Cinzia dà la sua impressione di lettura su Morte all’alba di Giuseppe Iannozzi
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Cinzia dà la sua impressione di lettura su
Morte all’alba di Giuseppe Iannozzi
di Cinzia P.
Mettiamo le cose in chiaro, non ho certo la preparazione per giudicare o esprimere opinioni su un libro, che non siano semplicemente personali. Subito vi dico che se avete voglia di passare un fine settimana leggendo qualcosa di leggero magari sbirciando la tv, allora questo non è il libro per voi. Bisogna aver voglia di leggere veramente, non di scorrere… Un ambiente giusto, d’atmosfera, per capirci: una buona musica e magari un goccio d’amaro o di whisky, scegliete voi.
29 racconti duri, implacabili che lasciano uno strano sapore in bocca, che scuotono l’anima e l’indifferenza che spesso alberga in noi anche se inconsapevolmente.
Ma credetemi, la lettura non è faticosa: sembra incredibile ma tanto ti coinvolgono l’atmosfera, il susseguirsi delle emozioni e dei colpi allo stomaco che, seppur dolorante, ti trovi all’epilogo dei racconti quasi senza accorgertene.
Mi è piaciuto, e lo scrittore sa che se così non fosse lo direi. Alcuni racconti di più, altri meno, ma tutti mi hanno lasciato qualcosa. Sinceramente non so cosa chiedere di più ad un libro.
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di Morte all’alba

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L’amico scomparso, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli

L’amico scomparso
di Renzo Montagnoli
- Ecco, vede, veniva ogni mattina a guardar sorgere il sole. Si accovacciava sulla sabbia, con le spalle rivolte a est, verso l’Alberese, e s’incantava a osservare il promontorio dell’Argentario che prendeva forma poco a poco mentre la luce si diffondeva.
- Diceva qualche cosa, parlava?
- No, stava muto e solo una volta, mentre aggiustavo le reti, l’ho sentito mormorare qualche parola, ma a voce molto bassa, tanto che non ho capito.
Fausto guardava il lontano promontorio dell’Argentario che sembrava emergere dalle acque del Tirreno, una specie di vascello fantasma diafano nella luce del tramonto.
Il vecchio pescatore gli si accostò e gli rivolse nuovamente la parola.
- Uno spettacolo che vedo da anni, ma che non finisce di stupirmi. Non c’è niente di più magico di un tramonto in questo posto.
- Veniva anche a quest’ora?
- No, mai che io mi ricordi. Gli interessava solo l’alba.
- Grazie, per quanto mi ha detto.
Risalì l’arenile nel silenzio ovattato dell’ora, interrotto solo dallo stridio di qualche gabbiano,
e dal rumore della corrente dell’Alberese che lì in mare se ne andava a morire.
Sì, come il fiume che nasce e che poi muore, anche il suo amico Alfredo, lo stimato professore di latino del liceo classico di Mantova, un giorno se n’era andato da casa, senza dire nulla alla moglie.
Si erano avviate le ricerche in tutta Italia e poco a poco, sulla base delle segnalazioni, si era ricostruito il percorso che aveva intrapreso.
Una prima tappa di poche ore a Firenze, ove qualcuno si ricordava di quell’uomo non più giovane, magro e quasi scheletrico che era rimasto per più di un’ora estatico di fronte a Palazzo Pitti.
Il suo peregrinare l’aveva portato poi a Bolgheri,
dove aveva passeggiato a lungo su e giù per la stradina che portava alla chiesa di San Guido, sostando più volte a guardare i filari di cipressi.
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Mario Rigoni Stern. Il sergente nella neve. Einaudi
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Il sergente nella neve
Mario Rigoni Stern
A cura di Renzo Montagnoli
Titolo: Il sergente nella neve
Autore: Rigoni Stern Mario
Prezzo: € 8,50
Dati: 2008, 139 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Super ET)
“ Sergentmagiù ghe rivarem a baita?” ripete spesso l’alpino Giuanin, rivolgendosi al sergente maggiore Mario Rigoni Stern.
In terra di Russia andarono in molti e ben pochi tornarono, e fra questi superstiti c’è stato anche Mario Rigoni Stern, che in questo suo romanzo d’esordio ha voluto raccontare che cosa realmente accadde.
Non crediate però che si tratti di un racconto memorialistico, perché va ben oltre il pur riuscito intento di spiegarci la famosa e tragica ritirata dell’ARMIR.
Le grandi qualità di scrittore di Mario Rigoni Stern sono già evidenti in questo suo primo libro, le stesse che, in occasione della recensione del suo ultimo lavoro (Stagioni) mi hanno indotto scrivere che ci trovavamo di fronte a un capolavoro, e lo è anche questo.
Quando a distanza di anni, non pochi, anzi molti, si rilegge un romanzo e si provano le stesse emozioni d’un tempo è perché quel testo ha mantenuto immutata la sua bellezza e ciò avviene solo quando si tratta di un’opera di elevatissimo valore.
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Emiliano Grisostolo. Il castello incantato. Zona editrice
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Emiliano Grisostolo
Il castello incantato
Zona editrice
di Giuseppe Iannozzi
Emiliano Grisostolo ha alle spalle almeno tre romanzi di forte impegno sociale, “L’ultima notte”; “Il grande burattinaio” e l’ultimissimo “Il castello incantato”, tutti editi da Zona editrice. Non temo una smentita se oggi qui dico che “Il castello incantato” è sicuramente il miglior lavoro dell’autore maniaghese, sia per stile sia per contenuti.
