Jujol Cultura e spettacolo | Iannozzi Giuseppe - il blog | Morte all'alba

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Sogna, Principessa

di King Lear e Romantica Vany

Ma quanto sogni,
quanto sogni
non lo immagini più,
sai!

Così persa
dentro ai colori
tra l’arcobaleno
e l’aurora boreale,
a ogni battito di cuore
a ogni fremito di ciglia

Principessa,
dove hai portato
la morbidezza vellutata
del tuo seno? e dove
le tue labbra di fragola?

In fondo
all’incubo più bello,
rispondi
con un filo di voce appena
E resto di sasso io
a mirar quella tua bocca
dischiusa per un attimo,
vittima del puro panico
che più non oda
il cristallo della tua voce;
ora che sei
così tanto addormentata
par quasi
tu non debba più
risorgere

Ma quando le nubi tempestose
brontolano cupe nel cielo
e gli acquazzoni
scendono tra
le canne di bambù,
folle di margherite
spuntano all’improvviso
e io ti sorrido
perché voglio ancor
giocare con te
io principessa e tu il re

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Il cerchio infinito, di Renzo Montagnoli

IL CERCHIO INFINITO

di Renzo Montagnoli

S’assopisce il giorno
nel canto della natura
che s’appresta al riposo.
Un lontano richiamo,
uccelli che tornano ai nidi,
la melodia del fiume che scorre,
la penombra nel sole che cala,
un filo d’aria che muove le foglie.
I battiti del cuore rallentano
mentre l’ultima luce illumina il volto.
È un giorno che muore
ore che passano nei ricordi
un segno sul calendario
a ricordare che fra poco
sarà già domani.
Un cerchio infinito
di albe e tramonti,
di nascite e di perdite,
in cui tutto mai termina.
È già il buio e poi sarà la luce
fra atomi erranti
in un tempo senza fine,
in una catena di indissolubili destini,
dove resta la polvere di anime spoglie,
soffi di vita ritornati nell’eternità.

(da Il cerchio infinito – Edizioni Il Foglio, 2008)

Continua..

Sospirano in corsivo le colline

Sospirano in corsivo le colline

Sospirano in corsivo le colline innalzando nebbie rosate
frustate da cumuli di nubi nere come torri
- sentinelle mobili al tramonto - respirano gemendo
le colline ascoltate dai fari delle auto risalenti vie segrete
da lontano risponde la spiaggia-mare: così triste
sotto quella neve sfuggente

tra i fogli della scrivania s’addensano spirali
nel vortice di luce della lampada che fissa un inverno
mai immaginato - ma saputo -
così diverso, d’ombre compresso sulle dita della mano
che si burla dei rumori di una stanchezza improvvisa
inespressa in folate sdrucciole risuonanti di perché.

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Marco Simonelli, Palinsesti, Editrice Zona

Marco Simonelli
Palinsesti

S. Kessler, Ridge e Brooke, Ken e Barbie, la Cueva, Holly e Benji, Wanna Marchi… Ogni stella ca[n]dente, indistintamente s-oggetto e persona, è uno schianto di meteora dello Star System (esemplare la parabola di Superman), l’ante[n]nato fondale a luci intermittenti (galassia e buco nero) che senza posa si (e ci) ri-scrive. Appunto Palinsesti, ossia ri-produzione di una “letteratura” (e annessa mitologia) biodegradabile, torchiata sulla vanitas dell’usa-e-getta patinato e destinata a perdersi nell’eco breve dello stretto tempo televisivo. E paradossalmente, consegnata al megafono metrico, quasi per contrappasso, a divenire invece memorabile. (Zapping, di Federico Scaramuccia).

L’ho letto Marco Simonelli.
E’ la poesia che da anni aspettavamo per entrare finalmente in contatto con l’aliena società che viviamo/subiamo – in maniera passiva a novanta gradi, o in piedi ma a sognare a occhi aperti, noi eterni bambocci sul campo da calcio di uno spokon manga giapponese. “Palinsesti” è la nevralgia del vivere che conosciamo solamente attraverso le reti televisive private e di Stato.“Palinsesti” è l’imperativa necessità di oggi: poesia avantpop. Poesia spericolata, che racconta il quotidiano con una energia inusuale, tracciando in ogni lirica un mondo una situazione un’esperienza di palinsesto: si passa dalla Girella al cioccolato sintetizzato alla piatta rassicurante certezza familiare di Casa Vianello. Il lettore leggendo Marco Simonelli è come se si trovasse in mano, di punto in bianco, delle polaroid solo un po’ sbiadite; o come se venisse inondato/travolto da un vagito radiofonico e da un’aurora di fosfeni impazziti alle 2 di notte con il sonno che non vuole venire. Da “canzoni di sapone” alle spericolate lodi sparate contro Cristina D’Avena, Simonelli fa il punto delle nostre esistenze con un sincero piglio à la Larry McCaffery, proiettandoci di fatto nella vita quotidiana, ahinoi, sempre più addomesticata da lobotomizzanti jingles e da ossessive pubblicità – quasi sempre eterne, senza data di scadenza, e vuoto a perdere.
Continua..

