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L’On. Riccardo Nencini si schiera con la Mondadori dimenticando che la casa di Segrate ha censurato Saramago

L’On. Riccardo Nencini
si schiera con la Mondadori

dimenticando che la casa di Segrate
ha censurato Saramago

di Iannozzi Giuseppe

Riccardo Nencini”Mi assocerei volentieri alla posizione di Mancuso se Mondadori censurasse gli autori che pubblica. Cosa che mi pare non sia mai avvenuta fino ad oggi… la casa editrice di Segrate rappresenta una delle eccellenze dell’editoria italiana, con un catalogo impareggiabile e un alto profilo di professionalità, garantendo da sempre la massima libertà ai suoi autori”. Parla Riccardo Nencini, dimenticando a tutto favore del padrone per cui  vorrebbe lavorare che Einaudi (ovvero Mondadori) ha censurato José Saramago perché nel suo “Quaderno” non elogiava il sempre venerabile santo Cavalier Berlusconi.

E’ dunque il caso di rinfrescare la memoria all’On. Nencini.
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In Mondadori si allevano scrittori di sinistra e anarchici. Una bufala politica che circola in Rete da troppi anni

In Mondadori si allevano scrittori
di sinistra e anarchici
Una bufala politica
che circola in Rete da troppi anni

di Iannozzi Giuseppe

Valerio EvangelistiGli autori Mondadori, prima di passare per ridicoli, farebbero bene a parlare chiaro, molto chiaro invece di tirare in ballo improbabili “cavallini di Troia” a cui non crede davvero nessuno.

Non si credeva ai presunti “cavallini di Troia” dieci anni or sono, nel 2000 o anche nel 1999-98-97, quando Internet non era diffusissimo tra la gente comune, figuriamoci oggi, nel 2010, che credibilità potrebbe mai avere chi dovesse alzar la voce tuonando che “si rimane in Mondadori per fare il cavallo di Troia”.

Ieri si poteva anche far credere al pubblico che così fosse; c’era difatti molta meno informazione e le bufale telematiche, e non, potevano trovare un loro fertile terreno. Oggi non più. A ogni angolo, come minimo, c’è un blogger di vedetta che incastra il fabbricatore di notizie false e di convenienze, per cui tu, bello mio, che vuoi fare il furbo sparando una menzogna dietro l’altra, sappi che ti si mette subito con le spalle al muro e che ci vuol niente a farti secco.

In ogni caso non è che dieci anni fa o anche quindici o venti non si sapesse che in Mondadori le cose andavano avanti grazie alla provvidenza del Cavaliere e non grazie a quella del Signore Iddio: lo sapevano in pochi – questo è vero – e quei pochi tacevano, per loro personalissima convenienza, adducendo la scusa che “si combatteva dal di dentro”. Tuttavia il pubblico ha creduto a questa bufala reiterata e lanciata su mailing list, forum di discussione, liste evangelistiche. Ci ha creduto perché su Internet ci si illudeva che la verità fosse di casa. Chi ieri si è illuso è perché aveva un maledetto bisogno di una illusione da coccolare, anche in previsione della possibilità di diventare poi un autore della scuderia Mondadori. Come di fatto poi è accaduto ad alcuni tutto spirito machiavellico e nessun talento da parte; gli spiriti machiavellici più fortunati finiscono così nei remainders ignorati da tutti a far la muffa, prima di finire al macero; e non è privilegio da poco in questo momento storico di tasche vuote e di grande fame.
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La non-letteratura da Evangelisti a Scarpa

La non-letteratura da Evangelisti a Scarpa

di Iannozzi Giuseppe

Viviamo in un medioevo tecnologico. E’ già stato detto da Umberto Eco parecchi anni or sono.

