Leonardo Colombati e Perceber. Intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Leonardo Colombati
Perceber
intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe
Una molto vecchia intervista. Si era sul finire del 2005 o giù di lì. In libreria usciva il primo romanzo di Leonardo Colombati, Perceber. Divise la critica. Chi lo osannò e chi lo distrusse senza pietà. Colombati, nel bene e nel male, fece parlare di sé.
In seguito Colombati diede alle stampe Rio per i tipi Rizzoli. Un flop disastroso. Leonardo Colombati ha di recente pubblicato un altro romanzo, per Mondadori, Il re: nessuno o quasi si è accorto di lui. Un altro flop? Così parrebbe.
Oggi Perceber viene ristampato, ma non per Sironi editore. Vabbe’. E’ però ancora disponibile nel catalogo Sironi. Fateci sù un pensierino, perché questo è il solo lavoro di Leonardo Colombati che val la pena di leggere. [ g.i. ]
1. Dovremmo forse iniziare con una domanda semplice prima di passare a quelle difficili veramente. Ma non è detto che sia facile rispondere a questa prima domanda che ora ti pongo: chi è Leonardo Colombati, l’Autore di “Perceber”?
Sono nato trentacinque anni fa a Roma, dove ho sempre vissuto, ad eccezione di due anni trascorsi a Londra). Mi sono sposato nel 1999 con Gaia ed ho due figli, Margherita (4 anni) e Matteo (2 anni). Per guadagnarmi da vivere vendo cavi in fibra ottica per conto di un’azienda inglese. Durante la mia non troppo significativa esistenza sono progressivamente ingrassato fino a raggiungere un “peso-forma” che lo sarebbe davvero se fossi grosso come Primo Carnera; e ho fatto in tempo a godermi due scudetti della Roma e una lunghissima serie di cocenti delusioni subite allo Stadio Olimpico, in Tribuna Tevere, dove sono abbonato dal 1974.
2. Ormai tutti sanno che hai impiegato ben dieci anni per scrivere “Perceber”. Cosa ha significato per te impiegare così tanto tempo dietro alla stesura d’un romanzo? Quanto ti ha impegnato e quante risorse hai dovuto compulsare per arrivare alla stesura finale?
Per il primo libro hai vent’anni a disposizione; per il secondo, sei mesi. Perceber è nato quando, a dieci anni, mio padre mi regalò il Tom Jones di Fielding in una vecchia edizione della Garzanti, con la copertina di tela beige e un leone rampante nell’angolo in basso a destra. Lette le prime sessanta pagine, decisi che volevo fare lo scrittore. Fino ai miei quindici anni, non avevo nessuno con cui condividere la mia passione per la letteratura. Poi, un’estate, conobbi un ragazzo di Milano: Bernardino. Era un incrocio tra il Bruce Springsteen ritratto sulla copertina di Darkness on the edge of town e Joe Strummer dei Clash. Andava in giro in bicicletta con un cappotto nero, leggero, e quando le falde prendevano vento sembrava un pipistrello. Non solo gli piacevano i libri, ma sembrava averli letti già tutti. È stata la prima persona con cui ho potuto parlare di letteratura, e ancora adesso accolgo qualsiasi suo giudizio come il Vangelo. In quelle estati trascorse in Versilia s’andava perfezionando in me la scissione che sarebbe diventata una cifra definitiva del mio carattere. Con Bernardino discutevo di Borges sotto l’ombrellone, stando attendo a non abbronzarmi perché mi sembrava che il pallore potesse bastare a donarmi un’aria da “intellettuale”. Poi, la sera, cantavo Roma capoccia a squarciagola in un piano-bar. Questo per dirti che, ad esempio, ora che è uscito Perceber, la maggior parte della gente che mi conosce non riesce a far coincidere la mia immagine da cazzone con quella di uno che per più di dieci anni s’è messo davanti alla macchina da scrivere e al computer. “Ma quando l’hai scritto?”, mi chiedono. E capisco che non lo so nemmeno io.
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Tiziana De Pace è nei TempInVersi, come Alice nel Paese delle Meraviglie
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Tiziana De Pace
TempInVersi
come Alice nel Paese delle Meraviglie
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Iniziamo con un domanda difficile, perché devi e mi devi convincere della bontà della tua proposta letteraria: il tuo libro, TempInVersi (Cicorivolta edizioni) si apre con una citazione da Sylvia Plath. Oggi sopravvivono poche donne-poeta, in particolare due o tre, Saffo, Emily Dickinson e Sylvia Plath, tutt’e tre molto impegnative, anche per il lettore più scafato. Dunque, chi è Tiziana De Pace?
Credo non siano impegnative, sono invece in grado di creare immagini chiare e nitide nella mente di chi legge, di arrivare con forza in fondo all’anima. Penso, più che altro, che a molti manchi il coraggio di rapportarsi a scritture di questa intensità. Non c’è una gran propensione ad accettare le debolezze proprie, riconoscendole tra le righe di debolezze altrui, ma questo è un discorso talmente ampio… quindi …sì, cito Sylvia Plath, o meglio, cito un suo verso. Mi innamoro degli scritti prima che degli scrittori. Questo è fondamentale. Empatizzo fortemente con alcuni artisti, non posso negarlo, ma arrivo a conoscerli attraverso quello che raccontano tramite i loro scritti. Sylvia Plath, tra l’altro morta suicida, ha vissuto una vita tormentata, intimamente, sempre al limite, con quella malinconia dolce fissa in fondo agli occhi, che traspare anche dai suoi versi. Citarla è stato il mio modo di darle ancora voce. Di riscattarla.
Chiusa questa piccola parentesi Tiziana De Pace è una donna in crescita. Definirmi non servirebbe a nulla, perché non posso dire di esserlo, definita. Al contrario sono in continuo mutamento, sempre alla ricerca e ciò che conta dopotutto, non è chi io sia, ma quello che sono, i libri che scrivo. E’ più semplice sapere di me attraverso loro che attraverso una auto-definizione.
2. Quali autori hanno contribuito a darti un po’ di sé? E’ la tua scrittura il parto di una maturazione profonda, e io credo non sia stato per niente facile.
Mio padre collezionava libri. Fin da piccola, essendo sempre stata una bambina molto solitaria, per scelta, ho preferito i libri ad altro. Inizialmente guardavo solo le figure, poi, dai cinque anni in su, ho iniziato ad allenarmi alla lettura alternando le Fiabe dei Fratelli Grimm ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Carroll, passando per “Cuore” di De Amicis e finendo alle Poesie Thailandesi e Coreane. A dieci anni ero già innamorata di “Cent’anni di solitudine” e de “Il Ritratto di Dorian Gray”. A quindici divoravo De Sade e Lautreamont. Amavo Baudelaire e sognavo con Tolkien. Passavo ore in compagnia dei Vampiri di Anne Rice e mi lasciavo devastare da Madame Bovary. Sono andata avanti così, in altalena.
La realtà è che sono nata e cresciuta ibrida. Dentro è come se fossi spaccata in due. Non c’è un equilibrio perfetto tra le due parti di me, ma, al contrario una netta differenza. Io sbalzo, uso dirlo spesso, vivo a metà tra purezza e inferno, da sempre. Ho il mio mondo fatto di spazi incontaminati, Piccolo Popolo, Sogni, Magia e Incanto, e lì viene fuori il mio lato bambino che conservo e difendo con passione. Dall’altro lato c’è la me che si scontra e incontra con la vita. Che scende in strada, coltiva fobie, fa errori, vive di stomaco. Che si mette in discussione, fa i conti con traumi. Delusioni. Brutte realtà. Che si frantuma e ricompone mille volte al giorno. Le mie letture nascono dai bisogni intimi del momento. Cammino osservando gli scaffali delle librerie e so che ci sarà un libro pronto a scegliermi. Non sono io a decidere, è lui ad attirarmi a sé, a voler venire via con me. Fino ad ora, nessun libro ha sbagliato e fino ad ora solo tre libri sono riusciti a riunire le due parti di me, “La Divina Commedia” di Dante, “Le scarpe rosse” di Joanne Harris e “La casa degli Spiriti” di Isabel Allende. Inevitabilmente il mio modo di essere si riversa anche nella scrittura. Ed è lì che le due me riescono a convivere, a ricongiungersi, a volte, andare in giro a braccetto.
3. Difficile dire se TempInVersi sia poesia o prosa. La mia opinione è che trattasi di una narrazione imbastardita, prosa e poesia per dar corpo a un tutt’uno. Vorrei parlassi della gestazione della tua nuova opera, sotto un profilo tecnico, di stile, di emozioni provate durante la fase creativa anche.
Viene naturale continuare sull’onda della risposta data alla domanda precedente, perché il discorso fatto per le letture da me predilette e per il modo di essere vale anche per l’approccio alla scrittura che ho. Prosa dura e imbastardita, come tu la definisci, per la parte più reale e nera di me, poesia per la parte sognante. Scrivendo riesco a dare sfogo ad entrambe le nature e lo stile si è modificato, è cresciuto, si è plasmato seguendo il mio stato di evoluzione interno. Più cresco, imparo, sperimento, più lo stile prende forma. Questo mi piace. Mi piace l’idea che nulla sia finito e definito ma sempre in continuo movimento. Diciamo che questo appartiene un po’ a tutto quello che scrivo. La particolarità in “TempInVersi” è più che altro la scelta della punteggiatura, nell’esporre i concetti, quello si, è fortemente voluto. Nella prima storia troviamo una scrittura irriverente, in corsa, distorta e contorta, parole legate e una punteggiatura assente o non pertinente. E’ così anche la protagonista. Che sente sfuggire la sua identità, che non ha un nome, che è fatta e sfatta, poco lucida e incoerente. Nella seconda storia fa da padrona la superficialità. Lo stile di scrittura è molto infantile, il racconto è brevissimo e scarno esattamente come il mondo da cui decide di fuggire la protagonista.
