Scoperto un thriller inedito di Kerouac
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Scoperto un thriller inedito di Kerouac
di Roberto Bertinetti - Fonte: Il Messaggero
ROMA (1 dicembre) - Accusati di favoreggiamento in un caso di omicidio, Jack Kerouac e William Burroughs furono arrestati a New York il 14 agosto 1944. Un magistrato li accusava di aver aiutato un loro amico a sbarazzarsi di un coltello con il quale, dopo una lite, aveva ucciso il suo amante. Burroughs rimase in cella solo alcune ore perché pagò la cauzione e uscì, mentre Kerouac dovette trascorrere tre settimane in carcere prima di venire prosciolto.
Qualche mese più tardi, mentre si celebrava il processo per il delitto, i due scrittori, che insieme a Ginsberg avrebbero dato vita poco tempo dopo alla Beat Generation, decisero di offrire la loro versione dei fatti in un thriller con il quale speravano di arricchirsi. L’impresa non venne portata a termine e il manoscritto è stato dimenticato per oltre sessant’anni in un baule. A ritrovarlo per caso sono stati gli eredi di Burroughs e ora l’inedito vede finalmente la luce.
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Novità Sironi / “Non il solito giallo” (e: presentazione a Milano)
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Novità Sironi / “Non il solito giallo” (e: presentazione a Milano)
“Non il solito giallo, ma un noir a tinte forti: un serial killer di travestiti getta il panico nella Milano notturna, tra sparatorie all’Ortica e cadaveri ritrovati nel Naviglio. Sottotraccia di Massimo Cassani (Sironi Editore) si candida ad essere l’esordio poliziesco più sorprendente dell’anno”. (Gian Paolo Serino in Repubblica, ed. Milano).
Massimo Cassani presenterà al pubblico il suo romanzo Sottotraccia. Le inchieste del commissario Micuzzi mercoledì 3 dicembre 2008, alle 18, a Milano presso la Libreria del Corso (Corso Buenos Aires 49). Nelle vesti di presentatori, Gian Paolo Serino e Paolo Roversi.
[la storia di questo romanzo] [il booktrailer] [l'autore in FaceBook]
Un palazzo, gli scheletri e il cronista - di Remo Bassini
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
“Un libro che sento un po’ mio. Lo lessi per primo in una notte d’estate…
Stefania Nardini mi raccontava Napoli, da giornalista, con influenze tondelliane”
Un palazzo, gli scheletri e il cronista
Con la prefazione di Antonio Ghirelli sarà in libreria dall’11 dicembre
di Remo Bassini * (fonte: La Tribuna, 30 novembre 2008)
“Un palazzo. Non è che un vecchio palazzo. Di quelli fine Ottocento, come ce ne sono tanti a Napoli.
Perché lo chiamano il “Palazzo degli scheletri”?
La gente lo ha ribattezzato così per una storia che risale a un po’ di anni fa. Una storia degli anni settanta, di un’Italia e di una Napoli fine Novecento. Quando c’erano i cronisti che facevano il mestiere.
Un mondo che sembra essersi dileguato divorato dal tempo, e che invece in questa città è ancora vivo. Nonostante tutto…”
“Dotto’ currite! Venite ‘ccà. A via Duomo! Venite subito!”.
Bettona, agosto del 2007. Direttamente da Vercelli, città in cui vivo, sono ospite di Stefania Nardini e di Ciro Paglia. Sto con loro per tre giorni, poi le mie briciole di ferie, dieci giorni all’anno, proseguiranno nel Salento, in Puglia. Mi piace Bettona, profuma di Umbria, dalla casa di Ciro e Stefania s’intravede Assisi, profuma di Toscana: basta un’ora di macchina e sono a Cortona, il paese dove sono nato.
M’incantano sempre il verde e il cielo tosco-umbro, ma nell’agosto del 2007, lì a Bettona, sono per ore e ore e ore incantato da altro: da Ciro Paglia.
Io sono uno scrittore e sono anche il direttore di un piccolo, ma radicato, giornale di provincia, La Sesia di Vercelli, fondata nel 1871.
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Gli scheletri di via Duomo Stefania Nardini - Tullio Pironti Editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Gli scheletri di via Duomo
Stefania Nardini - Tullio Pironti Editore
«Un palazzo. Non è che un vecchio palazzo. Di quelli fine Ottocento, come ce ne sono tanti a Napoli. Perché lo chiamano il “Palazzo degli scheletri”? La gente lo ha ribattezzato così per una storia che risale a un po’ di anni fa…».

