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Manila Benedetto. Nessuno mi ha mai battezzata. Enrico Folci Editore

Manila Benedetto
Nessuno mi ha mai battezzata
Il primo romanzo di Manila
per Enrico Folci Editore

NMHMB

di Tittyna Cerquetti

Ursula Dufour è un’assassina. E’ il suo lavoro, il suo svago, il suo divertimento e la sua croce. Di più, potremmo dire che la morte, propria o altrui, è il nodo centrale di ogni sua azione, pensiero e riflessione. Ursula Dufour è una donna bella, senza passato e soprattutto spietata.

In fondo, uccidere è molto più semplice che pensare di morire.” Dice lei stessa di fronte ad una nuova missione.

Lavora per conto di una società internazionale, la “Safe&Clean”, che si occupa di uccidere la gente su commissione, non importa chi né perché. Contano solo i soldi ed un lavoro rapido e pulito, e Ursula Dufour è la più brava, in questo campo. A lei le missioni più difficili, lei la personalità in grado di fronteggiare i superiori tanto da suscitare amori celati e insofferenze palesi.

Se i lavori erano troppo lunghi qualcosa si complicava sempre. Da quando entrava in contatto con la vittima al suo assassinio non dovevano passare più di 15 giorni. Di solito ci metteva sempre di meno.

Questa è una storia. Una delle storie di “Nessuno mi ha mai battezzata“. Non è l’unica, però, giacché in questo romanzo il tema del doppio si sdoppia, e si sdoppia ancora, in un gioco spiazzante di figure e di nomi così repentini nell’apparire e scomparire da lasciare in attesa fino alla fine, fino all’ultima riga, quando il cerchio si chiuderà … forse.

Non è una scrittura semplice, quella di Manila Benedetto, scorrevole certo ma ricercata, ricca, che induce a fermarsi sui pensieri impressi sulla carta e che non lasciano indifferenti, come quando leggi qualcosa che hai pensato anche tu, senza mai avere le parole giuste per dirlo. All’azione vera e propria, che potrebbe indurre a ritenerlo un giallo, si affiancano le considerazioni personali del personaggio principale (di chi si tratta lo scoprirete leggendo) tipiche della letteratura noir, ma anche del romanzo nel senso più ampio del termine.

“Sì, gli uomini sono qualcosa che devo conquistare, che non mi deve essere dato così facilmente. No, non sapevo che farmene di un padre che fosse solo mio e che mi vivesse accanto. Il padre che mi era stato consegnato era parziale, metafisico quasi. Era un’entità per me. Un modello, un esempio, un dio personale. Che per restare tale doveva essere distante. Una presenza che c’era quando poteva esserci. Non c’era quando doveva esserci e forse solo di questo alcune volte, me ne sono dispiaciuta. Ma i dispiaceri di certe mancanze non sono così forti da restarti dentro.”
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Il canto maledetto

Roberto Mistretta
IL CANTO DELL’UPUPA

(Cairo Editore, 2008 pagg. 254, Euro 15,00)

IL CANTO DELL’UPUPA_cover

Il lugubre canto dell’upupa di foscoliana memoria si aggiorna, mantenendo la sua valenza negativa e perturbante, in un acrostico utile a criptare un sito internet e coprire le attività di turpi individui che hanno toccato il fondo più melmoso della loro umanità, se mai ne hanno avuta una. Ma questo è solo uno dei motivi che compongono l’ordito di questo giallo mediterraneo di Roberto Mistretta, giornalista di Mussomeli (Caltanissetta), la Villabosco dove sono ambientati i romanzi che vedono come protagonista il maresciallo dell’Arma Saverio Bonanno. Il libro è già stato pubblicato con successo in Germania e ora esce per i tipi di Cairo Editore con un consenso diffuso da parte di critica e pubblico.
Bonanno è una figura di tutore della legge che per ovvi motivi non possiamo fare a meno di accostare al più noto Montalbano di Camilleri, ma è bene puntualizzare quanto l’autore abbia lavorato sul suo personaggio per conferirgli alcune peculiarità che lo rendono un personaggio a tutto tondo. Bonanno non ha niente da spartire con una certa cervelloticità del più famoso Salvo. Potrebbe essere l’uomo della porta accanto, l’onesto professionista appassionato del proprio lavoro, col suo corredo di ferite esistenziali (è stato abbandonato da una moglie volubile e si occupa con maldestria e tenerezza della giovane figlia), con le sue debolezze (l’oroscopo che dice male e una tosse catramosa, scomoda eredità di un vizietto che attraversa il testo, pari solo a un altro suo vizio, quello della gola) e i suoi impacci, in special modo nei confronti della tecnologia e dell’altro sesso, per i quali prova sentimenti di inadeguatezza. Ma la sua carica di umanità risalta e lo nobilita anche nell’imminente pericolo, quando nel corso di un inseguimento preferisce non puntare la pistola, anche se per legittima difesa, su due ladruncoli e tossicodipendenti che gli sparano contro; o quando restituisce il denaro estorto dai protettori a due prostitute, mettendole sul primo treno utile per portarle il più lontano possibile dalla Sicilia. Continua..