Ad esempio i romanzi di Valerio Evangelisti, la produzione piratesca, soprattutto, riflettono l’incapacità di scrivere il “contemporaneo”; Evangelisti guarda al passato con fare frettoloso, confusionario e illude sé stesso che parlare al passato sia tentativo di globalizzare il presente; e ci riesce ma in una misura hollywoodiana e di serie B, quando non addirittura pienamente volgare e fuori di ogni possibile realtà e fantasia. Il non-risultato più emblematico ci è dato dalla “Luce di Orione” che è sublimazione del trash, di una spazzatura che l’autore assurge alla funzione di “narrare storie”. Par quasi non si renda conto che lui votatosi ad essere autore a tutti i costi è regredito a una forma di demenza senile freudiana, nella quale scopre la penetrazione sessuale quasi con una innocenza maligna – d’altro canto tipica di certe demenze -, e che tenderebbe a dissacrare il quotidiano riuscendo però a manifestarsi soltanto per quel che è, agitazione psicotica.
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Imbranati thrilleristi italiani tra pizza, spaghetti con la pummarola… e gorilla

Imbranati thrilleristi italiani tra pizza,
spaghetti con la pummarola… e gorilla

di Iannozzi Giuseppe

I thrilleristi italiani che imitano Michael Connelly sono divertentissimi… imbarazzanti… perfette trans-veline votate al culto del “chi ha più culo” … rischiano di brutto, prima o poi qualche testa calda prende uno di questi italioti pieni di fantasie di sangue e di bigoli col peperoncino e gliela fracassa la testa usando proprio quel thriller di seicento e passa pagine che hanno osato scrivere, non di rado con l’aiuto di un ghostwriter e dei consigli della mamma mezza paralitica in carrozzella.

Perlomeno Connelly è un thrillerista americano, uno che è nato nella terra del sogno e dell’incubo americano per cui è un suo diritto shockare i lettori con coltelli e rivoltelle, con un po’ di sesso e fiumi di sangue. Dicevo di Connelly, sottolineato americano, perché lui è nella terra dei grandi spazi, dove incubi e sogni sono all’ordine del giorno grazie a Hollywood. Che importanza ha per chi lo legge se poi sono di serie A, B o C? Sempre sono marchiati Hollywood e non è mica poco.
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La letteratura che non c’è e la poca che c’è. Spazzatura editoriale a non finire da Antonio Moresco a Silvia Avallone

La letteratura che non c’è e la poca che c’è

La critica letteraria vive la sua crisi in silenzio o quasi
Spazzatura editoriale a non finire
da Antonio Moresco a Silvia Avallone
La dura legge del marketing e quella delle mafiette editoriali

di Iannozzi Giuseppe

Non sono per un ritorno al Classicismo antico, ma per il bello scrivere sì. Credo si debba coniugare la sostanza e lo stile, cosa che riesce sempre a meno scrittori, il più delle volte incensati in maniera indebita. In ogni caso il tempo sarà il miglior giudice: ha già spazzato via sédicenti autori che soli dieci anni or sono pareva dovessero vincere il Nobel. Le mode, in ogni campo, nascono in fretta e muoiono altrettanto in fretta.

Uno scrittore, che come pochi ha saputo coniugare sostanza e stile, è stato Gesualdo Bufalino. Ma ci sono anche Sebastiano Vassalli, Umberto Eco, Aldo Busi, Alberto Ongaro… Non sono molti in verità gli scrittori che sanno scrivere sul serio.

Tuttavia credo che troppi oggigiorno scrivono per non lavorare sul serio; e con questo intendo dire che non hanno la voglia di spaccarsi la schiena in fabbrica, anche se è il solo lavoro che saprebbero fare con onestà.
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Al rogo i falsi poeti