Nella terza e ultima storia troviamo invece romanticismo e poesia, tra le pieghe e le righe di un vivere spietato e della tragicità in se per se. E’ uno scrivere poetico, che segue un po’ le onde del mare. Morbido, coccola, si spezza. Va e torna.
“TempInVersi” lo sento molto. C’è tanto di me in tutte e tre le storie. In tutte e tre le donne. E’ stato come chiudere tre cicli della mia vita e imprimerli su carta prima di voltare totalmente pagina e iniziare un’altra avventura. Un po’ come quando finisce una storia d’amore, “TempInVersi” è il mio addio a tre parti di me, che comunque porto dentro e che ora sono tasselli di quella che è la mia essenza. E’ stato faticoso ripercorrere alcuni eventi, richiamare alla memoria personaggi, fatti, scene, emozioni, è stato come spogliarsi, come mischiare sangue e sudore all’inchiostro, ma questo non può che rendere ancora più vive le tre donne di cui racconto.
4. Conosci Isabella Santacroce? In un certo senso il tuo lavoro mi ricorda un po’ la sua scrittura sospesa fra poesia e dannazione un po’ sadiana un po’ romantica.
Tocchi un tasto a me caro e allo stesso tempo dolente. Molti associano alla sua la mia scrittura. Premetto di apprezzare molto Isabella Santacroce, di aver letto tutti i suoi libri e di ritenerla tra le mie scrittrici contemporanee preferite. Oggi però tu mi dai modo di sfatare definitivamente la “leggenda” che mi vorrebbe suo “clone imperfetto” . Ti chiederai: Come?
Ti racconto come Isabella Santacroce è entrata a far parte della mia vita.
Agosto, caldo bestiale. Sono in macchina con degli amici per andare al mare e squilla il cellulare. A chiamarmi è un mio caro amico scrittore, da Roma, scherzando mi chiede se ho per caso pubblicato un libro, “Lovers”, sotto pseudonimo. Lo prendo in giro. Lo pseudonimo è “Isabella Santacroce”. Penso stia solo scherzando, mi dice che a lui pare assurdo, ma sembra “la mia mano”. Chiedo ai miei amici di fare un salto in libreria, quel libro esiste, lo compro. Lo leggo in spiaggia, isolandomi. Accolgo Isabella Santacroce e tutto quello che ha da raccontare. Attraverso le parole e tra le righe, soprattutto. Da allora non ho più smesso di leggerla. Di attendere i suoi scritti. Di sentirla a me affine, però ecco, ci tengo a precisare, la mia scrittura è indipendente da lei, non subisce la sua influenza, è nata prima che la conoscessi.
Una volta ho anche provato ad inviarle una copia del primo libro, “Lyberty Mode”, accompagnato da una lettera in cui le dicevo che a tratti ero spaventata da questa “somiglianza” e che probabilmente qualche frammento della nostra essenza si sarà accoppiato da qualche parte del mondo, un giorno. Cose così insomma.
Peccato, non mi ha mai risposto.
Mi sento quindi di affermare, che forse, sono più romantica di lei.
5. Scrivi di tuo pugno la quarta di copertina (ideale) per TempInVersi, anche in considerazione di queste parole di Paolo West: “Non so se alla fin fine questo testo sia prosa o poesia, ma credo che se ti poni questo dubbio, allora, novantanove su cento, è poesia.”
Devi sapere che ho sempre avuto la tendenza a guardarmi dal di fuori, in molte occasioni. Quando “TempInVersi” l’ho sentito completo, pensare a come un occhio esterno avrebbe potuto descriverlo è stato il primo passo. Da questo pensiero nasce “TreParole”, che poi è stato inserito come Epilogo, ma che voleva essere, inizialmente, un’idea per la quarta di copertina.
Oggi sono cambiate molte situazioni, mi avvicino a questo scritto in modo diverso diverse sono le sensazioni rispetto ad allora, questo devo ammetterlo, ma, non per questo cambierei di una virgola il primo pensiero di allora, quindi, la mia quarta di copertina sarebbe:
“ TempInVersi racchiude l’universo un po’ disprezzato dell’abbandono.
Della perdita di se stessi. Del disamore.
Raccoglie i cocci di tre donne. Tre esistenze in corsa che perdono il ritmo dei tempi
e si ritrovano a scegliere appoggiate al seno di una solitudine esistenziale e opprimente cosa farne.
Cosa farne di sé. Cosa farne del domani.
Cosa farne del tempo che resta.
In tre storie tre visioni di conti alla rovescia a tratti drammatici e romantici, spietati forse, ma veri.
Tre urla disperate (e un solo quadro).
Tre ritratti di un mondo sfiorato.
Metabolizzato. Raccontato.
Stralci di vita e visioni oniriche.
Autobiografia in pillole e incubi diurni.
TempInVersi è vita che scorre. Si ferma.
A volte riprende.”
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Tiziana De Pace è nel Paese delle Meraviglie. Scopri perché…
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Tiziana De Pace – TempInVersi
intervista all’Autrice nel Paese delle Meraviglie
leggi l’intervista
a cura di Iannozzi Giuseppe
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Francesca Mazzucato – Romanza di Zurigo mosaico eretico e visionario – intervista all’Autrice
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Francesca Mazzucato
Romanza di Zurigo
mosaico eretico e visionario
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. “Romanza di Zurigo. mosaico eretico e visionario”: non è un diario di viaggio, è invece un insieme di mosaici, di inserti in prosa poetica dove tu, Francesca, dipingi Zurigo e le emozioni che essa ti suscita. Per quale esigenza tua, letteraria, è nata la “Romanza di Zurigo”? Un po’ della sua genesi la racconti nel libro, vorrei però che aggiungessi dei particolari inediti.
La Romanza è nata durante una serie di viaggi a Zurigo che ho compiuto – e che progetto di continuare riprendendo in mano presto un progetto a cui stavo lavorando – perché mi accorgevo che tante cose debordavano dalla mia rigida scaletta.
Mi accorgevo di tante cose importanti che uscivano dalla mia storia, dalle ricerche di tipo essenzialmente economico che stavo svolgendo. C’erano elementi quasi fisici della città, mi travolgevano e non riuscivo a rimanerne indenne. Diventavano brandelli, spezzoni, lembi, cose che avevano dentro un’urgenza profonda e che dovevo far combaciare.
Narrazioni di pelle, strane in un luogo che nell’immaginario non è certo caldo, affettuoso, morbido. Eppure. Così ho cominciato a sedermi negli Starbucks e a scrivere e scrivere e scrivere, oppure a stare in albergo, spiare e fotografare dalla finestra la vita e le abitudini e scrivere e scrivere e scrivere sempre (qualche distrazione, a tratti, nel libro ci sono).
Da tempo, poi, avevo questo sogni di una collana di “storie di viaggio indefinibili ed eretiche”, di carnet immaginari e anche inventati, filtrati dall’occhio dello scrittore. In uno degli intervalli del mio frenetico andirivieni con la città elvetica ne ho parlato con Francesco Giubilei, giovane ed entusiasta editore di Historica e il progetto della collana che la Romanza apre e inaugura ha preso forma.
2. La scoperta di Zurigo, città all’apparenza algida, è in realtà una nevralgica rincorsa verso le orme di James Joyce, una ricerca della sua memoria e non da ultimo del suo corpo. Ma è anche la possibilità di incontrare il fantasma ottantenne di C. Gustav Jung, chiuso nella sua casa-torre. E, di tanto in tanto, lo spettro androgino e tormentato di Annemarie Schwarzenbach. C’è un fil rouge che lega questi tre personaggi lungo la promenade che tu, Francesca, affronti quotidianamente per le strade di Zurigo
C’è, c’è. Forse un po’ presuntuoso, ma neanche tanto se si pensa alle vite disperate che vissero, alle perdite e alle ferite di Joyce e di Annemarie Schwarzembach. Simili, a tratti uniti in una tragica predestinazione alla tragedia finale e con il demone della scrittura come ossessione, mania, necessità, dovere. Tarlo, la parola giusta. Erano tarlati, emarginati. Come me, come mi sento da sempre e, per questo, li ho percepiti compagni di viaggio, fantasmi guardiani del mio lavoro del mio scrivere e del mio fare creativo (scomposto, indisposto, frammentario, sbrindellato, erotico, carnale, mistico, difforme, diseguale).
(Jung è stato un po’ un elemento di collegamento fra loro, i genitori di Annemarie ci portarono lei in visita, sperando che potesse aiutarla in qualche modo, per superare quella che all’epoca era vista come malattia e anomalia, la sua androginia e l’omosessualità e Joyce ci portò la figlia che da tempo viveva disagi psichici di vario tipo, sperando in un qualche miracolo possibile che, naturalmente non arrivò.)
Joyce e Schwarzembach condivisero vite nomadi e inquiete e riuscirono a metterlo sulla carta, con esiti diversi, ovviamente, ma divenendo entrambi dei pionieri. Pioniera viaggiatrice, coraggiosa apripista a sperimentazioni anche teatrali Annemarie, pioniere e creatore del “punto d’origine” della letteratura moderna – e anche di quella contemporanea, secondo me, (ma non sono obiettiva), James Joyce. Della Letteratura e basta, diciamo con LA MAIUSCOLA.
