha commentato Citati.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

L’amico scomparso, di Renzo Montagnoli

L’amico scomparso

di Renzo Montagnoli

- Ecco, vede, veniva ogni mattina a guardar sorgere il sole. Si accovacciava sulla sabbia, con le spalle rivolte a est, verso l’Alberese, e s’incantava a osservare il promontorio dell’Argentario che prendeva forma poco a poco mentre la luce si diffondeva.
- Diceva qualche cosa, parlava?
- No, stava muto e solo una volta, mentre aggiustavo le reti, l’ho sentito mormorare qualche parola, ma a voce molto bassa, tanto che non ho capito.
Fausto guardava il lontano promontorio dell’Argentario che sembrava emergere dalle acque del Tirreno, una specie di vascello fantasma diafano nella luce del tramonto.
Il vecchio pescatore gli si accostò e gli rivolse nuovamente la parola.
- Uno spettacolo che vedo da anni, ma che non finisce di stupirmi. Non c’è niente di più magico di un tramonto in questo posto.
- Veniva anche a quest’ora?
- No, mai che io mi ricordi. Gli interessava solo l’alba.
- Grazie, per quanto mi ha detto.
Risalì l’arenile nel silenzio ovattato dell’ora, interrotto solo dallo stridio di qualche gabbiano,
e dal rumore della corrente dell’Alberese che lì in mare se ne andava a morire.
Sì, come il fiume che nasce e che poi muore, anche il suo amico Alfredo, lo stimato professore di latino del liceo classico di Mantova, un giorno se n’era andato da casa, senza dire nulla alla moglie.
Si erano avviate le ricerche in tutta Italia e poco a poco, sulla base delle segnalazioni, si era ricostruito il percorso che aveva intrapreso.
Una prima tappa di poche ore a Firenze, ove qualcuno si ricordava di quell’uomo non più giovane, magro e quasi scheletrico che era rimasto per più di un’ora estatico di fronte a Palazzo Pitti.
Il suo peregrinare l’aveva portato poi a Bolgheri,
dove aveva passeggiato a lungo su e giù per la stradina che portava alla chiesa di San Guido, sostando più volte a guardare i filari di cipressi.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

La forza della verità, di Renzo Montagnoli


La forza della verità

di Renzo Montagnoli

E’ la notte del 23 agosto 1927. Nel penitenziario di Charlestown (Massachussets) una violenta scarica elettrica pone fine alle 0,19 alla vita di Nicola Sacco e sette minuti più tardi è la volta di Bartolomeo Vanzetti. Due italiani, immigrati, lavoratori, anarchici, ma soprattutto innocenti sono stati immolati alla ragion di stato.
**Mai vivendo l’intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini…Il fatto che ci tolgano la vita, la vita di un buon operario e di un povero venditore ambulante di pesce…è tutto! Questo momento è nostro quest’agonia è la nostra vittoria!**
Così, nel corso del processo, Bartolomeo Vanzetti si era rivolto alla pubblica accusa. La voce era ferma, frutto di una rassegnata consapevolezza che è presente solo nell’innocente animato da nobili ideali.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

L’autore resta ignoto, di Renzo Montagnoli

 

Quando morì mia suocera, la sua casa restò vuota e allora decidemmo di venderla.

Era una vecchia abitazione, che risaliva probabilmente ai primi del XIX secolo, disposta su due piani, più la soffitta.

I compratori ovviamente la vollero libera e così si provvide allo sgombero dei mobili e di tutte le suppellettili.

In soffitta trovammo un marasma di cose vecchie: fotografie di gente a noi ormai sconosciuta, oggetti di nessun valore, ma che per qualcuno avevano significato molto, e fra questi un quadernetto dalla copertina nera.

Lo volli tenere, perché a suo modo rappresentava un’epoca, con i fogli a righe e una calligrafia minuta, con non infrequenti sbavature, segno che l’autore aveva utilizzato penna e calamaio, tranne che per le pagine dalla metà in poi dove il tratto di una matita appariva in più punti sbiadito.

