All’ombra della grande fabbrica. Gennaro Morra, un vero scrittore che racconta Napoli e la sua malattia
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
All’ombra della grande fabbrica
Gennaro Morra, un vero scrittore
che racconta Napoli e la sua malattia
di Iannozzi Giuseppe
Gennaro Morra (www.gennaromorra.com) è nato a Napoli nel 1972 da genitori giovani e proletari, che avevano messo sù casa in un quartiere di periferia, nato e sviluppatosi intorno a una fabbrica siderurgica. Di sé l’autore scrive: “La mia venuta al mondo non fu proprio un evento felice, i medici non riuscivano a farmi uscire e allora tentarono con le maniere forti. Alla fine i loro sforzi furono premiati e io vidi la luce, ma una parte del mio cervello era danneggiata. Fortunatamente la lesione riguardava solo la zona dalla quale partono gli impulsi che controllano l’attività motoria, mentre le facoltà intellettive erano intatte. Niente male come inizio, no?…”
“All’ombra della grande fabbrica” di Gennaro Morra è un romanzo. Non si creda che definire romanzo un lavoro scrittorio sia leggerezza critica. Tutt’altro. Migliaia le uscite editoriali ogni anno, soprattutto di esordienti minimalisti e sgrammaticati, incoscienti e perlopiù vittimisti alla moda che nulla hanno da raccontare: scrivere è un impegno grave che implica delle responsabilità artistiche e sociali, e politiche (anche) e solamente chi è disposto ad assumere su di sé questo peso si può fregiare del titolo di scrittore.
Gennaro Morra è uno scrittore che ha scritto un vero romanzo accettando le responsabilità che l’atto dello scrivere comporta. Parliamoci chiaro, Morra non è fumo negli occhi, è invece un giovane scrittore che i calli sulle mani ce li ha veramente: chiunque oggi osa levare la sua voce per dichiararsi poeta saggista giornalista, romanziere, dovrebbe prima guardarsi ben bene le mani e poi allo specchio la faccia, e se sui palmi delle mani e sul volto non troverà chiari segni d’una felice stanchezza, allora forse, benedetto da un barlume di onestà, capirà di non essere uno scrittore. Di pennivendoli il pubblico è esausto. In Italia si leggono pochi libri e giornali; sospetto che tra i tanti motivi addotti, più o meno banali, uno sia sincero: i libri al pari dei loro autori mancano di onestà e di sostanza.
Con “All’ombra della grande fabbrica” di Gennaro Morra ci troviamo davanti a una storia che non è di diarismo spicciolo, che non è di vittimismo alla moda e che non è nemmeno un mero prodotto editoriale. Chi avrà la fortuna di leggere il romanzo di Morra capirà all’istante che i fatti narrati, tra finzione e realtà, sono l’autentico corpo di uno scrittore che, nel dosare parole e pensieri, ha investito tutto sé stesso nella scrittura senza mai dimenticare l’anima, la ragione critica e lo stile.
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Sinfonia per l’imperatore di Donato Altomare – introduzione di Ugo Malaguti – Elaralibri
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Sinfonia per l’imperatore
di Donato Altomare
Introduzione di Ugo Malaguti
Elara S.r.l.
www.elaralibri.it
Narrativa romanzo
Collana Narratori europei di science fiction
Pagg. 288
ISBN 9788864990231
Prezzo € 27,00
L’apoteosi della fantasia
Ricordo che, nel corso di un mio viaggio in Puglia svoltosi alcuni anni fa, ebbi l’occasione di visitare il famoso Castel del Monte. Vi arrivai che il sole iniziava a tramontare, con un cielo carico di nubi plumbee, che di li a poco si sarebbero accumulate in uno strato uniforme, dando inizio a un temporale, con saette che sembravano scaricarsi sulle mura del maniero. L’atmosfera, intrisa di elettricità, l’oscurità quasi improvvisa mi sembrarono più proprie di un vecchio castello inglese o tedesco, abitualmente frequentato da fantasmi.
Per fortuna, a fugare ogni mio timore non ero l’unico visitatore, ma ve n’erano altri, anche se pochi, tutti intenti a rimirare l’interno di una fortezza assai più appagante vista dal di fuori. Mi sorse subito una domanda: che scopo aveva quella costruzione in cima al colle? Aveva una funzione strategica? No, di certo, perché non arroccava su strade di accesso alla Puglia uniche o di vitale importanza. Era forse una dimora gentilizia, base per battute di caccia? No, troppo spoglia e, soprattutto, eccessivamente protetta da possenti mura, anche se non cinta da un fossato. Era eventualmente una prigione? Forse, ma per rinchiudervi ben pochi detenuti, vista la limitata e inadeguata superficie coperta. E poi perché quella ricorrenza del numero otto? La pianta ottagonale e le otto torrette, pure loro ottagonali, sono insomma un richiamo continuo a quella figura geometrica intermedia fra il quadrato e il cerchio, vale a dire fra la terra e il cielo.
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La firma del diavolo di Fiorella Borin – Edizioni Tabula Fati – recensione e intervista di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli

La firma del diavolo
di Fiorella Borin
Copertina di Gian Luca Peluso
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Narrativa romanzo
Collana Malacandra
Pagg. 136
ISBN 978-88-7475-182-2
Prezzo € 9,00
Biastemo il giorno che me innamorai,
Biastemo il giorno che ti misi amore,
Biastemo il giorno che in te mi fidai,
Biastemo il giorno che ti déi il mio core;
Biastemo il bene ch’io te volsi mai,
Biastemo l’alma mia, che per te more…
E’ l’anno di grazia 1588 e a Triora, un paesino della Valle Argentina, sito nel retroterra di Ventimiglia, corre la paura, c’è la caccia alle streghe, ree di aver fatto mancare la pioggia e di aver ridotto alla fame gli abitanti. Sono giorni di sospetti, di calunnie, di confessioni estorte con la violenza, di nomi di innocenti fatti sotto tortura, con i nuovi incolpati che, per lenire le sofferenze, chiamano in causa altri incolpevoli, in una spirale di crescente terrore. Spadroneggia, forte della sua carica, il commissario Giulio Scribani, feroce persecutore di seguaci del diavolo e fra queste Magdalena, la più bella del paese, amante di un nobile soldato, peraltro coniugato, e che farà di tutto per salvarla dal rogo.
I fatti accaduti in quell’anno sono veri e sono documentati da incartamenti d’epoca e da saggi storici. Pure vero è il commissario Scribani, mentre la vicenda di Magdalena e del suo amante è frutto di fantasia, innestata però con perizia nella realtà degli eventi, al punto di apparire del tutto verosimile.
Fiorella Borin si destreggia abilmente fra realtà e invenzione scrivendo un romanzo, in cui superstizione, fanatismo religioso e amore contribuiscono a costruire una storia di grande interesse e anche di notevole bellezza.