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Fiori di vetro, di Renzo Montagnoli

Fiori di vetro

di Renzo Montagnoli

Esili steli battuti dal vento della realtà
crescono ignari di un destino impietoso.
Iniziano come una scintilla
si sviluppano come un fuoco
si sbriciolano come fiori di vetro lasciati cadere
questi nostri poveri ideali.

Spregiudicata

Questa sera so
di whisky e di fumo,
la macchia del mio rossetto
colora il bicchiere.

Ti ho osservato le labbra
senza accorgermene: le adoro.
Mi hai baciato perduto.
Ho attraversato il tuo sguardo
e mi sono persa lontana
vedendo annegare
le mie tristezze.

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Quale Angelo

Non ho mai saputo
quale angelo tu fossi
o per quali vie storte
ti conobbi e perché forse
di te m’innamorai, tu
che mentre scendevi
i gradini sembravi salirli.

Non ho mai saputo neppure
perché tra i tanti bagliori
di situazioni impreviste
ciniche e crudeli in mutar
di comparse del tuo intelletto
mi accecasti con sotterranee
evoluzioni offrendomi
d’un enciclopedico tuo scrivere
versi di un non v’è sole
che non sia lumiera.

dedicata a kinglear
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Nazione indiana, di Renzo Montagnoli

Nazione indiana

di Renzo Montagnoli

Scendevano possenti
i crini al vento
un rombo di tuono
nel verde fresco di pioggia.
Amici dei giorni di gioventù,
cibo e vestiti più in là,
questi erano i nostri tatanka.
Liberi nella libertà del cielo,
liberi come noi,
soli a calpestare questa terra.
Erano tempi sereni
in cui cantare il levar del sole
correre nel vento della prateria
ascoltare la sera dai vecchi
le saghe di epoche trascorse.
Allora sentivi lo spirito
sempre al tuo fianco
un respiro sommesso
il gorgoglio della fonte
il fruscio dell’erba sotto i piedi.
Questa era la felicità
che ignoravamo
tanto era nei nostri giorni.
Il tempo non esisteva
solo le stagioni
davano la misura
di quanto il mondo cambiasse
ritornando poi sempre uguale.
Ma un giorno vennero uomini
con gli occhi chiari e con pallidi visi
dall’immenso lago che ferma la terra
e tutto non fu più quello.
Nel ricordo di questi occhi stanchi
sono le grida delle donne violate
i pianti degli inermi fanciulli scannati
i prodi guerrieri immoti nell’erba
un solco di sangue vermiglio
fra il nostro mondo e
quello di sconosciuti barbari.
Portarono la civiltà dell’orrore
sterminarono i bisonti
violarono anche la natura.
E a noi pochi rimasti
diedero un fazzoletto di terra
per seppellirci con i nostri morti.
Non più corse nel verde
non più canti all’alba
non più uomini liberi.
Restò solo il sogno
di un paradiso perduto
di una nazione indiana
che da tanto non c’è più.
Ora il tempo non passa mai
stranieri in patria
schiavi in casa propria
e solo all’imbrunire
rivolto all’occidente in fiamme
ritrovo nel respiro della sera
che lentamente si avvicina
lo spirito che ci aveva abbandonato.
Ieri mi è parso di udir la sua voce
nel mormorio del vento,
o forse era questa mia vecchia mente
che lentamente va spegnendosi
in sogni che mascherano l’atroce realtà.
Mi ha detto solo:
è la legge del più forte
e un giorno pure l’uomo bianco
la conoscerà.
Nulla che possa lenire
il dolore per la perdita
della propria identità.

Due Bambini Noi

Da un po’ ha smesso di venir giù
la pioggia, e la sera già si sta spiegando
col suo impenetrabile sudario;
nei cortili s’adagiano le ombre furtive,
nascondono tombini, rivi d’acqua,
canali di scolo e ogn’altra cosa.

La città un labirinto di auto,
e io parcheggiata in stazione
aspetto in quiete inquieta
il treno.