Di quello che ho letto, di ciò che c’è scritto, a volte anche con errori d’italiano che, per rispetto, non intendo correggere, voglio rendervi partecipi.

 

14 agosto 1914.

Oggi fa caldo, il sole picchia come un ossesso, ma sono felice. L’ho conosciuta quasi per caso, ma era da giorni che l’avevo notata. L’ho salutata e lei mi ha risposto. Ho sentito il cuore battermi forte e l’ho guardata allontanarsi: è la donna più bella del mondo.

 

15 agosto 1914.

C’è la festa del paese, c’è la musica. Potrò invitarla per un ballo? Ecco, ora temo che tutto quel bel sogno vada male e che lei mi dica di no.

 

 16 agosto 1914

Sono felice, come non lo sono mai stato.

Oggi mi sono messo il vestito della festa, che è anche l’unico che ho.

Quando si è poveri si è costretti a mettersi gli abiti vecchi che altri magari hanno avuto già usati. Le braghe sono un pò  larghe, ma con le bretelle stanno su.

Il peggio è la giacca: stretta, che se la chiudo non respiro, e se la tengo aperta fra un lato e l’altro ci sta una spanna. Meglio di niente, comunque. L’ho invitata e lei ha abbassato gli occhi, ma ha detto sì. Abbiamo fatto un solo ballo, una mazurka, e mi sembrava di volare. Credo che lei si sia innamorata di me, perché quando l’ho riaccompagnata ai bordi della pista sorrideva, sembrava quasi un sole. Sua madre non mi ha degnato di uno sguardo, ma sono sempre così con le figlie.

Conto di vederla anche domani.

 

17 agosto 1914

Ho fatto di tutto per incontrarla per strada, ma lei non era sola, perché c’era la madre. L’ho salutata, ha abbassato gli occhi e non mi ha risposto.

 

A questo punto, si notano chiaramente che mancano delle pagine, quasi fossero state strappate e infatti i contorni interni non sono regolari, ma presentano delle piccole sporgenze che avvalorano questa ipotesi.

Del resto l’ordine cronologico dimostra un salto di non pochi giorni, perché il diario riprende con il 24 dicembre.

 

24 dicembre 1914

Per vederla devo ridurmi ad andare in chiesa solo per questo, ma non posso nemmeno avvicinarla, perché c’è sempre qualcuno che me la tiene distante.

Ripenso alla lettera che mi aveva scritto e immagino come la sua sofferenza sia superiore alla mia. Del resto cosa potevo pretendere io che sono un pezzente…niente, al massimo una pezzente come me. E invece lei è di famiglia danarosa e andrà in sposa a un commerciante di granaglie.

E’ meglio così: i proletari non solo non hanno soldi, ma non possono nemmeno alzare la testa per migliorare e neppure per sposare la donna che amano, se è di una classe superiore.

 

25 dicembre 1914

L’ho vista, da lontano, come un cane lasciato fuori dalla porta e come un cane suo padre mi ha fermato per strada, mi ha minacciato, ha fatto la voce grossa, ma poi mi ha offerto anche del denaro perché sparisca. Sono stato zitto e ho respinto quei quattro soldi, il prezzo per rinunciare a un sentimento

Ma che cuore ha questa gente che crede di comprare tutto, anche un’anima?

Alle sue domande ho risposto con sincerità.

- Giurami che non cercherai più di incontrare mia figlia!

- Lo giuro.

- Giurami che non l’amerai più!

- No, questo no.

- Guai a te, pezzente.

Sono rimasto fermo, anche se sentivo venir su dallo stomaco un fuoco che mi divorava. Avevo voglia d’ammazzarlo, ma questo è contro i miei principi e poi non ne avrei avuto giovamento.

Sono tornato a casa a passare il Natale più brutto della mia vita. Ma prima di sera, quando là non c’è nessuno, sono andato in chiesa a parlare col prete.