3. Ricorrente è il tuo ricordare una persona in particolare, Samuele. Questa è domanda da gossipparo, ma la curiosità non è soltanto femmina, dunque ti chiedo di parlarci di Samuele: chi è per te? un amico, un fratello, una finzione? O un amante che perseguita le tue fantasie e che mette sotto torchio il tuo io più intimo?
Mi piacciono le domande che indagano aspetti gossippari. Sono giuste e legittime. Quindi, non solo non mi sottraggo ma rispondo volentieri.
Si, Zurigo in qualche modo combacia e coincide (anche nella narrazione che coinvolge spazi effettivi, esterni, con spazi interiori e spesso sovrappone i piani) con una persona verso cui la protagonista – io narrante prova un sentimento di nostalgia, bisogno, malessere, desiderio inappagato.
Samuele è una persona realmente esistente (mi piacerebbe molto, Beppe, dirti di più ma non credo sia giusto, è una specie di patto che feci con lui e desidero rispettarlo, raccontare ma entro certi limiti, anche se lo scrittore i patti non li rispetta mai, per adesso ci provo).
E’ un uomo molto bello che la protagonista – io narrante della Romanza ha amato da subito. Dall’istante in cui l’ha visto, il 28 ottobre 2008 in una radio bolognese dove non sapeva che l’avrebbe incontrato, dove non sapeva chi fosse. Lei era dietro, sulla porta, in attesa di partecipare a una trasmissione, lui di spalle, si è girato, ha sorriso, lei ha sorriso un po’ meno ma l’ha visto e l’ha amato. E’ passato del tempo da allora, non poco, calcolando che, in seguito, si sono frequentati un pochino, conosciuti meglio (o peggio? mah) lui è sfuggito – fuggito fin da subito. Si è avvicinato e poi allontanato. Ha mostrato piacere a starle vicino e necessità di starle lontano, mettendo così in atto un meccanismo profondamente perverso e potente: queste cose legano più di tutte le altre.
(A lui ho dedicato, molte scritture a parte la romanza, pensieri sparsi, come questo http://francesca-mazzucato.blogspot.com/2009/10/senza-un-fotogramma-marginale.html e tante cose che si trovano in uno spazio che considero intimo e privato pur essendo un blog, “Parole perdenti”, e non ne ho mai parlato a nessuno con riferimento preciso a questa persona, sai Beppe, ma ci tengo a farlo con te, che mi hai posto la domanda appropriata.)
Possiamo dire che massacra il mio io più intimo perché tende a frenarlo nel suo slancio vitale, un io intimo che non gli chiede praticamente nulla (gli offre, gli si offre, in una nudità alla quale credevo impossibile arrivare, diciamo senza pelle) ma quel pochissimo che chiede, o domanda a bassa voce, viene frenato, radiografato, rallentato. E’ doloroso, a volte fa molto arrabbiare. A volte mi fa sorridere e intenerisce, a volte mi devasta.
La sua assenza alimenta scrittura – spero smetta presto ma non lo so – nell’aspettativa lui non esiste. Chiarisco, con lui si possono condividere cose in maniera asettica, è una persona per bene e seria e fa cose belle, questo tipo di sentimenti appartengono a una sfera soggettiva, non sono cose che “imputo” a questa figura. Esistono. Forse ci potrebbe essere un brandello di attenzione all’offerta nuda d’amore, credo sia un delitto non farlo, ma è facoltà di ognuno. Mi capita anche di pensare che, in fondo, sia una finzione, un feticcio di bisogni stratificati insieme. Di sicuro, la cosa a cui posso paragonarlo con maggiore facilità è un’astanteria. Una sala d’aspetto del pronto soccorso di un ospedale. Lo percepisco così, sento che potrebbe/potremmo curarci e riempire tante necessità intime (vicine all’abisso) e che invece resta un’asettica freddezza.
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Esperienza degli affanni, di Nicola Vacca
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Esperienza degli affanni
di Nicola Vacca
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
Poesia
Collana Plaquette I Blu
Pagg. 90
ISBN 978 – 88 – 7606 – 242 – 1
Prezzo € 6,00
Per come vanno le cose a questo mondo c’è più di un motivo che induce a riflessioni sulla nostra e l’altrui condizione e che porta a esprimere in versi o una protesta o un dissenso.
Nicola Vacca, né più né meno di chi ha autonomia di coscienza ed è portato pertanto a esaminare con spirito critico, con Esperienza degli affanni, plaquette delle Edizioni Il Foglio Letterario, volge il suo sguardo all’intorno, poi si confronta con sé, quasi attingendo allo specchio dell’anima, e in tono sommesso, ma non sussurrato, senza veemenze, ma con fermezza, esprime il suo dissenso (La vita non è facile / lo sanno i poeti. / Tutte le mattine / fanno i conti con le parole / camminano senza mappa. / Tengono tra le mani / la poesia che succede nella crudeltà / di un altro giorno di paura.).
Tuttavia, non si tratta di una raccolta di impressioni e di giudizi fini a se stessi, perché, pur essendo presente l’aspetto introspettivo, è anche poesia civile, intesa nel duplice aspetto di richiamo ai valori fondamentali e per il tono estremamente corretto che viene utilizzato. Peraltro, ben consapevole del rischio insito in questo genere, Vacca ricorre a un linguaggio per niente aulico, rifuggendo da ogni retorica, anzi esponendo e proponendo con grande calma, non disgiunta da una determinazione che incontriamo più volte: da È condannato alla notte più buia solo chi non sa raccontare il male a Si dissangua la vita perché uccidiamo sempre le cose che amiamo.
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“Colombe raggomitolate” di Mohamed Ghonim
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Colombe raggomitolate
di Mohamed Ghonim
Introduzione di Alessandro Ramberti
Fara Editore
Poesie raccolta
Collana TerrEmerse
Pagg. 66
ISBN: 9788887808568
Prezzo: € 7,00
Leggere le poesie di questa raccolta, composta da tre piccole sillogi (Il canto dell’amore, La donna, Versi migranti) è scoprire un mondo tutto nuovo, fatto di luci, di colori, di immagini che non rientrano nell’abituale stesura dei versi dell’occidente.
In Ghonim vi è tutta una linea di confine indeterminata fra la realtà e il sogno, così che si ritrae l’impressione di una dimensione sospesa, al di fuori della portata dell’uomo moderno che, pur cercando di astrarsi, finisce sempre con l’essere condizionato dalla quotidianità.
Nell’autore di origini egiziane invece si ritrova quella grazia delicata, soffusa, propria della poesia araba, in una condizione tale che le emozioni, le sensazioni hanno una proiezione celestiale.
Da La notte oscura
…
E’ forse diverso il sangue dell’umanità sotto la pelle?
Sono diversi i sogni,
speri che i tuoi giorni diventino senza notte?
Guardami bene in faccia,
guarda questa faccia scura:
ti accorgerai che sono io la tua notte.
…
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Il colore del caffé – di Arturo Bernava
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Il colore del caffè
di Arturo Bernava
Copertina di Vincenzo Bosica
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Narrativa romanzo
Pagg.: 199
ISBN: 9788889756775
Prezzo: € 12,00
Di un libro si devono leggere le pagine interne per poterlo valutare, ma mi permetto questa volta di iniziare parlando della copertina di Vincenzo Bosica, che introduce benissimo all’atmosfera del romanzo.
Quei tre personaggi d’altri tempi, fotografati lungo la via di un borgo, che si nota con le sue torri sullo sfondo, il militare che fa parte del terzetto e, più in alto, quasi a sbucare dal cielo, le immagini dei volti di un maresciallo dei carabinieri e di una donna sognante sono la miglior porta d’ingresso che potesse essere fatta per una vicenda che, al primo colpo, può sembrare scontata, ma che poi, evolvendo pagina dopo pagina, avvince il lettore costringendolo, beninteso volentieri, a vivere in un’epoca passata e in un mondo piccolo, popolato da piccoli grandi uomini.
Bernava è riuscito a ricreare l’atmosfera di un paesino abruzzese nel periodo che va dagli anni ’30 alla fine della seconda guerra mondiale, una realtà chiusa solo in apparenza, perché nell’ambito ristretto fioriscono personaggi e idee forse più che in una grande città.
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L’abitudine al sangue di Giorgia Lepore
Pubblicato da Renzo Montagnoli
L’abitudine al sangue
di Giorgia Lepore
Fazi Editore
www.fazieditore.it
Narrativa romanzo
Pagg. 295
ISBN: 978-88-8112-985-0
Prezzo: € 18,00
Giuliano, in un monastero della Grecia, ripensa al suo passato, alla vita intensa e sofferta che ha avuto. L’essere figlio del defunto imperatore di Bisanzio non è stata una fortuna, ma ha costituito la base del percorso insondabile attraverso il quale, dopo gioie e soprattutto sofferenze, è finalmente approdato alla pace interiore.
Condotto con un ritmo lento, quale si addice a una storia di riflessioni, L’abitudine al sangue non è tuttavia solo la vicenda di Giuliano, dalla gloria quale condottiero e certamente non voluta perché gli ripugna uccidere altri uomini, alla quiete della vita monastica dopo anni in cui ha conosciuto l’amore, ma anche l’orrore della guerra, ha subito torture, si è macchiato di un delitto commesso su sangue del suo sangue.
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Equinozio di girasoli, di Giulio Maffii
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Equinozio di girasoli
di Giulio Maffii
Prefazione di Vanessa Vallascas
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia
Collana Plaquette Poesia
Tascabile – 11,5 cm. x 16,5 cm.