Dall’11 dicembre 2008 è in libreria
Questo è un libro delizioso per tre motivi. […]
Il primo motivo, naturalmente, si identifica con il “giallo” intrinseco del racconto di Stefania Nardini: la storia che il protagonista, un cronista di “nera” del «Mattino» di parecchi anni fa, racconta con infernale abilità, a pezzi e bocconi, arrivando alla rivelazione della verità soltanto nelle ultimissime righe del romanzo ma attraverso una serie incessante di indagini, di illazioni, di cantonate, di intuizioni, di scoperte che sembrano dover culminare in una colossale delusione e che invece, quasi casualmente o se preferite miracolosamente, si traducono nella convincente ricostruzione finale di un duplice delitto che sta dietro al ritrovamento dei famosi “scheletri di via Duomo”, una grande strada napoletana, non a caso vicinissima a quella ancora più famosa, anzi famigerata, che è Forcella. […]
Ma è il terzo motivo che rende il libro delizioso: la scrittura.
Stefania scrive con la dinamite e impagina a modo suo, strapazzando il periodo ma esaltando la sintassi e la lingua, anche se questo suo racconto sembra tradotto dal dialetto napoletano […] perché descrive in buona lingua nazionale il sentimento, la furberia, l’amore, la pietà, la malinconia, la menzogna, l’imbroglio, che hanno fatto la fortuna della canzone, della poesia, del teatro, della musica napoletani. Stefania racconta le strade, i negozi, le abitudini, la sfrontatezza e la dolcezza del nostro temperamento, ma attenzione, lo fa di sfuggita, senza esagerare, senza indugiare, con la massima naturalezza.
Io confesso di essermi divertito e spero che anche il cortese lettore si diverta.
(dalla Prefazione di Antonio Ghirelli)
Stefania Nardini, giornalista e scrittrice, è una romana innamorata anche delle due città dove ha vissuto: Napoli e Marsiglia. Vive tra l’Umbria e la Provenza. È autrice di Roma nascosta (Newton Compton, 1984) e del romanzo Matrioska, storia di una cameriera clandestina che insegnava letteratura (Pironti, 2001). Con questo libro è stata la prima autrice italiana contemporanea tradotta in Ucraina. Ha fondato con Giulio Mozzi “Vibrisselibri”. Alcuni suoi racconti sono pubblicati su riviste letterarie e sulla rete Internet. Cura la pagina Scritture & Pensieri per il quotidiano dell’Italia centrale «Corriere Nazionale».
Gli scheletri di via Duomo - Stefania Nardini - Tullio Pironti Editore - 144 pagg. - ISBN 88-7937-486-9 - € 10
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Lettere a nessuno, un Moresco trash da evitare
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Lettere a nessuno
Un Moresco trash da evitare
di Giuseppe Iannozzi
Ennesimo libro spazzatura per Antonio Moresco che con “Lettere a nessuno” e le sue quasi 800 pagine ci propone una pletora di paranoie ombelicali ottime soltanto per mandare al Creatore eventuali scarafaggi che abbiano trovato ricovero negli angoli più ascosi delle nostre librerie casalinghe.
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Moresco non ascolta Busi, di Nico Orengo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Moresco non ascolta Busi
NICO ORENGO Fonte: La Stampa.it
Che libro è questo «Lettere a nessuno» di Antonio Moresco, pubblicato da Einaudi ma nascosto sotto una copertina Gallimard? 728 pagine di scrittura in cui la trama è il proprio corpo e la propria psiche? 728 pagine di recriminazioni sulle difficoltà in Italia di pubblicare un libro che racconta i propri grovigli fisici e mentali? 728 pagine per spiegare come sia pressoché impossibile mandare ad un addetto ai lavori della Letteratura 728 pagine in lettura. 728 pagine di ossessione, paranoia, pettegolezzi, dolore, ansia, narcisismo sfrenato. Il cinico e intelligente Busi disse una volta a Moresco: «Mandami una pagina, la prima, e ti dico se val la pena pubblicarlo».
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 22 novembre)
Pentiti di niente. Antonella Beccaria. Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri
Pubblicato da Luigi Milani
Pentiti di niente
Antonella Beccaria
È appena uscito un libro importante, firmato da Antonella Beccaria, una delle nostre giornaliste più attente e preparate sui temi, mai del tutto chiariti, del terrorismo e dei tanti misteri del Bel Paese:
Pentiti di niente
Il sequestro Saronio, la banda Fioroni e le menzogne di un presunto
collaboratore di giustizia
Prefazione di Valerio Evangelisti
216 pagine - ISBN 978-88-6222-049-1
Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri - Collana Eretica
Libro rilasciato con licenza Attribuzione – Non commerciale – Non opere
derivate 2.5
Un rapimento che deve finanziare la lotta armata e che finisce con la
morte dell’ostaggio, Carlo Saronio. Un manipolo di sedicenti
rivoluzionari che, una volta ottenuti i soldi del riscatto e scesi a
compromessi a destra e a sinistra, gioca come se fosse una qualunque
banda di malavitosi e non persone con una forte impronta politica come
coloro che provenivano dal gruppo d’azione di Potere Operaio e dai Gap
di Giangiacomo Feltrinelli. Un improbabile pentito del terrorismo,
Carlo Fioroni, che afferma di voler collaborare con la giustizia e
invece inventa un castello di accuse contro gli ex compagni, primo tra
tutti Toni Negri, e li manda sotto processo. Sono questi gli elementi
di una storia che attraversa gli Anni Settanta e che si svolge tra la
Lombardia, la Svizzera e l’Emilia Romagna. Una storia di ideali
traditi, amici doppiogiochisti e delitti che si concluderà con la
concessione ad assassini e sequestratori dei benefici previsti dalle
leggi sulla dissociazione dalla lotta armata: pochi anni di carcere e
poi di nuovo la libertà per eclissarsi lontano, all’estero.
