La Bussola d’Oro di Phil Pullman, ma la Chiesa bolla il film anticattolico e antidio
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

La Bussola d’Oro di Phil Pullman
La Chiesa cattolica bolla il film, “anticattolico e antidio”
Ma il film di Chris Weitz con Nicole Kidman ed Eva Green
è una delle pellicole più attese di questo Natale 2007
Per l’ennesima volta la Chiesa attacca il cinema.
Le invettive della Chiesa di Joseph Ratzinger questa volta sono contro il film fantasy tratto dal romanzo di Philip Pullman, “The Golden Compass” (La bussola d’oro).
Si prepara un Natale tutt’altro che cristiano, tutta colpa della Chiesa d’oggi sempre più oscurantista e intollerante. La Chiesa promette guerra a “La bussola d’oro”, già si preparano scenari inquisitori come accadde per “Il codice Da Vinci” tratto dal bestseller di Dan Brown.
La storia è ambientata in un mondo fantastico dove la società vive su giganteschi palloni aerostatici, quindi un viaggio avventuroso verso il circolo polare artico, e tantissimi personaggi curiosi e fantastici, oltre all’ingrediente principale, quello della lotta fra Bene e Male. Il Bene è impersonato dalla tenerissima Lyra Belacqua, una ragazzina alla ricerca della propria identità, mentre il ruolo del cattivo è affidato al Magisterium, ovvero alla Chiesa, negra entità religiosa capace di tarpare le ali a chiunque ricerchi la verità. Il film evidenzia, senza inutili giri di parole, il ruolo di un gruppo di fanatici che rapiscono i bambini per sottoporli ad orribili esperimenti, dopo averli trascinati nelle regioni più inospitali del mondo. La Chiesa cattolica non ha digerito il boccone amaro: si è strozzata violentemente, ma - ahinoi! - continua a sputare sentenze, nonostante la diabolica tosse che gli spacca i polmoni.
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Harry Potter: librerie aperte in piena notte per i fan italiani
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Grande attesa tra gli appassionati che allo scoccare della mezzanotte del 4 gennaio
potranno acquistare il settimo romanzo della fortunata saga creata da J.K. Rowling
Librerie aperte
in piena notte
per i fan italiani
di Harry Potter
E’ PARTITO il conto alla rovescia. Allo scoccare della mezzanotte del 4 gennaio si ripeterà ancora una volta la magia di Harry Potter. Dopo l’ultimo rintocco, nella notte tra venerdì e sabato, sarà infatti possibile acquistare nelle librerie italiane Harry Potter e i doni della morte (Salani, 702 pagine - 23 euro), settimo e ultimo volume della saga firmata da J.K. Rowling.
I fan sono pronti a fare le ore piccole pur di essere tra i primi ad avere tra le mani una copia del volume. Meglio dell’attesa di Babbo Natale, che è già passato, o della Befana, che arriverà solo la notte successiva, i giovani lettori si divertono a scegliere tra le tante librerie che nella notte tra il 4 e il 5 gennaio rimarranno aperte in occasione dell’uscita dell’ultimo romanzo. Uno sforzo straordinario, giustificato dal clamoroso successo italiano della saga: basta pensare che i sei capitoli precedenti hanno venduto sette milioni di copie.
A distanza di dieci anni, sette volumi, cinque film, gli appassionati sanno già tutto del romanzo conclusivo, conoscono anche quello che J.K. Rowling ha annunciato sul futuro dei suoi personaggi e che ha deciso di non raccontare nell’ultimo capitolo, ma nulla toglierà loro il piacere di leggere e scoprire pagina dopo pagina le avventure di Harry ormai adolescente, cresciuto insieme a loro.
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Su eBay i regali di Natale rifiutati o non piaciuti
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Su eBay i regali di Natale rifiutati o non piaciuti
4mila oggetti che non hanno fatto centro
secondo una indagine Doxa
Nell’era di Internet il riciclo dei regali di Natale si fa in rete. «Ad appena una settimana dal Natale sono già oltre 4mila i regali rimessi in vendita su eBay.it da coloro che li hanno ricevuti e non apprezzati» riferisce eBay in una nota. I regali più riciclati sono gli articoli di abbigliamento, seguiti da telefonia e videogiochi, precisa il sito di e-commerce. Un fenomeno in forte crescita: i regali messi all’asta riciclati sul web «lo scorso anno alla stessa data erano meno della metà». Spiega Andrea Rota, responsabile Sviluppo piattaforma eBay Italia: «La pratica di riciclare i regali di Natale esiste da sempre, negli ultimi anni però, grazie ad eBay, che consente di farlo velocemente, da casa e in modo anonimo, si è diffusa la consuetudine a vedere il vantaggio del rivendere l’oggetto stesso, con buone opportunità di guadagno ma soprattutto con la possibilità di trovare nella vastità della Rete una persona a cui quel regalo piace davvero ed era tra i desiderati».
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John Ronald Reuel Tolkien, I figli di Hurin, recensione di Wu Ming4
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
John Ronald Reuel Tolkien
I figli di Hurin
Bompiani, 2007, pp. 325, € 20
di Wu Ming4
Oxford, Wolvercote Cemetery, autunno 2007. Sarà anche retorico dirlo, ma i cimiteri inglesi hanno un fascino particolare. Discreti, sobri, immersi nel verde. Il Wolvercote da il meglio di sé sul far della sera, quando i pochi visitatori sono già tornati in città e seguendo le indicazioni si raggiunge una piccola tomba in mezzo al prato.
Sulla lapide i nomi di John Ronald Reuel Tolkien e di sua moglie Edith Mary Tolkien, abbinati a quelli di Beren e Luthien, uomo ed elfa, protagonisti di uno dei racconti più romantici del ciclo tolkieniano.
Oltre ai mazzi di fiori, il culto dei fan ha trascinato qui i ninnoli più strani. Una cartolina scritta in slavo; animali di pelouche; una scatolina colorata con dentro una scritta in elfico; un nastro con le firme dei membri della Hungarian Tolkien Society; anelli di varia foggia e colore. Trentaquattro anni dopo la morte la fama del padre della Terra di Mezzo gode ottima salute e l’affetto circonda la sua memoria, merito anche del fatto che l’autore fantasy per antonomasia non ha mai smesso di pubblicare libri. L’ultimo è uscito la primavera scorsa ed è subito finito in vetta alle classifiche inglesi.