Emiliano Grisostolo già nelle sue opere precedenti ci ha abituati a temi di grande attualità, come la pena capitale e la pedofilia, riuscendo a mettere bene in evidenza questi mali della società, mali che purtroppo diventano day after day più che mai attuali, drammatici e reiterati. E’ quasi impossibile aprire un quotidiano e non doversi confrontare con una notizia di nera che riguarda la scomparsa di un minore, forse vittima dei pedofili, forse rapito da non si sa chi e chissà per quali tristi fini. La nera oggi ci ha purtroppo quasi anestetizzati di fronte all’idea che nel mondo, ogni giorno, scompaiono nel nulla tantissimi innocenti, che non ritorneranno mai più a casa. E’ il caso di definirli desaparecidos? Ahinoi, la più parte di quei fanciulli che scompaiono da un giorno all’altro, senza un motivo apparente, senza la richiesta d’un riscatto, sono da considerarsi desaparecidos. Se fino a qualche decina d’anni or sono si pensava, erroneamente, che le persone scomparse misteriosamente fossero solo una macabra realtà presente in stati totalitari quali l’Argentina e il Cile, oggi non è più così: chi oggi scompare dalla faccia della Terra, senza di sé lasciare traccia, è una persona comune, di qualsiasi età ed estrazione sociale. Non di rado gli scomparsi finiscono spolpati dai macabri ingranaggi di organizzazioni malavitose – che si annidano nel cuore di quelle società apparentemente più civili e democratiche. Pensare che oggi non esistano più i campi di concentramento è un’ingenuità bella grossa. Il mercato della prostituzione, della pedofilia, dello schiavismo, del traffico di organi umani non si ferma davanti a niente e a nessuno: le autorità, per quanto cerchino di sgominare schiavisti e pedofili – purtroppo ampiamente diffusi anche in Rete, che da alcuni anni è diventata la spiaggia preferita di moltissimi adescatori -, spesse volte si trovano con le mani legate o in un vicolo cieco.
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Mara Venuto: Leggimi nei pensieri
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Mara Venuto: Leggimi nei pensieri
di Giuseppe Iannozzi
1. Di te si sa poco o niente: chi è Mara Venuto, forse solo l’autrice di “Leggimi nei pensieri” edito da Cicorivolta edizioni? Racconta qualche cosa di te.
La premessa è che non amo molto parlare di me. Infatti, nella vita, essenzialmente ascolto. Ho fatto studi sociali e mi occupo di counseling: la mia è stata una scelta naturale, compiuta, tuttavia, dopo un percorso di auto-esplorazione durato qualche anno. Ho sempre amato ascoltare, le persone mi interessano profondamente, mi nutro di storie. Solo di recente mi sono avvicinata anche al mondo dell’informazione, a seguito della mia partecipazione, via webcam, al format di Maurizio Costanzo “Stella”, in onda sul satellite e in streaming: un’esperienza voluta, che mi ha messa alla prova sotto molteplici aspetti, facendomi crescere molto. Nella vita privata sono una persona serena, vivo un amore molto forte da alcuni anni, ho una sorella gemella artista e una famiglia presente.
Franz Krauspenhaar: Era mio padre (2008) – recensito da Bartolomeo Di Monaco
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Franz Krauspenhaar: Era mio padre (2008)
Il 21 maggio 2008 ho conosciuto a Firenze, al Gabinetto Vieusseux, Franz Krauspenhaar, spigliato, disinvolto, coi suoi occhi azzurri che sprigionano simpatia e gioia. Così lontana la sua fisicità dall’immagine di irrequietezza e ribellione che emerge dai suoi romanzi, sempre sanguigni, appassionati, portatori di una verità contorta, rivelatrice di un malessere segreto che ancora la scrittura non è riuscita a vincere del tutto.
Ora tocca a “Era mio padre” raccogliere questa eredità e una tale sfida.
All’inizio incontriamo una frase molto bella, che è anche la chiave di lettura più significativa: “Il passato è passato, si dice. Come si può credere ad una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e giorno – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.”
Il romanzo è dichiaratamente autobiografico. Tutto quello che c’è scritto è vero, ha dichiarato più volte l’autore. Carl e Franz, dunque, sono personaggi reali, in carne e ossa. È un tentativo, questo, che Franz Krauspenhaar compie per diagnosticare e risolvere quel suo malessere che lo accompagna, recuperare una libertà dello spirito non più impedito dai legacci della memoria, invadenti e ossessivi: “mi sembra di avere più ricordi che speranze.”; “uomo che ha una tara da colmare, badante di un se stesso in sedia a rotelle.” Forse è il romanzo che dischiuderà a Franz nuove frontiere: “eccomi qui a interrogarmi su queste pagine, a fare di te un libro.”, “questo libro è un salvataggio estremo”, “Io qui sperimento me stesso”; necessario, dunque, affinché la tempra d’artista che è in lui si riveli nella sua pienezza. È un romanzo di passaggio, anche se l’autore ha già le idee chiare: “i libri davvero forti e veri devono suscitare emozioni, e se negative tanto meglio. Devono seguire la forma dello sballamento umorale della vita, del mondo. Il saliscendi. Il motocross è letteratura. E illusionismo al cento per cento.”
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Jurij Družnikov: speciale Družnikov, 1ma parte
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Intervista a
Jurij Družnikov
a cura di Giuseppe Iannozzi
Jurij Druznikov è narratore e saggista. Tra le sue opere, il celebre Informer 001, il provocatorio Contemporary Russian Myths: a skeptical view of the literary past e la piscobiografia di Alexander Pushkin. Il romanzo satirico Angeli sulla punta di uno spillo ha venduto 250.000 copie nella sua prima edizione ed è stato incluso nella lista dei 10 migliori romanzi russi del 20° secolo dall’Università di Varsavia; è stato inoltre prescelto dall’Unesco come il migliore romanzo contemporaneo in traduzione.
Nel 2001 Druzhnikov è stato candidato al premio Nobel. Censurato in patria per quindici anni, Druznikov è emigrato negli Stati Uniti nel 1987 e ora insegna alla University of California, a Davis.
1. Prima di parlare nello specifico di “Angeli sulla punta di uno spillo”, volevo chiederLe come mai nell’ex Unione Sovietica i suoi libri hanno subito il duro morso della censura, un morso che, a conti fatti, si è rivelato molto forte, più di quello adoperato nei confronti di Solženicyn.