- Scheda del libro:
http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-049-1/antonella-beccaria/pentiti-di-niente.html
- Licenza di rilascio:
http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/legalcode
- Download dell’interno:
http://antonella.beccaria.org/libri/pentiti_di_niente.pdf
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Italo Gilles Lasalle. L’Elenco Universale delle cose tristi. collana i quaderni di Cico. Cicorivolta edizioni - comunicato stampa
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Italo Gilles Lasalle
L’Elenco Universale delle cose tristi
collana i quaderni di Cico
CICORIVOLTA EDIZIONI
ISBN 978-88-95106-41-0
© novembre 2008
pagine 140
euro 10,00
in copertina, olio su tela di Andrea Tarli
copywrite Emidio Giovannozzi
adattamento grafico di Phab Postini
Siamo negli anni del Risorgimento, periodo storico di grandi fermenti e rivoluzioni, ma anche di notevoli e fondamentali scoperte scientifiche. Una piccola locanda, la Pensione Marceau, narra le vicende dei bizzarri individui che vi hanno soggiornato tra il 1843 e il 1848. Uno di questi è il signor Ruppert, che riceve posta da tutta Europa: amici che gli segnalano le scoperte e le mode apparentemente più tristi del momento, allo scopo di contribuire a formare un Elenco Universale delle cose tristi.
Ma chi è veramente il signor Ruppert? Lo scoprirà il professor Poustkin, anziano docente, che a sua volta sta lavorando alla compilazione di un Elenco Universale delle parole vuote.
Fra gli altri personaggi, spicca Nadine, la tredicenne dal fare intrigante che gestisce il Café Marceau, apparsa un giorno da chissà dove, sulla cui vera identità si affannano il maggiore Blandino, richiamato alle armi, il reverendo Carraba, parroco del paese, e il notaio Anvrel.
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Gomorra, il presepe e gli eroi di Stefania Nardini - dal Corriere nazionale
Pubblicato da admin
Gomorra, il presepe e gli eroi
di Stefania Nardini - Fonte: Corriere nazionale
Forse con la faccia di Saviano ci faranno le statuette per il presepe, come ha detto qualcuno ironizzando. E magari sarà vero. Perché il bisogno di avere un eroe non è soltanto degli artigiani di S. Biagio dei Librai. Anzi tra i pastorari napoletani e la platea nazionale c’è una differenza: per i primi è una consuetudine piazzare sul presepe un personaggio popolare, mentre la platea ne ha un bisogno fisico, come una medicina che serve a metabolizzare colpe, errori, responsabilità. Conosco l’area di cui Saviano parla. La conosco da cronista. E ne ho un ricordo più che nitido.
Saviano era ragazzino quando da quelle parti c’era il mercato degli schiavi, cioè dei braccianti neri usati per la raccolta dei pomodori, quando la Domiziana era zona di accoltellamenti, puttane, droga.
E Sandokan, il mitico Francesco Schiavone, ex killer, non si faceva tanti scrupoli a minacciare i cronisti che da quelle parti non avevano e non hanno vita facile.
Saviano era ragazzino ed in prima persona ha vissuto l’escalation della criminalità in una terra dove si ammazza per poco e niente, dove tutto è illegale, dove chi parla rischia la pelle.
Perché laggiù nulla è cambiato, anzi la mattanza continua colpendo anche poveri cristi che nulla hanno a che fare con il branco di cocainomani al servizio delle famiglie.