- Guai, figliolo! Mogli e buoi dei paesi tuoi; troverai una brava e bella ragazza del tuo livello e vivrete felici e contenti. Non sai che alzare troppo il capo fa male, è un peccato d’invidia e poi lo diventa anche di superbia. Ora vai che ho cose più importanti da fare.

Prima di uscire, mi sono inginocchiato davanti alla statua della Madonna del Roseto e ho fatto un voto: la rinuncia a ogni desiderio verso di lei pur che mi sia concesso ogni tanto di vederla.

Non so se lassù mi ascolteranno, perché per noi poveri orecchie non ce ne sono.

 

 26 dicembre 1914

Ho trovato un lavoro in città, a scaricare dai barconi l’argilla per la ceramica. Dovrò lasciare il paese e forse è meglio, così non rischio di incontrarla.

E’ dura, però. Mi viene in mente la favola di Cenerentola, serve solo a incantare, ma nella vita non è così. C’è un confine fra noi e gli altri, fra chi sgobba per far la fame e chi sfrutta per avere troppo.

Noi niente, nemmeno l’amore, e loro tutto. E’ ingiusto, immorale, feroce.

  

 20 gennaio 1915

Questo lavoro spezza la schiena, a scarriolare su e giù dai barconi 10 ore al giorno, al freddo, in mezzo alla neve, a mangiare pane e mortadella a mezzogiorno e alla sera mortadella e pane. Poi, di notte dormo su una branda in una baracca, con due coperte che non tengono lontano il gelo che mi entra fin nelle ossa.

Anche se volessi tornare al paese a fare il bracciante c’è l’ordine di non farmi lavorare e io devo pur vivere, anche se questa non è una vita.

Ogni tanto, mi sembra che s’apra la porta e che lei entri, illuminata solo dalla luna. Viene verso di me, si china, mi accarezza i capelli, mi bacia sulle labbra e allora mi sveglio con le lacrime agli occhi. Non c’è nessuno, solo il buio e il freddo.

 

 16 marzo 1915

Oggi ho conosciuto un compagno, uno di quelli tosti; alla sera ha voluto che vada con lui e così sono entrato in un’osteria con cucina. Meno male che ha offerto lui, perché altrimenti non avevo da pagare nemmeno il mio. Comunque,  dopo tanto tempo, ho mangiato una minestra calda e ho bevuto anche un po’ di vino che mi è andato alla testa. Così gli ho raccontato di me: lui stava in silenzio e ogni tanto faceva sì con la testa. Alla fine ha scosso il capo e mi ha detto che solo il partito dei proletari può cambiare il mondo, che la giustizia si deve combattere per averla, che un giorno saremo poi tutti uguali. Mi sono piaciute queste sue parole e ho preso la tessera. Forse, davvero qualche cosa potrà cambiare, forse c’è una speranza.

 

 15 aprile 1915

Si parla di guerra, di quella che vede già di fronte mezza Europa. C’è chi vuole esserci e c’è chi vuole starsene fuori.

La guerra la fanno i poveri per ingrassare i ricchi e quindi non la farò.

 

10 maggio 1915

Il compagno mi ha spiegato come stanno le cose e cioè che con questa guerra si avrà l’occasione per riscattare i proletari.

Non so se è vero, ma quando me lo diceva gli brillavano gli occhi e per quello che ho da perdere non ne resterò fuori. Se solo c’è una possibilità che tutto possa cambiare grazie alla guerra, che possa un giorno presentarmi a lei senza essere considerato un cane rognoso, devo sfruttarla, costi quel costi, fosse anche la vita.

 

 24 maggio 1915

Da oggi siamo in guerra con Francesco Giuseppe. Domani vado ad arruolarmi.

 

 1 giugno 1915

Sono sulla tradotta che ci porta al fronte e sono emozionato, non tanto per la guerra, ma perché l’ho vista e le ho parlato.