Al rogo i falsi poeti

di Iannozzi Giuseppe

puffo poetaOggi non c’è più un solo animo sensibile, che è poi quello che dovrebbe essere il vero Poeta; non mancano però tanti e tanti imbrattacarte e imbianchini improvvisati. Ognuno di loro vivacchia di pacche sulla spalle, di complimenti falsi come certi santi sbattuti a forza in paradiso, e guarda caso si fanno un mare di seghe soltanto a corte tra i loro pari. E poco importa che la corte sia qui o altrove: questi imbrattacarte mostruosi di per sé si consumano nei club, là dove tutti dicono un gran bene di tutti e dove per fortuna tutto quel “bene” rimane perlopiù confinato all’interno del club , perché lì ha da essere sepolto. In rarissimi casi il poeta – eletto tale da mafiosi battimani – riesce persino a incontrare un piccolo editore perché si sa che ci sono le raccomandazioni – peggio che per far lo statale col posto fisso e lo stipendio a fine mese garantito… e che gli altri muoiano pure di fame con le cimici e gli scarafaggi addosso. Ma per fortuna una o due pubblicazioni disastrose mettono fine al sogno del sédicente poeta. O scrittore. Ne consegue che il sédicente poeta o scrittore viene rimesso in riga, torna in molti casi a zappare la terra per nostra somma fortuna perché nessun editore vuol più aver a che fare con un fallito senza talento. Precisiamo però che essere un fallito non comporta necessariamente di mancare di talento, e non è un crimine sopratutto. Un “senza talento” invece è un criminale che lo riconosci subito, colpevole più del Peccato incarnato, più d’una carogna a marcire sotto il sole col rossetto e la cipria spalmata in faccia per illudere gli allocchi che sia in piena salute.
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A Giorgio Vasta, Antonio Moresco e Antonio Pennacchi la Palma di Merda. I peggiori scrittori italiani del 2010

A Giorgio Vasta, Antonio Moresco
e Antonio Pennacchi
la Palma di Merda
I peggiori scrittori del 2010

di Iannozzi Giuseppe

Libri di autori che andrebbero evitati come la peste, usciti nei primi mesi di questo barbaro 2010.

Palma di MerdaGiorgio Vasta merita in pieno la Palma di Merda per il suo “Spaesamento”, per il suo diarismo pseudo-sociopolitico da spiaggia, vacanziero. E visto che qui si è buoni, la diamo anche ad Antonio Moresco la palma per il suoi “Incendiati”, nonostante si sia piazzato solo al 2ndo posto con le sue ninfette a uso e consumo di vecchi maniaci libidinosi. E in un eccesso di munificenza pure ad Antonio Pennacchi per il suo “Canale Mussolini”, considerevole fiume di parole vuote, un autore che rimane fedele a sé stesso, sempre un po’ troppo fasciocomunista.

1) Giorgio Vasta – Spaesamento, Laterza

2) Antonio Moresco – Gli incendiati, Mondadori

3) Antonio Pennacchi - Canale Mussolini, Mondadori

4) Terry Goodkind – La legge dei nove, Fanucci

5) Beatrice Masini – Bambini nel bosco, Fanucci

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Requiem per Giulio Mozzi. O perché esistono le mafiette editoriali

Requiem per Giulio Mozzi

O perché esistono le mafiette editoriali

di Iannozzi Giuseppe

Mozzi è furbo.
No, è furbo?

requiemScrive: “Il 1° maggio prossimo comincerò a pubblicare in vibrisse inizi di romanzi, racconti, piccole raccolte di poesie, testi teatrali e saggi. L’iniziativa è riservata ad autori e autrici che non abbiano pubblicato libri in regolare distribuzione (in linea di massima: un libro reperibile in Internet BookShop è “in regolare distribuzione”) e che non siano rappresentati da agenti. […]”

”La Gettoniera”: l’ennesima iniziativa mozziana, senza senso.
Maria De Filippi ha “Amici”, Morgan “X-Factor”, Mozzi nel suo piccolo piccolissimo ha creato “La Gettoniera”, perché di poveri allocchi il mondo è pieno e qualcuno un gettone dovrà pur spenderlo.