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Nel cuore che di cerca Paolo Di Stefano a cura di Salvo Zappulla
Pubblicato da Katia Ciarrocchi
Nel cuore che di cerca
Paolo Di Stefano
A cura di Salvo Zappulla
Titolo: Nel cuore che ti cerca
Autore: Di Stefano Paolo
Prezzo: € 19.00
Editore: Rizzoli
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Scala italiani
ISBN: 8817021679
Pagine: 295
Rita ha dieci anni appena quando conosce il suo calvario. Rapita da un maniaco, rinchiusa in una squallida stanzetta tra topi e avanzi di cibo, con un televisore a tenerle compagnia, e seviziata per lunghissimi interminabili anni. Paolo Di Stefano, giornalista del Corriere della Sera e scrittore, racconta la storia di un’infanzia violata prendendo spunto da un fatto di cronaca, (la storia di Natasha Kampusch, la ragazza scomparsa a Vienna nel ‘98 e tenuta sequestrata per otto anni) sviluppa un noir psicologico dove i ruoli tra vittima e carnefice si intrecciano ambiguamente. Un tema che ricorre spesso nei suoi romanzi. Rita prova odio e affetto per il suo aguzzino, rabbia e speranza, più volte avrebbe la possibilità di fuggire ma rimane inerme accettando la sua condizione di schiavitù. E’ convinta di poterlo dominare, tra i due è l’uomo a sottostare, in quanto debole, in quanto morbosamente malato. Un romanzo intenso e coinvolgente, a tratti commovente, tremendamente attuale, che contiene elementi forti. Parallelamente il romanzo procede con l’incessante ricerca del padre della ragazza, un giornalista fallito, con una situazione familiare difficile, ma tutto sommato un personaggio positivo, caparbio, non privo di slanci poetici, il quale non intende rassegnarsi alla perdita della figlia.
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Intervista a: Paolo Di Stefano autore di “Nel cuore che ti cerca”
Pubblicato da Katia Ciarrocchi
Intervista a: Paolo Di Stefano
autore di “Nel cuore che ti cerca”

D. Di Stefano, questa è una storia dura, dall’impatto violento, perché ha voluta raccontarla ai suoi lettori?
R. Potrei rispondere che non sono io ad essere stato attratto da quel fatto ma è stato quel fatto a inseguirmi. La realtà è che uno scrittore, in genere, vive di ossessioni: una delle mie, che mi insegue (appunto) da quando ho cominciato a scrivere, è l’infanzia minacciata dagli adulti, dal mondo, dal destino, dalla malattia eccetera. L’infanzia minacciata, l’infanzia cui per qualche ragione è impedito di crescere. E’ un’immagine che mi risulta quasi insopportabile: non riesco a tollerare che un bambino soffra, mi pare profondamente ingiusto e inaccettabile, e forse è per questo che ci scrivo sopra i miei romanzi, dal primo (“Baci da non ripetere”) a “Tutti contenti”. Quando l’infanzia si trova, per qualche ragione, a sfiorare la tragedia o la morte, la mia sensibilità si accende quasi furiosamente e mi costringe a scrivere per liberarmi (almeno provvisoriamente) di quel trauma. Ecco perché mi sono messo a raccontare la storia di Rita. Ma alla fine forse per una risposta più convincente potrei ricorrere a Gadda: “Il mio libro è il prodotto di una normale attività fisiologica: l’ho scritto per la stessa ragione per cui il mio cuore batte, i miei polmoni respirano…”.
D. Certi traumi infantili si ripercuotono negativamente per l’intera esistenza, e spesso elementi esterni intervengono quando un minore non è protetto dai genitori. Quanto è importante il calore di una famiglia sana per la formazione di un individuo?
R. Mi rendo conto che continuo a girare intorno a questi temi trovando solo risposte parziali. Ho come l’impressione che le famiglie “sane” tradizionalmente intese non esistano più: c’è sempre qualche ragione endogena o esogena che interviene a turbare un equilibrio in genere già fragile. Tuttavia, è chiaro che la famiglia rimane il luogo centrale per la formazione (e per la deformazione, purtroppo) individuale. Per questo, la famiglia è sempre più un nucleo tematico interessante per la letteratura: è una sorta di inesauribile motore di immagini e visioni del nostro tempo. E’ come se in essa fosse contenuta una forza mitica di tensioni primarie. Me lo ha fatto notare Gabriele Pedullà in una sua recensione apparsa sul “Manifesto”: in fondo, la pedofilia che io racconto è il sintomo estremo dell’impazzimento in atto del ciclo delle generazioni. Il pedofilo non è oggi colui che sovverte l’ordine biologico ma colui che rende manifesto un principio più generale di una società di lolite dodicenni e settantenni. Una società fatta di adulti infantili e di bambini costretti a maturare troppo presto.
D. Rita, la protagonista del suo romanzo, instaura un legame quasi di complicità con il suo carceriere, chiamato da lei affettuosamente “Il signor Sergio”. Si sviluppano tra carnefice e vittima quei meccanismi contorti che rendono quest’ultima estremamente debole, incapace di reagire. Nel suo romanzo scava molto sulla fragilità della psiche umana. Cosa ha voluto fare emergere?