Città di vetro, Auster Mazzucchelli Kasarik, Coconino Press

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CITTÀ di VETRO
Auster - Mazzucchelli - Kasarik

Paul Auster è autore di più di una dozzina di romanzi apprezzati in tutto il mondo e pubblicati in Italia da Einaudi. Città di vetro fa parte della cosiddetta Trilogia di New York, composta anche dai romanzi brevi Fantasmi e La stanza chiusa. Uno degli aspetti più caratteristici della sua produzione è l’attenzione alle conseguenze del caso sulla vita delle persone (elemento che dà anche il titolo a un suo romanzo, La musica del caso), accomunata da una acuta capacità di tratteggiare e approfondire i personaggi che delinea, vere e proprie metafore complesse della realtà che ci circonda.
David Mazzucchelli
nasce a Rhode Island (USA), vive e lavora a New York. Dopo aver segnato giovanissimo con la sua impronta l’universo dei supereroi (il memorabile ciclo Born again per Devil e la miniserie Batman: Year One, entrambi su testi di Frank Miller), ha scelto una strada più personale, fondando la rivista Rubber Blanket (1991), vero e proprio laboratorio artistico personale, dove ha sperimentato nuove narrazioni, stili e approcci al fumetto. Ha pubblicato su testate come The New Yorker e The New York Times, e ha accettato la sfida lanciata da Art Spiegelman di adattare il complesso romanzo di Paul Auster Città di vetro. Da qualche anno insegna disegno e sceneggiatura alla Rhode Island School of Design e per alcuni periodi dell’anno vive e lavora in Giappone. I suoi lavori sono stati pubblicati in Francia, Svizzera e Spagna. In Italia la Coconino Press ha tradotto Big Man, Discovering America e Phobia. Continua..

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Satiro metropolitano in salsa veneta

50 di bocca_cover_bookmark

50 di bocca il vizio della notte (Giraldi editore, 2007, pagg. 127, Euro 12,50) è l’ultima fatica narrativa dello scrittore vicentino Ausilio Bertoli. Sociologo di formazione, Bertoli ha al suo attivo vari libri, da Il veggente di Bovo (Solfanelli, 1991), passando per Amore per ipotesi (Campanotto, 1994), Ricerche amorose (Campanotto, 1998), fino ad approdare al più recente – un saggio – i temi della comunicazione (Lupetti & Co., 2004). La sua produzione narrativa ha il comune denominatore tematico di offrirci degli squisiti ritratti di personaggi veneti, cesellati al bulino (Gente tagliata è, guarda caso, il titolo di una felice silloge di racconti, Edizioni del Leone, 1996), profondamente radicati nella loro terra, colti nello smarrimento, nel disagio del passaggio brusco – e non certo indolore – da un retroterra rurale al confronto-scontro con i nuovi stili di vita della società urbana e con quel celebre, dibattuto e controverso miracolo socio-economico che va sotto la denominazione di Nordest.