Chi ne guadagna?
Giulio Mozzi. Lui e lui soltanto.
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Wu Ming 1 (Roberto Bui) si fa Eracle. Il New Italian Epic è una cazzata enorme

Wu Ming 1 (Roberto Bui) si fa Eracle

Il New Italian Epic è una cazzata enorme

Wu Ming 1

Una sporca storia di potere, sesso e soldi

prefazione di Lucio Angelini e Iannozzi Giuseppe

Wu Ming 1 abbraCcia Eracle

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Giulio Mozzi è l’ultimo a scendere perché è un quasi cinquantenne anoressico

MozziGiulio Mozzi è l’ultimo a scendere
perché è un quasi cinquantenne anoressico

di Iannozzi Giuseppe

Non un libro. Non un diario. Raccontini che non si possono collocare né nella narrativa più spicciola o informale che dir si voglia, né in un’altra ghettizzante categoria, in una qualsiasi. Minimalismo spietato (oserei dire “anoressico”) e retorico, scrittura finalizzata all’abbrutimento della lingua italiana. Pagine di dialoghi su dialoghi, tutti sempliciotti quando non insignificanti, perlopiù ambientati in stazioni ferroviarie e cabine di treni. Raramente qualche accenno al mondo editoriale, ma in maniera trasversale e riduttiva, quasi l’autore volesse lasciare a intendere che “son tutte rose e fiori in ogni caso”.
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Boicotta Tiziano Scarpa e il suo Stabat Mater. E’ un consiglio di Vivaldi in prima persona contro la malaeditoria

Tiziano Scarpa boicottalo

Un consiglio di Vivaldi in persona

Perché leggere deve essere un piacere e non un supplizio

Tiziano Scarpa

NO ALLA MALAEDITORIA ienax

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Tiziano Scarpa vince il LXIII Strega soltanto per perdere la prova più difficile: non vende e non incontra il favore dei lettori

Tiziano Scarpa vince il LXIII Strega soltanto
per perdere la prova più difficile:
non vende e non incontra il favore dei lettori

di Iannozzi Giuseppe

ScarpaE’ iniziato il giro di lamentazioni di Tiziano Scarpa, che si dice abbia vinto per chissà quali meriti la LXIII edizione del premio Strega con Stabat Mater. Il libro pubblicato – difficile se non impossibile dirlo “romanzo” – da Einaudi, nonostante la bandella rossa premio Strega 2009 che lo annuncia al pubblico non vende. O meglio, vende ma poco e con risultati critici tutt’altro che incoraggianti. Le passate edizioni del premio Strega hanno visto vincitori due giovani, Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi e Niccolò Ammaniti con Come Dio comanda: entrambi pubblicati da Mondadori, ancora oggi vendono. Sia chiaro, non sono capolavori, il primo è un romanzetto lineare fintamente à la David Foster Wallace, il secondo è un thriller scritto adoprando uno stile ridotto all’osso. Due storie lineari, senza pretese, che il pubblico ha accettato senza batter ciglio: due prodotti commerciali, lontanissimi dalla Letteratura che sapevano fare Cesare Pavese e Primo Levi, o che oggi fa Sebastiano Vassalli e pochi altri.

Stabat Mater di Scarpa non raccoglie consensi. Se si escludono gli amici dello scrittore, e il pubblico che fesso non è si esprime con questi toni:

a. A volte mi chiedo come mai chi scrive ignori così spudoratamente colui che poi dovrà leggere. Quanto mi piacciono gli scrittori che sanno raccontare le storie rispettando il lettore con i tempi, la cronologia degli eventi, la limpidezza della sintassi. Senza sfoggiare creatività, cultura, doti linguistiche. L’ho letto prima dello Strega e mi era parso un delirio… oggi, dopo il prestigioso premio, metto pure in discussione la mia capacità di leggere. In ogni caso il mio voto resta basso. Un libro può essere vuoto, ma deve almeno farsi leggere.” [ Manu ]

b. Leggendo questo libro mi è venuto in mente “Storia di una capinera”, anche se non ne regge il confronto: lì totale partecipazione, qui distacco assoluto. La storia non è riuscita a coinvolgermi: tre quarti di libro insistono sempre sugli stessi argomenti ed è difficile riuscire ad attribuirli ad una ragazzina, l’ultimo quarto accenna solo superficialmente al rapporto con Antonio Vivaldi. Il finale, che arriva troppo presto, non l’ho trovato coerente con la personalità della protagonista. Un vero peccato perché dalla recensione della quarta di copertina mi aspettavo molto di più da questo libro.” [ Maria ]