R. Non c’è intenzionalità nel mio racconto. Dunque, non posso dire di aver voluto far emergere qualcosa. Semplicemente, man mano che procedevo nella scrittura e via via che i personaggi prendevano voce forma e vita mi accorgevo che affioravano, a mia insaputa, meccanismi psicologici ambigui, doppi. Rita cominciava a dire di essere lei la più forte, quasi volesse proteggere il suo carceriere. Quando accadono delitti del genere, la televisione e le cronache dei giornali non ci dicono mai abbastanza: raccontano questi fatti restando in superficie, descrivendone le dinamiche e magari tirando fuori dal cappello ogni tanto qualche curiosità più o meno pruriginosa. Soprattutto non mettono mai in gioco i sentimenti, le psicologie delle persone, le emozioni profonde e autentiche. Per capire davvero ci vuole qualcosa in più. Ecco, io sono partito da lì, da dove poteva partire la letteratura, dalle parole e dalle emozioni, dalle parole che esprimono emozioni. E da lì a poco a poco si sono formati i personaggi. Direi che ho scritto questo libro per dare a Rita - ma anche a suo padre Toni Scaglione - la possibilità di raccontare la sua tragedia perché tornasse a vivere nel mondo. Per questo ho fatto un enorme sforzo di empatia. Ho cercato di immedesimarmi in lei e di lasciarla parlare dentro di me. Via via che il lavoro procedeva, questo processo di identificazione mi riusciva sempre più naturale. Mi sentivo come una sorta di ventriloquo che trascriveva sulla pagina la fragilità, le paure, le fantasie raccontate dalla ragazzina attraverso di me.
D. Lei è originario di Avola (SR). Ad Avola c’è l’associazione di don Di Noto che si batte incessantemente contro la pedofilia, un’ associazione di volontari. Pensa che le Istituzioni facciano abbastanza per combattere il triste fenomeno degli abusi sui minori?
R. I bambini vittime di abusi crescono in maniera esponenziale e preoccupante. Ammiro moltissimo le persone che si battono contro questa sciagura sociale. Ma non so se le Istituzioni possano davvero fare qualcosa attraverso dei decreti legge o altro. Ritengo piuttosto che si tratti di questioni più profonde non sanabili con atti legislativi o di polizia. Si tratta di questioni che affondano le radici nei valori culturali e morali della nostra società. Viviamo un’epoca di capovolgimenti spaventosi che rischiano di “giustificare” ogni tipo di deviazione o di perversione. Per esempio, trovo inammissibile l’uso che viene fatto in pubblicità e in televisione del corpo femminile e dell’infanzia. Bisognerebbe cominciare da una rivoluzione dei costumi e della cultura.
D. Come concilia la sua attività di giornalista con quella di scrittore?
R. Da un po’ di tempo le due attività convivono senza troppo confliggere. Sul piano pratico, è più semplice che in passato, perché essendo ormai da sette anni un inviato del Corriere non ho obblighi stretti di presenza in redazione e i tempi di lavoro sono molto più flessibili. Dunque posso organizzare meglio i tempi della scrittura “creativa”. Ma anche sul piano teorico le cose si sono semplificate: mentre prima pensavo che non dovessero esserci sovrapposizioni di sorta, oggi sono convinto che l’occhio e l’orecchio del giornalista possono essere utilissimi allo scrittore. E riutilizzo nei romanzi molti materiali raccolti sul campo. Certo, poi bisogna sempre tener ben distinte le cose nell’atto della scrittura: e cioè non cedere mai alla tentazione di fare il giornalista scrivendo romanzi e di fare lo scrittore facendo articoli di giornale.
di Salvo Zappulla
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La seconda prova di Zafón dopo “L’ombra del vento”, una commedia noir un capolavoro ritrovato sulla guerra civile: tutto dedicato alla città catalana
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

La seconda prova di Zafón dopo “L’ombra del vento”,
una commedia noir un capolavoro ritrovato
sulla guerra civile: tutto dedicato alla città catalana
di DARIO OLIVERO - fonte: Repubblica.it
Della trama si può dire poco di più di quello riportato nel risvolto. Perché la questione è delicata. Lui è Carlos Ruiz Zafón, dieci milioni di copie vendute sette anni fa con L’ombra del vento. Ora eccolo al secondo romanzo, Il gioco dell’angelo (tr. it. B. Arpaia, Mondadori, 22 euro). Tante cose sono cambiate in sette anni. Le aspettative soprattutto. Allora un illustre sconosciuto divenne un autore bestseller cavalcando l’onda del passaparola, il più potente, incontrollato e imprevedibile strumento di marketing editoriale. Oggi, lo scrittore si è trasferito definitivamente a Los Angeles e in occasione dell’uscita del nuovo libro a Barcellona hanno organizzato un evento da rockstar con centinaia di giornalisti accreditati. Lui dice di non avere ansia, ma per il momento il libro è decollato sul fronte vendite ma il passaparola si è trasformato, anche se con il rispetto che si usa nei confronti di un amico, in un “bello sì, ma L’ombra del vento…”. In effetti. I punti forti sono: le atmosfere della Barcellona anni Venti, il ritorno del Cimitero dei libri dimenticati e l’aria gotica (e alcune sorprese) del primo libro, due figure femminili, la prima e l’ultima parte. Lo stratagemma narrativo assomiglia a quello del primo libro ed è una variante del Faust: un incontro misterioso che può realizzare il sogno del protagonista, in questo caso farlo diventare uno scrittore di successo. A molti il finale non è piaciuto, a molti non è piaciuta la lunga parte centrale, molti hanno trovato un po’ troppo facile usare certi colpi di scena per far decollare il tutto, molti hanno giustamente sottolineato l’eccessiva lunghezza del libro (676 pagine). Difficile non essere d’accordo su almeno uno di questi rilievi.