È una lunga storia… Nelle mie più vecchie pubblicazioni c’era una richiesta per organizzare la Prova di Norimberga contro il Partito Comunista sovietico. Quando il libro “Informer 001” fu pubblicato a Londra, dove dicevo che c’erano 11.000.000 (undici milioni) di informatori del KGB in Unione Sovietica e che dovremmo conoscerne i nomi, hanno deportato i nostri parenti nei campi di lavoro. Sono inoltre dell’opinione che quanti hanno lavorato per la polizia segreta Sovietica dovrebbero essere sollevati dal loro incarico. In pratica, persino le posizioni negli Editoriali di Mosca sono spesse volte occupate dagli ex apparatchiks e dagli uomini del KGB. Ecco perché sono “una persona non grata”.
In Russia il mio romanzo “Angeli” è stato pubblicato da piccoli editori di provincia – non a Mosca! E, con rispetto ma diversamente da Solzenitcyn, io non ho desiderio di tornare ‘nel mio passato’.
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Didier van Cauwelaert. Il vangelo di Jimmy. Barbera editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Didier van Cauwelaert
Il vangelo di Jimmy
di Giuseppe Iannozzi
Didier van Cauwelaert è uno dei più originali scrittori contemporanei, un autore che rifugge le facili etichette di genere. Le sue storie, surreali eppure sempre a rischio sul filo della realtà più estrema ma non impossibile, riesce a travolgere il lettore portandolo a conoscere quelle ansietà psico-sociali che neanche lui sa di nutrire in seno. “Il vangelo secondo Jimmy” nella sola Francia ha venduto subito 100.000 copie. A tutt’oggi i libri di van Cauwelaert sono tradotti in venti lingue e ogni volta riesce a stordire il lettore con le sue storie, che sono un misto di cinismo anarcoide à la Michel Houellebecq e di sprezzante fantasia sul modello del migliore Andreas Eschbach . Però non si creda che Didier van Cauwelaert sia un dozzinale scrittore di science fiction, né si creda che sia semplice narrazione per uno svago mordi e fuggi , perché sarebbe un grosso errore: Cauwelaert sa divertire chi lo legge ma lo porta, volente o nolente, a riflettere sulla società in cui è inserito ponendolo di fronte a uno specchio per mostrargli chi è, uno specchio che poi abbatte facendo in modo che gli rovini addosso con tutte le sue taglienti schegge di realtà riflessa.
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Guccini con le ali: “Icaro”, il nuovo lavoro del cantautore bolognese più colto ed omerico
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Si intitola “Icaro” il nuovo libro del cantautore emiliano appena uscito
I protagonisti sono un vecchio e un bambino, dei turisti italiani alle Mauritius
Guccini con le ali
racconti che sembrano canzoni
di MICHELE SMARGIASSI – fonte: Repubblica.it
BOLOGNA – Arrivi in via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo più celebre della canzone italiana, e sei già a pagina undici: sulla soglia del negozio a pianoterra è seduto a fumare Antonio, il barbiere siciliano di Lo Gnurri, primo racconto di Icaro, il libro con cui, dopo una lunga simbiosi con Loriano Macchiavelli, Francesco Guccini torna alla scrittura solitaria (Mondadori, pagg. 110, euro 12).
“Il più colto dei cantautori italiani”, 68 anni, un po’ appesantito, resta l’affabile affabulatore di sempre. In frontespizio di questa che è la sua decima esperienza di scrittura senza musica, c’è una citazione della poetessa Szymborska sulla “gioia di scrivere”.
Sta cercando di dirci con delicatezza che ha definitivamente cambiato mestiere?
“Da bambino sognavo di diventare scrittore. Non è poi che scrivere canzoni sia così diverso, si tratta sempre di raccontare. Qualche settimana fa, a Bruxelles, una bella serata in un’osteria-libreria, ho detto che da quando ho smesso di fumare ho qualche problema con la musica, ma era un po’ esagerato. Scrivo ancora canzoni. Sono fermo a tre nuove. Sono diventato molto più esigente. Una volta ne scrivevo una per notte, poi magari alla mattina la buttavo. Adesso se non mi viene proprio come voglio, non la finisco neanche”.
Al decimo libro, si definisce ancora un cantautore?
“Quella fu una definizione generazionale. Oggi molti scrivono le canzoni che cantano, ma non si fanno più chiamare cantautori. Io mi sento autore e basta. Scrivo romanzi, racconti, canzoni, ma sono anche un narratore orale, ai concerti racconto moltissimo”.
Con Macchiavelli è finito il sodalizio letterario?
“Ci siamo presi una pausa. Il nostro personaggio, Santovito, ormai è un po’ anzianotto. In Tango l’abbiamo ringiovanito col flashback, ma è un trucco che puoi usare una volta sola. Troveremo un modo per rimetterlo in pista”.
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Luisito Bianchi. La messa dell’uomo disarmato. Sironi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

La messa dell’uomo disarmato
Un romanzo sulla Resistenza: Luisito Bianchi
di Giuseppe Iannozzi
«Cominciavi, così, la tua opera di dissodamento per spalancarmi davanti quel mistero dell’uomo che tu non volevi fosse in contrapposizione e, tanto meno, in contraddizione con quello di Dio. Ero una pianticella assetata, le cui deboli radici s’aggrappavano alla tua voce per calare sempre più profondamente nella mia umanità, portando con esse, per quanto il peso fosse sproporzionato, le vicende di tutti gli uomini conosciuti e sconosciuti che popolavano i lunghi corridoi del monastero e mi seguivano mentre mi recavo in coro per il canto del divino ufficio. »
«La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume. Toni non c’era, e nemmeno il fabbro, il professore, l’arciprete e Rondine, il nostro martire. Io c’ero. Dovevo rappresentare anche mio padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto.»