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Gemma Gaetani e l’Elogio del tradimento – Intervista a tradimento all’Autrice
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Gemma Gaetani
Elogio del tradimento
Intervista a tradimento all’Autrice
a cura di Iannozzi Giuseppe
L’unico vero caso in cui tradire è un peccato è quello della coppia eroticamente fedele a se stessa, ossia il tradimento della possibilità del tradimento. Questo l’assunto dal quale muove spassosamente Gemma Gaetani per smantellare, esempi alla mano, da Ikea alle vacanze low cost, la comune concezione del tradimento, derivante da un’interpretazione distorta della figura di Giuda, il “traditore” per eccellenza, e dimostrare come l’esercizio della virtù non porti, praticamente mai, a niente di buono. Con una prosa dissacrante e ironica ma allo stesso tempo arguta e costellata di riferimenti letterari, cinematografici e iconografici, l’autrice ci spiega come tradire in segreto e con assiduità ci consenta di decostruire la vigente e ridicola concezione sacrale dell’amore fedele, offensiva per altro nei confronti di Dio, l’unico a cui dobbiamo un trattamento di tipo esclusivistico, di soffrire meno nel caso in cui il nostro oggetto d’amore ci dia il benservito, di vivere continuamente il brivido di una nuova conquista che ci è invece negato da pratiche contemporanee vieppiù diffuse quali la coppia poliamoristica, lo scambismo, il sesso virtuale, l’autoerotismo e la fruizione della prostituzione. Dai vantaggi economico-sociali del tradimento alle vere e proprie dritte per aspiranti traditori, saremo forniti di ottime e valide ragioni per l’esercizio di questa nuovissima virtù, per troppo tempo rimasta ingiustamente relegata tra i vizi peggiori dell’umanità.
Elogio del tradimento – Gemma Gaetani – Vallecchi Editore – 1ma edizione 2010 – 360 pagine – ISBN 978-88-8427-156-3 – Prezzo di copertina: € 12.50
1. In “Paradise lost” di Milton è la risposta. Di Adamo è il compito di vigilare su Eva, perché lei è debole e già una volta ha ceduto alle lusinghe dell’Angelo traditore in veste di serpente. Non fu forse Eva creata da una costola di Adamo perché gli fosse compagna? Sì, così fu. E Lei tosto lo tradì mangiando la polpa di quell’unico frutto che il Padre Iddio aveva vietato.
Gemma Gaetani: Ma per essere Eva, Giuseppe, ci vuole una forza che nessuna costola di uomo, che è spesso la creatura più debole del mondo, ha…
2. Tu sei credente?
Se credi in Dio, allora Dio è forte abbastanza da creare l’uomo e da strappargli una costola affinché abbia la compagna da lui desiderata.
Dio precisa ad Adamo che Eva è tanto bella quanto debole, quindi è suo compito vigilare sulla compagna perché non cada in tentazione coinvolgendolo.
Eva trasgredisce.
Adamo, quando il danno è oramai perpetrato, può solo rendersi colpevole anche lui, per non lasciare Eva da sola con il suo peccato. Colpa di Adamo – ed egli proprio per questo si rimprovera – fu di aver accordato troppa fiducia a una creatura che lo stesso Dio gli aveva indicato debole, facile preda delle tentazioni.
Da qui la cacciata dal Paradiso.
Satana ha vinto.
Blake disse di Milton che “era un vero poeta, e stava dalla parte del diavolo senza saperlo”.
Satana è il protagonista, il ribelle, che nonostante l’ira di Dio e la cacciata nell’Inferno, non si arrende e penetra nel regno di Dio per corrompere le creature di Dio. Satana ci riesce, corrompe la donna e con essa l’uomo, quell’Essere creato a immagine e somiglianza di Dio. Satana, per come l’ha esaltato Milton, è un personaggio positivo, un ribelle shakespeariano che non conosce regole morali.
Gli Angeli di Dio possono solo limitarsi a far conoscere un pezzetto del futuro che attende Adamo.
Gemma Gaetani: Io credo in Dio come al Grande Narratore. Poi ci credo come mito, trovo la Bibbia analoga alla saga di Guerre Stellari (una mitopoiesi). In momenti di debolezza mi dico che sarebbe bello se poi questo Dio esistesse, ascoltasse le nostre preghiere, custodisse i nostri morti, e in quei momenti credo vere queste mie ultime due affermazioni.
Credendoci così, non posso considerarmi una costola di Adamo, e se proprio devo pensare alla donna come a un pezzo di Adamo e in generale dell’uomo, allora ci penso come a un pezzo non fisico: il coraggio, la forza, anche di “peccare”.
3. Insomma ci credi poco in Dio. Nietzsche diceva che non è stato Dio a creare gli uomini, ma al contrario sono stati gli uomini a creare Dio. Per illudersi di avere sempre a portata di mano un’àncora di salvezza.
La Bibbia è un libro, a suo modo, divertente; forse il primo esempio di fantascienza. E’ un libro che parte da un presupposto maschilista: la donna viene creata con il solo e unico scopo di servire l’uomo, il maschio.
Dunque, a tuo avviso, i maschi avrebbero meno coraggio di peccare… di cedere al tradimento?
Gemma Gaetani parla del tradimento, e non solo. Una chiacchierata insieme all’autrice dell’Elogio del Tradimento
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Gemma Gaetani parla del tradimento, e non solo
clicca qui e leggi elogio del tradimento
Una chiacchierata con Gemma Gaetani
a cura di Iannozzi Giuseppe
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Bright Star. La vita autentica di John Keats. Il romanzo biografico lo scrive Elido Fazi
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Bright Star. La vita autentica di John Keats
Il romanzo biografico lo scrive Elido Fazi
di Iannozzi Giuseppe
Chi non conosce John Keats, Colui il cui nome fu scritto sull’acqua, sa poco o niente della Poesia. Keats, uno dei principali esponenti del Romanticismo, scriveva in una lettera a John Taylor (27 febbraio 1818): «Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente». E in un’altra missiva indirizzata invece a John Hamilton Reynolds (3 febbraio 1818): «Non sopportiamo la poesia che ha un disegno chiaro per noi [...] La poesia dovrebbe essere grande ma discreta; qualcosa che ti penetra dentro senza farti trasalire, senza colpirti in sé stessa, ma col suo messaggio. Come sono belli i fiori nascosti! Come se ne sciuperebbe la bellezza se si spingessero dalla strada gridando: “Ammiratemi: sono una violetta! Adoratemi: sono una primula!”». E poco prima di morire, rivolgendosi a un altro grande poeta esponente anch’egli del Romanticismo inglese, ovvero a Percy Shelley, in una lettera datata 16 agosto 1820: «La mia immaginazione è un monastero e io sono un monaco».
I baci della Crocifissione (Uscita verso l’Inferno) di Iannozzi Giuseppe – l’introduzione in anteprima
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
I baci della Crocifissione
(Uscita verso l’Inferno)
Il leit-motiv del romanzo “I baci della Crocifissione (Uscita verso l’Inferno)” è l’indagine dei sentimenti umani che, a detta dei più, sono una triade, ovvero Amore, Odio, Amicizia, anche se, ad onor del vero, l’Amicizia è una sfumatura dell’amore.
Chi ama non può fare a meno di essere al contempo vittima e carnefice, assassino e assassinato.