PRESENTAZIONE ALLA MEL BOOKSTORE DI ROMA CON MARCO TRAVAGLIO E MARIO ALMERIGHI
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Giovedì 20 novembre ore 17.30
Paolo Negro
presenta il romanzo
L’ultimo dei templari,
Liberamente Editore
partecipano Marco Travaglio
e Mario Almerighi
Mel Bookstore Roma
via Nazionale 254 - 255
Fu una guerra infinita tra fede e potere per mettere le mani sul vero tesoro dei Templari. Fu una lotta senza esclusione di colpi per scoprire il segreto celato in una pergamena a lungo contesa e grondante sangue sia cristiano che infedele. La sera dell’autunno 1313 a Querqueville, in Normandia, quando un forestiero moribondo confessò a Goffredo De Lor, il sacerdote chiamato ad assisterlo in punto di morte, il folle piano che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia - ammesso e non concesso che la Storia abbia un corso univoco - tutto all’improvviso si complicò, trasformandosi in una lotta contro il tempo e il senso comune. E quando all’improvviso il grande orologio del tempo iniziò a ticchettare i suoi colpi più vibranti, ogni cosa precipitò nel caos: passato e presente si avvinghiarono in una ottenebrante lotta, le certezze vacillarono, la bussola della ragione si guastò. Fra tradimenti e apocalissi, colpi di scena e smarrimenti, in un continuo rincorrersi e fronteggiarsi tra i pochi Templari sopravvissuti, gli uomini del Re di Francia, quelli del Re d’Inghilterra e del Papa, la verità lentamente prese corpo. Ma non fu per nulla facile da accettare, ve lo assicuro… Parola dell’Ultimo dei Templari.
Info:
Mel Bookstore Roma, tel. 06.4885405, melromainfo@melbookstore.it
Saint-Exupéry: la ballerina e lo studioso / Raccolti in un volume novelle, lettere, frammenti dal 1925 al ‘43 dell’autore de «Il piccolo principe»
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Lo scrittore racconta l’amore impossibile tra una danzatrice-prostituta e un cliente
Saint-Exupéry: la ballerina e lo studioso
Raccolti in un volume novelle, lettere, frammenti dal 1925 al ‘43 dell’autore de «Il piccolo principe»
Fonte: Corriere.it
L’amore tra una ballerina prostituta e un cliente intellettuale. La Parigi notturna degli anni Venti, la noia nascosta dietro le luci soffuse dei café-chantant, uomini alla deriva e donne in cerca di riscatto: personaggi e ambienti che riaffiorano in questi inediti di Antoine de Saint-Exupéry, scritti tra il 1925 e il 1943. «Manon, ballerina» (di cui pubblichiamo alcuni estratti) è il primo racconto che dà il titolo a questo volume in libreria da mercoledì prossimo per Bompiani (testi a cura di Alban Cerisier e Delphine Lacroix, traduzione di Anna D’Elia, pp. 238, e 18) e che contiene anche il racconto L’aviatore e altri materiali, frammenti, riflessioni, lettere. Tra queste le più interessanti sono quelle all’ex fidanzata Loulou (Louise de Vilmorin), che, con il racconto «Manon, ballerina», fanno scoprire un volto finora sconosciuto dell’autore del Piccolo principe. Qui, infatti, l’aviatore rivela toni da mélo, un afflato sentimentale che, scrive Cerisier nella prefazione, «risuona ancora di fremiti adolescenziali». (Cr. T).