Mi torna in mente l’età lieta
di quand’eravamo poco più
che bambini;
tu per andare da tua nonna
passavi in bici davanti alla rete
del mio giardino ch’era
quasi un tutt’uno
con quello di edere e di ortiche
in stazione, però mai curato
da alcuno.

Con me ti fermavi sempre a giocare,
spesso erano capriole fra l’erba alta
e risate di gioia a sfidare il cielo,
altre volte però mi riempivi
di buffetti sulle guance
e di rabbiosi piccoli baci sulla nuda pancia;
con voce rotta mi chiamavi
più e più volte Respiro di Primavera,
Respiro di Primavera…
Quel tuo modo un po’ strano
di volermi proteggere a tutti i costi,
anche dal tuo amore, non lo so
ancora dimenticare. Ma mio desio
era sol quello di non farti andar mai via.

Chissà, chissà dove sei adesso,
chissà se in questo momento mi pensi un po’.

romanticavany & kinglear

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La guerra, di Renzo Montagnoli

La guerra

di Renzo Montagnoli

Già il grano imbiondiva ,
steli piegati pronti ad accogliere la falce,
l’oro del pane dei mesi a venire.
La quiete dei meriggi assolati
fra il frinir delle cicale,
un’aria ferma,
le sere appena un po’ ventilate,
con il canto dei cani alla luna.
L’aveva detto il vate,
una mattina che all’alba s’era alzato
per guardare il campo.
Ondeggiavano le messi
all’alito di brezza,
ma d’un tratto il cielo a oriente
s’era fatto sangue,
mentre all’orizzonte
s’avanzava una nera signora,
il mantello consunto,
la falce che roteava
e il biondo dei chicchi maturi
svanito in una torba fumante.
Scendevano la valle,
un’orda selvaggia,
le barbe irsute,
gli occhi iniettati di sangue.
Le messi incendiate,
i villaggi distrutti,
le donne violate,
i loro uomini trucidati.
Non era solo conquista,
ma lo sfogo della bestia che è in noi.
Lutti, rovine, non contano niente
quando prepotente è il bisogno
di unirci all’ombra che ci accompagna.
E se guerra doveva essere, che lo fosse.
Ci apprestammo a dar battaglia,
per noi,
per i figli,
per le donne,
Quel giorno,
combattemmo nel grano.
Frecce che s’alzavano a oscurare il sole,
le lunghe aste appuntite ben tese,
i cavalli schiumanti che mietevan le spighe,
cozzi d’armi, grida selvagge,
ovunque sangue a fiotti.
E quando giunse la sera
urlammo per la vittoria,
fra corpi straziati,
sguazzando nel sangue ribollente.
Fu breve gloria,
fu solo gioia d’esser scampati.
Ritornammo alla pace,
alla quiete dei meriggi,
al frinir delle cicale.
Ci abbandonammo esausti fra le braccia delle donne,
ringraziammo gli dei per averci protetti,
ricominciammo a vivere
nella certezza,
fallace,
di un mondo senza guerre.

(da Canti celtici –
Edizioni Il Foglio, 2007)

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Cadillac confetto

Piccola, vuoi venire a rinfrescarti con me?
Non ti preoccupare per il costume se non ce l’hai,
tanto te l’avrei tolto ben prima d’arrivare al mare
Avanti Piccola, fammi vedere che sai fare
Mi hanno detto che sei un disastro ma non in amore
Mi hanno assicurato che quando prendi uno
lo sbatti su e giù finché non ti muore sul petto
Avanti Piccola, monta sulla mia Cadillac confetto
e facciamo follie fino a che sarà l’alba o la morte
Avanti, salta su questo bolide
e non ci pensare ai vecchi
che se la vedono passare davanti in tv la vita
Vieni a farti fare quello che solo un vero uomo sa
Non indugiare più, non indugiare più, anche Gesù
alla fine è sceso dalla croce, non vedo perché tu no
Avanti, non esitare più, Piccola, dammi tutto il miele
e ti porterò sulla strada dell’inferno con me

kinglear

Ridendo tra le foglie al vento
salirò sulla tua Cadillac confetto:
andremo a Parigi, gireremo il mondo.
Ci ciberemo del nostro amore e
come fanno gli uccellini
mangeremo semi di girasole.
Ci fermeremo la notte sulle panchine;
al mare faremo il bagno nudi
danzando i nostri corpi
brilleranno alla luna,
desiderio, follia,
le mie mani scorreranno su te,
la mia gamba contro la tua,
sarà reale, sarà vero
divorerai fuoco,
andremo all’inferno
e saremo un unico miele
in questo splendore d’estate.