I giovani personaggi del romanzo vivono la loro storia d’amore in tutta innocenza fino a quando interviene un qualcosa di alieno che li separa; inizia così per loro la ricerca della verità, del motivo che li ha portati ad allontanarsi l’uno dall’altra. Nel corso della loro indagine psicologica, si rendono conto che Amore e Odio non sono altro che delle diramazioni di una forza superiore e che quello che loro avevano vissuto come ‘amore’ era solo illusione, perché in realtà erano legati da una Forza Superiore, forse buona, forse cattiva. La loro vita non può che cambiare radicalmente, in quanto rispondono, almeno a livello istintivo, alle domande eterne che l’uomo si è da sempre posto, cioè: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? Nel loro animo giungono a trovare le risposte alle eterne domande che l’umanità si pone, ma proprio di queste risposte avranno paura e si accuseranno l’un l’altra di essere degli assassini, assassini di se stessi; spaventati, sarà la loro paura a concretizzare il corpo del reato, i loro stessi cadaveri! Scoprono di essere vivi ma nel contempo cadaveri, sospesi in una condizione intermedia fra la vita e la morte, metafora dell’ipocrisia alienante ed imperante nella società. Il lavoro di ricostruzione, pour ainsi dire, della loro personalità comporta un sacrificio e per lei e per lui, ovvero rinunciare alla loro conoscenza (ma anche alla loro coscienza) per acquisire una spiritualità nuova, una conoscenza superiore dell’Amore e dell’Odio che regolano le umane passioni. Riuscire a pervenire a questa conoscenza comporterà anche dei sacrifici spirituali e materiali: i protagonisti intraprendono un viaggio all’interno del loro più riposto Ego e rischiano di perdersi nel Nulla, di annullare la loro personalità per consegnarla ad un Nulla le cui fondamenta posano sul concetto di Materialismo Morale. Il Materialismo Morale, quello che fonda le sue ragioni sull’immagine dei sentimenti piuttosto che sulla sostanza spirituale, finisce con l’incarnarsi nei loro doppi, fantasmi gemelli del loro passato che si vuole imporre come futuro della loro esistenza. In definitiva, nel romanzo mille sono i luoghi dell’anima che vengono visitati, luoghi che sono anche anticamere per la salvezza o la dannazione, luoghi che si sposano con l’ambiente familiare, lavorativo, scolastico, ecc. Chi o che cosa è più forte dell’Amore e dell’Odio? I giovani protagonisti del romanzo lo scopriranno dopo non poche incomprensioni…
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Fabrizio Centofanti Prêt(re) à porter ovvero la vita in cinque righe
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Fabrizio Centofanti Prêt(re) à porter
La vita in cinque righe
Nella eterna battaglia dell’umanità contro il caos, Platone predicava la vittoria dell’uomo grazie alla ragione. Cristo ci ha dato anche la speranza. Questo libro testimonia come vive questi due insegnamenti, semplici eppure rivoluzionari, un uomo di oggi che ha fatto una scelta radicale, ed è un libro che provoca, aggredisce, costringe a combattere corpo a corpo con le placide certezze nelle quali troppo spesso finiamo per adagiarci.
Dalla Postfazione di Riccardo Ferrazzi
Fabrizio Centofanti è uno scrittore cristiano, o meglio, è un cristiano scrittore. E dunque è un genere speciale di cristiano.
Dalla Prefazione di Tiziano Scarpa
Fabrizio Centofanti è laureato in Lettere moderne. Sacerdote diocesano a Roma dal 1996, opera soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della Sacra Scrittura. Ha pubblicato un volume su Calvino (Una trascendenza mancata, Istituto Propaganda Libraria, 1993) e uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Istituto Propaganda Libraria, 1987), oltre a numerosi saggi e articoli di natura letteraria. Nel 2005 è uscito il volumetto Le parole della felicità, Laurus Robuffo. Con Effatà Editrice ha pubblicato Guida pratica all’eternità. Racconti tra cielo e terra (2008).
E’ anche il gran capo spirituale de lit-blog La Poesia e lo Spirito
Fabrizio Centofanti – Prêt(re) à porter (La vita in cinque righe) - Effatà editrice – 160 pagg. – 1ma edizione 2010 – € 12,00 – ISBN 978-88-7402-572-5
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Stefania Nardini e Jean-Claude Izzo Non convince del tutto la prima biografia dedicata al noirista marsigliese
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Stefania Nardini e Jean-Claude Izzo
Non convince del tutto la prima biografia
dedicata al noirista marsigliese
di Iannozzi Giuseppe
Prima biografia per Jean-Claude Izzo. A scriverla è Stefania Nardini già autrice del notevole Gli scheletri di via Duomo (Pironti editore), Matrioska (Pironti editore), Roma nascosta (Netwon Compton).
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Sebastiano Vassalli con “Le due chiese” è il migliore scrittore italiano, la vera Letteratura
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Sebastiano Vassalli
Le due chiese
Einaudi – Collana: Supercoralli / Narrativa
Pagine 316
Prima edizione 2010
ISBN 9788806202880
Prezzo di copertina € 20.00
Tutto incomincia con quattro spari che riecheggiano nel silenzio della montagna.
Tutto incomincia con un corpo immobile nella neve macchiata di sangue, e con un pezzo di latta: forse una spilla, che qualcuno ha buttato su quel corpo. Sulla spilla, che verrà conservata a lungo nei depositi di un tribunale, come «firma» dell’assassino e quindi anche come elemento fondamentale per le indagini, si leggono, stampate in rilievo, le parole:
«Non più servi non più padroni».
Sebastiano Vassalli, Le due chiese
***
Dopo quattro raccolte di racconti, Sebastiano Vassalli torna al romanzo con una grande prova narrativa.
L’autore della Chimera affronta qui, con l’abilità di un prestigiatore, la storia del Novecento vista in filigrana attraverso gli eventi di una piccola comunità all’ombra di «Sua maestà il Macigno Bianco». Vassalli muove le fila di questo piccolo mondo, giocando abilmente con i contrasti tra il moto perpetuo dei destini umani e la severità immobile della grande montagna.
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Silvia Avallone: un po’ di ACCIAIO per il Premio Strega
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Silvia Avallone
ACCIAIO
Rizzoli – Collana: La Scala / Narrativa
Pagine 368
ISBN 9788817037631
18 Euro
Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d’uscita. Poi un giorno arriva l’amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l’amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male.
Attraverso gli occhi di due ragazzine che diventano grandi, Silvia Avallone ci racconta un’Italia in cerca d’identità e di voce, apre uno squarcio su un’inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più. E lo fa con un romanzo potente, che sorprende e non si dimentica.
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Gordon Houghton è l’Apprendista dalla parte dei morti resuscitati
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Gordon Houghton è l’Apprendista
dalla parte dei morti resuscitati
di Iannozzi Giuseppe
Provate a morire. Una volta, una sola non potrà farvi poi troppo male!
Sul letto di morte quale sarà il vostro ultimo pensiero? E: avrete tempo di formularlo un pensiero, o piuttosto tirerete le cuoia punto e basta?
I più non se ne accorgono proprio che la loro vita è bell’e finita: un momento prima tenevano in mano l’ennesimo drink, quello dopo non sono più. Un proiettile vagante e quella strana cosa che è la vita gli scivola via fra le dita. Non sono poi pochi quelli che passano le loro giornate in attesa della Grande Falciatrice, peritosi, incapaci persino di respirate tanta è la paura di buscarsi un raffreddore. E c’è però anche chi la morte la insegue quasi la ritenesse l’unica degna amante da allattare al seno, dalla culla alla tomba: Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, per tutta la loro breve esistenza non hanno fatto altro che sedurre la Morte provocandola stuzzicandola interpretandola con voce chitarra e scimmie sulla schiena.