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Roberto Calasso recensito da Pietro Citati / Il mondo che vedeva Baudelaire
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Il mondo che vedeva Baudelaire
di Pietro Citati - Fonte: Kataweb libri
Quando passeggiamo nel bel libro di Roberto Calasso, La Folie Baudelaire (Adelphi, pagg. 430 euro 36), abbiamo l´impressione di visitare il Salon parigino del 1845 o del 1846, oppure l´Esposizione di Londra del 1862. Con la nostra amabile guida, passiamo di sala in sala: tutto è gremitissimo: ora c´è un libro o un quadro sublime ora paccottiglia: scorgiamo Baudelaire, Ingres, Delacroix, Constantin Guys, Manet, Berthe Morisot, Mallarmé, Rimbaud, Flaubert, Sainte-Beuve: artisti e critici minori, a me sconosciuti, che hanno scritto frasi memorabili; guardiamo la folla grigia o variopinta, che si accalca intorno a noi, o assiste a un´operetta. Sullo sfondo appare, per un istante, Napoleone III, “che non dice mai niente, e mente sempre”. Mentre passeggiamo, Roberto Calasso paragona incessantemente un poeta e un pittore, una bellissima poesia e l´articolo di un giornale di moda, senza mancare mai il suo obbiettivo.
Ci sembra che egli conosca tutto quello che è avvenuto, tutto quello che è stato scritto e dipinto in Francia dal 1830 al 1900. La sua curiosità non è mai sazia: segno che un´ottima cultura è la prima e maggiore qualità di un critico letterario (verità condivisa da pochi). Il cuore del suo interesse resta, quasi sino alla fine del libro, Baudelaire, al quale dedica pagine molto belle: specialmente allo scrittore di meravigliosi articoli e saggi su Delacroix, Gautier, Constantin Guys, Poe e i minimi segni dell´epoca.
Tutto il libro è, se non scritto, guardato da Baudelaire, perché Calasso cerca sempre di condividere l´occhio con cui Baudelaire osserva i personaggi e le figure mentali del proprio tempo e addirittura del futuro, perché Courbet e Manet sono anche pittori creati da qualche riga di Art romantique e Curiosités esthétiques. Quando l´ombra di Baudelaire si allontana, sostituita in parte da quella di Paul Valéry, forse il libro diventa meno intenso.
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L’invidia di Velásquez: Fabio Bussotti ci sorprenderà! - Novità Sironi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
L’invidia di Velásquez
Fabio Bussotti ci sorprenderà!
di Giuseppe Iannozzi
«Quando arrivò in Sironi, il romanzo si intitolava semplicemente Las meninas. Lo lessi, se non ricordo male, nel giugno dell’anno scorso. Ero in terrazza (la casa editrice Sironi è provvista di un’ottima terrazza), avevo sul tavolo davanti a me la consueta pila di dattiloscritti da leggere, e successe che, quel giorno, ne lessi solo uno. Las meninas, appunto. Non succede tanto spesso che io non sia capace, una volta iniziata la lettura, di fermarmi: di solito, quando trovo un testo che mi pare interessante, lo metto da parte per una lettura successiva. Invece con Las meninas cominciai a leggere, e non mi fermai prima di essere arrivato alla fine. Poi andai da Massimiliano Bianchini, il direttore editoriale, e gli dissi: “Questo romanzo qui ci ha un sacco di difetti, ma l’idea su cui si basa è una gran bella idea, e la costruzione è buona”». Così spiega Giulio Mozzi in un pezzo dal titolo “Novità Sironi / L’invidia di Velázquez, di Fabio Bussotti” che porta la sua firma.
“L’invidia di Velásquez” è l’opera prima di Fabio Bussotti, sostanzialmente un thriller che però ha la particolarità di serpeggiare fra docenti universitari, pittori, ricercatori e poliziotti, alcuni concussi, altri ancora un po’ imbecillotti, e uno o due un po’ troppo intelligenti e scaltri per poter essere apprezzati dai colleghi. I morti ammazzati tanti, come in tutti i thriller che si rispettino, altrimenti sarebbe un po’ difficile se non impossibile parlare di una storia poliziesca basata soprattutto sulla suspense. Non manca l’ironia; i personaggi, dal più insignificante a quello più importante, sono ben caratterizzati: c’è il commissario Bertone, scaltro e con qualche problema sentimentale non risolto, c’è il poliziotto alle prime armi costretto a far la spola dagli uffici dei colleghi al bar, c’è l’amico d’infanzia di Bertone ignorante ma figlio di papà che passa sopra i cadaveri di chiunque pur di far carriera. L’assortimento di poliziotti c’è tutto.