50 di bocca il vizio della notte è il prodotto collaterale di un vasto progetto di ricerca, attinente alla sociologia della devianza, ma per sbaragliare il campo da equivoci ribadisco che si tratta di narrativa “pura” e non di romanzo-documento nella sua propria accezione del termine. Bertoli disponeva di materiale interessante; la sua formazione di sociologo gli ha conferito la competenza adeguata, professionale, a svolgere interviste e rilievi “sul posto” – mettendo pure a repentaglio la sua incolumità – ma non troverete nulla di tutto questo nel libro. Lo scrittore Bertoli ha optato per la forma romanzo – o racconto lungo in questo caso, senza partizione in capitoli bensì in scene – cercando di mantenere lucido e disincantato lo sguardo dell’esperienza, chiudendo le porte alla sociologia e a tentazioni di giudizio etico e morale su quanto esperito. L’ammirevole intuizione dell’autore, in 50 di bocca il vizio della notte è stata quella di aderire tecnicamente al punto di vista di Basilio Bossio, il protagonista del libro, “lucciolomane” impenitente, fautore dell’adescamento compulsivo, puerile nella sua sdilinquita predilezione per la bellezza delle passeggiatrici dell’Europa dell’Est, quanto perturbante e suo malgrado pericoloso nel perseguire a ogni costo le sue ossessioni.

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Iole Tassitani sgozzata e fatta in 29 pezzi con una sega elettrica. Michele Fusaro si dichiara innocente.

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Iole sgozzata, in 29 pezzi con la sega elettrica
Il risultato dei primi esami sui resti del cadavere
eseguiti già la sera del 23 dicembre

ROMA - Iole Tassitani, la figlia del notaio di Castelfranco Veneto ritrovata cadavere in un garage privato di Bassano del Grappa, è stata fatta a pezzi con una sega elettrica e divisa in ventinove parti. È quanto emerge dalle indiscrezioni del primo esame sui resti del cadavere eseguito dal medico legale di Padova la sera del 24 dicembre. Lo scrive Il Gazzettino, anche se si attendono ancora i risultati dell’esame autoptico che dovrebbero essere resi noti nelle prossime ore.
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La donna che parlava con i morti, di Remo Bassini - Newton Compton Editori

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La donna che parlavo con i morti
Remo Bassini
Newton & Compton editori

Romanzo difficile questo di Remo Bassini, quasi la ricerca di una prova della maturità letteraria, e non solo quindi una conferma della consapevolezza artistica delle opere precedenti. Ritroviamo in questo testo elementi già presenti e radicati, soprattutto in “Dicono di Clelia”, un intreccio di storie e di personaggi apparentemente non collegati, ma che poi finiscono con il convergere in un’unica visione comune che, nel caso specifico, è la realtà attuale, sempre frutto dei trascorsi, di quel passato attraverso il quale costruiamo poi il presente.
Non intendo considerarlo un romanzo di genere, perché la tensione emotiva propria del giallo è nel DNA di Bassini, né posso intenderlo come un testo in cui si sviluppa l’esoterismo, anche se questo finisce con l’essere presente, ma non costituisce l’elemento dominante.
A fare i conti con il passato sono tutti i protagonisti di questa vicenda e in primis quello principale, quell’Anna che di cognome fa probabilmente non a caso Antichi, quasi un emblema della finalità dello sviluppo narrativo. E’ a lei soprattutto che l’autore rivolge la sua attenzione, in modo quasi ossessivo, perché è lei che dà il ritmo della narrazione, che si esprime attraverso una serie di flash back che rimandano di volta in volta a vicende passate.
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Giancarlo De Cataldo, intervista apocrifa e acrilica al 100%

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Giancarlo De Cataldo
intervista apocrifa e acrilica al 100%

Ho avuto la fortuna e il privilegio di incontrare Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo criminale e Nelle mani giuste.

Ci siamo trovati in Torino, proprio in quel caffè che frequentava Cesare Pavese insieme a Luigi Einaudi. Subito ci siamo salutati. Giancarlo De Cataldo ha una mano forte, calorosa. Si è messo a sedere. Gli ho chiesto se potevo registrare la nostra conversazione. Abbiamo iniziato a parlare prima a ruota libera, poi, centellinando una cioccolata calda le domande a De Cataldo sono venute spontanee.