Gordon Houghton immagina una storia, quella di uno zombie, o meglio di un tizio che è andato incontro alla morte in giovane età per un incidente capitatogli fra capo e collo proprio mentre stava svolgendo il suo lavoro di investigatore privato se non proprio alle prime armi quasi.
Ade è stato assassinato, non si sa da chi, fatto sta che i quattro cavalieri dell’Apocalisse, Morte, Guerra, Carestia e Pestilenza hanno bisogno di rimpiazzarlo. Scegliere il successore di Ade è meno semplice di quanto si possa immaginare, ecco dunque l’ennesima estrazione, o meglio riesumazione: Morte tira fuori dalla tomba il fortunato cadavere che suo malgrado diventerà l’Apprendista, per una settimana, al termine della quale i quattro Cavalieri dell’Apocalisse daranno il loro responso se è adatto o no a ricoprire il ruolo che fu di Ade. Il giovane zombie non sa che pesci prendere e quando un barlume d’intelligenza comincia a risvegliarsi nel suo cervello zombizzato è troppo tardi: oramai ha firmato il contratto, per sette giorni si darà da fare per prendere il posto di Ade, dovrà accompagnare Morte e imparare da lui; e se alla fine della settimana concessagli sarà giudicato non buono, potrà tornarsene nella tomba.
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Giona A. Nazzaro – A Mon Dragone c’è il diavolo – di Gordiano Lupi
Pubblicato da Katia Ciarrocchi
Giona A. Nazzaro – A Mon Dragone c’è il diavolo

Titolo: A Mon Dragone c’è il diavolo
Autore: Nazzaro Giona A.
Editore: Perdisa Pop
Collana: Walkie Talkie
Prezzo: € 14.00
Data di Pubblicazione: 2010
ISBN: 8883724879
ISBN-13: 9788883724879
Pagine: 203
Reparto: Narrativa italiana
A cura di Gordiano Lupi
Luigi Bernardi continua a stupire per il suo essere controcorrente nelle scelte editoriali e per come riesce a impostare in modo originale una collana di autori italiani. Le copertine della Walkietalkie di Perdisapop sono dei piccoli capolavori artistici, realizzati con cura da Onofrio Catacchio che ha trasformato i disegni in una mostra itinerante. I testi – possono piacere o non piacere – ma tutto si può dire meno che non so tratti di scelte coraggiose. Bernardi inserisce in catalogo romanzi neri, storie violente, racconti horror e narrazioni soprannaturali scritte da italiani, superando lo storico pregiudizio che un autore nostrano debba scrivere solo di commissari panzoni che amano il sole, la cucina, la mamma e nel tempo libero danno la caccia ai criminali…
In questo contesto salutiamo con piacere la pubblicazione della bella raccolta di racconti A Mon Dragone c’è il diavolo di Giona A. Nazzaro, autore noto come critico cinematografico amante dei generi che si dimostra abile costruttore di trame da horror fantastico. In questo caso il coraggio di Bernardi è duplice, perché supera anche il pregiudizio sulle raccolte di racconti, accusate di non vendere abbastanza per giustificare la pubblicazione. Mi permetto di dire che se per racconti intendiamo sterili esercizi di stile – come Il ventre della macchina di Veronesi o La più grande balena morta della Lombardia di Aldo Nove – è più che logico che il pubblico risponda con disinteresse. Il racconto horror, invece, sullo stile di Stephen King, ispirato da Lovecraft, Lansdale, ma anche dal cinema di Lucio Fulci e dalle trame di Dardano Sacchetti, ha ragione di esistere.
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Leonardo Colombati e Perceber. Intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Leonardo Colombati
Perceber
intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe
Una molto vecchia intervista. Si era sul finire del 2005 o giù di lì. In libreria usciva il primo romanzo di Leonardo Colombati, Perceber. Divise la critica. Chi lo osannò e chi lo distrusse senza pietà. Colombati, nel bene e nel male, fece parlare di sé.
In seguito Colombati diede alle stampe Rio per i tipi Rizzoli. Un flop disastroso. Leonardo Colombati ha di recente pubblicato un altro romanzo, per Mondadori, Il re: nessuno o quasi si è accorto di lui. Un altro flop? Così parrebbe.
Oggi Perceber viene ristampato, ma non per Sironi editore. Vabbe’. E’ però ancora disponibile nel catalogo Sironi. Fateci sù un pensierino, perché questo è il solo lavoro di Leonardo Colombati che val la pena di leggere. [ g.i. ]
1. Dovremmo forse iniziare con una domanda semplice prima di passare a quelle difficili veramente. Ma non è detto che sia facile rispondere a questa prima domanda che ora ti pongo: chi è Leonardo Colombati, l’Autore di “Perceber”?
Sono nato trentacinque anni fa a Roma, dove ho sempre vissuto, ad eccezione di due anni trascorsi a Londra). Mi sono sposato nel 1999 con Gaia ed ho due figli, Margherita (4 anni) e Matteo (2 anni). Per guadagnarmi da vivere vendo cavi in fibra ottica per conto di un’azienda inglese. Durante la mia non troppo significativa esistenza sono progressivamente ingrassato fino a raggiungere un “peso-forma” che lo sarebbe davvero se fossi grosso come Primo Carnera; e ho fatto in tempo a godermi due scudetti della Roma e una lunghissima serie di cocenti delusioni subite allo Stadio Olimpico, in Tribuna Tevere, dove sono abbonato dal 1974.
2. Ormai tutti sanno che hai impiegato ben dieci anni per scrivere “Perceber”. Cosa ha significato per te impiegare così tanto tempo dietro alla stesura d’un romanzo? Quanto ti ha impegnato e quante risorse hai dovuto compulsare per arrivare alla stesura finale?
Per il primo libro hai vent’anni a disposizione; per il secondo, sei mesi. Perceber è nato quando, a dieci anni, mio padre mi regalò il Tom Jones di Fielding in una vecchia edizione della Garzanti, con la copertina di tela beige e un leone rampante nell’angolo in basso a destra. Lette le prime sessanta pagine, decisi che volevo fare lo scrittore. Fino ai miei quindici anni, non avevo nessuno con cui condividere la mia passione per la letteratura. Poi, un’estate, conobbi un ragazzo di Milano: Bernardino. Era un incrocio tra il Bruce Springsteen ritratto sulla copertina di Darkness on the edge of town e Joe Strummer dei Clash. Andava in giro in bicicletta con un cappotto nero, leggero, e quando le falde prendevano vento sembrava un pipistrello. Non solo gli piacevano i libri, ma sembrava averli letti già tutti. È stata la prima persona con cui ho potuto parlare di letteratura, e ancora adesso accolgo qualsiasi suo giudizio come il Vangelo. In quelle estati trascorse in Versilia s’andava perfezionando in me la scissione che sarebbe diventata una cifra definitiva del mio carattere. Con Bernardino discutevo di Borges sotto l’ombrellone, stando attendo a non abbronzarmi perché mi sembrava che il pallore potesse bastare a donarmi un’aria da “intellettuale”. Poi, la sera, cantavo Roma capoccia a squarciagola in un piano-bar. Questo per dirti che, ad esempio, ora che è uscito Perceber, la maggior parte della gente che mi conosce non riesce a far coincidere la mia immagine da cazzone con quella di uno che per più di dieci anni s’è messo davanti alla macchina da scrivere e al computer. “Ma quando l’hai scritto?”, mi chiedono. E capisco che non lo so nemmeno io.