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Mio Dio, mio marito è Babbo Natale! - Un racconto di Marco Candida
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Mio Dio, mio marito è Babbo Natale!
di Marco Candida
Anche se gli avevo detto di non farlo, quando la pendola del salotto ha suonato la mezzanotte mio marito lo ha fatto lo stesso: si è mangiato un Uovo di Pasqua la Notte di Natale. Mio marito, è un tale bontempone! Gli va sempre di scherzare, e di inventarsi qualche trovata stravagante… Così, due giorni prima della Notte di Natale è sceso alla pasticceria qui sotto all’angolo della strada e si è fatto preparare un gigantesco uovo di cioccolato fondente. Quando dico gigantesco voglio dire che l’Uovo di Pasqua era alto e largo quasi quanto il nostro Albero di Natale. Quando la pendola ha suonato mio marito ha cominciato a mangiarsi l’uovo davanti all’albero con sotto il presepe. Io ho assistito alla scena. In una decina di minuti si è spazzolato l’uovo mentre mi chiedeva se volevo assaggiare, e io a dirgli no, tu guarda, questo sessantenne di un marito che mi ritrovo, e quando ha finito, gli ho detto che era il solito cretino, e siamo andati a letto. Non fosse che mio marito è il titolare di quattro industrie, cinque case di proprietà, tre automobili, e più o meno dal primo giorno di matrimonio mi stacca assegni per la borsetta da urlo che ho visto in quella vetrina, per la cintura da febbre che ho notato in quel negozio, e per ogni cosa che vedo e che desidero, e va bene, non è che mi stacca assegni, ho la carta di credito, ma è sua, ed è rifornita da lui, da mio marito, bene, se non fosse per questo, magari sarei più fredda riguardo certe sue stranezze. Invece, gli ho detto cretino, e a letto. Comunque, è stato così che mio marito è diventato Babbo Natale.
Rainer Maria Rilke, Guido Gozzano, Umberto Saba, Federico Garcìa Lorca, Arthur Rimbaud, Gianni Rodari, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, sant’Alfonso de Liguori: antologia poetica di poesie natalizie
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Hans Memling ca. 1433 – 1494
The Nativity
Rainer Maria Rilke, Guido Gozzano, Umberto Saba, Federico Garcìa Lorca, Arthur Rimbaud, Gianni Rodari, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, sant’Alfonso de Liguori
Antologia poetica di poesie natalizie
LA NASCITA DI GESU’
di Rainer Maria Rilke
Se in te semplicità non fosse, come
T’accadrebbe il miracolo
di questa notte lucente? Quel Dio,
vedi, che sopra i popoli tuonava
si fa mansueto e viene al mondo in te.
Più grande forse lo avevi pensato?
Se mediti grandezza: ogni misura umana
dritto attraversa ed annienta
l’inflessibile fato di lui. Simili
vie neppure le stelle
hanno. Son grandi, vedi, questi re;
e tesori, i più grandi agli occhi loro,
al tuo grembo dinanzi essi trascinano.
Tu meravigli forse a tanto dono:
ma fra le pieghe del tuo panno guarda,
come ogni cosa Egli sorpassi già.
Tutta l’ambra imbarcata dalle terre più remote,
i gioielli aurei, gli aromi
che penetrano i sensi conturbanti:
tutto questo non era che fuggevole
brevità: d’essi, poi, ci si ravvede;
ma è gioia - vedrai - ciò che Egli dà.
Scrooge: cantico di Natale, Charles Dickens (racconto completo in italiano)
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Cantico di Natale
Charles Dickens
Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell’appaltatore delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro. Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio fosse scritto, valeva tant’oro. Il vecchio Marley era proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta.
Badiamo! non voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene che cosa ci sia di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei stato disposto a pensare che il pezzo più morto di tutta la ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché la saggezza dei nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi toccherò con sacrilega mano; se no, il paese è bell’e ito. Lasciatemi dunque ripetere, solennemente, che Marley era morto com’è morto un chiodo di porta.
Sapeva Scrooge di questa morte? Beninteso. Come avrebbe fatto a non saperlo? Scrooge e il morto erano stati soci per non so quanti anni. Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, unico amministratore, unico procuratore, unico legatario universale, unico amico, unico guidatore del mortoro. Anzi il nostro Scrooge, che per verità il triste evento non aveva fatto terribilmente spasimare, si mostrò sottile uomo d’affari il giorno stesso dei funerali e lo solennizzò con un negozio co’ fiocchi.
Il ricordo dei funerali mi fa tornare al punto di partenza. Non c’è dunque dubbio che Marley era morto. Questo mettiamolo bene in sodo, se no niente di maraviglioso potrà scaturire dalla storia che son per narrarvi. Se non fossimo perfettamente convinti che il padre d’Amleto è morto prima che s’alzi il sipario, la sua passeggiatina notturna su pei bastioni al vento di levante non ci farebbe maggiore effetto della bisbetica passeggiata di un qualunque attempato galantuomo il quale se n’andasse di notte in un posto ventoso - il cimitero di San Paolo, poniamo - pel solo gusto di sbalordire la melansaggine del proprio figliuolo.
Scrooge non cancellò dall’insegna il nome del vecchio Marley. Parecchi anni dopo, leggevasi sempre sulla porta del magazzino: “Scrooge e Marley”. La ditta era nota per Scrooge e Marley. Seguiva a volte che qualche novizio agli affari desse a Scrooge ora il nome di Scrooge e ora quello di Marley; ma egli rispondeva a tutti e due. Per lui era tutt’una cosa.
Oh! ma che stretta sapevano avere le benedette mani di cotesto Scrooge! come adunghiavano, spremevano, torcevano, scuoiavano, artigliavano le mani del vecchio lesina peccatore! Aspro e tagliente come una pietra focaia, dalla quale nessun acciaio al mondo aveva mai fatto schizzare una generosa scintilla; chiuso, sigillato, solitario come un’ostrica. Il freddo che aveva di dentro gli gelava il viso decrepito, gli cincischiava il naso puntuto, gli accrespava le guance, gli stecchiva il portamento, gli facea rossi gli occhi e turchinucce le labbra sottili, si mostrava fuori in una voce acre che pareva di raspa. Sul capo, nelle sopracciglie, sul mento asciutto gli biancheggiava la brina. La sua bassa temperatura se la portava sempre addosso; gelava il suo studio né giorni canicolari; non lo scaldava di un grado a Natale.
Caldo e freddo non facevano effetto sulla persona di Scrooge. L’estate non gli dava calore, il rigido inverno non lo assiderava. Non c’era vento più aspro di lui, non c’era neve che cadesse più fitta, non c’era pioggia più inesorabile. Il cattivo tempo non sapeva da che parte pigliarlo. L’acquazzone, la neve, la grandine, il nevischio, per un sol verso si potevano vantare di essere da più di lui: più di una volta si spargevano con larghezza: Scrooge no, mai.