Questo è il risultato.

«Il fatto è che ogni delitto mi affascina nell’intimo più profondo. Ci trovo sempre un chiodo fisso che entra in sintonia, che entra in contatto con le mie proprie paure: non escludo che in un’altra vita possa reincarnarmi in San Francesco o in Charles Manson. E’ così, la mente umana oltre ad essere un dedalo tende allo stesso tempo alla santità e al diabolico. Ciò è ancora più evidente quando il delitto di cui vengo a conoscenza coinvolge i miei rapporti con gli altri, la famiglia, i vicini di casa, le mie abitudini. Poi, essendo io uno scrittore, cerco sempre di darmi un’occasione per mettermi in mostra, spesse volte in maniera esagerata; amo l’attenzione mediatica, quell’interesse oppiaceo che a fine giornata mi fa esplodere la testa in milioni d’immagini di cronaca nera. Mi sento assassino anch’io, come nel più grande thriller che abbia mai letto, “Io uccido” di Giorgio Faletti. Faletti è un autore geniale, lo invidio, non posso farne a meno». Così parla Giancarlo De Cataldo.

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Cinzia Pierangelini, Eraclito e il muro, Edizioni GBM

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Eraclito e il muro
Cinzia Pierangelini
Ed. GBM

Cinzia Pierangelini è nata nel 1963 a Messina, dove oggi vive. E’ docente e violinista. Il suo esordio letterario risale al 2004. Molti suoi lavori, vincitori di premi letterari, sono editi in antologie, in e-book e in riviste. Con diverse case editrici ha pubblicato: “Dall’ultimo leggio, raccolta di racconti” (Traccediverse); “La Quaresima”, racconto compreso nell’antologia “Quindici passi nel buio” (Traccediverse); “L’origine”, nell’antologia “Il mio mare”; “Il viaggio”, nell’antologia “Libera uscita” (Delosbooks). In stampa la poesia “Quando Jasmine sciolse la sua treccia” selezionata per un’antologia poetica (Aletti Editore) e il racconto “La signora Rosa” selezionato per un’antologia erotica (Delosbooks). In editing il romanzo per ragazzi “Il professor Scelestus” e in attesa di editore il romanzo “La jatta”.

Si potrebbe scomodare Leonardo Sciascia per “Una storia semplice”, si potrebbe scomodare anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa per “Il Gattopardo”. Ma un paragone preciso, perfettamente lineare, non è possibile, non quando si ha a che fare con la bella scrittura di Cinzia Pierangelini, che ha dato alle stampe un romanzo particolare e per linguaggio e per particolari folcloristici: “Eraclito e il muro” è una partitura di per sé semplice, non fosse per il fatto che Matteo Micciché, protagonista più in vista di questo romanzo, è suo malgrado il rappresentante più terra terra d’una certa cultura fatta d’impicci di bugie d’intrallazzi, di falsità e invidie. Matteo Micciché incarna non solo una Sicilia provinciale e malata, più di tutto è l’essenza stessa di quella croce atavica che l’Italia pressappochista si trascina dietro da almeno un secolo e che è diventata pesante e sin troppo evidente dopo la IIa Guerra Mondiale, negli anni Cinquanta e Sessanta, quelli della Ricostruzione e degli abusi, non solo edilizi ma anche ideologici. E’ sì dunque una storia semplice ma in verità complicata: un critico di spettacolo, musicista fallito, invidioso dei successi altrui - o perlomeno di quelli che agl’occhi non troppo attenti del pubblico potrebbero sembrare manifestazioni artistiche con un non so che di miracoloso -, non ha mai pace e con penna velenosissima stronca ogni spettacolo teatrale e musicale, senza neppure averlo visto con attenzione. L’importante, per questo sédicente critico, è di far notare, tramite il suo giudizio negativo, il declìno delle arti; peccato che i giudizi da lui portati siano inficiati dall’animo malevolo che si ritrova e che finisce col condannare tutto, per il semplice gusto d’aver così scritto un’ennesima condanna - forse non completamente ingiusta, un minino di dubbio è d’obbligo anche per un caso clinico qual è Matteo Micciché. In paese, Matteo non è ben visto: non si può dire che abbia degli amici, difatti non c’è uno che vorrebbe averlo accanto: anzi, i più sono favorevoli all’allontanamento di quello che è un pericolo per le arti e per il paese. Ad un certo punto, Matteo perde la testa, letteralmente, per colpa d’una coppola. Sì, di un cappello!.
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Gianni Bonina, Il carico di undici, Le carte di Andrea Camilleri, Barbera editore