«Nei primi mesi del ‘44, nessuno ignorava che sulle colline e sulle montagne c’erano i ribelli a combattere i fascisti e i tedeschi, e che fra i ribelli si trovavano Stalino, Piero e Rondine. Ma le montagne erano lontane, i ribelli erano lontani, i fascisti e i tedeschi erano lontani. La guardia comunale era come se non ci fosse. Dalla casa del fascio della città non gli telefonavano più. I giovani richiamati alle armi o erano in Germania, o alla TODT, o se ne stavano tranquillamente a casa. I primi momenti, quando in paese correva veloce la notizia, quasi sempre falsa, dell’arrivo dei fascisti, i renitenti alla leva, così li chiamavano, scappavano nei campi; poi, non essendovi mai stata una retata, ci fecero l’abitudine e non scapparono più.»
«Si trovò vicino al cimitero che battevano dalla torre le undici. La ghiaia sotto le ruote del carretto gli ricordò Giuliano e il suo asino. “A quest’ora l’asino ragliava, sempre pieno di fame come il suo padrone”. L’asino di Giuliano lo portò a Raglio, all’enorme scoppio che aveva dilaniato l’amico, al nome di Giovanni che avrebbe dato al bambino…»
(da “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi)
Difficile raccontare “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi, un romanzo che si configura come alta Letteratura, Letteratura come non se ne vedeva dai tempi di Beppe Fenoglio, da quando fu dato alle stampe quello che è ormai un classico della storia italiana, “Il Partigiano Johnny”. Luisito Bianchi affronta la guerra, l’8 settembre 1943, il dolore con rigore scomposto, nervoso, ma sempre dignitoso, fortemente umano. Intendiamoci, Luisito Bianchi non è Fenoglio, ma non gli è da meno. E’ assurdo pensare come questo romanzo sia stato lontano dalle librerie per così tanto tempo, uno scritto esemplare che è circolato quasi clandestinamente tra pochi-tanti amici e che quasi per caso è stato notato e pubblicato. “La messa dell’uomo disarmato” circolò in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e il 1995; si può, a ragione, dire che il romanzo è già stato da molti letto e apprezzato al di fuori del consueto mercato librario, diffondendosi “di mano in mano, da amicizia ad amicizia”. Ma questa è un’altra storia, affascinante, ma che preferisco che a raccontarla sia qualcun altro. (Leggi Paola Borgonovo) Ciò che mi preme è evidenziare come “La messa dell’uomo disarmato” è il vero caso editoriale degli ultimi vent’anni.
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Daniela Gambino. Abbi cura di te. Barbera editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Abbi cura di te
Daniela Gambino
non è ancora pronta per i pantaloni
di Giuseppe Iannozzi
E’ questo un libro che appartiene al più classico (e freddo) filone lialesco, o se vogliamo essere più generosi e attuali coi tempi una storia à la Federico Moccia, pur non accogliendo in sé le isteriche potenzialità di un libro commerciale come “Tre metri sopra il cielo”.
Meglio mettere i puntini sulle “i” sin dall’inizio: Daniela Gambino è un’autrice con grandi potenzialità, di sostanza e di stile, come ha già ampiamente dimostrato nei suoi precedenti lavori; tuttavia questo suo ultimo “Abbi cura di te” non convince, non del tutto comunque. Poteva essere un romanzo completo, ed invece è una bozza, che restituisce poche emozioni al lettore, che lo coinvolge poco o niente nella storia. Se l’autrice ci avesse lavorato su, probabilmente sarebbe riuscita a sfornare un polpettone strappalacrime commerciale (vedi Moccia); non sarebbe stato un capolavoro della narrativa italiana, ma perlomeno avrebbe fatto sognare gli animi più sensibili e facili ad emozionarsi. Un peccato! “Abbi cura di te” , con più lavoro, avrebbe avuto in sé le qualità necessarie per dare all’autrice una bella soddisfazione commerciale tutta al femminile.
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Il cerchio imperfetto, di Sabrina Campolongo
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Il cerchio imperfetto
Sabrina Campolongo
Il cerchio imperfetto – Sabrina Campolongo – Prefazione di Rosella Postorino – Edizioni Creativa – Narrativa – romanzo – Collana Declinato al femminile – diretta da Francesca Mazzucato – Pagg. 174 – ISBN: 9788889841433 – Prezzo: € 12,00
Il cerchio imperfetto è un romanzo dolente, intriso dello stesso intenso angosciante dolore di cui è preda la protagonista, Francesca, pittrice di grande talento, famosa per i suoi ritratti che riescono mostrare l’intima essenza dei soggetti.
Questa donna, ancor giovane e piacente, cerca di cancellare il ricordo di un’infanzia infelice e, soprattutto, la disgrazia di avere un figlio ricoverato in un istituto specializzato, perché autistico e con sintomi schizofrenici.
La sua famiglia – quella che era riuscita a costruire con il matrimonio – non esiste più, perché il marito, uno scienziato, non sopportando più il carico di dolore per un figlio irrimediabilmente perso, è andato a vivere negli Stati Uniti, pur mantenendo saltuari contatti con la moglie.
L’intima essenza di Francesca è estremamente instabile e la donna è soggetta ad attacchi di panico, perché per lei il cerchio della vita è come se si fosse spezzato, senza prospettive, senza futuro, ma anche senza presente e con un passato che vorrebbe dimenticare.
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Stagioni, di Mario Rigoni Stern – Edizioni Einaudi
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Mario Rigoni Stern
Stagioni
Mario Rigoni Stern, classe 1921, è un uomo che scrive da sempre quel che ha vissuto, senza quindi inventarsi storie, ma cogliendo con rara abilità ogni sfumatura dell’esistenza, in una simbiosi perfetta con il mondo in cui vive.