Nessuno lo fermava mai per via per dirgli con cera allegra: “Come si va, caro il mio Scrooge? a quando una vostra visita?” Né un poverello gli chiedeva la più piccola carità, né un bambino gli domandava che ore fossero, né uomo o donna, una volta sola in tutta la vita loro, si erano rivolti a lui per informarsi della tale o tal’altra strada. Perfino i cani dei ciechi davano a vedere di conoscerlo; scorgendolo di lontano subito si tiravano dietro il padrone in una corte o in un chiassuolo. Poi scodinzolavano un poco, come per dire: “Povero padrone mio, val meglio non aver occhi che avere un mal occhio!”
Ma che gliene premeva a Scrooge! Meglio anzi, ci provava gusto. Sgusciare lungo i sentieri affollati della vita, ammonendo la buona gente di tirarsi in là, era per Scrooge come per un goloso sgranocchiar pasticcini.
Una volta - il più bel giorno dell’anno, la vigilia di Natale - il vecchio Scrooge se ne stava a sedere tutto affaccendato nel suo banco. Il tempo era freddo, uggioso, tutto nebbia; e si sentiva la gente di fuori andar su e giù, traendo il fiato grosso, fregandosi forte le mani, battendo i piedi per terra per scaldarseli. Gli orologi del vicinato avevano battuto le tre, ma era già quasi notte, se pure il giorno c’era stato. Dalle finestre dei negozi vicini rosseggiavano i lumi come tante macchie sull’aria grigia e spessa. Entrava la nebbia per ogni fessura, per ogni buco di serratura; e così densa era di fuori che, ad onta dell’angustia del vicoletto, le case dirimpetto parevano fantasmi. Davvero, quella nuvola scura che scendeva e scendeva sopra ogni cosa faceva pensare che la Natura, stabilitasi lì accanto, avesse dato l’aire a una sua grande manifattura di birra.
L’uscio del banco era aperto, per dare agio a Scrooge di tenere d’occhio il suo commesso, il quale, inserito in una celletta più in là, una specie di cisterna, attendeva a copiar lettere. Scrooge non aveva per sé che un fuocherello; ma tanto più misero era il fuocherello del commesso, che pareva fatto di un sol pezzo di carbone. Né c’era verso di accrescerlo, perché la cesta del carbone se la teneva Scrooge con sé; e quando per caso il commesso entrava con in mano la paletta, issofatto il principale gli faceva capire che sarebbe stato costretto a dargli il benservito. Epperò lo scrivano si avvolgeva al collo il suo fazzoletto bianco e ingegnavasi di scaldarsi alla fiamma della candela: il che, per non essere egli un uomo di gagliarda immaginazione, non gli riusciva né punto né poco.
- Buon Natale, zio! un allegro Natale! Dio vi benedica! - gridò una voce gioconda. Era la voce del nipote di Scrooge, piombato nel banco così d’improvviso che lo zio non lo aveva sentito venire.
- Eh via! - rispose Scrooge - sciocchezze! -
S’era così ben scaldato, a furia di correre nella nebbia e nel gelo, cotesto nipote di Scrooge, che pareva come affocato: aveva la faccia rubiconda e simpatica; gli lucevano gli occhi e fumava ancora il fiato.
- Come, zio, Natale una sciocchezza! - esclamò il nipote di Scrooge. - Voi non lo pensate di certo.
- Altro se lo penso! - ribatté Scrooge. - Un Natale allegro! o che motivo hai tu di stare allegro? che diritto? Sei povero abbastanza, mi pare.
- Via, via - riprese il nipote ridendo. - Che diritto avete voi di essere triste? che ragione avete di essere uggioso? Siete ricco abbastanza, mi pare. -
Scrooge, che non avea pel momento una risposta migliore, tornò al suo “Eh via! sciocchezze.”
- Non siate così di malumore, zio - disse il nipote.
- Sfido io a non esserlo - ribatté lo zio - quando s’ha da vivere in un mondaccio di matti com’è questo. Un Natale allegro! Al diavolo il Natale con tutta l’allegria! O che altro è il Natale se non un giorno di scadenze quando non s’hanno danari; un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un’ora più ricchi; un giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all’attivo? Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!
- Zio! - pregò il nipote.
- Nipote! - rimbeccò accigliato lo zio, - tieniti il tuo Natale tu, e lasciami il mio.
- Il vostro Natale! ma che Natale è il vostro, se voi non ne fate?
- Vuol dire che così mi piace, e tu non mi rompere il capo. Buon pro ti faccia il tuo Natale! E davvero che te n’ha fatto del bene fino adesso!
- Di molte cose buone sono stato io a non voler profittare, quest’è certo - rispose il nipote; - e il Natale fra l’altre. - Ma il fatto è che io ho tenuto sempre il giorno di Natale, quando è tornato - lasciando stare il rispetto dovuto al suo sacro nome, se si può lasciarlo stare - come un bel giorno, un giorno in cui ci si vuol bene, si fa la carità, si perdona e ci si spassa: il solo giorno del calendario, in cui uomini e donne per mutuo accordo pare che aprano il cuore e pensino alla povera gente come a compagni di viaggio verso la tomba e non già come ad un’altra razza di creature avviata per altri sentieri. Epperò, zio, benché non mi abbia mai cacciato in tasca la croce di un soldo, io credo che il Natale m’abbia fatto del bene e me ne farà. Evviva dunque il Natale! -
Il commesso non si seppe tenere dall’applaudire dal fondo della sua cisterna; ma, subito accortosi del marrone, si diè ad attizzare il fuoco e riuscì ad estinguere l’ultima scintilla.
- Un altro di cotesti rumori dalla vostra parte - disse Scrooge - e ve lo darò io il Natale con un bravo benservito. Sei davvero un parlatore coi fiocchi - sopraggiunse volgendosi al nipote. - Mi sorprende che non ti ficchino in Parlamento.
- Non andate in collera, zio. Orsù, vi aspettiamo domani sera a pranzo. -
Scrooge rispose che piuttosto lo volea vedere all’inf… Sì davvero, la disse tutta la parola. Allora, forse, avrebbe accettato l’invito.
- Ma perché? - esclamò il nipote. - Perché?
- Perché diamine ti sei accasato? - domandò Scrooge.
- Perché ero innamorato.
- Perché eri innamorato! - grugnì Scrooge, come se cotesta fosse l’unica cosa al mondo più ridicola di un allegro Natale. - Buona sera!