Pagg. 100
ISBN: 9788876062377
Prezzo: € 6,00
Come nei poemi antichi in cui il cantore iniziava la sua opera con un’invocazione alle divinità, un rito propiziatorio, scaramantico o anche la riconoscenza per la possibilità offertagli di creare, di lasciare una traccia, un solco nella polvere, questa raccolta si apre con una dedica/omaggio alla parola, l’unica in grado di traslare l’idea in sostanza, verificabile, riscontrabile, accessibile ai lettori.
In effetti, benché stilisticamente siamo nel XXI secolo, l’impressione che si ricava è che quest’opera abbia gli albori in epoche antichissime, ma anche per nulla remote, con quella solennità che non è retorica, ma pura dinamica della composizione che dona una sostanziale assenza di tempo.
E la parola ritorna incalzante, sempre presente, a tratti anche soggetto, pur restando sostanzialmente oggetto, mezzo, sistema di colloquio per andar oltre l’afonia delle sensazioni, che nascono, si sviluppano all’interno in un silenzio che poi, grazie appunta alla parola, diventa timbro vocale, sussurro, anche urlo.
Ma di che tratta questa raccolta?
Il tema non è nuovo, perché il rispetto per la memoria, tale da andarla a ripescare nei meandri della mente, è un’elaborazione metafisica dei poeti, un punto fermo per cercare risposte a domande sempre posteriori ai fatti ricordati, ma non solo, perché è l’unica possibilità che rende consapevoli di vivere, in quanto esiste un vissuto.
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La Bardot: “Io, 75enne ribelle Una vita senza rimpianti”
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
La Bardot: “Io, 75enne ribelle
Una vita senza rimpianti”
B.B. si confessa: “Da decenni non metto più piede in un cinema. La mia vita a difendere gli animali. Dei miei amori restano bei ricordi. Mio nonno l’uomo che ho più amato”
di DARIO CRESTO-DINA – Fonte: La Repubblica.it
“JE ME FOUS”, me ne fotto. Eccola Brigitte Bardot, diventata prima Bri-Bri, la bambina, poi B. B., la donna creata da Dio, poi, molto prima che volessimo, quasi più nulla, un fantasma che non passa davanti agli specchi e che urla contro tutti dal suo nascondiglio, senza essere mai cambiata davvero, se non per le ferite che si è procurata da sé.
Settantacinque anni da ribelle che dovrebbe ma non festeggerà lunedì, mentre la Francia rivede i suoi film, accarezza nostalgica la sua bellezza, si fa risalire in gola il gusto del desiderio. Lei se ne frega, continua a fare ciò che le piace, molto poco, e a dare fastidio.
Quasi vecchia, quasi brutta, quasi cattiva. Eppure quasi dolce nella sua casa rifugio di Saint-Tropez, dentro le sue frasi secche e ruvide che sono epitaffi. “Una casa semplice, rustica, con travi e mattonelle provenzali, un grande camino, le pareti per le quali ho scelto i colori del sole, una casa piena di fiori e di animali”.
Lei è sola, signora. Si dice che solo chi ha conosciuto bene i suoi simili non teme la solitudine assoluta. È davvero così?
“Non lo so. Io ho scelto la solitudine per difendermi. Mi preservo dall’umanità che mi circonda, da questa umanità rumorosa e invadente. Vivo circondata da animali, alberi, fiori. Ho cavalli, asini, montoni, capre, maiali, galline, anatre, oche, piccioni. Poi, naturalmente, cani e gatti. Non so neppure quanti sono”.
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“La luna al traguardo del bosco” di Franco Seculin – Sabinae Edizioni
Pubblicato da Renzo Montagnoli
La luna al traguardo
del bosco
di Franco Seculin
Immagini di Otello Fabri
Edizioni Sabinae
www.edizionisabinae.com
Poesia silloge
Pagg. 58
ISBN: 9788896105214
Prezzo: € 12,00
I versi possono essere detti, anche gridati, ma la forza non sta nel tono, perché in quest’opera di Franco Seculin sono sussurrati, quasi pudicamente volessero svelare le emozioni dell’autore che desidera mostrare la sua presenza senza imporla, che ama comunicare senza pretendere, un’intima confessione, quasi bisbigliata, il cui ascolto deve essere scevro da preconcetti e da giudizi, perché il poeta racconta se stesso.
Sono episodi di vita, ricordi che riaffiorano in un’esistenza assai movimentata che l’ha portato dalla lontana Eritrea a vagare per l’Italia, vedendo luoghi, conoscendo persone, una casa ogni volta, un riadattamento continuo in una serie di esperienze che inevitabilmente si riflettono nella sua poesia che affronta i temi sempre determinanti dell’amore e della morte. Eros e Thanatos sono il contrappeso che bilancia la vita, con quella certezza di un termine che solo l’amore, pur nella sua possibile aleatorietà, può rendere accettabile.
Come un bimbo meravigliato,
ti ho visto aprire una finestra,
per appendere un azzurro nel sole.
….
Notte che vieni silenziosa,
ascolta:
l’uomo che muore ti dice
il saluto.
….
E’ un gioco di ombre e di luci, dove l’amore richiama l’azzurro del cielo e la morte rientra nel buio della notte, e quindi Eros e Thanatos sono sole e profondo nero, speranza e passione da un lato, rassegnata comprensione dall’altro.
E a convalidare questa discrasia pochi, chiari e mormorati versi:
Non c’è sole
Per chi non nasce
Libero.
Nella morte
Di ognuno,
Di noi resta il tempo
Delle cose passate.
E il tempo diventa la misura del vissuto, una serie ininterrotta di eventi che testimoniano che esistiamo, così che ciò che veramente conta è quanto si è fatto e non ciò che faremo.
L’amore per Seculin è passione, senza essere follia, è un sentimento che porta a emozioni contrastanti, a dubbi, a certezze, anche a speranze.
…
Lei.
E’ la mantide,
vorace e preziosa,
nascosta in una stella.
Lei.
E’ cometa e nemesi, a un tempo.
Per un passato e un futuro.
Incredibili.
Lei è tutto questo, e altro ancora,
ma… non lo sa!
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Invincibili – intervista a Jolanda Catalano
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Invincibili
di Jolanda Catalano
Nota introduttiva di Francesco Idotta
Edizioni Città del Sole
www.cittadelsoledizioni.it
Poesia
Pagg. 46
ISBN: 9788873510918
Prezzo: € 7,00
Quando vidi “2001 Odissea nello spazio”, il celebre film di Stanley Kubrik, rimasi fortemente impressionato dalla capacità del regista inglese di narrarci la genesi dell’umanità fino al suo compimento finale.
Analogo stupore ho ritratto dalla lettura di Invincibili, di Jolanda Catalano, un vero e proprio poemetto sull’evoluzione della specie, attuata con continue dilatazioni temporali che colgono gli aspetti essenziali dello sviluppo dell’essere umano, con stacchi sul passato e proiezioni sul futuro, in una continua e costante tensione armonica che riesce ad avvincere e a coinvolgere il lettore.
Dalla nascita della vita alla conoscenza prima animalesca dell’amore, poi alla sua sublimazione, è un percorrere poeticamente e con estrema capacità di sintesi la storia dell’uomo, di questo essere dapprima inconsapevole di esistere e che poi prende possesso della sua realtà oggettiva in una visione soggettiva che gli fa credere di essere l’unico, imponente, importante, sovrano assoluto del mondo.
La scoperta, o meglio le scoperte, in un essere che crede di essere invincibile della sua estrema vulnerabilità, non solo ai fattori esterni, ma alla sua dimensione intima, a quella sfera psichica che tende a esaltarlo, ma anche a deprimerlo, sono versi di accorata impotenza, la constatazione della nullità del suo smisurato orgoglio ( Non ti dirò di tutte le vergogne / che videro i miei occhi nel passare, / sappi soltanto che l’animale è buono / e l’uomo invece è perfido e crudele. /…).
Questa immagine riduttiva della propria capacità conduce l’uomo alla ricerca di chimere, a sprofondare nei sogni che esulano la realtà, in un viaggio, novello Ulisse, che non porta da nessuna parte se non a un malinconico ritorno a se stessi, con il rimpianto di quanto si è perso del poco che si aveva e che pur invece è tanto ( E piansi, finalmente piansi, / a lungo prostrato su me stesso / e mai un pentimento fu così grave / mai più ci fu una nave per il ritorno. /…).
Continua..
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Addio a Fernanda Pivano ultima grande americanista protagonista della scena culturale internazionale
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Addio a Fernanda Pivano
ultima grande americanista
protagonista della scena culturale internazionale
a cura di Iannozzi Giuseppe
Nanda Pivano è morta a 92 anni. L’ultima grande americanista, indiscussa protagonista d’un ideale gemellaggio fra la cultura italiana e quella americana, se n’è andata. Si è spenta in una clinica privata di Milano. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917.
Grande protagonista della cultura italiana, nel dopoguerra fu Nanda a far conoscere nel nostro Paese gli autori della Beat Generation, ma non solo. Dobbiamo a lei traduzioni immortali di grandissimi autori della Letteratura americana, da Edgar Lee Masters ad Ernest Hemingway, da Francis Scott Fitzgerald a Jack Kerouac ed Allen Ginsberg, firmando anche prefazioni per autori quali Dorothy Parker, Chuck Palahniuk, oltre a una fondamentale intervista a Charles Bukowski pubblicata in volume da Sugar edizioni.
Circa un mese or sono, nonostante la malattia, Nanda Pivano aveva consegnato a Bompiani la seconda parte della sua autobiografia, ultima fatica di un’intellettuale che ha vissuto sempre con passione, amica di tanti grandi della scena culturale internazionale.