Ne è un’ulteriore riprova questo volume, che parla di stagioni, sempre uguali nel loro avvicendarsi e pure sempre così diverse. Ma non si tratta solo dei periodi dell’anno, bensì anche di quelli di una vita e in questi riemergono i ricordi dei predecessori che già vissero quelle stagioni.
Mario Rigoni Stern ci offre un’opera di sublime bellezza, frutto di esperienza di vita, di profondo rispetto e amore per la natura.
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Marino Magliani. La forza della storia tra i rovi di Dolcedo (Quella notte a Dolcedo. Longanesi edizioni)
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
La forza della storia
tra i rovi di Dolcedo
di Stefania Nardini
Quel cielo di Francia vicino e distante. I carrugi, la forza delle pietre, il profumo della salsedine. Dolcedo è uno di quei paesi liguri arroccati su per le montagne. Fitto di rovi e di segreti, in cui la vita scorre in un fluire che ha sempre un che di fatale. Terra prossima al confine. Dove, come ha spesso raccontato Francesco Biamonti nelle sue opere, si apre a chi nulla ha da perdere o tutto ha perso….
Luoghi di terra dura e di mimosa, di ulivi e terrazze dove è consacrata la fatica umana. Qualche volta anche la fatica di vivere. Marino Magliani ha ambientato a Dolcedo, suo paese d’origine della riviera di ponente, il romanzo che ha recentemente pubblicato.Quella notte a Dolcedo (edizioni Longanesi), una storia che spezza il circuito del racconto attraverso canoni obbligatoriamente partigiani nel senso stretto dell’approccio, che della narrazione del giovane Calvino del Sentiero dei nidi di ragno ne fa un punto di partenza, con un approdo assolutamente nuovo. Si, perché raccontare la storia di Hans, soldato tedesco che con i suoi occupò quelle terre durante la guerra, per poi ricollocarlo nella Germania dell’Est dove si ritrova a sopravvivere sotto l’inganno della dittatura, non è facile. Hans era a Dolcedo quando venne perpetrata una strage. Hans, superando tutti gli ostacoli del regime ci torna, in quel luogo. E ci si ferma mentre la storia, suo malgrado, sta cambiando anche la sua vita. Perché Hans ha il suo segreto. Laggiù, tra i rovi delle aspre colline dove la speculazione immobiliare fa da padrona grazie ai suoi ricchi connazionali che comprano e ristrutturano. Dolcedo non vive nessun risentimento neanche per una lingua che le fu nemica. Degli invasori c’è solo una storia, quasi una leggenda, alla quale nessuno sa dare una risposta. La risposta che Hans cerca come una conferma a ciò che lui, solo lui, ricorda.
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Khaled Hosseini: Il cacciatore di aquiloni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Khaled Hosseini
Il cacciatore di aquiloni
Credo che la semplicità, la finta semplicità della storia ma anche dello stile, possa trarre in inganno quando si parla de “Il cacciatore di aquiloni”. Penso sia uno dei pochi libri che oggi come oggi val la pena di indicare come Capolavoro: le ragioni sono molteplici, ma ne indicherò qui una sola, “la tragedia di un popolo raccontata con la forza e la leggerezza di una favola”. E’ più facile pensare di saper scrivere come Hosseini, poi nella pratica l’impresa risulta ardua se non impossibile ai più, per cui c’è proprio bisogno di una grande penna qual è Hosseini. Per uno scrittore riuscire a parlare dell’Afghanistan come ha fatto Khaled è aver già vinto, essersi disposti dalla parte di chi ama la libertà, la più semplice, e proprio perché tale la più difficile. (g.i.)
Titolo: Il cacciatore di aquiloni
Autore: Hosseini Khaled
Prezzo: € 17,50
Dati: 2004, 394 p., brossura
Traduttore: Vaj I.
Editore: Piemme
I libri che hanno troppo successo scatenano in me timori, è stato sempre così quindi metto in pratica un’antica strategia, cerco di farmeli prestare. E così è stato per “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini. La strategia ha funzionato anche questa volta? Per me si, avrei speso euro 17,50 per un discreto libro. Sarò forse l’unica voce al dì fuori del coro? Sembrerebbe di si, ma non ho detto che è da buttare ma non è nemmeno da indicarlo come capolavoro o indispensabile nel cammino da lettore. Ma basta critiche, passiamo alla storia. Amir è sunnita e padrone e Hassan è sciita e servo, ma sono amici in una città profumata com’era Kabul trent’anni fa. Poi succede qualcosa e da lì la loro storia d’amicizia finisce e cambia anche l’Afghanistan. Amir ed il padre sono costretti a scappare in America ma poi Amir tornerà a Kabul perché viene chiamato per aiutare un bambino (chi è il bambino? Facile, troppo facile). Kabul, una città in cui volavano gli aquiloni ed ora aspetta tempi migliori. Il libro è molto scontato, prevedibile, si una storia scritta bene ma prevedibile, in questo libro mi è capitato sempre, insomma uno strazio. Sapevo Hassan con chi si sarebbe sposato e con chi? Con l’unica donna descritta in tutto il romanzo come una dea scesa in terra. E poi il tipo di scrittura non è proprio da chi ha talento, semplice che scivola bene ma niente di più, siamo lontani da quello che può essere un capolavoro. Ma nonostante questo non posso dire che è un libro da non leggere, anzi lo raccomando a quelle persone che durante la guerra in Afghanistan affermavano che gli afghani erano dei selvaggi. Lo consiglio a quelle persone che quando in televisione ci sono immagini da quel paese cambiano canale. Lo consiglio a quelle persone che prendono la vita “easy” e che non s’indignano per niente. È un buon libro per incuriosirsi ad una terra lontana con una sua storia e con le sue tradizioni, anche se lo scrittore poteva soffermarsi più sul regime talebano e la paura che ha portato. Insomma se è una storia in Afghanistan, raccontalo meglio. È un buon libro per avvicinare l’essere umano ad un cammino lungo che è la lettura. Un libro che può scuotere una coscienza e far conoscere una terra che deve avere tutto il rispetto che merita. Però aggiungo una cattiveria: ma se non fosse ambientato in un paese sotto i riflettori avrebbe avuto questo successo mondiale? Sono consapevole di essere molto esigente come lettrice. Continua..
