Moravia Alberto: Il conformista recensito da Bartolomeo Di Monaco
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Moravia, Alberto
Il conformista
Alberto Moravia è stato uno dei maggiori protagonisti del nostro Novecento letterario. Presente in ogni dibattito che riguardasse la letteratura e il nostro costume non ha mancato, come sempre avviene, di crearsi sostenitori e nemici. Ma il suo valore, a distanza di quasi venti anni dalla sua morte, avvenuta nel 1990, regge esemplarmente alla prova del tempo.
Nato a Roma il 28 novembre 1907, quest’anno, il 2007, ricorre il centenario dalla nascita. La sua scrittura limpida, che sa sapientemente amalgamare rotondità e asciuttezza, ha disegnato in modo lucido e allo stesso tempo crudele una società malata e decadente al modo che nel cinema ha fatto Luchino Visconti. Fondatore della prestigiosa rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, passata oggi, dopo la morte di Enzo Siciliano, sotto la direzione di Dacia Maraini, Moravia si distingue per una nutrita produzione non solo di romanzi e racconti, ma anche di opere teatrali, saggi e articoli presenti sulle maggiori riviste e sui maggiori quotidiani nazionali. Tra le opere di narrativa, basterà ricordare: “Gli indifferenti”, del 1929, con il quale esordì; i racconti “La bella vita”, del 1935; “Le ambizioni sbagliate”, del 1935; “Agostino”, del 1945; “La Romana“, del 1947; “L’amore coniugale”, del 1949; “Il disprezzo”, del 1954; i “Racconti romani”, del 1954 e “Nuovi racconti romani”, del 1959; “La Ciociara“, del 1957; “La noia”, del 1961. Seguiranno altre sue opere fino a “La donna leopardo”, uscito postumo nel 1991.
“Il conformista” è del 1951 e da esso Bernardo Bertolucci trasse, nel 1970, il film omonimo, con Jean-Louis Trintignant e Stefania Sandrelli.
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Se questo è un uomo, di Primo Levi
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Se questo è un uomo
di Primo Levi
Postfazione di Cesare Segre
Copertina di Fabrizio Farina
Einaudi
Narrativa romanzo
Pagg. 209
ISBN: 9788806176556
Prezzo: € 9,80
Ancor oggi, anzi ora più che in passato, ci sono non pochi che dubitano che vi sia stato effettivamente l’olocausto. Accanto a quelli che per ideologia lo negano ci sono molti scettici e, purtroppo, tanti, troppi agnostici che si disinteressano completamente del problema.
I giovani, poi, nati molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ne hanno una vaga conoscenza, spesso maturata visionando pellicole sull’argomento, con il risultato che un’immane tragedia sta per venire sepolta dalla polvere del tempo e dell’indifferenza degli uomini.
I campi di sterminio, i famigerati lager non sono purtroppo una leggenda, ma una realtà che non deve essere dimenticata.
In questo senso la lettura di libri come Se questo è un uomo di Primo Levi non solo è opportuna, ma indispensabile e dovrebbe essere oggetto degli studi scolastici, per sapere, per capire, per evitare che un giorno ci siano nuovi olocausti.
Ogni volta che lo apro, che ne scorro le pagine soffermandomi su un punto o sull’altro, ritrovo l’emozione provata nel corso della prima lettura, perché il pregio della narrativa di Levi è di essere non romanzata, ma la descrizione della pura e semplice verità. L’autore, che racconta in prima persona essendo stato rinchiuso ad Auschwitz, non ricorre all’enfasi, né va alla ricerca della facile commozione, ma, con tono quasi distaccato, parla della sua esperienza e, pur descrivendo sofferenze e patimenti, ha il pregio di effettuare riflessioni che donano all’opera una valenza generale, non limitandola a una dolorosa esperienza personale.
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Sull’attuale stato della Letteratura italiana
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Sull’attuale stato della Letteratura italiana
Appunti a uso e consumo di Biondillo e Wu Ming 1
di Giuseppe Iannozzi
Signor Gianni Biondillo,
non condivo una sola acca di quello che Lei ha scritto, cercando invano di portare acqua al suo mulino in nero, o in giallo se preferisce. Solo questo. Aggiungo però che non saranno né i Wu Ming, né Lei o Giancarlo De Cataldo a fare la Letteratura; né servono i dozzinali articoli scritti in memoria di Pier Paolo Pasolini, Beppe Fenoglio, Amelia Rosselli, ecc. ecc. per riportare nelle biblioteche e nei cuori degli italiani il vero spirito della Grande Letteratura. La critica minimalista adoperata oggi, quando non addirittura di carattere revisionista, è soltanto un male portato in maniera piuttosto subdola a esclusivo sfavore dei classici. Il New Italian Epic, ad esempio, è il sublime manifesto al Niente Assoluto; e non ci sarebbe poi niente di male nell’esaltarlo, se solo non ci si proponesse di revisionare i classici per occultarli di peso nel Niente.