Ero in stazione con gli altri, finalmente con un vestito mio e tutto nuovo, anche se da soldato di fanteria. C’era la banda, il sindaco, il vescovo, tutti per noi. E poi c’erano delle signore che a ognuno davano qualche cosa: un fazzoletto, un crocefisso, una bandierina. E fra loro c’era lei. Non mi ha dato nulla, ma mi ha stretto la mano, dicendomi:

- Bravo, per il re e per la patria. Sta attento, riguardati, torna, mi raccomando.

Non sono riuscito a dir nulla: quelle parole giravano dentro di me, mi sembravano un tesoro tutto mio. E quel torna ha avuto il sapore di una promessa, è stato il segno di un sentimento che non è morto e che mi fa sentire vivo.

Sono troppo commosso per scrivere ancora e poi la matita, anche lei, è emozionata, perché non sono riuscito ad andare dritto.

  

30 novembre 1915

Doveva essere breve questa guerra, ma già siamo vicini all’inverno e siamo sempre qui, a marcire nel fango.

Le illusioni iniziali sono presto sparite: si muore e non è una bella morte, come qualche imboscato canta.

Guai a farsi degli amici, che poi se schiattano sembra che il mondo ti crolli addosso.

Oggi sono venuti a portare la posta e come al solito mi hanno detto che per me non c’era niente. Al che il sergente mi ha domandato: - A te non ti scrive mai nessuno?

Ho abbassato gli occhi e ho risposto: - I miei è già da un po’ che sono morti. M’è rimasto un fratello che combatte su questo stesso fronte una decina di chilometri più a nord. Non vorrai che mi scriva per parlarmi della stessa trincea?

E’ un buon uomo, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: - Non ce l’hai una ragazza?

Non ho saputo che rispondere, ma dato che anche altri ascoltavano ho detto di sì.

- E allora, se non ti scrive lei, scrivigli tu.

E’ quel che farò, altrimenti divento matto.

 

25 dicembre 1915

Sembra che il Natale conti anche in guerra e oggi è un giorno calmo. Ho appena scritto la prima lettera, ma non ho parlato della trincea, della paura, della sofferenza, insomma di tutta questa tragedia.

Ho chiesto solo di lei, di come sta, se mi pensa, se mi considera almeno un amico.

Non so se mi risponderà, ma spero, spero tanto.

 

20 marzo 1916

Le ho già scritto dieci lettere, ma non ho mai avuto risposta. Mi sforzo di pensare che non le siano state consegnate.

Ho il morale a terra, non vedo altro che la mia solitudine.

 

 30 aprile 1916

E’ da giorni che sono nel fango, tremo tutto, credo di avere la febbre; non mangio più e oggi mi manderanno nelle retrovie all’ospedale da campo. Ho la vista annebbiata e una tosse spaventosa, dei colpi improvvisi talmente forti che sputo sangue.

 

15 maggio 1916

La sentenza è arrivata: tubercolosi. Una morte lenta, atroce, non c’è rimedio. Domani mi trasferiscono all’ospedale militare di Verona e da lì fra non molto al cimitero.

Il sergente mi è venuto trovare, ha cercato di rincuorarmi e io ho fatto finta di credergli.

 

10 giugno 1916

Sono all’ospedale di Verona, in una camerata dove siamo una ventina, isolati perché il male è infettivo. Chi ci cura ha i guanti e una mascherina sulla bocca. Nessuno parla, tanto non avrebbe né la forza né la voglia.

 

 15 giugno 1916

Un miracolo, oggi. Sono arrivate delle Crocerossine, tutte signore della buona società. Hanno fatto il giro della camerata e una è rimasta indietro e si è messa a guardarmi. Nonostante la maschera quegli occhi… Non avrei mai potuto dimenticarli.

Si è avvicinata al letto, mi ha accarezzato i capelli, aveva gli occhi lucidi, mi ha parlato:

- Dai, sono sicura che ce la farai e poi verrò a trovarti tutti i giorni fino a quando torneremo insieme al paese.

Anche questa volta non ho detto niente, ma le ho stretto la mano con la poca forza che mi è rimasta.