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Emiliano Grisostolo. Il castello incantato. Zona editrice
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Emiliano Grisostolo
Il castello incantato
zona editrice
Finalmente disponibile in tutte le librerie il nuovo romanzo dell’autore maniaghese Emiliano Grisostolo.
Il giovane operaio scrittore ripercorre con questa sua nuova fatica letteraria dal titolo Il castello incantato edito dai tipi di ZONA, e dedicato all’amico Antonio Panzeri venuto a mancare improvvisamente nell’autunno del 2006, una strada in precedenza iniziata con il romanzo del 2006 Il grande burattinaio nel quale parlava di un rapimento di minore nell’est europeo per essere rivenduto in Italia all’interno di un traffico internazionale di minori e organi.
Il castello incantato è un romanzo di più ampio respiro, nel quale Grisostolo riporta dalle spiagge il chirurgo de Il grande burattinaio e racconta della tratta delle bianche e della vendita di bambini da parte di donne raggirate che li vendono per soldi ad una banda dai mille tentacoli, che a loro volta li rivendono a coppie che non ne possono avere.
Una storia noir di tutti i giorni, un mondo che ci circonda e nel quale siamo sospesi. Una terra di mezzo nella quale personaggi senza scrupoli barattano la vita altrui per i loro sporchi scopi.
Un lavoro, quello de Il castello incantato, nato grazie alla collaborazione indispensabile di diverse figure, tutti amici, che con il loro entusiasmo hanno fatto sì che questo lavoro potesse uscire con una veste diversa, più completa rispetto ai precedenti lavori. Quella grafica è della giovane disegnatrice Gwen Rigutto di Maniago, tra le migliori artiste che Grisostolo conosca.
Un’indispensabile collaborazione l’ha offerta la ditta artigianale maniaghese Leader Cam, di Livio e Ilar Centazzo, leader europeo e tra i primi al mondo per la produzione di forbici per parrucchieri professionisti, che hanno creduto nelle capacità del giovane autore e per i quali Grisostolo nel 2007 ha scritto il loro nuovo catalogo e dal 2006 lavora come operaio.
Grisostolo ringrazia anche la Sartoria Dany di Maniago per avere messo a disposizione i suoi segnalibri ricamati che saranno regalati a tutti coloro che acquisteranno il romanzo presso la libreria di piazza Italia a Maniago.
Anticipazioni e presentazioni sul sito:
http://www.editricezona.it/ilcastello.htm
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Valentina Santomo, Madrigale, i quaderni di Cico, Cicorivolta edizioni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

in copertina, olio su tela by ANIMO
adattamento grafico, di Phab Postini
“Madrigale”
Valentina Santomo
Uno straordinario esordio
Navighiamo in Rete credendo con assoluta ingenuità d’aver abbattuto le frontiere dello spazio e del tempo, solo perché qualche anno or sono, nel 1989, il muro di Berlino cadde spianando la strada al business. Al mercato globale. Ci crediamo padroni di noi stessi solo perché qualcuno ci ha raccontato che tanto, ma proprio tanto tempo fa Caino ed Abele furono fratelli e che Caino uccise Abele, facendo così in modo che l’umanità discendesse tutta da lui e da lui solo. Ci illudiamo che conoscere una persona sia amore eterno, per tutta la vita, quando questa non è neanche un battito di ali di fronte a quell’immenso che è l’universo, nonostante noi si faccia di tutto per illuminarci (di immenso). In un mondo sempre più vasto, fatto di città di cemento e di peccati babilonici, nella confusione delle lingue da quando l’ira di Dio buttò giù la torre di Babele, noi piccoli mortali, come formiche instancabili, continuiamo ad attraversare semafori, a scrivere poesie e lettere, lettere che poi non abbiamo il coraggio d’imbucare. Ma che la nostra lettera finisca nella buca o meno è solo un dettaglio di poco conto, perché tanto il postino continuerà a bussare sempre due volte, per l’eternità, alla porta di qualcuno. Abbiamo così tante certezze che è come se non ne avessimo alcuna. Continua..
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Valentina Santomo, “Madrigale”, Cicorivolta Edizioni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

in copertina, olio su tela by ANIMO
adattamento grafico, di Phab Postini
Valentina Santomo
“Madrigale”
Madrigale è l’impulso originario. L’atto successivo è quello di raccogliere secchiate di memoria, per comunicare il senso profondo dell’essere, della carne, della materia e del vuoto vivo che non si può altrimenti descrivere, per arrivare a comprendere (senza per questo giudicare) i perché di una e di cento esistenze. Ciò che ne scaturisce è un clima dal piglio drastico e indulgente, paradigmatico e svincolato dall’evidenza immediata.
L’anima è un vaso. La madre ha occhi verde uva. E Caino è padre. La nonna è semplicemente Lupa. Leone partì innocente e tornò veterano. Paolina corrisponde a una Penelope di serie b. La famiglia, la città di provincia, la storia passata, sono rivisti attraverso molti filtri; uno slittamento di livelli che conferisce all’impatto narrativo valenza di favola predestinata, di eterno cammino per raggiungere strade, cose, persone, verità. Nel fiume delle immagini, si incontrano personaggi veri e appartenenti a una dimensione universale, soprattutto donne, di ogni tempo, viste talmente a nudo da risultare trasparenti. Non è un romanzo, né un racconto breve o una filastrocca. E allora cos’è? Valentina Santomo risponde: “Immagino il madrigale come la parte di un arazzo dal ricamo fitto e coloratissimo. Alcuni fili arrivano da lontano e saranno gli stessi a ricamare l’ultimo elemento.”