- Ma voi, zio, non siete mai venuto a trovarmi prima. Perché mo’ vi appigliate a cotesto pretesto?
- Buona sera, - disse Scrooge.
- Niente voglio da voi; niente vi chiedo: perché non dobbiamo essere amici?
- Buona sera, - disse Scrooge.
- Mi fa pena, proprio, di trovarvi così ostinato. Tra noi non ci sono mai stati dissapori, ch’io ci abbia avuto colpa. Ho voluto fare questa prova in onore di Natale, e il mio buonumore di Natale lo serberò fino in fondo. Buon Natale dunque zio mio!
- Buona sera, - disse Scrooge.
- E buon principio d’anno per giunta!
- Buona sera, - disse Scrooge.
Il nipote se n’andò.
Né il nipote si lasciò sfuggire di bocca una sola parola dispettosa. Andò via tranquillo e si fermò un momento alla porta esterna per fare i suoi auguri al commesso, il quale, gelato com’era, aveva però addosso più calore di Scrooge, perché cordialmente li ricambiò.
- Eccone un altro - borbottò Scrooge che l’aveva udito: - il mio commesso, con quindici scellini la settimana, moglie e figliuoli, che parla di buon Natale. Mi chiuderò nel manicomio. -
Cotesto lunatico intanto, facendo uscire il nipote di Scrooge, aveva introdotto due altre persone. All’aspetto ed ai modi erano gentiluomini: si cavarono il cappello e s’inchinarono a Scrooge. Avevano in mano fogli e quaderni.
- Scrooge e Marley, credo? - disse uno de’ due guardando a una sua lista. - Ho io l’onore di parlare al signor Scrooge o al signor Marley?
- Il signor Marley - rispose Scrooge - è morto da sette anni. Morì sette anni fa, proprio questa notte.
- Non dubitiamo punto - riprese a dire quel signore, presentando le sue credenziali - che la sua liberalità abbia nel socio sopravvivente un degno rappresentante. -
Così senz’altro doveva essere; perché i due soci erano stati come due anime in un nocciolo. Alla malaugurosa parola “liberalità” Scrooge aggrottò le ciglia, crollò il capo e restituì le credenziali.
- In questa gioconda ricorrenza, signor Scrooge - disse quel signore, prendendo una penna, - è più che mai desiderabile il raccogliere qualche tenue soccorso per la povera gente sulla quale ricade tutto il rigore della stagione. Ce n’ha migliaia che mancano dello stretto necessario; centinaia di migliaia cui fa difetto il menomo benessere.
- Non ci sono prigioni? - domandò Scrooge.
- Molte anzi - rispose l’altro posando la penna.
- E gli Ospizi? gli hanno chiusi forse?
- No davvero; così si potesse!
- Sicché il mulino de’ forzati e la legge su’ poveri son sempre in vigore?
- Sempre, ed hanno anche un gran da fare.
- Oh! io avevo temuto alle vostre prime parole, che qualche malanno avesse rovinato coteste utili istituzioni, - disse Scrooge. - Mi fa piacere di sentire il contrario.
- Mossi dal pensiero che esse non procacciano alla moltitudine un qualunque benessere cristiano di anima o di corpo - rispose quel signore - alcuni di noi si danno attorno per raccogliere un tanto da comprare ai poveri un po’ di cibo e un po’ di carbone. Scegliamo quest’epoca, come quella in cui il bisogno è più acuto e l’abbondanza rallegra. Per che somma volete che vi segni?
- Per niente! - rispose Scrooge.
- Vi piace serbar l’anonimo?
- Mi piace non essere disturbato. Poiché lo volete sapere, signori miei, ecco quel che mi piace. Per conto mio, non mi do bel tempo a Natale, né voglio fornire ai fannulloni i mezzi di darsi bel tempo. Pago la mia brava quota per gli stabilimenti che sapete: costano di molto: chi non sta bene fuori, ci vada.
- Molti non possono, e molti altri preferirebbero la morte.
- Se così è, si servano pure - disse Scrooge; - scemerebbe di tanto il soverchio della popolazione. In fondo poi, scusatemi, io non ne so niente.
- Non vi riuscirebbe difficile di saperlo - osservò l’altro.
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Riflessione su come eravamo e come saremo (e su come passare indenni queste feste)
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Riflessione
su come eravamo
e come saremo
(e su come passare indenni queste feste)
di Eliselle
Oggi mi lavavo i capelli e pensavo a quanto passa in fretta il tempo. Alle frasi che ora direi e che dieci anni fa non mi sarebbero nemmeno venute in mente. A quanto sia difficile concentrarsi davvero sul proprio percorso. A quanto sia semplice distrarsi e perdere il filo degli avvenimenti. A quanti segni il trascorrere degli anni ti lasci addosso, fuori, dentro, anche se tu non vuoi. A quanto sia ingiusta questa cosa. Al fatto che la si deve accettare proprio così com’è.
Da qualche anno a questa parte non riesco più a rendermi conto realmente di quello che mi accade, i fatti nella mia vita si succedono in modo talmente rapido che a malapena percepisco i cambiamenti. Anzi, non li percepisco affatto, solo quando mi capitano sotto mano delle vecchie foto realizzo in parte quello che mi è capitato, e ho ugualmente delle difficoltà a metterlo a fuoco. Nemmeno rivedermi un po’ più giovane, coi capelli molto più corti e sparati per aria e la faccia un po’ diversa e un po’ uguale a quella che ho adesso mi aiuta a meditare sul quadro generale e a interrogarmi su quello che mi ha trasformato nella persona che sono adesso, magari per correggere errori e non commetterne altri (impossibile), per rimediare a mancanze o congratularmi con me stessa per qualcosa, qualsiasi cosa, una parola, una scelta, un’azione che si è rivelata quella giusta, col passare del tempo. Perché non si nasce imparati. Perché molto spesso si va a naso. Col rischio di sbagliare. È una lotteria del buon senso, un 50 e 50, una puntata alla roulette nell’eterna indecisione della scelta tra rosso e nero. E in fondo il bello del gioco è proprio questo.
La vita è diventata veloce. Tutto si sussegue velocemente: progetti, appuntamenti, scadenze.
Una presentazione, un nuovo lavoro, un nuovo libro. Pochi punti fermi, tra cui la passione, la voglia di fare.
Il resto, un vento che non smette mai di soffiare e ti spinge avanti, inesorabilmente, anche se tu non vuoi.
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Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar - Edizioni Einaudi
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Memorie di Adriano
Marguerite Yourcenaur
Edizioni Einaudi
“Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiano insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…”
Con i versi della poesia che Adriano scrisse lo stesso giorno della morte termina lo stupendo romanzo di Marguerite Yourcenar.