 

 18 giugno 1916

Viene a trovarmi tutti i giorni, come un raggio di luce nel mio buio. La Madonna del Roseto ha ascoltato le mie preghiere, anche se ormai è troppo tardi. Oggi ho parlato con il medico e l’ho pregato di non farla venire più, perché non voglio che mi veda quando sarà l’ora, voglio che di me abbia il ricordo di un vivo. Ha capito e mi ha assicurato che mi accontenterà.

E’ l’ultima volta che la vedo, che scorgo quegli occhi così dolci e colmi di luce. Fatico a parlare e resto zitto, però, prima che se ne vada, devo dirle qualche cosa che ho dentro da tanto tempo.

-Se fossimo nati in un mondo diverso, non saremmo qui, ma in una casa a parlare e a sognare. Ho avuto poco dalla vita, ma l’averti conosciuto…

Tossisco, ho una convulsione, lei mi sostiene.

-…l’averti conosciuto ha dato un senso a tutto.

Mi bacia sulla fronte e corre via piangendo.

 

Il diario si ferma qui, a un’ultima pagina vergata con mano incerta. Non c’è la parola fine, anche se è sottintesa.

Ho provato a indagare per sapere il nome dell’ignoto estensore, ma, dato il tempo trascorso, chi poteva sapere è già morto da diversi anni. Sul retro del quaderno c’è una breve frase, che si legge a malapena: Era un uomo di una specie rara, nato e morto troppo presto.

Riconosco, però, quella calligrafia; l’ho già vista in alcune lettere che una nonna ha scritto alla nipote, cioè a mia moglie.

Ma il nome di lui resta ignoto, un segreto che una donna ha conservato gelosamente per tanti anni e che è morto con lei.

C’erano una volta i libri. Cristina Bove

C’erano una volta i libri

di Cristina Bove

Con lo zainetto in spalla, uscì dal portone e si avviò. La mamma le aveva raccomandato in tutti i modi di non fermarsi a guardare i negozi e, soprattutto, di non prestare ascolto ai Cantaqualcosa . Questi ultimi lei lo sapeva bene che erano assolutamente da evitare, anzi se ne avesse scorto uno in lontananza avrebbe dovuto subito cambiare strada e correre a gambe levate verso il più vicino commissariato di Pubblica Concretezza.
Nello zainetto la mamma aveva messo una cialda vitaminica salintegrata e una porzione di similtorta alla fragola che alla nonna piaceva tanto.
La nonna viveva ormai da anni in un piccolo monolocale, a qualche centinaio di metri sulla stessa via. Era immobilizzata da una brutta forma di artrosi e se ne stava quasi tutto il giorno sulla sua poltrona davanti alla finestra. Le raccontava, la nonna, che un tempo c’erano il Libri, e che lei ne aveva letti tanti. La bambina ascoltava rapita e le sembrava che quei misteriosi contenitori di storie fossero una favola che la vecchia signora inventava per trattenerla più a lungo a farle compagnia.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

La canzone di Maria, di Renzo Montagnoli


La canzone di Maria

di Renzo Montagnoli

Perché era andata a rovistare nella soffitta, fra ragnatele e vecchie cassapanche polverose?
Maria se lo andava chiedendo, mentre buttava da un lato vecchi stracci, conservati senza un motivo, senza una logica.
Forse era il tempo che non le mancava, le poche ore di sonno, la tediosità di una vita in solitario di una signora che aveva passato ormai la settantina.
Quella mattina si era alzata assai presto, quando ancora non albeggiava, e dopo le abluzioni aveva preso il solito caffè, d’orzo però, come le aveva consigliato il medico a causa dei disturbi del suo cuore; più che un malanno era un fastidio, un’aritmia ricorrente che le metteva affanno.
Il giorno prima aveva lavorato a lungo, preparato la camera degli ospiti, armeggiato in cucina per preparare quei piatti che a sua figlia piacevano tanto e questo perché lei e il marito sarebbero arrivati con il nipotino all’indomani. Non la vedeva da un anno, perché Livia, così si chiamava, da quando si era sposata si era trasferita con il marito negli Stati Uniti, dove lui lavorava in un laboratorio di ricerche. I contatti, se pur telefonici, erano frequenti, ma rivederla era tutta un’altra cosa.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Il tatuaggio e il porkocita