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Paolo Cherubini per un amore oltre il tempo e lo spazio Historie d’amour
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Paolo Cherubini per un amore
oltre il tempo e lo spazio
Historie d’amour
di Iannozzi Giuseppe
Per parlare di Historie d’amour di Paolo Cherubini è doveroso far riferimento a due autori francesi contemporanei: Marc Levy e Guillaume Musso, che nei loro romanzi inseriscono parecchi eventi più o meno sovrannaturali, appartenenti al mondo onirico e ad una linea spazio-temporale parallela. Per Paolo Cherubini questa volta c’è un romanzo che è una storia d’amore tout court, come preannuncia il titolo – non c’è via di fuga, l’amore è la prima e l’ultima necessità dell’uomo e chi non l’ha conosciuto, per codardia o paura, muore da solo e insoddisfatto.
Checché se ne dica, l’uomo ha da sempre cercato di allontanare da sé la nera falce della Morte per avvicinarsi agli Dèi da esso immaginati in gran pletora e con sembianze sempre diverse, a seconda dell’èra che l’ha visto protagonista. L’immortalità è il sogno dell’uomo ancor oggi e c’è ragione di credere che lo sarà sino all’estinzione dell’umanità tutta: la scienza riuscirà ad allungare la vita dell’individuo ma mai a fermare il processo d’invecchiamento delle cellule, che sono programmate per morire e che sono quindi deperibili, come qualsiasi cosa organica presente in natura. Solo se l’uomo riuscisse a dimostrare l’esistenza di Dio e a carpirgli il segreto del suo inalterabile DNA, potrebbe rendersi simile a lui e sfidarlo anche. Oggi, tuttalpiù può illudersi che le religioni dicano il vero e che la reincarnazione sia una possibilità di tornare in vita su questa terra, seppur in un corpo diverso e con pochi frammentati ricordi forse, più simili a déjà vu che a dei veri e propri brandelli di passato.
Paolo Cherubini ci racconta una favola d’un amore impossibile, che solo una reincarnazione degli amanti, in un altro tempo ed epoca, potrebbe salvare, consolidare e consumare. La storia ha inizio sul finire dell’Ottocento: l’ottuagenario Cornelio Rufo, di professione esploratore, s’innamora d’una donna più giovane di lui e che per altro è già sposata. Cornelio è un galantuomo e non ci pensa assolutamente a strappare la donna a un altro. E’ una persona di sani principi; non può però negare che il suo cuore batte per lei, pur ammettendo che lui Cornelio è un vecchio, di carni fruste e di rughe che non si contano per quante sono. Per Cornelio e Grimilde l’unica possibilità è quella di reincarnarsi, giovani e liberi entrambi, in un altro punto della linea spazio-temporale. Perché anche Grimilde ama Cornelio, ella accetta di condividere con il vecchio esploratore la promessa – e la scommessa – di incontrarsi e di amarsi se gliene verrà data la possibilità. Cornelio è un sognatore, ma è anche un uomo pragmatico: si mette in contatto con una strana setta, quella del Grifo, nella speranza che un giorno, lontano non si sa quanto, possa riportare in vita lui Cornelio e la sua Grimilde. Cornelio e la setta del Grifo già sul finire dell’Ottocento hanno in mente qualcosa di molto simile a quella che oggi la scienza indica col nome di clonazione. Già nell’Ottocento si parlava di biotecnologie, seppur il DNA non fosse stato scoperto e poco o nulla si sapesse di come avviene la riproduzione umana. Ovvio che c’è molta molta immaginazione, come in ogni romanzo d’avventura e d’amore, e di fantascienza. Tuttavia in Historie d’amour di Paolo Cherubini la fantascienza soggiace a un romanticismo spietato… spietato perché nei decenni a venire, per far sì che Cornelio e Grimilde tornino in vita, non poche vite saranno sacrificate sull’altare della scienza, anche di quella nazista.
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Hysteron – Il Sentiero nascosto di Fabrizio Corselli
Pubblicato da Fabrizio Corselli
Hysteron – Il Sentiero nascosto di Fabrizio Corselli
Disponibile per metà Marzo, in formato E-Book, l’opera di Saggistica “Hysteron – Il sentiero nascosto” di Fabrizio Corselli.
“Hysteron, il sentiero nascosto” è una raccolta di Saggi e Interventi brevi dell’autore sulla Poesia; una raccolta che segue un iter tematico ben specifico nel trattare canoni universali quali la Bellezza, l’Armonia, l’Euritmia, la Primordialità, l’Immaginazione, lo Stile, l’Eros e così via.
I testi, alcuni dei quali inediti, sono stati pubblicati su riviste del settore e presso siti di Fondazioni Internazionali.
L’opera sarà disponibile a metà Marzo, presso il sito Achilleion Sezione “Saggistica”, per il download.
http://www.achilleion.sitiwebs.com
Nasce Senzapatria editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Nasce Senzapatria editore
Quando nasce una nuova casa editrice è sempre una scommessa. Un grande atto di coraggio, una sorta di gesto rivoluzionario. Ammesso che sia compiuto con coscienza di causa, competenza e determinazione.
Il fondatore di Senzapatria è mio amico da anni. Carlo Cannella ha pubblicato con vibrisselibri Tutto deve crollare, un romanzo che ha spaccato in due le opinioni dei lettori: una storia che, di certo, non può passare inosservata e, altrettanto sicuramente, non si lascia dimenticare con facilità.
Carlo mi ha parlato tante volte, sia in Italia, sia ad Amsterdam – dove ha vissuto per anni – del suo sogno di fondare una casa editrice.
Ora il sogno è diventato realtà.
La determinazione di Carlo, caratteristica fondamentale cui ho accennato poc’anzi, ha riunito attorno a sé fior di scrittrici e scrittori che parteciperanno a un’antologia in uscita a maggio 2010 e intitolata Assedi e paure nella casa Occidente.
Sono felice di essere tra i fortunati che scriveranno per questo volume e di essere in compagnia di tanti amici già affermati, di indiscutibile talento.
Invito chiunque volesse saperne di più a cliccare su Senzapatria.
Auguro a Carlo Cannella e al suo sogno di diventare sempre più riconoscibile, sempre più concreto.
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Raúl González Salinero. Le persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano. Prefazione di Mauro Pesce, edizioni Graphe
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Raúl González Salinero
Le persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano
prefazione di Mauro Pesce
ISBN: 978-88-89840-52-8
Pagine: 120 – € 13,50
Graphe edizioni
Il tema delle persecuzioni è oggetto di interesse scientifico fin dal secolo XIX e ha costituito l’argomento di svariati romanzi e film nel corso del secolo scorso. La storiografia tradizionale, sviluppatasi fondamentalmente in ambiente ecclesiastico, ha contribuito decisamente a sedimentare nell’inconscio collettivo una serie di miti e stereotipi ideologici che, spesso, non corrispondono alla verità storica.
A partire dallo studio critico e minuzioso delle fonti antiche – e basandosi sugli apporti più recenti dell’attuale storiografia – l’Autore cerca di evidenziare in quest’opera l’origine, le cause, lo sviluppo e il fiasco storico delle persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano.