 

bonina_big.jpgGianni Bonina

Il carico di undici

Le carte di Andrea Camilleri


Apologia camilleriana, con buona pace di Garaz.

Qualche sera fa leggevo il gigantico saggio su Camilleri scritto da Gianni Bonina, Il carico da undici. Le carte di Andrea Camilleri, acquisto obbligato per chiunque sia interessato all’opera dell’autore di Porto Empedocle. La sezione centrale del libro è occupata da una lunga, lunghissima intervista a Camilleri. A un certo punto si giunge a parlare de La presa di Macallè, e il maestro dice:
Qualcuno l’ha preso per un romanzetto erotico, anzi c’è stato chi l’ha addirittura classificato come pornografico. Una cantonata inspiegabile o troppo facilmente spiegabile. Ne sono rimasto, lo confesso, profondamente offeso. Per fortuna altri, sebbene pochi, l’hanno letto nel modo giusto: i Wu Ming, Grimaldi…” (p. 385)
E’ una grossa soddisfazione vedere che Camilleri ritiene il nostro il “modo giusto” di leggere uno dei suoi libri più importanti, forse il meno compreso (o compreso fin troppo bene e dunque scuncicato).
Camilleri è un autore necessario. Presto o tardi, chiunque in Italia si occupi di narrazione con serietà (ergo “non-seriosità”) dovrà fare i conti con quanto Camilleri ha realizzato: dedicarsi alla sperimentazione (anche dura) nella lingua e nella struttura narrativa ottenendo però un enorme, quasi osceno, priapesco successo di vendite, per giunta trattando temi incomodi, politicamente incandescenti. Continua..

Giancarlo De Cataldo, intervista apocrifa e acrilica al 100%

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Giancarlo De Cataldo

intervista apocrifa e acrilica al 100%

Ho avuto la fortuna e il privilegio di incontrare Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo criminale e Nelle mani giuste.

Ci siamo trovati in Torino, proprio in quel caffè che frequentava Cesare Pavese insieme a Luigi Einaudi.

Subito ci siamo salutati.

Giancarlo De Cataldo ha una mano forte, calorosa.

Si è messo a sedere.

Gli ho chiesto se potevo registrare la nostra conversazione.

Abbiamo iniziato a parlare prima a ruota libera, poi, centellinando una cioccolata calda le domande a De Cataldo sono venute spontanee.

Questo è il risultato.

«Il fatto è che ogni delitto mi affascina nell’intimo più profondo. Ci trovo sempre un chiodo fisso che entra in sintonia, che entra in contatto con le mie proprie paure: non escludo che in un’altra vita possa reincarnarmi in San Francesco o in Charles Manson. E’ così, la mente umana oltre ad essere un dedalo tende allo stesso tempo alla santità e al diabolico. Ciò è ancora più evidente quando il delitto di cui vengo a conoscenza coinvolge i miei rapporti con gli altri, la famiglia, i vicini di casa, le mie abitudini. Poi, essendo io uno scrittore, cerco sempre di darmi un’occasione per mettermi in mostra, spesse volte in maniera esagerata; amo l’attenzione mediatica, quell’interesse oppiaceo che a fine giornata mi fa esplodere la testa in milioni d’immagini di cronaca nera. Mi sento assassino anch’io, come nel più grande thriller che abbia mai letto, “Io uccido” di Giorgio Faletti. Faletti è un autore geniale, lo invidio, non posso farne a meno». Così parla Giancarlo De Cataldo.

Forse perché da piccolo non ha avuto su di sé sufficienti attenzioni? Perché parla di interesse oppiaceo?