Frutto di un lavoro di ricerca durato anni, di un’indagine attenta e laboriosa, rappresenta un ritratto di fulgida bellezza di questo imperatore.
Come raccontare la storia di un uomo, del suo modo di vedere, di ascoltare, di sentire, dando un quadro della sua grandezza? Come riconoscergli l’immortalità, una vita oltre la morte?
L’autrice parte da dati storici, da tracce, da scritti anche autografi e, anziché narrare la sua vita, fa parlare lo stesso Adriano, che ripercorre le tappe della sua esistenza, in una sorta di monologo interiore, per mezzo di una lunga lettera che scrive a Marco Aurelio.
E’ un uomo vecchio, malato, ormai incapace di sopportare i pesi di governo quello che ci viene rappresentato, in una sorte di poema d’amore alla vita.
E così Adriano racconta della sua ascesa agli alti gradi militari, le campagne di guerra condotte con capacità nonostante lui ami la pace, il rispetto per l’avversario mai definito nemico, il desiderio di conoscenza che non lo abbandonerà poi, il matrimonio di convenienza che lo lascerà insoddisfatto, le astuzie e gli intrallazzi per arrivare al trono, l’amore per il giovane Antinoo, il dolore disperato per la sua morte, sentimenti, emozioni e passioni di un uomo per il quale tuttavia il senso del dovere e dello stato vengono sopra ogni cosa, in quella responsabilità, che avverte sempre presente, della bellezza del mondo.
Cinzia Pierangelini, Eraclito e il muro, Edizioni GBM
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Eraclito e il muro
Cinzia Pierangelini
Ed. GBM
Cinzia Pierangelini è nata nel 1963 a Messina, dove oggi vive. E’ docente e violinista. Il suo esordio letterario risale al 2004. Molti suoi lavori, vincitori di premi letterari, sono editi in antologie, in e-book e in riviste. Con diverse case editrici ha pubblicato: “Dall’ultimo leggio, raccolta di racconti” (Traccediverse); “La Quaresima”, racconto compreso nell’antologia “Quindici passi nel buio” (Traccediverse); “L’origine”, nell’antologia “Il mio mare”; “Il viaggio”, nell’antologia “Libera uscita” (Delosbooks). In stampa la poesia “Quando Jasmine sciolse la sua treccia” selezionata per un’antologia poetica (Aletti Editore) e il racconto “La signora Rosa” selezionato per un’antologia erotica (Delosbooks). In editing il romanzo per ragazzi “Il professor Scelestus” e in attesa di editore il romanzo “La jatta”.
Si potrebbe scomodare Leonardo Sciascia per “Una storia semplice”, si potrebbe scomodare anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa per “Il Gattopardo”. Ma un paragone preciso, perfettamente lineare, non è possibile, non quando si ha a che fare con la bella scrittura di Cinzia Pierangelini, che ha dato alle stampe un romanzo particolare e per linguaggio e per particolari folcloristici: “Eraclito e il muro” è una partitura di per sé semplice, non fosse per il fatto che Matteo Micciché, protagonista più in vista di questo romanzo, è suo malgrado il rappresentante più terra terra d’una certa cultura fatta d’impicci di bugie d’intrallazzi, di falsità e invidie. Matteo Micciché incarna non solo una Sicilia provinciale e malata, più di tutto è l’essenza stessa di quella croce atavica che l’Italia pressappochista si trascina dietro da almeno un secolo e che è diventata pesante e sin troppo evidente dopo la IIa Guerra Mondiale, negli anni Cinquanta e Sessanta, quelli della Ricostruzione e degli abusi, non solo edilizi ma anche ideologici. E’ sì dunque una storia semplice ma in verità complicata: un critico di spettacolo, musicista fallito, invidioso dei successi altrui - o perlomeno di quelli che agl’occhi non troppo attenti del pubblico potrebbero sembrare manifestazioni artistiche con un non so che di miracoloso -, non ha mai pace e con penna velenosissima stronca ogni spettacolo teatrale e musicale, senza neppure averlo visto con attenzione. L’importante, per questo sédicente critico, è di far notare, tramite il suo giudizio negativo, il declìno delle arti; peccato che i giudizi da lui portati siano inficiati dall’animo malevolo che si ritrova e che finisce col condannare tutto, per il semplice gusto d’aver così scritto un’ennesima condanna - forse non completamente ingiusta, un minino di dubbio è d’obbligo anche per un caso clinico qual è Matteo Micciché. In paese, Matteo non è ben visto: non si può dire che abbia degli amici, difatti non c’è uno che vorrebbe averlo accanto: anzi, i più sono favorevoli all’allontanamento di quello che è un pericolo per le arti e per il paese. Ad un certo punto, Matteo perde la testa, letteralmente, per colpa d’una coppola. Sì, di un cappello!.
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La gioia del Natale: che i cristiani annuncino il messaggio di Gesù… Parola di Benedetto XVI
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

La gioia del Natale
che i cristiani annuncino il messaggio di Gesù…
Parola di Benedetto XVI
“La gioia del Natale che già pregustiamo, mentre ci colma di speranza, ci spinge al tempo stesso ad annunciare a tutti la presenza di Dio in mezzo a noi”. Ricorda cioè con forza ai cristiani il loro dovere di annunciare il messaggio di Gesù: “nulla è più bello, urgente ed importante che ridonare gratuitamente agli uomini quanto gratuitamente abbiamo ricevuto da Dio. Nulla ci può esimere o sollevare da questo oneroso impegno”.
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Papa Giovanni XXIII, Discorso alla luna, 11 ottobre 1962, Città del Vaticano
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Discorso “alla luna”
Papa Giovanni XXIII
11 ottobre 1962
Cari figlioli, sento le vostre voci.
La mia è una sola, ma riassume la voce del mondo intero; e qui di fatto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera… Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo… Noi chiudiamo una grande giornata di pace… Sì, di pace: “Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà”.
Se domandassi, se potessi chiedere ora a ciascuno: voi da che parte venite? I figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, risponderebbero: “ah, noi siamo i figli più vicini, e voi siete il nostro vescovo”. Ebbene, figlioli di Roma, voi sentite veramente di rappresentare la “Roma caput mundi”, la capitale del mondo, così come per disegno della Provvidenza è stata chiamata ad essere attraverso i secoli.