Ne viene fuori una sintesi critica rigorosa che intende svelare il vero significato di questo episodio storico, tanto essenziale nello sviluppo del cristianesimo (articolato in buona parte sul ricordo e sull’esaltazione del sangue sparso dai santi martiri) quanto falsato dall’anchilosata deformità dei miti e delle leggende alle quali ha dato origine.
«Il libro di Raúl González Salinero offre uno strumento essenziale per informarsi a fondo su tutta la questione senza alcun cedimento, né apologetico né negazionista. Un merito, non secondario, di questo lavoro sta nel confronto costante sistematico tra le fonti, citate ampiamente, con l’interpretazione storiografica. Credo che questo ne renderà molto utile la lettura» (dalla prefazione di Mauro Pesce).
Raúl González Salinero: Dottore in Storia Antica presso l’Universidad de Salamanca (1997) e Segretario Generale dell’Asociación Interdisciplinar de Estudios Romanos (Madrid) è attualmente docente presso il Dipartimento di Storia Antica dell’Universidad Nacional de Educación a Distancia di Madrid.
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A Mon Dragone c’è il diavolo, parola di Giona A. Nazzaro
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
A Mon Dragone c’è il diavolo
Giona A. Nazzaro
Prezzo euro 14,00 -Pagine 208 – Isbn 978-88-8372-487-9

«Chi sei?» chiesi con un filo di voce. Al che Lui, come se dovesse dar retta a uno scolaro un po’ tardo, rispose: «Qualunque cosa la gente dica io sia, è ciò che non sono».
Una terra offesa e depredata, scavata tra colline brulle e spiagge devastate, che potrebbe essere il meridione d’Italia ma forse è solo l’Inferno: un luogo angusto e minaccioso, fatto di uomini spenti e donne stanche che reggono il peso di giorni in apparenza tutti uguali, dove ogni mattina si ricomincia a morire e ogni notte si prega e si trema, perché qui le presenze diaboliche sono reali quanto la pazzia e si susseguono senza tregua.
Nove avvolgenti racconti di angoscia e di orrore: bambini che incontrano il Diavolo, apparizioni perverse, possessioni, esorcismi e menzogne della mente, come altrettante metafore del lato oscuro della realtà…
Giona A. Nazzaro (Zurigo, 1965) è giornalista pubblicista e critico cinematografi co. È autore di Action! Forme di un transgenere cinematografico (Le Mani, 2000, menzione speciale al Premio Barbaro/Filmcritica). Ha scritto, insieme ad Andrea Tagliacozzo: Il cinema di Hong Kong: spade, kung-fu, pistole e fantasmi (Le Mani, 1997), John Woo – La nuova leggenda del cinema d’azione (Le Mani, 2000) e Il dizionario del cinema di Hong Kong (Universitaria Editrice, 2005). È inoltre autore di saggi dedicati al mondo della musica e ha curato libri su Abel Ferrara, Spike Lee, Gus Van Sant.
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Fabrizio Poggi e gli Angeli perduti del Mississipi tra storie e leggende di blues – MeridianoZero
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Fabrizio Poggi
Angeli perduti del Mississipi
Storie e leggende del Blues
Prefazione di Ernesto De Pascale
La leggenda narra che Robert Johnson strinse il patto con il diavolo a un crocicchio, cedendo la sua anima in cambio del talento per suonare la chitarra come nessuno aveva mai fatto prima. Il blues nacque così: imbevuto fin dall’inizio di magia arcana e spettrale. Proprio per questo ancora oggi le sue formule, i suoi riti e linguaggi rimangono sconosciuti e occulti.
In Angeli perduti del Mississippi, Fabrizio Poggi [ http://www.chickenmambo.com ] decodifica i meccanismi che costruiscono le atmosfere rapinose e corsare che ammantano la musica del diavolo, e lo fa attraverso una miscellanea di micro-racconti, di frammenti narrativi incastrati come smalti e tasselli di un medesimo mosaico. Un affresco tanto affascinante da assumere i contorni di un viaggio letterario e culturale che odora di zolfo e distillerie, chitarre e demoni, e che porta progressivamente a trasfigurare l’opera in una ballata sulla musica nera.
Un suggestivo vagabondare, insomma, che disegna una geografia storico-sociale, oltre che musicale, stupefacente e ricca di spunti. Un libro che, in un’efficace galleria di personaggi, non manca di tratteggiare le vite dei principali alfieri del blues – da B.B. King a Bessie Smith, da Buddy Guy a Elmore James – ma che racconta anche il double talk, la lingua “nascosta” con cui i neri parlavano per non farsi comprendere dai bianchi, e l’hoodoo, quell’insieme di credenze popolari e pratiche magiche o propiziatorie, legato al mondo africano.
Angeli perduti del Mississippi mescola allora critica musicale e ricerca antropologica, narrativa d’avventura e di viaggio in una combinazione di linguaggi e ritmi davvero avvincente e imperdibile.
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Elido Fazi. Bright Star. Vita breve di John Keats. L’unico romanzo sulla vita del Poeta – Fazi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Elido Fazi
Bright Star. Vita breve di John Keats
L’unico romanzo sulla vita del Poeta
Sulla scia di un rinnovato interesse per la figura di John Keats, Bright Star ripercorre l’ultimo periodo della vita del poeta, diviso fra difficoltà economiche e travagliate vicende familiari. Con una costruzione narrativa a salti, frammentata, che imita e riflette la natura complessa dello stesso Keats, è ricostruita la personalità di un uomo che, affascinato dalle potenzialità della parola, si ritrovò, proprio in quello stretto giro di anni, a meditare sulle contraddizioni della vita.
In questo ritratto intimo che è prima di tutto resoconto esistenziale, l’incontro con personaggi come Shelley, Wordsworth, Coleridge, passa attraverso lo sguardo di un giovane di origini modeste ma dotato di una sensibilità speciale. La volontà di realizzare un’opera che fosse sintesi perfetta del suo pensiero si intreccia nel libro con episodi anche tragici riguardanti il destino dei fratelli, mostrando quanto momenti di esaltazione e momenti di sconforto si alternassero incessanti nella mente del poeta destinato a così breve esistenza.
Anche l’amore per Fanny, in cui culmina il desiderio di una comunione tra anime e una sorta di complicità non solo affettiva, intesa ideale e spesso in bilico tra ossessione e indifferenza, diventa qui ulteriore momento di riflessione. L’autore di questo libro, nella sua libera e appassionata interpretazione di Keats, riutilizza con disinvoltura la straordinaria opera poetica nonché l’ironico e ricchissimo epistolario originale, restituendo la figura del poeta, ma anche dell’uomo, nei suoi aspetti più inediti e nascosti. Grazie alla sua personale esperienza di editore, in più, Elido Fazi, in una sorta di identificazione con il suo personaggio, di cui ricostruisce stati d’animo e situazioni, adombra nelle figure del romanzo personalità legate al mondo intellettuale contemporaneo per un racconto intenso ed entusiasmante che ha tutto il sapore di un innamorato omaggio.