Semplicemente, oggi, la Letteratura non esiste più, se non per tre o quattro nomi: Umberto Eco, Aldo Busi, Sebastiano Vassalli. Quelli che Lei indica, Alberto Garlini, Giacomo Sartori, Luca Ricci, Andrea Bajani, Marco Missiroli, Biagio Cepollaro, Francesca Matteoni, Andrea Raos, Giordano e Piperno e Saviano, sono piccoli - davvero piccoli - calibri, innocenti per compostezza retorica di stili e di contenuti. Domani di questi autori non rimarrà nemmeno una virgola. O un epitaffio. Signor Gianni Biondillo, gli autori, per lo meno alcuni di quelli da Lei citati, sono stati inseriti - non si sa bene con quale criterio - nel manifesto del New Italian Epic o in articoli a esso inerenti o a esso collegati.
Forse a Lei, Signor Roberto Bui (Wu Ming 1) potrà non piacere che si indichi il New Italian Epic come un manifesto, allora glielo spiego altrimenti: autoesaltazione fine a sé stessa, una molta piatta forma di autocelebrazione, sperando forse in un ritorno pubblicitario. E con linguaggio più diretto e fantozziano: “una cagata pazzesca”. Sinceramente, con rispetto parlando, Signor Roberto Bui, farebbe bene a riprendersi, ad aver più cura di sé stesso invece di sparare castronerie che non stanno né in cielo né in terra.
Non mi sento di essere pessimista come Paolo Di Stefano: Mario Rigoni Stern era già Storia della Letteratura, ben prima dei coccodrilli dedicategli in occasione della morte. Così anche Giuseppe Pontiggia. Di Pontiggia, di Rigoni Stern, di Gina Lagorio si continuerà a parlare ancora a lungo; ma, soprattutto, questi autori di così grande calibro non verranno presto dimenticati né dai lettori (quelli che resistono all’imperante medioevo che oggi fa strage di idee e ideali per mezzo di mode e di veline improvvisatesi scrittrici), né dagli editori, i quali prima o poi dovranno pur uscire dallo stato di cecità che oggi gli ha serrato gli occhi.
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Paolo Giordano, Premio Strega 2008: come al Festival di Sanremo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Paolo Giordano
La solitudine dei numeri primi
Premio Strega 2008
E’ oramai confermato che il Premio Strega
è diventato ben peggiore del Festival di Sanremo.
Poche righe, come un epitaffio: l’edizione 2008 del Premio Strega è stata consegnata nelle mani di Paolo Giordano. “La solitudine dei numeri primi” insieme a “Come Dio comanda” di Ammaniti - che vinse la precedente edizione, anch’esso autore della scuderia Mondadori - sono il segno indelebile d’una decadenza culturale e letteraria pressoché totale. In Italia, oramai, si premiamo sol più thrilleristi dell’ultima ora e romanzetti rosa spacciati per profonda indagine sociale ma zoppa, o per meglio dire handicappata in pieno. Mazzantini, Veronesi, Ammaniti, Giordano: se la letteratura è davvero sotto i loro piedi, allora meglio lasciarsi lobotomizzare dal tubo catodico.
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Riconoscimento postumo
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Riconoscimento postumo
In campo artistico non sono infrequenti i casi di pittori, scrittori e poeti che in vita non hanno avuto la possibilità di vedere apprezzato il loro lavoro e che, per uno strano scherzo del destino, da morti sono stati osannati.
I motivi sono i più vari, ma quasi sempre legati ai contenuti o alle modalità espressive delle loro opere che non potevano essere comprese appieno dai critici contemporanei, anche i più attenti ed esperti.
Un caso particolare, invece, è quello di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del suo romanzo “Il gattopardo”, perché il tempo intercorrente fra la morte dell’autore e il riconoscimento del valore della sua opera è troppo breve perché possa essere imputabile a una mancata comprensione di un’eventuale idea geniale e totalmente rivoluzionaria.
Come vedremo, è più logico pensare a motivi di superficialità, a preconcetti legati al fatto che lo scrittore non fosse noto, anzi fosse praticamente un esordiente, benché molti anni prima (dal 1926 al 1927) avesse pubblicato su Le Opere e i Giorni, un mensile culturale edito a Genova, alcuni articoli sulla letteratura francese, di cui era un grande conoscitore.
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