Luisito Bianchi, La messa dell’uomo disarmato, Sironi Editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
La messa dell’uomo disarmato
Un romanzo sulla Resistenza: Luisito Bianchi
«Cominciavi, così, la tua opera di dissodamento per spalancarmi davanti quel mistero dell’uomo che tu non volevi fosse in contrapposizione e, tanto meno, in contraddizione con quello di Dio. Ero una pianticella assetata, le cui deboli radici s’aggrappavano alla tua voce per calare sempre più profondamente nella mia umanità, portando con esse, per quanto il peso fosse sproporzionato, le vicende di tutti gli uomini conosciuti e sconosciuti che popolavano i lunghi corridoi del monastero e mi seguivano mentre mi recavo in coro per il canto del divino ufficio.»
«La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume. Toni non c’era, e nemmeno il fabbro, il professore, l’arciprete e Rondine, il nostro martire. Io c’ero. Dovevo rappresentare anche mio padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto.»
«Nei primi mesi del ‘44, nessuno ignorava che sulle colline e sulle montagne c’erano i ribelli a combattere i fascisti e i tedeschi, e che fra i ribelli si trovavano Stalino, Piero e Rondine. Ma le montagne erano lontane, i ribelli erano lontani, i fascisti e i tedeschi erano lontani. La guardia comunale era come se non ci fosse. Dalla casa del fascio della città non gli telefonavano più. I giovani richiamati alle armi o erano in Germania, o alla TODT, o se ne stavano tranquillamente a casa. I primi momenti, quando in paese correva veloce la notizia, quasi sempre falsa, dell’arrivo dei fascisti, i renitenti alla leva, così li chiamavano, scappavano nei campi; poi, non essendovi mai stata una retata, ci fecero l’abitudine e non scapparono più.»
«Si trovò vicino al cimitero che battevano dalla torre le undici. La ghiaia sotto le ruote del carretto gli ricordò Giuliano e il suo asino. “A quest’ora l’asino ragliava, sempre pieno di fame come il suo padrone”. L’asino di Giuliano lo portò a Raglio, all’enorme scoppio che aveva dilaniato l’amico, al nome di Giovanni che avrebbe dato al bambino…»
(da “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi)
Difficile raccontare “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi, un romanzo che si configura come alta Letteratura, Letteratura come non se ne vedeva dai tempi di Beppe Fenoglio, da quando fu dato alle stampe quello che è ormai un classico della storia italiana, “Il Partigiano Johnny”. Luisito Bianchi affronta la guerra, l’8 settembre 1943, il dolore con rigore scomposto, nervoso, ma sempre dignitoso, fortemente umano. Intendiamoci, Luisito Bianchi non è Fenoglio, ma non gli è da meno. E’ assurdo pensare come questo romanzo sia stato lontano dalle librerie per così tanto tempo, uno scritto esemplare che è circolato quasi clandestinamente tra pochi-tanti amici e che quasi per caso è stato notato e pubblicato. “La messa dell’uomo disarmato” circolò in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e il 1995; si può, a ragione, dire che il romanzo è già stato da molti letto e apprezzato al di fuori del consueto mercato librario, diffondendosi “di mano in mano, da amicizia ad amicizia”. Ma questa è un’altra storia, affascinante, ma che preferisco che a raccontarla sia qualcun altro. (Leggi Paola Borgonovo) Ciò che mi preme è evidenziare come “La messa dell’uomo disarmato” è il vero caso editoriale degli ultimi vent’anni.
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Una vita negata, di Franca Maria Bagnoli - Edizioni Il Foglio
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Franca Maria Bagnoli
Una vita negata
edizioni Il Foglio
Una vita negata di Franca Maria Bagnoli è un romanzo scritto come si deve e, soprattutto, parla di valori soffocati nell’antichità, ma che non trionfano neppure nell’epoca odierna. Abbiamo sempre considerato - perché così ci è sempre stato raccontato - che Santippe, la moglie di Socrate, tediasse il marito con le sue continue sfuriate, che insomma il povero filosofo fosse una vittima di una donna bisbetica e insopportabile.
Il testo della Bagnoli, nel narrarci di questa vita di coppia, ribalta questo concetto che si è perpetuato nel tempo, vestendo Santippe di una nuova dignità che ne fa un personaggio di importanza ben superiore a quella del marito. Per far ciò si basa proprio su quella storia che viene ora ad essere confutata e in particolare sulle abitudini di vita, sull’aspetto sociologico della società ateniese. Premetto che ci sono tutti i motivi per credere che Santippe in effetti fosse la vittima di un sistema che vedeva il matrimonio come un negozio giuridico volto a rafforzare la struttura sociale della democratica Atene, con la moglie destinata solo a procreare per la continuazione della specie e il rafforzamento dello stato, oltre a provvedere alle normali faccende domestiche. Quindi, un rapporto basato su una convivenza totale, sul principio che le decisioni comuni spettavano a entrambi i coniugi, non solo non esisteva, ma era addirittura impensabile. Continua..
Leonardo Colombati, Perceber, Collana questo e altri mondi, Sironi Editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Leonardo Colombati
Perceber
Collana questo e altri mondi, Sironi Editore
Si vocifera che la letteratura italiana sia tornata grande: io ho i miei dubbi in proposito, in quanto non è letteratura tutta quella che viene scritta. Tanti libri pubblicati, nomi piuttosto famosi forse fin troppo, ma la sostanza poca o nulla. Difficile orientarsi fra le tante uscite editoriali che si promettono come letture lisergiche e addirittura imperdibili: a sentire certi critici sembrerebbe quasi che ogni novità sia indispensabile. Così non è, niente è indispensabile, solo poche letture meritano veramente d’esser definite tali; in Italia tanti scrittori, pochi però quelli che meritano.