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“Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta”, Fermenti Editrice
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Quattro stracci, una rupia
e una bambola di cartapesta
Felice Muolo
Barbie e la bambola di cartapesta
di Stefania Nardini
Non ci vuole solo sensibilità ma anche coraggio per scrivere un libro mettendosi nella pelle di un bambino. Di bambini si può scrivere raccontando delle storie, si può scrivere per loro, ma costruire come protagonista una bambina di nove anni, indiana, adottata da una coppia di italiani, è un’impresa che richiede talento.
Felice Muolo, l’ha fatto, ed è riuscito a far parlare Pragasi immedesimandosi nei suoi sentimenti, nelle sue paure, nelle sue emozioni. Un libro “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta” (ed. Fermenti) che dovremmo leggere tutti. Il romanzo si legge in un soffio. Ed ogni pagina lascia riflettere, facendo sgranare gli occhi quando la bambina racconta del suo arrivo in Italia. Della sua Barbie che un turista le aveva donato, e con la quale le fu vietato di giocare, altrimenti sarebbe risultato un vistoso privilegio per gli altri orfani dell’istituto dove il sogno è un miracolo: avere dei genitori. Il bisogno d’amore di Pragasi è commovente. E’ nei suoi piccoli gesti, in quel suo guardare il nuovo mondo in cui si trova.
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Tiziana De Pace è nei TempInVersi, come Alice nel Paese delle Meraviglie
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Tiziana De Pace
TempInVersi
come Alice nel Paese delle Meraviglie
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Iniziamo con un domanda difficile, perché devi e mi devi convincere della bontà della tua proposta letteraria: il tuo libro, TempInVersi (Cicorivolta edizioni) si apre con una citazione da Sylvia Plath. Oggi sopravvivono poche donne-poeta, in particolare due o tre, Saffo, Emily Dickinson e Sylvia Plath, tutt’e tre molto impegnative, anche per il lettore più scafato. Dunque, chi è Tiziana De Pace?
Credo non siano impegnative, sono invece in grado di creare immagini chiare e nitide nella mente di chi legge, di arrivare con forza in fondo all’anima. Penso, più che altro, che a molti manchi il coraggio di rapportarsi a scritture di questa intensità. Non c’è una gran propensione ad accettare le debolezze proprie, riconoscendole tra le righe di debolezze altrui, ma questo è un discorso talmente ampio… quindi …sì, cito Sylvia Plath, o meglio, cito un suo verso. Mi innamoro degli scritti prima che degli scrittori. Questo è fondamentale. Empatizzo fortemente con alcuni artisti, non posso negarlo, ma arrivo a conoscerli attraverso quello che raccontano tramite i loro scritti. Sylvia Plath, tra l’altro morta suicida, ha vissuto una vita tormentata, intimamente, sempre al limite, con quella malinconia dolce fissa in fondo agli occhi, che traspare anche dai suoi versi. Citarla è stato il mio modo di darle ancora voce. Di riscattarla.
Chiusa questa piccola parentesi Tiziana De Pace è una donna in crescita. Definirmi non servirebbe a nulla, perché non posso dire di esserlo, definita. Al contrario sono in continuo mutamento, sempre alla ricerca e ciò che conta dopotutto, non è chi io sia, ma quello che sono, i libri che scrivo. E’ più semplice sapere di me attraverso loro che attraverso una auto-definizione.
2. Quali autori hanno contribuito a darti un po’ di sé? E’ la tua scrittura il parto di una maturazione profonda, e io credo non sia stato per niente facile.
Mio padre collezionava libri. Fin da piccola, essendo sempre stata una bambina molto solitaria, per scelta, ho preferito i libri ad altro. Inizialmente guardavo solo le figure, poi, dai cinque anni in su, ho iniziato ad allenarmi alla lettura alternando le Fiabe dei Fratelli Grimm ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Carroll, passando per “Cuore” di De Amicis e finendo alle Poesie Thailandesi e Coreane. A dieci anni ero già innamorata di “Cent’anni di solitudine” e de “Il Ritratto di Dorian Gray”. A quindici divoravo De Sade e Lautreamont. Amavo Baudelaire e sognavo con Tolkien. Passavo ore in compagnia dei Vampiri di Anne Rice e mi lasciavo devastare da Madame Bovary. Sono andata avanti così, in altalena.
La realtà è che sono nata e cresciuta ibrida. Dentro è come se fossi spaccata in due. Non c’è un equilibrio perfetto tra le due parti di me, ma, al contrario una netta differenza. Io sbalzo, uso dirlo spesso, vivo a metà tra purezza e inferno, da sempre. Ho il mio mondo fatto di spazi incontaminati, Piccolo Popolo, Sogni, Magia e Incanto, e lì viene fuori il mio lato bambino che conservo e difendo con passione. Dall’altro lato c’è la me che si scontra e incontra con la vita. Che scende in strada, coltiva fobie, fa errori, vive di stomaco. Che si mette in discussione, fa i conti con traumi. Delusioni. Brutte realtà. Che si frantuma e ricompone mille volte al giorno. Le mie letture nascono dai bisogni intimi del momento. Cammino osservando gli scaffali delle librerie e so che ci sarà un libro pronto a scegliermi. Non sono io a decidere, è lui ad attirarmi a sé, a voler venire via con me. Fino ad ora, nessun libro ha sbagliato e fino ad ora solo tre libri sono riusciti a riunire le due parti di me, “La Divina Commedia” di Dante, “Le scarpe rosse” di Joanne Harris e “La casa degli Spiriti” di Isabel Allende. Inevitabilmente il mio modo di essere si riversa anche nella scrittura. Ed è lì che le due me riescono a convivere, a ricongiungersi, a volte, andare in giro a braccetto.
3. Difficile dire se TempInVersi sia poesia o prosa. La mia opinione è che trattasi di una narrazione imbastardita, prosa e poesia per dar corpo a un tutt’uno. Vorrei parlassi della gestazione della tua nuova opera, sotto un profilo tecnico, di stile, di emozioni provate durante la fase creativa anche.
Viene naturale continuare sull’onda della risposta data alla domanda precedente, perché il discorso fatto per le letture da me predilette e per il modo di essere vale anche per l’approccio alla scrittura che ho. Prosa dura e imbastardita, come tu la definisci, per la parte più reale e nera di me, poesia per la parte sognante. Scrivendo riesco a dare sfogo ad entrambe le nature e lo stile si è modificato, è cresciuto, si è plasmato seguendo il mio stato di evoluzione interno. Più cresco, imparo, sperimento, più lo stile prende forma. Questo mi piace. Mi piace l’idea che nulla sia finito e definito ma sempre in continuo movimento. Diciamo che questo appartiene un po’ a tutto quello che scrivo. La particolarità in “TempInVersi” è più che altro la scelta della punteggiatura, nell’esporre i concetti, quello si, è fortemente voluto. Nella prima storia troviamo una scrittura irriverente, in corsa, distorta e contorta, parole legate e una punteggiatura assente o non pertinente. E’ così anche la protagonista. Che sente sfuggire la sua identità, che non ha un nome, che è fatta e sfatta, poco lucida e incoerente. Nella seconda storia fa da padrona la superficialità. Lo stile di scrittura è molto infantile, il racconto è brevissimo e scarno esattamente come il mondo da cui decide di fuggire la protagonista.