“Madrigale è il manifesto anarchico di un donna, la matrice apolide/cosmopolitana/alata che simbolizza il fiammifero nella notte e tutti i vagiti, bagliori successivi e simboli e trasposizioni equivalenti fino all’alba e fino all’evidenza luminosa dell’Io: perno immarcescibile della vita, fra orizzontalità terrestre, verticalità del cielo e ubiquità del tempo; laddove il senso del sacro e del profano si perdono e pure coincidono sempre, fatalmente, con la presa di coscienza spazio-temporale dell’Individuo/Uno.” (Paolo West)
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Qualche Volta
Pubblicato da Romanticaperla
Qualche volta nella vita ti capita di trovare una persona che ti incendia l’anima e ti lascia in uno stato particolare…
sei ubriaca di lui, dei suoi occhi e del suo profumo e subito dopo, come dopo una sbronza triste, ti trovi depressa perché se ne è andato e chissà se mai lo rivedrai più.
Qualche volta capita che rivedi questa persona e dentro di te cominci a girare un film fatto di varie immagini, dove ci siete tu e lui che vi baciate, lui che ti guarda e che ti corre incontro, tu e lui fidanzati da una vita…
Qualche volta capita che dopo averlo rivisto riesci a strappargli un appuntamento e, dopo aver passato una notte fantastica a parlare, lui ti saluta sfiorando le tue labbra con le sue, facendoti diventare la donna più ricca della terra…

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Emiliano Grisostolo, “Itinerari in bicicletta alla ricerca del tempo perduto”, Editrice Zona
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
“Itinerari in bicicletta
alla ricerca del
tempo perduto”
Emiliano Grisostolo
in uscita a marzo
per Editrice Zona
Questa nuova fatica letteraria che vuole avvicinare il turista al paese di Maniago e alle vallate che la circondano, sono l’ unione tra la passione del giovane autore per la scrittura e la passione radicata da più di dodici anni per il ciclismo. Infatti Grisostolo nel 2002 si è laureato campione della provincia di Pordenone di corsa in montagna, crono scalata, mentre nel 2003 e nel 2004 si è aggiudicato il secondo ed il terzo posto di categoria.
Un viaggio lungo le strade delle nostre montagne, quelle poco conosciute, quelle turisticamente meno frequentate. Un viaggio in bicicletta che vi lascerà senza fiato, per la bellezza dei luoghi che in pochi credono di conoscere, per i crono delle salite che dovrete, se lo vorrete, sfidare e abbassare.
Un libro diverso, un viaggio all’ interno di vallate che ci circondano e che ancora non conosciamo.
Un nuovo lavoro per il giovane autore di romanzi che vi apparirà quindi diverso, ma nel quale ritroverete le vostre passioni, le sue passioni, i colori di luoghi nascosti ma molto vicini, ma soprattutto la libertà che spesso Grisostolo, e anche i suoi lettori, vanno cercando tra le pagine di un libro o tra i boschi di vallate immobili nel tempo che scorre veloce.
Il sito ufficiale dello scrittore Emiliano Grisostolo: http://www.emilianogrisostolo.it/
Marco Candida, Il diario dei sogni (intervista all’Autore), Las Vegas edizioni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Marco Candida
Il diario dei sogni
Intervista all’Autore
1. In che misura “Il diario dei sogni” è romanzo autobiografico e/o diaristico? Per quali motivi?
Mi pare che l’uso di “e/o” nella tua domanda leghi concetti diversi. L’autobiografia riguarda i contenuti di un romanzo. Posso raccontare anche una storia di alieni gialli sul Pianeta 746 e non per questo essere meno autobiografico che se scrivessi un romanzo intitolato: “I miei primi quarant’anni”. Il diario, invece, è una forma letteraria – e tra l’altro talmente ben nota, che non occorre aggiungere ulteriori spiegazioni. Ciò premesso, Il diario dei sogni non ha la forma letteraria di un diario: è un resoconto. In secondo luogo, all’inizio del libro c’è una pagina dove si ricorda che ogni riferimento a fatti, luoghi e persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale. Immagino che questo valga anche per me.
2. Sei al secondo romanzo. Che cosa aggiunge, o toglie, alla tua prima esperienza editoriale, “La mania per l’alfabeto”?
Nel romanzo La mania per l’alfabeto sono per così dire indicate alcune strade – di pensiero, di linguaggio, di forme letterarie, di idee… -: ora si tratta di cominciare a percorrerle queste strade, e se necessario anche a tracciarle. Il diario dei sogni sviluppa, ad esempio, alcuni elementi già presenti nel precedente romanzo: principalmente il microracconto. Poi posso aggiungere questo. Soprattutto nelle pellicole cinematografiche – ma anche nei libri – arriva il momento di quello che tra amici si usa chiamare il “discorso finale”, dove il protagonista tira le somme e cerca di dare un senso a quel che si è raccontato. Gli esempi sono infiniti. Dico quelli che avevo in mente io: da Moonlight Mile con Holly Hunter e Susan Sarandon, a Kramer contro Kramer con Meryl Streep, a Rocky, a Rambo… Ci sono momenti dove il protagonista parla, come si dice, con il cuore in mano, e tira fuori tutto quello che gli brucia dentro. Ecco, le due e-mail, il Discorso per il mio funerale, lo “Scritto per l’ufficio” e altri testi contenuti in La mania per l’alfabeto sono una collazione di possibili “discorsi finali” dove il protagonista fa parlare le sue viscere. Il diario dei sogni, invece, si può considerare come un romanzo dedicato a quelle parti dei romanzi che di solito almeno io tendo a saltare: cioè il racconto dei sogni. Come lettore lo sguardo del subcosciente del protagonista di solito non mi interessa, lo leggo con noia, addirittura lo salto. Un’immersione totale, però, credo potrebbe essere interessante. L’idea di caratterizzare un personaggio quasi esclusivamente attraverso i suoi sogni e costringere il lettore a farsi un’idea del profilo della sua personalità in pratica soltanto attraverso i suoi sogni come lettore mi attrae.