Da quando sono in vacanza mia madre mi tratta come se fossi la sua assistente personale per le faccende domestiche: la mattina all’alba lavaggio tende e pulizie di tutta la casa.
Per fuggire da questa sua mania sono andata a fare un po’ di spese all’angolo sotto casa….
Peccato però che il negozio di abbigliamento non ci sia più, così al suo posto mi ritrovo davanti a un negozio di tatuaggi.
Resto ferma a guardare la vetrina affascinata da tutti quegli strani disegnii.
Proprio in quel momento esce il proprietario del negozio salutando; è
più grande di me e ha un aspetto che mi intimidisce…
Che cavolo ci fa uno così nel mio quartiere?“, mi domando.

Sembra proprio un punkabbestia, pieno di tattoo su collo e braccia.

Non so esattamente cosa, ma qualcosa in lui mi turba. Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Maschere, di Cristina Bove

MASCHERE

di Cristina Bove

Cristina BoveLei aveva fatto davvero il possibile e lui, il burattinaio, era il solo a saperlo.
Stavolta lo aveva pregato di costruirle due maschere ancora migliori delle ultime, una che fosse bellissima e l’altra orrenda.
Lui non chiedeva mai a che cosa le servissero, conosceva la risposta.
Bene, per quella bella non occorre altro che fare ancora il calco al tuo viso, per l’altra dovrò studiarmi qualcosa.
Mi raccomando, disse lei mentre usciva, mandandogli un bacio sulla punta delle dita.
Eccole pronte, vuoi provarle?
Certamente!
La prima, come al solito, non modificava per nulla le sue sembianze, era semplicemente se stessa, perfino gli occhi verdi, contornati dal silicone della maschera assolutamente invisibile, avevano ovviamente la sua dolce espressione.
L’altra la lasciò senza fiato: era ancora lei, ma terribilmente invecchiata, le rughe fittissime e profonde a far da sfondo a un’espressione sofferta , un colore malato…e anche gli occhi che pure rimanevano i suoi, nell’indossarla avevano assunto un’aria di tristezza infinita.
Stavolta lui aveva davvero superato se stesso.
Adesso voglio due vesti, una bellissima che si intoni ai miei capelli e ai miei occhi e una da moribonda, livida, che lasci immaginare piaghe e cicatrici.
Anche quello fu fatto.
Il burattinaio l’amava, e lui solo conosceva il suo segreto, lui solo sapeva il suo vizio nascosto, e lo assecondava per l’immenso amore che lo legava a lei da tempi remoti.
A lei piaceva irretire gli uomini, soprattutto quelli dotati di spirito e intelligenza.
Nel passato però aveva dovuto difendersene perché, inevitabilmente, quello di turno si innamorava di lei, non solo, qualcuno era arrivato anche sul punto di farle la posta dopo essersi procurato chissà come il suo indirizzo.
Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Morte all’alba di Giuseppe Iannozzi su la Tribuna, quindicinale di informazione

Morte all’alba su la Tribuna

“Morte all’Alba”di Giuseppe Iannozzi fa parte di Racconti di Primavera, a cura di Stefania Nardini, ospitato su il quindicinale la Tribuna a pag. 17.
Scarica il racconto pubblicato su la Tribuna Anno XX, n. 11 del 15 giugno 2008