In questi ultimi dieci anni la novità più grande risale a pochi anni fa con Tullio Avoledo e il suo “Elenco telefonico di Atlantide”: il successo di critica e pubblico fu subito consegnato alla storia, ma senza dimenticare né l’autore né il suo elenco. Dopo il primo romanzo, Avoledo ha dato alle stampe altri due romanzi importanti, “Mare di Bering” e “Lo stato dell’unione” confermandosi tra i più originali divertenti e impegnati scrittori italiani. Nel frattempo, Valerio Evangelisti ha partorito “Antracite” e “Noi saremo tutto”, due romanzi che è giusto definire, almeno a mio avviso, letteratura. Nel 2004 Wu Ming 1 ha pubblicato “New Thing”, il romanzo perfetto e sempre nello stesso anno Wu Ming 2 è uscito in libreria con un altro lavoro solista, “Guerra agli umani”: entrambi i lavori sono quel quid di cui la letteratura italiana ha sempre avuto bisogno. Ugo Riccarelli con “Il dolore perfetto” merita giustamente il premio Strega; ma come dimenticare “Il suicidio di Angela B.” di Umberto Casadei? E non è possibile dimenticare i romanzi di Giuseppe Genna, almeno due su tutti, in particolare, “Non toccare la pelle del drago” e il più perfetto ancora “Grande Madre Rossa”. Sempre inimitabili rimangono scrittori come Umberto Eco, Aldo Busi e Sebastiano Vassalli, che tra il 1995 e il 2005 ci hanno consegnato libri resistenti che sono già nella storia della letteratura. Ma anche voci nuove si sono affacciate nel panorama editoriale: Tommaso Pincio, Laura Pugno, Emanuele Trevi, Mario Desiati, Isabella Santacroce… L’elenco sarebbe lungo, molto. Ma a questo elenco di autori meritevoli e di più, va accostato un elenco spropositatamente lungo di autori che hanno invece invaso pagine e pagine di scrittura usa e getta. Facendo un rapido quanto approssimativo bilancio, la lista degli scrittori, che semplicemente hanno imbrattato voluminose pile di carta, è numericamente superiore a quella di chi invece ha regalato ai lettori e alla critica pagine indimenticabili di alta letteratura.
Considerazioni queste, solo delle considerazioni, ma che servono a introdurre una letteratura nuova, forte, quella che da almeno quindici anni noi tutti aspettavamo, quella di Leonardo Colombati. Circa un anno fa, Giuseppe Genna urlò - sì, urlò - ‘al capolavoro’: il romanzo di Colombati, “Perceber”, prima che fosse in libreria era già stato detto ‘capolavoro’. Molte perplessità - giustamente - furono avanzate a quei tempi, che tanto remoti non sono: nessuno aveva letto “Perceber”, solo pochissimi fortunati. Un anno è passato, e “Perceber” di Leonardo Colombati è oggi in libreria: il 5 maggio 2005 il capolavoro misterioso è entrato nelle case di critici e semplici lettori. Una data storica, per quanto mi riguarda, ma che dovrebbe riguardare anche tutti voi amanti della letteratura. Un anno fa, o giù di lì, avevo anch’io le mie perplessità che nascevano soprattutto dal fatto che un romanzo non ancora uscito venisse indicato come Capolavoro. Oggi, dopo severa lettura, finalmente, posso asserire che il “Perceber” di Leonardo Colombati è effettivamente un Capolavoro e non un fondo di bottiglia o fumo negli occhi. Ferruccio Parazzoli, sulle colonne di Famiglia Cristiana (12 maggio 2005), scrive: “Avete mai letto un romanzo illeggibile? No? Adesso ne avete l’occasione. La sfida sta proprio qui: leggere Perceber è leggere un romanzo illeggibile. Perché? Che cosa significa illeggibile? Si tratta di un attributo positivo o negativo? Adesso che l’abbiamo fatta, dimentichiamoci la domanda: è vecchia, superata. Di buonsenso, non c’è dubbio, ma superata. Figurarsi che se la posero i primi lettori dell’Ulisse di Joyce, e in molti se la pongono ancora, anche se più tardi, molto più tardi, si capì che il libro era leggibile.” Molti hanno già visto in “Perceber” un romanzo difficile, se non addirittura impossibile. Ci si è spinti sino al punto di dire,“romanzo sui romanzi, parole sulle parole, labirinti, tutto post: post-romanzo, post-letteratura” (qui). Sorge a questo punto spontaneo il dubbio che alcuni lettori o sono incapaci di comprendere un vero romanzo quando ce l’hanno fra le mani, o solo preferiscono definire “letteratura” quella che infarcisce i giornaletti che certi parrucchieri e dentisti mettono a disposizione dei clienti-pazienti mentre attendono il loro turno per farsi amputare un po’ di capelli o una carie. Io sono convinto che sia sbagliato indicare “Perceber” come un libro difficile. Non è difficile, è invece facile credere che la gente guardi a “Perceber” come a un libro difficile. Il serio problema - gravissimo - per la cultura italiana, anzi per i pochi lettori italiani, è che ormai si è quasi tutti abituati a leggere libelli di poco o nullo significato, il cui contenuto è pari a quello d’un brick di latte andato a male da almeno dieci anni. Continua..
Ultimo parallelo, di Filippo Tuena - Edizioni Rizzoli - Recensione e intervista
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Ultimo parallelo
Filippo Tuena
Rizzoli editore
Occorrono capacità e coraggio per scrivere un libro simile. Per la prima mi dilungherò più avanti, per il secondo invece preferisco parlarne subito.
Premetto che, nella mia ignoranza, non avevo mai letto nulla di questo autore e se ho provveduto in parte a riparare questa negligenza lo devo soprattutto a Gian Paolo Serino, il cui articolo in proposito apparso su Satisfiction mi ha convinto della necessità di acquistare e leggere questo romanzo, ma non perché ha vinto il premio Viareggio, bensì per l’entusiastico consiglio di lettura del critico milanese, di cui condivido spesso i giudizi. Ho parlato prima di coraggio e in effetti ne occorre per proporre una storia, vera, di esplorazione, genere stranamente non tenuto in considerazione dai lettori italiani; inoltre è un’opera di elevato livello culturale che cozza contro il generale appiattimento dell’attuale narrativa italiana, portata, nel migliore dei casi, a una lettura d’evasione adatta a un pubblico da tempo abituato a fiction e a reality che, di certo, non costringono a spremere le meningi. Di ciò l’autore è ben consapevole perché altrimenti non avrebbe usato un linguaggio erudito, non avrebbe approfondito certi aspetti della vicenda, indifferente quindi alla ricerca di un eventuale successo commerciale. Filippo Tuena ha inteso scrivere un prodotto culturalmente molto valido, ben sapendo che ciò da diverso tempo è negletto e il risultato è stato un’opera che senza ombra di dubbio può essere definita un capolavoro, alla stregua di quelle dei grandi classici.
La vicenda trattata è abbastanza conosciuta ed è la tragica spedizione del 1911, condotta dal britannico Robert Falcon Scott nell’Antartide, per la conquista del Polo Sud. Però, non solo non se ne era scritto mai in modo così dettagliato ed esauriente, ma addirittura nessuno aveva pensato di ricavarne un romanzo. Continua..