3. “Il diario dei sogni” è una sorta di taccuino, almeno a mio avviso, dove in una forma narrativa più o meno coerente vengono esorcizzate le paure del protagonista. Dico giusto?
Questa è una delle possibili interpretazioni. Credo che però in questo romanzo si tratti essenzialmente non di angosce personali ma di superstizioni. Verino sferra critiche ferocissime a molte credenze superstiziose. Alcune di queste credenze sono già largamente considerate come superstizioni – come la telepatia, la telecinesi, la possessione spiritica… Accanto a queste alcune solide certezze che fondano le nostre esistenze vengono smascherate come credenze superstiziose.
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Studentessa e squillo, scandalo in Francia, il libro «le confessioni di Laura D» sono già un caso editoriale
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Il libro «le confessioni di Laura D» sono già un caso editoriale
Studentessa e squillo, scandalo in Francia
La mattina studentessa modello, la sera lucciola sensuale. Una 19enne sconvolge i «benpensanti» transalpini
PARIGI – La mattina è una diligente studentessa che segue lezioni universitarie. La sera, invece, si trasforma in una sensuale prostituta che vende il suo corpo per pagarsi gli studi. E’ Laura D, protagonista del romanzo-confessione Mes Chères Études («I miei cari studi»), scritto da una diciannovenne francese. Uscito da qualche giorno nelle librerie transalpine, il libro sta letteralmente scandalizzando la Francia benpensante: la giovane autrice, senza peli sulla lingua, narra la sua esperienza di ragazza costretta a prostituirsi per pagare le salate tasse universitarie.
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L’americano, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
L’americano
Così all’improvviso come se ne era andato, altrettanto inaspettatamente Cosimo Gasparini riapparve in paese, uno dei primi giorni di agosto del 1950, dopo ben 15 anni di assenza. Scese dall’autobus, ritirò dal bagagliaio la valigia e si guardò intorno: nulla sembrava cambiato. Stava respirando a pieni polmoni l’aria umida, olezzante del putridume del vicino fiume quasi in secca, quando un’esclamazione lo fece trasalire.
- Ma sì, sei proprio tu, Cosimo! E’ ritornato, gente, è ritornato!
Continua..
Blogstar
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
BLOGSTAR
“Non voglio essere considerata una perdente.” Il proposito giallognolo, su un post-it appiccicato al frigorifero, erano anni che stava lì, sbiadito, dal tempo lentamente consumato; e ogni mattina veniva guardato con sospetto. In pratica un chiodo fisso, un segno di totale mancanza d’intelligenza critica.
Il cellulare squillava, ma lei non si curava di rispondere: aveva altro per la testa a cui non pensare. E questo non pensare la isolava da tutto, dalla realtà.
Il matrimonio aveva fatto in fretta a naufragare: Lucia aveva incontrato Antonio in una chat. Dopo qualche conversazione in chat, avevano deciso d’incontrarsi. Si piacquero. Convissero insieme per un anno, dopodichè si decisero per il matrimonio. Antonio andava a lavorare ogni santa mattina, Lucia rimaneva in casa attaccata al monitor a bloggare. Dopo tre mesi non parlavano più. Un giorno, Antonio disse semplicemente che scendeva a prendere le sigarette. Lucia non gli disse un solo ma, e Antonio se ne andò sbattendo la porta, lasciandosi alle spalle quella disperata, quella drogata di mondi virtuali. Solo dopo che fu trascorsa una settimana, Lucia s’accorse che Antonio non era reperibile in nessun dove: si sprecò persino di chiamarlo sul cellulare, ma niente. Che cosa le aveva detto l’ultima volta? Che andava a prendere le sigarette? Ma Antonio non fumava. Quando finalmente le riuscì di fare uno più uno, comprese che Antonio l’aveva piantata in asso. Non ne fece assolutamente un dramma, e continuò la sua vita di sempre, se di vita è corretto parlare: Lucia passava tutte le giornate seduta davanti al monitor, accendeva una sigaretta dopo l’altra, postava sul suo blog, poi aspettava i commenti a cui non rispondeva quasi mai perché una vera blogstar non s’abbassa mai a rispondere a chicchessia. Solo qualche volta lasciava un breve messaggio tra chi blogstar come lei, giusto per far vedere che esisteva, per lasciare un segno di sé come animale che traccia il suo territorio con un po’ di piscio.
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Primobacio 1989
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Primobacio 1989
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
(Nota: Liberamente tratta da un canto del Maggio francese del 1968)
Testo: F. De Andrè – G. Bentivoglio
Anno di pubblicazione: 1973
Si era ancora negli anni Ottanta, e i cieli erano solcati da nuvole d’arroganza: e qualche nuvoletta ribelle ostentava speranza. Volavano parole dure in aria, erano pietre schiantate contro il vuoto.
Si respirava innocenza, o qualcosa di simile. Non saprei dire. Il fatto è che si era giovani, troppo, in quegli anni per dire cosa fosse giusto o sbagliato. Si pregava per un’assoluzione, una qualsiasi, che fosse umana o civile o, al limite, anche divina. Forse si era meno soli, o solamente sopravviveva questa illusione nei giovani che scorrazzavano nelle strade mentre tutto l’intorno era invasione di storie raccolte da voci che si dicevano amiche. Poi c’era anche la pubblicità, sfrontata e arrogante, non c’era angolo verso cui ti voltassi che non fosse triste comunione di reclame: politica guerra e copertine patinate. Negli anni Novanta non è cambiato granché, ma negli Ottanta si viveva la gioventù e la speranza che l’innocenza doveva pur esser qualcosa, e se non lo era, doveva perlomeno esser nascosta in un qualche dove che solo ci toccava – a noi giovani – scoprire. Io scoprii la fine dell’innocenza nel luglio del 1989, in territorio di confine tra gli Ottanta alla fine e i Novanta all’inizio.
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