“Sono quelle persone straordinarie che ci regala il cielo ogni tanto e che se ne vanno. La Nanda è una parte dell’universo, non una piccola parte di me che se ne va”. Così Dori Ghezzi, amica di Fernanda Pivano la quale fu ovviamente grande amica ed estimatrice di Fabrizio De André. “Fernanda Pivano ci ha insegnato un linguaggio universale che annullava tutte le distanze. Si faceva capire, dai più giovani a tutti gli altri”. E: “Sapevo che questa volta non ce l’avrebbe fatta e sono contenta di esserle stata vicina in questi ultimi giorni. Poche settimane fa, prima che io partissi per la Sardegna, avevamo cantato Bocca di rosa insieme. Ha lottato fino all”ultimo”. Ed ancora, ricordando quei giorni passati che li vide tutt’e tre insieme, Nanda, Fabrizio e lei, Dori Ghezzi: “Tra loro c’è stato un legame straordinario che ha coinvolto anche me. Ho avuto la fortuna di convivere con persone non comuni”.
Continua..
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Le quattro stagioni di un viaggiatore solitario, di Massimo Baldi
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Le quattro stagioni di un viaggiatore solitario
di Massimo Baldi
Nota iniziale dell’autore
Edizioni Creativa
www.edizionicreativa.it
Collana Versi Creativi
Poesia silloge
Pagg. 66
ISBN: 978-88-89841-808
Prezzo: € 9,00
Il titolo è abbastanza eloquente e la nota introduttiva dell’autore fuga ogni eventuale dubbio: le quattro stagioni sono quelle dell’esistenza, sempre uguali, ma giustamente sempre diverse fra loro.
Largo spazio e prevalenza di poesie è per quelle d’amore, così che non è difficile arguire che le stagioni del cuore appaiono all’autore quelle determinanti e che rendono il percorso terreno unico, irripetibile e fantastico.
E’ un tripudio così di omaggi alla compagna di una vita, osservata solo con gli occhi estasiati che può avere un poeta innamorato (Io, te e una terrazza sulla fine rena sabbiosa: / mille, e poi altre mille, onde spumose / in lontananza si increspano /…) oppure (Nei tuoi occhi smeraldo rinasco ogni mattino / e del tuo virgineo sorriso mi compiaccio. /…).
Appare così indubbia l’essenza emotiva che ispira e anima i versi e del resto che l’amore faccia andare il mondo non è solamente una frase fatta, ma è riscontrabile realtà, anche se purtroppo ai tempi attuali ci sono altri stimoli, ben diversi e spesso infimi, che sembrano presiedere alle vite degli individui.
Se nell’amore non c’è spazio per le metafore, nella tarda stagione, l’ultima, il ricorso a questo tropo trova il risultato migliore in La locomotiva in pensione (Sbuffa la vecchia locomotiva a vapore, / è un puntino lontano e avanza veloce in una / nuvola grigia: / e le ruote stridono, puzzo di ferro sulla strada / ferrata; / undici vagoni fedeli la seguono, in lenta processione. /…).
C’è anche spazio per lo sdegno causato dalla guerra, ma soprattutto per quello provocato dall’indifferenza, che senz’altro costituisce uno degli aspetti più negativi dell’attuale società.
E’ una visione sconsolata della vita che ha questo viaggiatore solitario, inteso in tal senso in quanto sconosciuto agli altri compagni di percorso; nondimeno sembra dirci che tutto può ricominciare con l’amore, salvezza e anche inizio di un nuovo mondo.
Non manca anche la poesia religiosa, semplice, non tronfia o retorica, ma che sembra il frutto di un dialogo intimo fra il poeta e Dio.
Concludono questo libro alcuni aforismi, o perle di saggezza come preferisco chiamarli io, e uno in particolare mi ha colpito per la sua logica stringente e perché rientra giustamente nel concetto di vita come quattro stagioni.
L’uomo
L’uomo giovane sperimenta la vita, il dolore, la
gioia, l’ira, l’amore, il sesso, la colpa, l’espiazione,
l’uomo vecchio la contempla con distacco e
saggezza.
E non poteva mancare quello sull’amore, che tuttavia non riporto, per quanto riuscitissimo, invitandovi quindi a prendere per le mani questo libro e a leggerlo con calma, perché vi assicuro che ne vale la pena.
Massimo Baldi è nato il 30 aprile del 1966 a Torre del Greco, in provincia di Napoli.
Attualmente risiede a Marino, ridente località dei Castelli Romani ed è felicemente sposato dal 1999: usa affermare, senza ombra di dubbio, che la sua compagna di vita rappresenta la Musa ispiratrice, una persona indispensabile come aria e ricca di infinite virtù.
Laureato brillantemente in ingegneria elettrotecnica nel marzo del 1993, lavora come consulente aziendale nel settore dell’Information Technology, tuttavia non ha mai smesso di coltivare l’immensa passione per l’archeologia, in particolare per la civiltà dell’Antico Egitto e, soprattutto, per la poesia, che ama sin dall’adolescenza; sognatore, romantico, caparbio e genuino, adora il contatto con la natura e ama viaggiare, conoscere nuovi luoghi, nuove culture.
Ha pubblicato la sua prima silloge, in qualità di co-autore, all’interno della collana “Spazio a chi sa scrivere”- Spiragli 54 nel 2003 (Editrice Nuovi Autori); tra il 2006 e il 2008 alcune sue poesie sono state inserite nell’antologia L’Eco del vento e all’interno della rivista quadrimestrale “Poeti e Poesia” (Editrice Pagine).
Altre sue poesie sono presenti su Siti letterari on line e sul suo blog personale.
Ha pubblicato il mio primo libro di poesie “a solo” Le quattro stagioni di un viaggiatore solitario nel febbraio 2009 con la Casa Editrice Creativa e ha in cantiere numerosi altri progetti.
Blog: http://maxbaldi.splinder.com/
Anna Lamberti-Bocconi – RUMENI Romanzo di storie – Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, collana Eretica
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
intervista ad
Anna Lamberti-Bocconi
RUMENI
Romanzo di storie
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Chi sono oggi i Rumeni? Perché parlare di loro e non dei contattasti ad esempio, o per assurdo degli scientologisti?
I rumeni oggi sono i borgatari di ieri, quelli che interessavano a Pasolini, per intenderci; le rumene oggi sono le ragazze friulane come mia nonna, e di tante altre regioni, che per un bel pezzo di Novecento sono venute a Milano a fare i servizi, brade, con la loro ingenuità e le loro parlate incomprensibili. Parlo di loro perché in questo momento ci sono loro, e con la loro presenza mi hanno facilitato a esprimere quel che sentivo, anzi, me l’hanno suscitato e reso urgente da dire, che è poi la ragione per cui si affronta la faticaccia di scrivere un libro. Trovo gli immigrati rumeni che ci sono qui da noi persone molto adatte a un ruolo di rappresentazione radicale dell’“altro”, che è un’entità tanto più inquietante quanto più simile a noi. I rumeni infatti ci somigliano, sono bianchi, europei, ibridati con i latini, non si distinguono da noi in apparenza, ma la loro posizione di estraneità sociale, in questo periodo fomentata a livello politico e che ne fa il gruppo etnico sotto tiro per eccellenza, li ha resi al mio sentire particolarmente adatti a incarnare un’alterità che non lascia tranquilla la coscienza, una specie di specchio dell’ombra.
Riguardo a contattismo e dianetica, poi, proprio per essere buona dirò che li trovo folklore perverso, bizzarria, prodotti periferici degli assestamenti neuronali della civiltà; avranno una funzione anche loro, ma non sono paragonabili a un popolo! I popoli sono verità storiche, assolute e profonde, mentre sette e gruppastri sono verità anche loro, ma interessanti solo da un punto di vista sociologico.
2. Negli ultimi anni si è detto di tutto e di più sui Rumeni. A tuo avviso, sono solamente vittime innocenti del sistema, o sono piuttosto anche carnefici di sé stessi?
Vittime innocenti forse sono solo i bambini… Il “sistema”, poi, è una parola-ombrello che va bene per tutto. Sappiamo che la vittima non è mai del tutto innocente, e il carnefice non è mai del tutto colpevole. E così però siamo ancora al punto di partenza: si è capito tutto e niente, si può dire tutto e niente. Scatta allora il desiderio di raccontare e di immergersi nelle storie e nelle emozioni, che è un modo di comprendere “da dentro”, oltrepassando categorie concettuali troppo schematiche che alla fine si autoazzerano.
Sui rumeni, e sugli stranieri in genere, mi pare abbastanza evidente che il tam tam sulla “sicurezza” eriga barriere in tutti, in noi ma anche in loro, accrescendo le chiusure e le difficoltà di comunicazione e portando a inasprimenti reciproci fra i gruppi. E’ una catena. Ma a me non piace parlare in termini di vittimismo, né vorrei partire da assunti di colpevolizzazione e assoluzione, due facce della stessa medaglia: si tratta pur sempre di un tipo di catene, è vero, ma più che di catene di colpe parlerei di catene di innocenze, e più che di sistema sociale parlerei di sistema dell’esistenza. Ed è qui che nasce la valenza emotiva del libro, che molti hanno notato e apprezzato.
3. Non è una novità per nessuno, ahinoi: lo straniero in Italia non è ben accetto. L’Italia accoglie molte etnie, i clandestini oggi sono equiparati a dei delinquenti, non c’è giorno che non scoppi un gran casotto: rumeni che stuprano, che rubano, che falciano vite guidando ubriachi e drogati, che rapiscono bambini… Per un omicidio colposo viene poi comminata una pena di tre anni di carcere ad esempio, la stessa che prende un italiano che in supermarket abbia rubato per fame un pacchetto di wafer del valore di 1 euro e 29 centesimi. Il tuo punto di vista è…?