c. Questo raccontino “accademico” di TS. è la dimostrazione che molti scrittori (ormai con un nome) producono cose, ricercano una scrittura abbastanza furba, tirano fuori qualche vecchia leggenda, mettono un nome importante “Vivaldi”. E in quattro e quattro otto, il ROMANZO/raccontino nero è fatto. E io lo ho comprato, l’ho letto malvolentieri eppure ci ho impiegato mezzo pomeriggio. La letteratura italiana continua su questa strada truffaldina (case editrici e critica d’accordo) con alcune eccezioni, così come nel cinema, del resto, si salva perché in questo Paese non si legge, non si pensa molto, non si usa fare confronti. Tutti contenti di un’autarchia stanca, furba e noiosa. [ Camilla ]

d. Mai nessun libro mi ha messo di così cattivo umore come questo!!! Il monologo interiore di un’orfana sedicenne, relegata e segnata dall’abbandono e dalla solitudine, si dipana per ben 134 pagine senza alcuna suddivisione in capitoli. Angosciante il contenuto; plumbea l’atmosfera; disgustosamente macabre ed orripilanti alcune scene (il parto equiparato alla defecazione; l’annegamento dei micini appena nati; l’agnello sgozzato); ripetitivo in alcune parti lo stile; spiacevoli alcune incongruenze storiche (invero ammesse dallo stesso autore nella Nota finale). Insopportabili al limite dell’incomprensione gli scambi di battute tra la protagonista e la sua amica immaginaria dai capelli di serpente (personificazione della morte) che vengono inseriti ex abrupto nel corso della narrazione. Per carità, non regalatelo per nessuna occasione, a meno che non vogliate rattristare qualcuno che non vi sta troppo simpatico!!! – [ Giovanna ]
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L’incapacità di emanciparsi di Michele Monina nonostante la scoperta del fuoco

Michele Monina
Questa volta il fuoco

O l’incapacità di emanciparsi

di Iannozzi Giuseppe

michele monina“Questa volta il fuoco” di Michele Monina è un librettino illeggibile. In totale centodue pagine, che purtroppo non sono utili a nessun uso alternativo: libello troppo sottile, non può finire sotto la gamba più corta d’un tavolo né lo si può utilizzare in luogo di cuneo.
Sempre troppo generoso, Valerio Evangelisti – e chi se non lui, che oramai firma più prefazioni che libri?! – spara un giudizio così tanto campato in aria, così tanto ridicolo, che ahinoi non ci riesce né di sorridere né di piangere: “Michele Monina tratteggia, nelle pagine secche di un romanzo breve ma denso, il quadro persuasivo di una leva di giovani ribelli nata dopo la crisi delle ideologie. Capaci di ascoltare le memorie dei padri con curiosità, ma incapaci di vedere un legame qualsiasi tra quelle vite e le proprie, o di progettare per se stessi un futuro. Inevitabile, a quel punto, che il loro furore, quando esplode, diventi immediatamente cronaca nera”. Che Valerio Evangelisti abbia scambiato fischi per fiaschi? che abbia letto un altro libro e non quello di Monina per dire quello che ha detto così a cuor leggero? Non è da escludere.
In ogni caso, “Questa volta il fuoco” di Michele Monina – già pubblicato nel lontano 1999 per i tipi DeriveApprodi – viene riproposto da PeQuod e davvero non si capisce quale la necessità di ripubblicare un libro, che già al suo primo apparire lasciò scontenti un po’ tutti i pochi ch’ebbero il coraggio di portarne a termine la lettura. “Questa volta il fuoco” è di stile privo così come di contenuti: ricettacolo raccapricciante di luoghi comuni, sia sociali che politici, il romanzo narra la storia di quattro ragazzacci che invano cercano di darsi un tono di alternativi, di rivoluzionari in fasce. In realtà sono compromessi nel sistema, più di quanto l’autore sia disposto ad ammettere. Fanno tutto quello che farebbero i tipi alternativi: menano botte senza un preciso motivo ma solo perché hanno avuto la bella idea di andarsi a cacciare in mezzo ai guai, partecipano a manifestazioni perché passavano da quelle parti e allora tanto valeva che pure loro si unissero al coro scagliando slogan senza senso, quando non tristemente filostalinisti. Ma è tutto uno show molto scimmiesco: rivoluzionari sì, ma per gioco, per fare parte del coro, per stare dietro alla moda sociale di spacciarsi alternativi impegnati a sabotare il sistema.
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Un caso di censura in rete