vany

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Vento di maggio, di Renzo Montagnoli

Vento di maggio

di Renzo Montagnoli

Mi sferza, mi provoca,
mi toglie il respiro
mi strappa il berretto
è giocoso questo vento
d’un maggio più incerto
fra il bello e l’uggioso del tempo.
Eppure mi lascerei andare
sospinto dal soffio
con gli occhi ben chiusi
a sognare un gran viaggio
un tuffo fra nubi sornione
un volo a braccia distese
passando fra stormi
d’uccelli migranti
tornando in quel cielo
che sempre m’attende
per sciogliere vincoli
da un mondo che stringe
per provare una volta
quella libertà
che è sempre il mio sogno
una dolce chimera
un’eterna illusione
io solo lassù
fra la luna e le stelle
fra la terra e il sole
sospeso a guardare
l’ombra mia che laggiù
prepotente mi chiama
e invoca un ritorno
per farmi sentire
uomo fra gli uomini
costretto fuori
ma sempre libero dentro.

Che Belle Quelle Sere

Sotto la luce dell’edace tramonto
sulla parete della cara montagna
incisi le nostre iniziali col fuoco
della gioventù – che ogni cosa sa
tranne di sé

Noi, noi sempre adolescenti
L’amore crebbe
giocando in groppa ai cavalli
e alle ombre che al crepuscolo
s’impennavano allungandosi
con aria quasi minacciosa;
ma nelle sere di quelle estati
sì calde, madide d’innocenza,
in quelle sere
dei primi vergognosi baci
i vecchi davano la stura
a chiacchiere e crepitii
davanti ai fuochi accesi
contro il rigor lungo la schiena
per vecchiaia o paura dell’Ignoto
E infine insieme torno torno
tutti si mangiava il pesce
appena pescato e subito cotto

Correvamo per i campi
tra il vociferare degli ospiti felici
Canto di grilli e cicale,
e in lontananza l’abbaiare dei cani
sugli avanzi a strappare le carni
meno tenere e, chissà, forse più buone
Complice il buio
la sera schiudeva i gerani,
e noi a fantasticare
guardandoci negl’occhi
attraverso vetri di bottiglia;
con le dita cercavo le tue labbra
e tu ti lasciavi accarezzare arreso
Alta la luna spandeva argento
sulle colline calve
conferendogli un’aria sinistra
E quelle calze ad asciugare sui fili
per la punta appese
da un vento lieve commosse
assumevano sembianze di fantasmi,
di donne in sempiterna cerca d’amore

Che belle quelle sere
d’estate quando si poteva
felici giocare
illudendosi di non dover
crescere mai

romanticavany & kinglear

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Mi Piaci

Mi piaci…
Come? non te l’ho detto mai?
Oh sì, mi piaci per come sei.
Non ti cambierei con un altro,
proprio no, bello mio;
senza maschere, a faccia nuda
esposto al riso
e all’insulto allo stesso modo
ti porti avanti e dritto vai.
Un romantico pirata
all’arrembaggio, ecco chi sei.

Mi piaci
perché se in volto scuro sei
non dici che hai sbattuto la faccia
e poi taci;
no, tu no, tu spari alto
finché non tremano pure i santi;
mi piaci così,
anche per quel poco che sottaci
nel languore d’una rosa in dono
- d’una poesia scritta su due piedi -;
tu sempre uguale a te stesso
mai uso agli inganni
o a bassi stratagemmi.
Tu caparbio dolce innocente
e saccente anche.

Mi piaci
perché scrivi sul mio corpo
con il tuo odore pirata
dopo l’amore;
perché mi fai arrossire
raccontando grandi storie
colorate dimenticate
tra i fiori dell’estate;
mi piaci
perché passi da un estremo
all’altro,
al blu più blu del cielo lassù,
fino al blu del mare quaggiù.

Siamo così diversi,
io una bambina che ti sta ad ascoltare,
tu una testaccia dura ma dura di brutto:
eppure belli siamo, agli occhi Dio anche.

romanticavany & kinglear

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Un frutto inondato di luce

Dai rovi baciati
dal sole,
è tempo di rubare
le more
che sanno ornare
l’estate
con loro colore.