Finalmente una domanda facile! Legge uguale per tutti, legalità pretesa da parte di tutti, a cominciare da Berlusconi fino all’ultimo dei rumeni; niente leggi speciali strombazzate per pura demagogia, che appesantiscono il sistema giudiziario e non servono a niente; il delinquente vada perseguito, indagato, giudicato e quanto ne consegue, senza che su ciò influiscano né la sua nazionalità né il suo censo. Infine: ricordarsi che la povertà non è delinquenza, ma contribuisce molto a crearla, proprio come la ricchezza!
4. Impossibile non notare in copertina la scritta bene in evidenza “… e allora dimmelo che non mi vuoi perché sono uno straniero di merda!”. Ti chiedo dunque di tracciare il profilo del tipico straniero di merda, commentandolo per cortesia.
Pensa che questa frase non è inventata: mi è stata rivolta davvero da un ragazzo rumeno che si è sentito rifiutato e immediatamente ha agganciato la sua rabbia per questo a una specie di paranoia verso di me. In questo caso, “essere uno straniero di merda” corrispondeva alla percezione di quello che credeva io pensassi di lui. Da questo si comprende che come per me il rumeno è straniero assoluto e fa vacillare le mie certezze, mi inquieta e getta dei lampi sulle mie debolezze, altrettanto siamo stranieri noi per loro e pertanto specchi di specchi, il pauroso sosia, la minaccia dell’alter ego, in una prospettiva perpetua che mi interessa molto.
A proposito della difficoltà a sentirsi accettati anche quando nei fatti è così davvero, come nella storia di Kostel, è curioso che proprio oggi ho finito un bellissimo libro di Mario Tobino su questo stesso tema, La ladra. E qui niente rumeni! Siamo nella Toscana del dopoguerra, con una popolana incapace di reggere l’atteggiamento aperto della ricca signora dalla quale è a servizio. E’ una riprova di quanto dicevo prima, che oggi ci sono i rumeni ma ieri c’erano altri, interpreti dei ruoli fissi e predeterminati di pertinenza costante degli scontri di classe e degli incontri difficili.
In sintesi, per me lo straniero di merda è quello che si barrica dietro al livello più superficiale delle sue tradizioni culturali per non evolvere mai, e trasforma la sua frustrazione in violenza.
5. Ed il profilo del tipico italiano di merda quale potrebbe essere?
Uh, non basterebbe tutto lo spazio di Internet per tracciarlo bene! Son stati bravi Tognazzi, Sordi, Gassmann e i mitici registi che li hanno diretti nelle grandi commedie all’italiana. Difetti di base mai cambiati. Ne conosco un po’ anche fra gli scrittori. Il campione dei campioni però è il presidente del Consiglio.
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Mara Venuto. Leggimi nei pensieri – Intervista all’autrice – Cicorivolta edizioni
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

in copertina, “City” (china e collage su carta) di Claudia Venuto,
elaborazione di Phab Postini
Mara Venuto
Leggimi nei pensieri
Intervista all’autrice
a cura di Giuseppe Iannozzi
1. Di te si sa poco o niente: chi è Mara Venuto, forse solo l’autrice di “Leggimi nei pensieri” edito da Cicorivolta edizioni? Racconta qualche cosa di te.
La premessa è che non amo molto parlare di me. Infatti, nella vita, essenzialmente ascolto. Ho fatto studi sociali e mi occupo di counseling: la mia è stata una scelta naturale, compiuta, tuttavia, dopo un percorso di auto-esplorazione durato qualche anno. Ho sempre amato ascoltare, le persone mi interessano profondamente, mi nutro di storie. Solo di recente mi sono avvicinata anche al mondo dell’informazione, a seguito della mia partecipazione, via webcam, al format di Maurizio Costanzo “Stella”, in onda sul satellite e in streaming: un’esperienza voluta, che mi ha messa alla prova sotto molteplici aspetti, facendomi crescere molto. Nella vita privata sono una persona serena, vivo un amore molto forte da alcuni anni, ho una sorella gemella artista e una famiglia presente.

Mara Venuto – foto per gentile concessione – [ c ] tutti i diritti riservati
2. So che ami la letteratura, soprattutto quella giapponese: chi sono i tuoi autori di riferimento e perché?
Le mie preferenze letterarie seguono un andamento fasico e, attualmente, mi sento vicina alla narrativa giapponese. Si tratta di una scoperta recente, tuttavia, posso dire che hanno colpito molto la mia immaginazione e il mio mondo emotivo, scrittori come Haruki Murakami, Inoue Yasushi e anche la Banana Yoshimoto dei primi tempi. Pur essendo autori diversi per epoca, storie, temi cari, hanno in comune un senso del tragico ineluttabile e i silenzi, muti ma non vuoti, colmati con solitarie e intense meditazioni. Andando a ritroso, ho amato moltissimo la letteratura sudamericana: Jorge Amado in particolare -“Mar Morto”, ad esempio, è stato una suggestione molto forte nella mia adolescenza-, ma anche Gabriel Garcia Marquez, Isabel Alliende, Luis Sepulveda. Di tutti, mi hanno attratta il legame onirico con la realtà e la passionalità della carne. Nel mezzo, mi sono accostata ad Albert Camus e a George Simenon che considero senza dubbio fra i più grandi scrittori del Novecento. Di Simenon ammiro anche la straordinaria prolificità, senza che mai il lettore possa chiedersi: << perchè quest’altro romanzo? >>; le creazioni linguistiche pulite, lineari; le atmosfere nere degli abissi intimi umani. Potrei elencare tanti altri autori che amo e da cui ho tratto emozioni e stimoli, ma mi rendo conto di essermi dilungata già troppo…
3. Leggendo i tuoi racconti, non ho potuto fare a meno di pensare a due autori, Haruki Murakami e Douglas Coupland, ma anche a molti esponenti dell’avantpop. Questo libro “Leggimi nei pensieri” – che è un vero brainstorming – accoglie fotografie perfette operate su quindici persone, normali o quasi: ci sono disperati, borderlines, drogati, massaie, non-amati, sognatori, sconfitti, amanti rifiutati, schiavi, poeti e persino un frate. Come hai maturato l’idea di dare voce a quindici personaggi diversi eppure fra loro legati da un comune, sottile ma resistente, fil rouge?
Mi sono piaciute molto le immagini che hai creato parlando dei miei personaggi, in particolar modo laddove li hai pensati come “non amati”, e questo perché in effetti hai colto il senso principale di “Leggimi nei pensieri”: le mie istantanee sulle vite di questi quindici personaggi vogliono essere proprio delle carezze. Carezze a volti spesso sfigurati da vite sofferte, soffocanti, ingrate e senza misericordia. Questi racconti sono voce di chi non ha mai trovato il coraggio di parlare, di chiedere, di chiamare; luce su esistenze anonime, quali quelle della maggior parte di noi, che nascondono anche nelle cadute, le tracce della possibilità di risollevarsi. I miei protagonisti sono, come ha ben scritto il mio editore nella quarta di copertina, semplicemente persone: vive, autentiche, finalmente senza maschere, poiché qui, nelle mie pagine, non ne hanno bisogno; non devono difendersi da nessuno, io li amo tutti e quello che mi auguro è che, al termine del libro, i lettori provino tenerezza per loro come per sé stessi. Per tornare poi alla tua domanda, l’ispirazione mi è venuta all’improvviso, senza un perché apparente: ero al cinema, a vedere un fantasy e, come sfilando l’uno dopo l’altro, mi sono apparsi i miei futuri protagonisti, portando ognuno con sé la traccia della propria storia. Nel buio, ho preso appunti sul biglietto e l’indomani, mentre studiavo per un esame, ho lasciato tutto e ho scritto di getto il primo – “Sandra”- . Poi sono venuti, via via, tutti gli altri. L’ordine con cui i racconti sono presenti nel libro, è quello di scrittura.
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Michael Jackson lo ricorda Lou Ferrigno. Sincera commozione per un ritratto inedito del Re del Pop
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Michael Jackson lo ricorda Lou Ferrigno
Sincera commozione per un ritratto inedito del Re del Pop
a cura di Iannozzi Giuseppe
Amici dal lontano 1995, Michael Jackson e Lou Ferrigno, l’ex Hulk rivela al Daily Mirror, con evidente commozione, che Jacko era in “ottime condizioni fisiche”, e racconta inoltre del suo rapporto d’amicizia con il Re del Pop svelandone tratti tenerissimi e inediti: “Michael era sottoposto ad uno stress tremendo ed è questo che lo ha ucciso. Aveva accumulato debiti per 400 milioni di dollari ed era come se avesse una pistola puntata alla tempia: per questo aveva deciso di tornare sulle scene.
Era un ragazzo fantastico, timidissimo ma molto dolce, che era consapevole di tutta l’attenzione di cui godeva, ma che quando era con me diventava una persona estremamente semplice. A legarci, è stata anche la nostra comune infanzia, fatta di soprusi e di dolore per colpa dei nostri padri. La sua via di fuga fu la musica, mentre la mia fu il body-building. In aprile, mi chiese di aiutarlo a rimettersi in forma in vista dei concerti di Londra: così andavo da lui tre volte a settimana con i manubri da poco più di un chilo per fargli fare gli esercizi, anche se Michael non amava i pesi, perché diceva che non voleva che gli venissero delle spalle e dei muscoli come i miei. Al che, io lo prendevo in giro, dicendogli che in nessuna maniera dei manubri di un chilo gli avrebbero fatto venire delle spalle grosse come le mie. Durante le sedute, parlavamo di tante cose: della vita passata e di quella presente, dei suoi sogni e delle sue speranze. Non c’erano guardie del corpo né security: lui non voleva nessuno intorno quando lavorava con me e spessissimo ascoltavamo della musica, Beatles e The Mama & The Papas in particolare. Michael mi ha pure insegnato il suo celebre Moonwalk, ma questo è un segreto che resterà con me.