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Oriana Fallaci Intervista con la storia
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Oriana Fallaci
Intervista con la storia
E fu così che la giornalista più cattiva restò stregata dal Presidente più controverso
Aprile 1973, Oriana Fallaci sale al Quirinale per intervistare Giovanni Leone, il primo (e unico) presidente della Repubblica eletto con i voti missini. I due non si conoscono. La grande inviata di guerra e il politico controverso; la giornalista grintosa e «cattiva», che qualche anno dopo avrebbe sfidato l’imam Khomeini lasciando scivolare il velo che aveva sulla testa nella foga dell’intervista, di fronte all’uomo che faceva le corna agli studenti che lo contestavano e avrebbe poi finito il settennato nella bufera dei sospetti per lo scandalo Lockheed (nel quale non fu però mai davvero implicato). A sorpresa Oriana depone l’elmetto e cede alla cordialità di quest’avvocato napoletano che fa sfoggio di galanterie e professione di inflessibile antifascismo. L’intervista fu pubblicata dal Corriere della Sera e suscitò le ire dei deputati missini. Curiosamente non fu inserita nelle prime edizioni di «Interviste con la storia». Il volume (pp. 880, e14) viene ora ripubblicato dalla Bur con la prefazione di Federico Rampini e contiene anche l’intervista a Leone. Dal testo della Fallaci anticipiamo il ritratto del Presidente e due stralci tratti dalle risposte del Capo dello Stato.
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Guccini con le ali racconti che sembrano canzoni
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Si intitola “Icaro” il nuovo libro del cantautore emiliano appena uscito
I protagonisti sono un vecchio e un bambino, dei turisti italiani alle Mauritius
Guccini con le ali
racconti che sembrano canzoni
di MICHELE SMARGIASSI - fonte: Repubblica.it
BOLOGNA - Arrivi in via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo più celebre della canzone italiana, e sei già a pagina undici: sulla soglia del negozio a pianoterra è seduto a fumare Antonio, il barbiere siciliano di Lo Gnurri, primo racconto di Icaro, il libro con cui, dopo una lunga simbiosi con Loriano Macchiavelli, Francesco Guccini torna alla scrittura solitaria (Mondadori, pagg. 110, euro 12).
“Il più colto dei cantautori italiani”, 68 anni, un po’ appesantito, resta l’affabile affabulatore di sempre. In frontespizio di questa che è la sua decima esperienza di scrittura senza musica, c’è una citazione della poetessa Szymborska sulla “gioia di scrivere”.
Sta cercando di dirci con delicatezza che ha definitivamente cambiato mestiere?
“Da bambino sognavo di diventare scrittore. Non è poi che scrivere canzoni sia così diverso, si tratta sempre di raccontare. Qualche settimana fa, a Bruxelles, una bella serata in un’osteria-libreria, ho detto che da quando ho smesso di fumare ho qualche problema con la musica, ma era un po’ esagerato. Scrivo ancora canzoni. Sono fermo a tre nuove. Sono diventato molto più esigente. Una volta ne scrivevo una per notte, poi magari alla mattina la buttavo. Adesso se non mi viene proprio come voglio, non la finisco neanche”.
Al decimo libro, si definisce ancora un cantautore?
“Quella fu una definizione generazionale. Oggi molti scrivono le canzoni che cantano, ma non si fanno più chiamare cantautori. Io mi sento autore e basta. Scrivo romanzi, racconti, canzoni, ma sono anche un narratore orale, ai concerti racconto moltissimo”.
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Biagi, viaggio nel cuore dell’Italia
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Memoria Un anno dopo la scomparsa, escono un volume della figlia e un’antologia di articoli
Biagi, viaggio nel cuore dell’Italia
Sentimenti, immagini e ironia sul filo malinconico dei ricordi
Fonte: Corriere della Sera.it
Gli sarebbero piaciuti i posti, i nomi, le facce della gente: era lì che voleva andare, in qualche paese che non fa notizia, in una scuola di provincia, nei comuni dove il medico e il farmacista sono ancora qualcuno, nelle campagne dove adesso vivono tanti stranieri. Gli sarebbero piaciuti i ricordi, l’ironia di qualche racconto, le immagini dolci di un papà che tiene una bambina per mano: ed era lui, timido, impacciato, come nel giardino dell’Osservanza, a Bologna, quando faceva le notti in redazione e la mattina bisognava lasciarlo dormire.
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Calasso e l’onda Baudelaire
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Calasso e l’onda Baudelaire
di Jaqueline Risset - Fonte: Il Messaggero
ROMA (5 novembre) - La Folie Baudelaire di Roberto Calasso (Adelphi, 425 pagine, 36 euro) non parla di pazzia. Baudelaire non era pazzo, e la parola folie, nel francese del Settecento, indicava i pavillons de plaisance fatti costruire nei parchi dai ricchi proprietari. Fu il famoso e perfido critico letterario Sainte-Beuve a descrivere in questi termini l’opera del poeta del quale non avrebbe mai compreso mai la grandezza: «Monsieur Baudelaire ha trovato modo di costruirsi, all’estremità di una lingua di terra reputata inabitabile e al di là dei confini del romanticismo conosciuto, un chiosco bizzarro, assai ornato, assai tormentato, ma civettuolo e misterioso, dove si leggono libri di Edgar Allan Poe, dove si recitano sonetti squisiti, dove ci si inebria con hashish per ragionarci poi sopra. Dove si prendono oppio e mille droghe abominevoli in tazze di porcellana finissima».
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