Era mio amico, di Renzo Montagnoli

Era mio amico                              
di Renzo Montagnoli
 
                 
Ora che il clamore si è sopito
ora che i peana della maldicenza
sono soffocati nell’oblio
rimane solo il ricordo di un animo puro
di strade percorse insieme
di sogni mai realizzati
di un amore muto e impossibile
che ti ha tolto la vita.
Nella mente resta                                    
il tuo sguardo assorto
la tua gioia per la mia gioia
il tuo dolore per il mio dolore.
E a chi mi chiede chi eri               
e non potrebbe capire
rispondo solo:
era mio amico.
 
Nota: Un fatto accaduto realmente una decina di anni fa e riportato da alcuni quotidiani locali mi ha fornito lo spunto per questa poesia.

Fabrizio Corselli. Enfer Lettres Libertines. Su Lulu.com per il download

Fabrizio Corselli


Enfer Lettres Libertines

Scarica: 1 documenti, 246 KB

Stampato: 45 pagine, 6.14″ x 9.21″, rilegatura saddle-stitch, inchiostro per l’interno B/N

Descrizione:

Enfer è un’opera a carattere libertino che pone il lettore di fronte alla consumazione di uno dei più cruenti crimini del cuore, a opera del dissoluto Duchamp. Un incontro con una giovane fanciulla di nome Madeleine, presso le carceri di Saint’Ange, che darà inizio a una torbida e brutale storia d’amore. L’opera non presenta alcuna censura, essendo destinato a un pubblico adulto.

compra il libro

Il blog di Fabrizio Corselli:

http://fcorselli.splinder.com

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Ti cerco nelle ombre della sera
tu che scuoti e sconvolgi
i miei più profondi pensieri
scivolando nei miei sogni
come pioggia leggera d’estate

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Un angolo di cielo, di Renzo Montagnoli

Un angolo di cielo
di Renzo Montagnoli

Lunga è questa strada,
scoscese salite,
impervie discese,
affanni,
dentro e fuori.
E il tempo passa,
corre instancabile,
il ticchettio di un orologio,
l’alternarsi del giorno
e della notte,
il mutare delle stagioni,
per arrivare sempre là,
all’ultimo traguardo.
Appenderò le scarpe al chiodo,
non potrò più volgermi all’indietro.
Dove andrò, dove starò?
Non chiedo molto,
solo un angolo di cielo,
un pezzetto di blu,
da cui guardare
chi è rimasto laggiù.

“Il cerchio infinito” e “Il respiro della luna”: a volte ritornano - di Cristina Bove e Renzo Montagnoli

“Il respiro della luna” e “Il cerchio infinito”
Cristina Bove e Renzo Montagnoli
le nuove raccolte poetiche
per Il Foglio Letterario

Non è il titolo di un film di George Romero, non ci sono zombi che emergono dal terreno in una notte tempestosa. Quindi potete stare tranquilli, perché si tratta di ben altro.

È già passato quasi un anno, ma a noi francamente sembra che il tempo si sia fermato a quel giorno in cui abbiamo comunicato che sarebbero usciti i nostri primi libri, Fiori e fulmini e Canti celtici.

Ricordiamo l’emozione di quel periodo, rammentiamo l’intima gioia di poter portare a conoscenza di altri i nostri sentimenti espressi in versi.

Si potrà obiettare che si tratta di una soddisfazione personale, che vedere quei volumi generati da noi quasi fossero dei figli è motivo d’orgoglio e in parte è veramente così. Però, c’è di più, ci sono quelle fantasticherie che portano a un sottile brivido, come l’immaginare il lettore che sfoglia le pagine, che si sofferma su quella o su quell’altra poesia, che scopre lentamente la parte più intima di noi.

Ecco, il solo pensare che qualcuno possa leggerci dentro ripaga di ogni fatica, ci fa sentire parte del mondo, sconosciuti senz’altro per i più, ma presenti per altri, magari pochi (ma i risultati di vendita dicono il contrario), insomma esiste la consapevolezza che se il mondo non ci appartiene, noi invece gli apparteniamo e che ciò che abbiamo scritto ci ha messo in un ideale contatto con altri nostri simili, realizzando di fatto un capitolo del grande libro della memoria. Questo ci fa sentire meno soli, questo ci sprona a comunicare ancora con altri.

E’ quindi con emozione e piacere che comunichiamo l’uscita, in tempi abbastanza brevi, di due nuove nostre sillogi: Il respiro della luna e Il cerchio infinito.

Anche in questa occasione saranno edite da Il Foglio Letterario, che non possiamo che ringraziare per l’ampia disponibilità e la fiducia accordata.

Più avanti potremo essere più precisi in ordine alle nostre opere; per ora c’è solo questo annuncio, dove però il “solo” per noi è già motivo di gioia.

Cristina Bove e Renzo Montagnoli

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