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Con Tullio Avoledo dalla Nebbia in Regione fino a toccare la Luna – Lo stato dell’unione – intervista a Tullio Avoledo – Sironi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Con Tullio Avoledo
dalla Nebbia in Regione fino a toccare la Luna
Lo stato dell’unione
di Giuseppe Iannozzi
Impossibile non riconoscere a Tullio Avoledo una fantasia ai confini della realtà, una realistica fantasia che ottimamente si sposa con gli accadimenti del nostro tempo storico. Tullio Avoledo con “L’elenco telefonico di Atlantide” si è subito imposto all’attenzione di molti critici e lettori, ottenendo, meritamente, un forte consenso. E’ stata poi la volta de “Il mare di Bering”: e nuovamente, Avoledo ha fatto centro, confermando appieno il meritato consenso che ottenne con il suo primo romanzo.
Oggi, Tullio Avoledo torna con un nuovo lavoro, “Lo stato dell’unione”. Impossibile dare un’etichetta alla scrittura superlativa di Avoledo: i suoi romanzi sfuggono, non sono ‘etichettabili’ perché sempre profondamente originali. E’ fiction? narrativa, letteratura o super-fiction? Avoledo scrive a trecentosessanta gradi: nelle trame dei suoi romanzi confluisce tutto un “universo culturale”. L’autore spazia dalla citazione poetica presa a prestito da Emily Dickinson per arrivare fino a Michel Houellebecq, disegnando perfettamente la “mappa” e la “cognizione del dolore”. Ma Tullio Avoledo mette anche in evidenza tutto il marcio che fu di “Tricky Dick” Nixon attraverso un costrutto narrativo vertiginoso un po’ à la P.K. Dick, un po’ à la Chuck Palahniuk, con una sana dose di ironia lisergica à la Jonathan Lethem.
Ci troviamo in un’Italia costruita su “universi che cadono a pezzi” e la vita di Alberto Mendini, protagonista principale de “Lo stato dell’Unione”, è letteralmente a pezzi, e non solo metaforicamente. Alberto Mendini è già sulla cinquantina, un pubblicitario che ha non pochi casini alle spalle e la cui carriera sembra essere destinata a sfracellarsi nel nulla così come la sua vita coniugale. Invecchiato e ingrassato, ormai avviato ad un’inesorabile calvizie, a stento riesce a trascinarsi avanti nel fiume dell’esistenza: la moglie, ancora giovane, giorno dopo giorno, gli rammenta che è ormai un uomo prossimo al collasso. Non meno problematico è il rapporto con i figli: Alberto non riesce ad instaurare con loro un dialogo sincero, nonostante s’impegni parecchio per riuscire a tenersi stretto l’amore dei due bambini. Ma un giorno, quando sembra davvero che il suo destino sia già stato tutto scritto, alla sua porta bussa l’Assessore alla Cultura della Regione: riceve una proposta, un lavoro, metter su una campagna pubblicitaria in favore dell’“Anno dell’Identità Celtica”.
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Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati – recensione e videointervista – Bompiani
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Il bambino che sognava la fine del mondo
di Antonio Scurati
fonte wuz.it
“Era uno stato d’animo difficile da spiegare: una sorta di tensione nostalgica verso sfuggenti ricordi della mia infanzia. Uno struggimento per momenti dimenticati della mia vita di bambino, esperienze probabilmente terribili e per questo rimosse, ma comunque ammantate da un’indicibile tenerezza.
Inizio a parlare di questo bel libro di Scurati con la citazione di una recente recensione di Walter Siti (ottimo scrittore lui stesso) apparsa su La Stampa il 18 marzo scorso:
Con abilità di pasticheur, Scurati combina varie storie realmente accadute, dal tragico teatro di Rignano Flaminio agli shoccanti episodi che hanno sconvolto il Belgio; Bergamo diventa l’emblema del Male che sovrasta la tranquilla provincia italiana. Scurati usa materiali extra-letterari: statistiche, articoli di giornale (in parte veri in parte ritoccati), cita pezze d’appoggio con nomi e cognomi, da Massimo Gramellini a Enrico Mentana. Eppure il lettore un po’ avvertito lo sa, che nulla è successo a Bergamo: sia perché non ricorda nessuna grancassa mediatica, sia proprio perché legge in filigrana altri episodi, delitti accaduti altrove. Sono quasi sicuro che Antonio Scurati, con questo romanzo ci ha dato il suo libro migliore.
Concordo con Siti: anche per me questo è forse il libro migliore di Scurati anche se Il sopravvissuto è uno di quei romanzi che difficilmente si possono dimenticare.
Recentemente è uscito un cofanetto che recensiamo in questa breve rassegna torinese e si intitola, Governare con la paura. Non è un caso l’accostamento in questa sede perché il primo tema che da questo romanzo emerge è quello civile perché oggi la pura è instillata nei cittadini attraverso i media. Giornali e televisioni fanno a gara nel raccontare nel modo più truce episodi orrendi, che giorno dopo giorno creano negli italiani insicurezza e panico, un senso di debolezza che produce il bisogno di affidarsi a chi si dichiara capace di porre un argine al Male.
Continua..
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Giulio Mozzi nel suo giardino – intervista all’autore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Giulio Mozzi
nel suo giardino
a cura di Giuseppe Iannozzi
L’intervista risale all’agosto del 2005. Da allora alcune cose sono cambiate: non è più in Sironi editore. Ciò non toglie che “Questo è il giardino” è un libro che merita, così come merita d’esser letta questa intervista, a mio avviso ancora attuale.
[ g.i. ]
1. Chi è Giulio Mozzi? Forse solo uno che al telefono risponde “Pronti”? Ti do del tu, spero non ti arrechi fastidio. Dunque, chi sei veramente, e ti prego di non esser avaro di parole?
Giuseppe, alla domanda: “Chi sei veramente?”, non intendo rispondere. Credo di avere ottime ragioni per rifiutarmi. Il presupposto di una domanda come: “Chi sei veramente?” è che esistano, ben distinti, un mio “essere veramente” e un mio “essere non veramente”. Ora, io mi domando: sarei mai capace di “essere non veramente”? Mi domando anche: può mai un essere umano “essere non veramente”? Degli esseri umani che incrocio nell’esperienza, ho: i corpi, le parole, gli atti. In quei corpi, in quelle parole, in quegli atti, penso che tali esseri umani “siano veramente”. Non mi viene in mente di pensare che quegli esseri umani “siano non veramente”. Tutto è visibile, no? E se quel che è visibile è traccia di ciò che non è visibile – be’, è come dire che anche ciò che non è visibile è visibile (sia pure solo per tracce), no?
2. E Giulio Mozzi scrittore? e il curatore della collana indicativo presente in Sironi, chi è, chi sono?
Sempre lo stesso essere umano.
3. E’ giusto dire che “Questo è il giardino” è la tua prova letteraria più felice? E se sì, perché, per quali ragioni (motivi)?
Non so se sia giusto dirlo. Per me è soggettivamente vero: è la “prova letteraria” dalla quale ho ricavata più felicità (non solo felicità, peraltro).
4. Sbaglio o il racconto è quella forma letteraria che prediligi, in cui riesci meglio a descrivere situazioni, personaggi, luoghi e sentimenti?
Non “prediligo” il racconto. Mi pare che i racconti mi vengano generalmente bene; mentre i miei tre tentativi di romanzo (due gettati via, e il terzo ancora in corso) mi sembrano molto più scarsi.
Non credo che Maradona “prediligesse” il gioco del calcio. Avrei voluto vederlo in una squadra di pallacanestro.
(Non voglio paragonarmi a Maradona, per carità: lui ha molti più capelli di me).
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Bari, parla il trans: “Patrizia mi disse: o Silvio mi aiuta o lancio la bomba”
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Bari, parla il trans: “Patrizia mi disse:
o Silvio mi aiuta o lancio la bomba”
Manila Gorio, amica della D’Addario:
«Riferirò al pm del ricatto al premier»
di GRAZIA LONGO – Fonte: La Stampa.it
BARI – E’ stata eletta «Miss Trans» e si vede. Sorriso smagliante, occhi verdi, fisico da sballo, Manila Gorio, da 10 anni amica del cuore di Patrizia D’Addario è impegnata su una spiaggia di Trani (poco distante da Bari) a coordinare un gruppo di belle ragazze per il suo reality su Teleregione. In mezzo a queste aspiranti showgirls in passato c’era anche Barbara Montereale, ospite del premier Berlusconi sia a Palazzo Grazioli sia a Villa Certosa. «Ma solo come accompagnatrice, a Patrizia gliel’ho presentata proprio io. E sempre io ho messo in contatto altre ragazze immagine con Nicola D., detto Nick o Fashion, che poi le portava da Giampaolo Tarantini. Giampi si affidava un sacco a Fashion (il quale, secondo indiscrezioni giudiziarie sta per ricevere un avviso di garanzia per detenzione di sostanze stupefacenti a fine di spaccio, ndr)».
Patrizia le ha raccontato della notte trascorsa a Roma nella camera da letto del premier a Palazzo Grazioli?
«Certo che sì. Siamo, anzi è meglio dire eravamo, amiche come sorelle. Ognuna conosce i segreti dell’altra. E posso dire che Patrizia non ha ancora detto tutta la verità».
E che cosa secondo lei avrebbe omesso di dire quando è stata interrogata?