Privato - un racconto di Gaja Cenciarelli

Privato

di Gaja Cenciarelli

Non c’è nessuno per la strada, ed è strano, visto che è un sabato sera d’estate. Non ci sono nemmeno macchine parcheggiate. Non c’è né il chiarore dei fari, né il rumore del traffico in lontananza. Ogni cosa appare immota e lineare, semplice da assorbire con gli occhi e le orecchie, e spaventosa. I lampioni spuntano, dritti, dalle siepi di bouganvillee e lo seguono mentre percorre fino in fondo il viale che lo porterà a casa di Barbara. Gli sembra strano, tutto questo vuoto, tutto questo affollamento di assenze. Aveva fatto un sogno del genere, qualche notte prima. Un sogno che era rimasto a circolargli nelle vene e dal quale non era riuscito a disintossicarsi. Non ricorda, non è certo che Barbara lo abbia invitato a unirsi a loro, ma ci va lo stesso: li conosce da vent’anni, è lui il tassello mancante. Vorrebbe evitare di toccare l’asfalto: lo scenario che lo circonda è intonso. Non può impedirsi di considerarsi una macchia, teme che i suoi passi lascino tracce contaminanti. Mentre cammina si vergogna. Si sente osservato, denudato, deriso. Invece, nessuno lo vede. Perché non c’è nessuno. Stranamente, quella paralisi gli rende irriconoscibile un tragitto che in genere potrebbe percorrere a occhi chiusi. Sono anni che non incontra Barbara e gli altri. L’idea di affrontare il Cambiamento nei loro visi e nei loro corpi gli sottrae la pienezza dei sensi, ciò nonostante prosegue. Non ha portato niente, nemmeno una bottiglia di vino, o un dessert. Spera che lo accolgano senza considerarlo uno sfacciato, minimizzando su - o ignorando - la sua mancanza.

Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Invito alla tolleranza

Invito alla tolleranza

racconto di Maria Alemanno

Non faceva che ripetermelo.
Continuamente e con una certa apprensione, ma io non sentivo ragioni.
“Da te, guarda non me lo sarei mai aspettato. E dici anche di essere simpatizzante della sinistra! – mi rimproverava - Cerca di calmarti, razionalizza, sei diventata troppo estremista e questo tuo atteggiamento…io… scusa, ma lo definirei razzismo!”
E lì non ci vedevo più. Razzista. Io?!
“E loro allora? Loro che vengono nel nostro paese a violentarci le sorelle, le madri, le figlie? Loro che entrano in casa nostra, dentro la nostra cucina o la nostra camera da letto e si prendono i nostri bambini? Non i soldi, o i vestiti, ma i bambini - lo capisci che stiamo parlando di essere umani, secondo te per farne poi cosa? Quanto rispetto hanno di noi, loro, della nostra vita, dei nostri affetti, della nostra terra? Sono loro, i razzisti che calpestano il nostro senso di umanità e di civiltà!”
Più mi addentravo con Diana in quei discorsi, più mi infervoravo, più sentivo il sangue salirmi al cervello, annebbiarmi la vista come un liquido scuro nel quale annegavo e che aveva il sapore e l’odore della rabbia, dell’intolleranza, dell’impotenza e della paura.
“E dove li mettiamo - le dicevo ancora - tutti questi sentimenti negativi e queste emozioni devastanti, puramente gratuiti, che noi tutti viviamo quotidianamente quando passeggiamo per le strade o andiamo a fare la spesa o semplicemente quanto torniamo a casa, dopo il lavoro, o quando i nostri figli vanno a scuola? Lo sai, sono una persona fondamentalmente pacifica…” cercavo di spiegare alla mia amica che pure mi conosceva abbastanza bene, dal momento che ci frequentavamo da otto anni “… E ti garantisco che non provavo una tale avversione contro qualcuno dai tempi delle scuole elementari quando un compagno mi scarabocchiava il quaderno o mi rompeva in due la mia gomma colorata preferita! E adesso, senza che io abbia fatto nulla di male, senza che abbia mancato di rispetto a qualcuno o senza che io sia stata in qualche modo ingiusta, indelicata o maleducata, ecco che mi piomba addosso la violenza di gente che non ha scrupoli e che colpisce gli innocenti, capisci quelli che vivono la loro vita senza rompere le scatole a nessuno! E non dovrei essere arrabbiata? E non dovrei voler vedere questa gente andare via dal mio Paese? Io farò di tutto, in qualità di cittadino italiano, perché se ne vadano dal primo all’ultimo!” Continua..

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.