Un caso di censura in rete

di Iannozzi Giuseppe

Che la censura sarebbe presto approdata in rete lo si sapeva. In verità la censura, ben prima dell’iniqua e anticostituzionale legge del governo Berlusconi, è stata portata avanti tanto da chi si dichiara di destra quanto da chi si dice di sinistra. Non sorprende dunque, non poi troppo, che ibs.it internet bookshoop abbia sposato la causa dell’oscurantismo. Va bene che i commenti offensivi e scevri di qualsivoglia barlume di seria critica non vengano fatti passare. Ma non va affatto bene che non vengano fatto passare quei commenti che, con cognizione di causa, esprimono un giudizio negativo su di un libro, o un autore.

Giorni or sono inviai un giudizio negativo sull’ultima operazione commerciale portata avanti da Mondadori e Roberto Saviano con “La bellezza e l’inferno”. Purtroppo o per fortuna amo firmarmi sempre con il mio nome reale, senza tentare di nascondermi dietro un dito perché non sono né un pervertito né un vigliacco, ed ecco così che ibs.it ha pensato bene di cassare il mio commento su il non-libro di Saviano.

Avevo già denunciato in “Saviano come Pinocchio” e “Saviano: pubblicità ingannevole per La bellezza e l’inferno” la barbara operazione commerciale che è, a mio avviso, “La bellezza e l’inferno”. Riporto qui i passi essenziali di questi miei due interventi:

«Non posso/possiamo considerare “La bellezza e l’inferno” un libro perché tale non è.

E’ invece una raccolta di articoli apparsi tra il 2004 e il 2009 su diversi giornali (perlopiù La Repubblica e l’Espresso), ripresi più e più volte da diversi blog, ribattuti fino alla noia, nel riuscito tentativo di portare in alto “Gomorra”, libro-inchiesta che comunque non ritengo meritevole per ragioni che ho più volte reiterato e spiegato in maniera non chiara ma chiarissima.

Oggi Saviano, o Mondadori mi propongono una raccolta di articoli che conosco più delle mie tasche e che in quattro anni sono stati così tante volte letti e discussi sui giornali, per non dire poi in Rete, che davvero non si capisce con quale faccia editore e autore spacciano questa raccolta inutile di articoletti per “un nuovo libro”. Siamo di fronte all’ennesimo caso di malaeditoria, una pubblicazione il cui scopo è solo quello di ingrassare le tasche di Roberto Saviano e dell’editore, che è evidentemente di destra e che detta legge e che guarda al profitto prima d’ogn’altra cosa.

Io punto il dito contro il sistema editoriale ma l’autore, e lo sottolineo, ha la sua gravissima parte di colpa: se Saviano fosse stato corretto, in primis, subitissimo avrebbe dovuto dare una bibliografia estesa dei testi compulsati per scrivere quella parte di non-fiction che è in “Gomorra”. Non ha mai detto un’acca. Non ha mai accennato al fatto, nonostante gli sia stato fatto notare più volte. Non dicendo nulla a tal riguardo si è “inglobato” nella politica e nel business del sistema editoriale. E’ evidente che è colpevole quanto, se non di più, di quel sistema editoriale che lo pubblica per fare soldi e non denuncia.

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