«La molla che ha scatenato tutto sto’ pandemonio intorno a Berlusconi. Perché è vero che lei si è infilata nel suo letto per i 2 mila euro che le ha dato Tarantini. Altrettanto vero è che ha videoregistrato momenti di intimità col presidente del Consiglio. Lo ha fatto perché è furba e già a novembre, quando è stata Roma, pensava di poter sfruttare la situazione. Ma non è stata sua l’idea di denunciare la cosa alla Procura».
E’ convinta che gliel’ha suggerito qualcuno di rivolgersi alla magistratura?
«Non proprio: è stata direttamente lei a chiedere aiuto a dei politici pugliesi spiegando il materiale bomba che aveva tra le mani».
Questa confidenza gliel’ha fatta direttamente Patrizia?
«Mi ha raccontato tutto per fila e per segno. Io l’ho sconsigliata perché mi pareva una follia, ma lei non ha voluto darmi retta».
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Davide Bregola: Bellezza, Verità, Felicità
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Davide Bregola
Bellezza, Verità, Felicità
a cura di Iannozzi Giuseppe
Avevo inizialmente proposto a Davide Bregola delle domande per una lunga intervista. E io che sono un po’ carogna ci avevo ficcato dentro di tutto e di più. Davide, con molta schiettezza e cortesia, mi ha spiegato d’essere in questo periodo molto impegnato; però non voleva lasciarmi a becco asciutto e così mi ha scritto questa lettera ricca di saggezza in fiore, accordandomi il permesso di renderla pubblica. Gliene sono assai grato.
La lettera che Vi accingete a leggere accoglie considerazioni intorno all’editoria, agli scrittori e non da ultimo intorno alla filosofia di vivere il “quotidiano” senza inutili affanni.
Links, eventuali grassetti e corsivi sono una mia personale iniziativa.
Ecco a Voi la lettera di Davide Bregola.
Leggetela con attenzione, così come ho fatto io.
g.i.
Bellezza, Verità, Felicità
Ti spiego: Il libro delle più belle ninne nanne sta andando molto bene e quindi ho pensato di fare una trilogia “sul linguaggio” che avrà a che fare con gli indovinelli e le filastrocche. Si andrà a costituire così una trilogia dedicata ai generi minori ma molto importanti creati dai popoli nel tempo e che per me rappresentano la vera vivacità e la vera vitalità della lingua.
Ninne nanne, indovinelli, filastrocche. Ogni libro avrà una parte teorica finale che permetterà di creare le proprie cose.
Barbera editore ne farà un cofanetto che per me assieme al libro sulla Bellezza rappresenta la svolta. Affrancatomi dai pettegolezzi letterari e dai romanzi che durano un giorno e poi invecchiano precocemente mi vorrei dedicare solo alle cose che durano, alle tematiche solide, importanti, che non sono mai di moda perché ci sono da sempre e sempre resisteranno. Voglio avere a che fare con persone “normali” e non con disadattati egocentrici che a ogni piè sospinto leggono o scrivono un capolavoro. Non mi interessa essere famoso e non mi interessa chi vuole diventarlo per una decina di giorni e poi ritornare nel proprio stato catatonico.
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Dal baco alla seta
Pubblicato da Kristalia
Per il ciclo “La maschera“
Intervista a Jackie
“Transgender con una scintilla di follia, temprata però dall’esperienza.
Credo fermamente che amicizia, sincerità, coerenza, siano i valori con i quali il mondo può migliorare, iniziando con un po’ di buon senso da noi stessi. Attualmente, vorrei buone amiche e buoni amici, per condividere tutto questo!”
Con queste parole, Jackie si introduce nel suo blog.
-Jackie, hai letto la mia introduzione: sei d’accordo, vuoi aggiungere qualcosa?
Sì, in linea generale sono d’accordo. C’è bisogno di creare un nuovo punto di vista scevro dall’immagine sensazionalistica e grottesca che l’opinione comune ha della transessualità. In poche parole, è l’obiettivo di equiparare il genere sessuale di appartenenza, con quello vissuto esteriormente, ovvero, come ci vedono gli altri. L’esigenza di correggere il sesso genetico (quello della nascita) con il proprio vissuto interiore che appartiene, nel transessuale a tutti gli effetti, a quello opposto, eliminando, quindi, questa dicotomia.
Questa è, per definizione la “disforia di genere”.
-Tra chi ha completato la transizione e chi si è fermato alle terapie ormonali, c’è attrito: le operate – sempre che si dichiarino – sostengono che il mancato intervento chirurgico denota mancanza di completamento e quindi mancanza di coraggio per passare a tutti gli effetti al sesso di identità. Non pensi che questi conflitti confortino le discriminazioni da parte della società?
Hai ragione. Esiste questa mancanza di un filo accomunante, non solo nella realtà transessuale, ma anche in un più ampio respiro, nell’intesa con gli omosessuali.
Sarebbe auspicabile il superamento delle divisioni intestine verso una condivisione politico-sociale degli obiettivi.
Il discorso è questo: finché non riusciremo a superare anche gli stereotipi ideologici (dell’appartenenza politica), non raggiungeremo l’obiettivo principale di restituire la dignità alle persone trans, che è il tema fondante e – se mi permetti – anche costituzionale.
Per quanto riguarda la scelta di completare la transizione, è un fatto caratteriale legato ai sentimenti e alle scelte individuali.
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Martita Fardin – Valeana – intervista alla professoressa che parla di anoressia
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Martita Fardin
valeANA
Storia ed epilogo di una ragazza anoressica dell’alta borghesia italiana
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Chi è Martita Fardin?
Traccia la tua biografia, per quei soli elementi che ritieni il lettore debba conoscere prima o dopo aver affrontato la lettura del tuo romanzo “valeAna”.
Sono una donna che è stata ossessionata dal lago, dalla magrezza e che ora è ossessionata dalla scrittura e dai suoi personaggi. Una persona ossessiva, insomma, nel bene e nel male.
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Professione escort
Pubblicato da Kristalia
Per il ciclo “La maschera“
Un tè con Elisabeth
La vita di una escort, la vita di una donna… i suoi pensieri, le sue lezioni, senza nessun pudore. Così si presenta Elisabeth nel suo blog.

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- Elisabeth, il termine escort, viene genericamente utilizzato per rappresentare tutta la prostituzione che non si svolge sulle strade. Ti va di descrivere brevemente chi è la vera escort?
La vera escort è una vera e propria rarità. Una donna colta, raffinata, elegante in ogni gesto, misurata… Una donna da cui pretendere dei picchi di piacere autentici, partendo dalla seduzione della mente fino ad arrivare ad un lungo, indimenticabile orgasmo fisico.
- Può esserci, dunque, erotismo vero fra prostituta e cliente?
Fra prostituta e cliente non so. Fra me e i miei clienti, sì.
- Perché, secondo te, questo tema è oggetto di tante inchieste e servizi televisivi e giornalistici? C’è curiosità, morbosità o intento delegittimante? Ognuno promette di trattarlo in modo esclusivo e innovativo, ma difficilmente ne viene fuori un servizio completo e veramente informativo: cosa impedisce di fare una buona inchiesta?
La totale disinformazione e la confusione tra puttane ed escort, ormai entra tutto nel calderone, basta parlare di sesso che poi è l’unica cosa che muove la curiosità della gente. A nessuno interessa sapere qual è la differenza tra una prostituta e una escort, la cosa fondamentale è che entrambe si vendono… eppure la differenza è sostanziale.
La escort offre un servizio di accompagnamento: il cliente può portarla a cena, ad un’inaugurazione, ad un evento. E’ normale che si aspetti dalla sua accompagnatrice, un atteggiamento consono all’ambiente: signorilità, eleganza, naturalezza, cultura… classe! Una escort deve sapersi integrare con disinvoltura in ogni contesto. Il sesso diventa per alcuni clienti un corollario, atto a completare il sogno di quella sera.
- Hai mai desiderato di re-incontrare un cliente perché ti piaceva ?
Sì, ma non l’ho mai manifestato, è sempre tornato lui, spontaneamente e con mio grande piacere.
- Hai sicuramente molti clienti che hanno dichiarato d’essere innamorati di te: di questi, è alta la percentuale di chi invece si innamora realmente, o è solo infatuazione?
La percentuale di chi si innamora veramente è dello 0,01%… il resto è dato dalla situazione, da una libertà del momento che fa stare bene, da attimi di totale abbandono della realtà per qualcosa che rilassa e fa stare bene… ma la vita è altro e anche l’amore.
- Può un rapporto di lavoro evolvere in amicizia? Se sì, è possibile anche fra escort e cliente?
Sì, può succedere ma è un’arma a doppio taglio da gestire molto, molto bene.
- Le escort spesso lavorano insieme, assecondando il cliente che propone il cosiddetto triangolo: lui e due donne complici anche nel gioco lesbo. Com’è il tuo rapporto con le colleghe al di fuori di queste collaborazioni? E con le donne in generale? Credi, cioè, che ci sia vera solidarietà femminile o è solo circoscritta alla necessità professionale?
Se non c’è un’intesa tra due donne, il triangolo risulta insoddisfacente per tutti. Le donne sono belle, ho un’amica con cui mi trovo così bene a letto che mi da anche enorme piacere coinvolgere nei triangoli. Deve essere così altrimenti diventa una finta e gli uomini non sono tutti stupidi, se ne accorgerebbero.
- Ok, ma c’è secondo te solidarietà tra donne, a prescindere dalla collaborazione professionale?”
La domanda mira a sapere se le donne riescono a solidarizzare fra loro, o sono antagoniste (non nel triangolo sessuale), nella vita, in società, nei giudizi.
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