Nella terza e ultima storia troviamo invece romanticismo e poesia, tra le pieghe e le righe di un vivere spietato e della tragicità in se per se. E’ uno scrivere poetico, che segue un po’ le onde del mare. Morbido, coccola, si spezza. Va e torna.
“TempInVersi” lo sento molto. C’è tanto di me in tutte e tre le storie. In tutte e tre le donne. E’ stato come chiudere tre cicli della mia vita e imprimerli su carta prima di voltare totalmente pagina e iniziare un’altra avventura. Un po’ come quando finisce una storia d’amore, “TempInVersi” è il mio addio a tre parti di me, che comunque porto dentro e che ora sono tasselli di quella che è la mia essenza. E’ stato faticoso ripercorrere alcuni eventi, richiamare alla memoria personaggi, fatti, scene, emozioni, è stato come spogliarsi, come mischiare sangue e sudore all’inchiostro, ma questo non può che rendere ancora più vive le tre donne di cui racconto.
4. Conosci Isabella Santacroce? In un certo senso il tuo lavoro mi ricorda un po’ la sua scrittura sospesa fra poesia e dannazione un po’ sadiana un po’ romantica.
Tocchi un tasto a me caro e allo stesso tempo dolente. Molti associano alla sua la mia scrittura. Premetto di apprezzare molto Isabella Santacroce, di aver letto tutti i suoi libri e di ritenerla tra le mie scrittrici contemporanee preferite. Oggi però tu mi dai modo di sfatare definitivamente la “leggenda” che mi vorrebbe suo “clone imperfetto” . Ti chiederai: Come?
Ti racconto come Isabella Santacroce è entrata a far parte della mia vita.
Agosto, caldo bestiale. Sono in macchina con degli amici per andare al mare e squilla il cellulare. A chiamarmi è un mio caro amico scrittore, da Roma, scherzando mi chiede se ho per caso pubblicato un libro, “Lovers”, sotto pseudonimo. Lo prendo in giro. Lo pseudonimo è “Isabella Santacroce”. Penso stia solo scherzando, mi dice che a lui pare assurdo, ma sembra “la mia mano”. Chiedo ai miei amici di fare un salto in libreria, quel libro esiste, lo compro. Lo leggo in spiaggia, isolandomi. Accolgo Isabella Santacroce e tutto quello che ha da raccontare. Attraverso le parole e tra le righe, soprattutto. Da allora non ho più smesso di leggerla. Di attendere i suoi scritti. Di sentirla a me affine, però ecco, ci tengo a precisare, la mia scrittura è indipendente da lei, non subisce la sua influenza, è nata prima che la conoscessi.
Una volta ho anche provato ad inviarle una copia del primo libro, “Lyberty Mode”, accompagnato da una lettera in cui le dicevo che a tratti ero spaventata da questa “somiglianza” e che probabilmente qualche frammento della nostra essenza si sarà accoppiato da qualche parte del mondo, un giorno. Cose così insomma.
Peccato, non mi ha mai risposto.
Mi sento quindi di affermare, che forse, sono più romantica di lei.
5. Scrivi di tuo pugno la quarta di copertina (ideale) per TempInVersi, anche in considerazione di queste parole di Paolo West: “Non so se alla fin fine questo testo sia prosa o poesia, ma credo che se ti poni questo dubbio, allora, novantanove su cento, è poesia.”
Devi sapere che ho sempre avuto la tendenza a guardarmi dal di fuori, in molte occasioni. Quando “TempInVersi” l’ho sentito completo, pensare a come un occhio esterno avrebbe potuto descriverlo è stato il primo passo. Da questo pensiero nasce “TreParole”, che poi è stato inserito come Epilogo, ma che voleva essere, inizialmente, un’idea per la quarta di copertina.
Oggi sono cambiate molte situazioni, mi avvicino a questo scritto in modo diverso diverse sono le sensazioni rispetto ad allora, questo devo ammetterlo, ma, non per questo cambierei di una virgola il primo pensiero di allora, quindi, la mia quarta di copertina sarebbe:
“ TempInVersi racchiude l’universo un po’ disprezzato dell’abbandono.
Della perdita di se stessi. Del disamore.
Raccoglie i cocci di tre donne. Tre esistenze in corsa che perdono il ritmo dei tempi
e si ritrovano a scegliere appoggiate al seno di una solitudine esistenziale e opprimente cosa farne.
Cosa farne di sé. Cosa farne del domani.
Cosa farne del tempo che resta.
In tre storie tre visioni di conti alla rovescia a tratti drammatici e romantici, spietati forse, ma veri.
Tre urla disperate (e un solo quadro).
Tre ritratti di un mondo sfiorato.
Metabolizzato. Raccontato.
Stralci di vita e visioni oniriche.
Autobiografia in pillole e incubi diurni.
TempInVersi è vita che scorre. Si ferma.
A volte riprende.”
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Tiziana De Pace è nel Paese delle Meraviglie. Scopri perché…
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Tiziana De Pace – TempInVersi
intervista all’Autrice nel Paese delle Meraviglie
leggi l’intervista
a cura di Iannozzi Giuseppe
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Gordon Houghton e L’Apprendista – in uscita a febbraio per i tipi MeridianoZero
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Gordon Houghton
L’Apprendista
“Dovrebbe essere una lettura obbligata per tutti quelli che vanno nell’aldilà. Io l’ho adorato.”
(Neil Gaiman)
In un cimitero di Oxford, nel silenzio della notte, qualcuno scoperchia una bara sotto la falce della luna: è la Morte in persona. È venuta a svegliare una salma che i quattro cavalieri dell’Apocalisse hanno sorteggiato per una settimana di apprendistato.
Il giovane zombi incomincia a lavorare negli uffici di High Street, dove Morte, Carestia, Guerra e Pestilenza eseguono il loro sporco lavoro sotto un Capo inflessibile che nessuno riesce mai a vedere.
Qui le dipartite vengono archiviate al computer mentre Morte si diverte a giocare a scacchi online con i predestinati, Pestilenza sperimenta entusiasta su di sé le malattie del nuovo millennio, Carestia fa colazione con il piatto vuoto e Guerra scatena risse e faide sanguinarie anche in pausa caffè.
L’apprendista ha solo sette giorni a disposizione per imparare il mestiere e assistere Morte in altrettanti decessi, nel rispetto delle norme aziendali. Se fallirà, tornerà a decomporsi nella tomba come è già capitato ad Ade, ucciso in fondo a un vicolo. Ma anche un individuo con la vivacità di un cadavere è ben determinato a vivere.
Gordon Houghton raccoglie in un’emozionante e surreale avventura tutto quello che c’è da sapere sull’esser morti, con la comicità dei Monty Python, la torrenziale fantasia di Neil Gaiman e l’arguzia pungente di Terry Pratchett, senza perdere mai il ritmo.
Gordon Houghton è nato nel 1965 a Blackburn, Lancashire. I suoi romanzi umoristici risentono delle letture di Kurt Vonnegut, Franz Kafka, Michael Ende, Connie Willis, Edward Albee, T.S. Eliot e di tutti gli sfortunati poeti anglosassoni letti e amati nella sua vita.
Gordon Houghton – L’Apprendista – MeridianoZero – Collana PRIMO PARALLELO – Pagine 288 – ISBN 978-88-8237-217-8 – Euro 15,00

