Roberto Querzola, Aycelin il templare, Aliberti editore - recensione ed intervista
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Roberto Querzola
Aycelin il templare
Aliberti editore
Difficile incontrare romanzi importanti, ben scritti, che non siano il solito libro usa & getta. Aycelin il templare di Roberto Querzola non è semplicemente un romanzo ben scritto, è un Capolavoro di contenuti e stile: al rigore storico, che fa da sfondo alla storia di Aycelin, si accompagna un linguaggio estremamente corretto, uno stile impeccabile. Rarissimamente mi capita d’incontrare un romanzo che sia pienamente un capolavoro con la C maiuscola: nell’opera di Querzola non c’è mai traccia di banalità o di elementi superflui. Era dai tempi de Il nome della Rosa di U. Eco che non leggevo romanzo tanto appassionante, rigoroso, ma sempre avvincente anche nei momenti più drammatici che sono nella trama. Il rigore storico è validamente supportato da personaggi tratteggiati con naturale icasticità: è così possibile agli occhi del lettore aver di fronte - nell’immaginazione - un perfetto quadro storico-avventuroso che si dipana come pellicola d’un film. Non mancano neanche momenti di assoluto lirismo che fanno di Aycelin un personaggio capace di evadere dalla prigione che è la mera narrazione: in realtà, siamo a contatto con una capacità affabulatoria rara che solo una grande penna come quella di Roberto Querzola poteva metter in piedi senza stonature. Continua..
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Fiori e fulmini, di Cristina Bove - Edizioni Il Foglio
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Fiori e fulmini
Cristina Bove - Edizioni Il Foglio
Il poeta riesce a guardare il mondo che lo circonda, trascendendo ciò che gli occhi vedono, e in questo Cristina Bove non si smentisce, perché in lei è presente questa straordinaria virtù ed è coeva con la capacità di trasmettere in modo chiaro, direi limpido, le sensazioni del suo animo. Questa raccolta comprende un centinaio di poesie, solo una parte delle numerose che nel corso della sua vita ha saputo creare, senza mai essere ripetitiva. In “Fiori e fulmini”, pur nelle molteplici tematiche affrontate, riluce la mano sensibile che riesce a trasferire nel verso, con ammirevole semplicità, le più svariate emozioni, dal tormento di un ricordo allo sdegno per la sorte riservata ai più deboli.
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La messa dell’uomo disarmato, di Luisito Bianchi - Sironi Editore
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Luisito Bianchi
La messa dell’uomo disarmato
Sironi Editore
Confesso che quando l’amico Remo Bassini mi ha parlato di questo libro e anche del suo autore è sorta immediata una naturale curiosità, cioè quella di conoscere che ne pensa un sacerdote, e Luisito Bianchi lo è, di un fenomeno di assoluta rilevanza quale è stata la Resistenza. A onor del vero, questo trepido desiderio è rimasto un po’ frenato quando, in possesso del libro, mi sono accorto della sua mole. Al momento l’ho accantonato, perché 860 pagine mi spaventavano, e così è rimasto per una ventina di giorni sul comodino, quasi a vegliare la mia notte. Ogni volta che mi coricavo buttavo un’occhiata e quel bel campo di grano in copertina accresceva di più il senso di incertezza; poi, una sera, non ho resistito e l’ho preso fra le mani, ripromettendomi di iniziare con un paio di pagine. Se non avessi guardato l’orologio avrei fatto l’alba, perché quei piccoli fogli di carta fluivano fra le mia dita come le fresche acque di un ruscello e la lettura, oltre che gratificante, risultava lieve. C’è voluto il suo tempo, ma poi sono arrivato alla fine, non con un’aria di trionfo, ma con il dispiacere che non vi fossero altre pagine. Questo preambolo mi sembra doveroso, proprio per evidenziare il fatto che, quando un’opera è di valore, non dobbiamo lasciarci influenzare dalla sua dimensione ed è quindi un invito a leggere questo romanzo, senza preconcetti, perché, al di là del suo elevato pregio, riesce a infondere nell’animo un senso di serenità, una quiete interiore sempre più difficile a trovarsi. E’ stato anche definito un romanzo sulla Resistenza e in questo senso è vero, perché ha saputo cogliere l’autentico significato di questo periodo storico che prima ancora che un fatto bellico è stato un evento umano, con quel ritrovamento di una dignità da tempo sepolta. La messa dell’uomo disarmato non è però solo questo, ma molto di più. E’ un romanzo sulla vita cristiana, sul rapporto fra uomo e natura, fra uomo ed Ente Superiore, sulle relazioni fra gli uomini. Continua..
Il Dalai Lama ricevuto da Bertinotti
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Il Dalai Lama ricevuto da Bertinotti
Immediata la protesta della Cina
Rischia di diventare un caso, un caso diplomatico! Il Dalai Lama è stato ricevuto a Montecitorio. La risposta del rappresentante di Pechino in Italia non si è fatta attendere: subito si è fortemente lamentato con il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Il Dalai Lama ha preso parte la scorsa settimana a una cerimonia alla Camera. “Ho manifestato l’auspicio che il Parlamento italiano, la massima istituzione di questo Paese, non offra facilitazioni né luogo al Dalai Lama. Il Dalai Lama fa una forte attività separatista visto che oltre a essere un leader religioso fa anche politica con l’obiettivo di attirarsi simpatie allo scopo di separare il Tibet dalla Cina”: queste le durissime parole rivolte a Fausto Bertinotti dall’ambasciatore cinese Dong Jinyi.
Dong Jinyi ha avuto anche parole molto forti nei confronti dell’autorevolezza del leader buddista: “Il Dalai Lama dice di non voler rivendicare l’indipendenza e la separazione del Tibet, ma le sue parole sono bugie. Lui è un leader politico di un governo in esilio che rivendica l’indipendenza del Tibet. E poi, lui non è l’unico leader religioso del buddismo tibetano, che è formato da diverse scuole: per cui la sua autorevolezza non è per nulla assimilabile a quella del Papa. Non ha fatto che dire menzogne, propaganda e bugie. Ci sono 1.700 templi buddhisti dove vivono oltre 46mila monaci, e oltre duemila putti viventi. Il governo cinese ha intrapreso misure a tutela e salvaguardia della propria integrità e identità territoriale. Siamo un Paese multietnico, i diritti delle minoranza sono protetti dalla Costituzione e ci sono 5 regioni e oltre 1.000 villaggi autonomi. Al presidente Bertinotti ho manifestato la nostra volontà e la nostra speranza di promuovere e rafforzare gli scambi e le relazioni tra il Parlamento italiano e l’Assemblea del Popolo Cinese. Gli ho pure manifestato l’auspicio che il Parlamento Italiano, la massima istituzione di questo paese, non offra facilitazioni né luogo al Dalai Lama, che fa una forte attività separatista.”