«Quand’ero solo un bambino ho chiesto ai miei genitori un cagnetto, un volpino per la precisione. Non hanno mai esaudito questa mia modesta richiesta. E’ stato così che ho cominciato ad interessarmi di cronaca nera. Già allora sognavo di diventare un giudice. Ci sono riuscito, oggi sono giudice in corte d’Assise. Io guardo nell’utero sociale per strappare con le mie proprie mani le ragioni che inducono l’uomo al delitto. Per esperienza so che il particolare, il più insignificante e modesto, è in realtà l’indizio che porterà alla verità. Continua..

Mauro Casiraghi, La camera viola, Fazi editore

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Mauro Casiraghi

La camera viola

Fazi Editore

1. Una domanda piuttosto facile, o forse no, ma bisogna pur iniziare: chi è Mauro Casiraghi?

“Trentotto anni, milanese di nascita, residente nella campagna laziale, di professione sceneggiatore, fisico asciutto, padre di due figlie, cerca lettori affezionati per il suo primo romanzo…” Così, forse, mi descriverebbe la scheda dell’Agenzia Incontri di cui si parla nel libro. Sappiamo però che queste schede lasciano un po’ il tempo che trovano. Aggiungerei che ho studiato in Canada, che ho lavorato a Napoli e Roma, ma che in fondo sono rimasto un ragazzo di provincia. E che ora vivo in collina, dove combatto la mia battaglia quotidiana contro le formiche del giardino, un po’ come il protagonista de “La camera viola”. Ma le analogie si fermano qui. Almeno credo…

2. Come sei approdato alla scrittura? Il tuo romanzo d’esordio, “La camera viola”, è scritto con un impeto molto lucido, dove ogni battuta è ben calibrata… uno stile molto cinematografico.

Ho iniziato a scrivere racconti quando avevo sedici anni, dopo avere scoperto i libri di Kafka, Calvino, Joyce. Da allora ho sempre desiderato scrivere un romanzo. Il primo tentativo era intitolato “Morte al 49° parallelo” e voleva essere una spy story tipo “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene. Non sono andato oltre le prime tre righe… Seguirono altri tentativi, tutti insoddisfacenti. A vent’anni andai a studiare scrittura creativa in una università canadese, a Montreal. E’ vero che nessuno può insegnarti a scrivere, regole e manuali non servono a molto, ma i corsi di scrittura creativa sono comunque utili per due motivi: primo perché si fa molto esercizio; secondo perché ci si confronta con un gruppo di lettori. I lettori sono i migliori insegnanti per chi vuole imparare a scrivere. Fu un gran bel periodo quello. Amavo l’inglese e la letteratura anglosassone. L’unico problema era che io volevo scrivere in italiano. Così, dopo aver pubblicato un paio di racconti su una rivista, me ne tornai a casa. Alla Scuola Nazionale di Cinema di Roma presi un altro diploma – stavolta di sceneggiatore - e trovai lavoro come soggettista di fiction tv. Così ho iniziato a scrivere sceneggiature. Nel frattempo però la febbre da romanzo non mi era passata. Ho continuato a cercare la scintilla, quella stretta al cuore che si sente quando trovi la storia giusta, finché è arrivato Sergio con le sue formiche, la sua amnesia, e la donzella nella camera viola…

3. Sergio, reduce da un incidente accadutogli durante un’immersione subacquea, finisce in coma. Al suo risveglio parte della sua memoria è, per così dire, inaccessibile, ma nella sua testa la polaroid di una donna di spalle, nuda, davanti alla finestra di una camera da letto viola. Sergio è un uomo, non dico nuovo dopo il risveglio, però costretto a sciogliere le nebbie da quello che è un vero e proprio giallo dell’anima, la camera viola. Chi era Sergio prima dell’incidente? E dopo?

Prima di essere sfiorato dalla morte, Sergio era un uomo intrappolato nella sua solitudine, bloccato in una routine quotidiana di lavoro, partite di calcetto con gli amici, visite obbligate alla madre e alla figlia adolescente. Una vita come tante, fatta di giorni e notti che si susseguono sempre uguali, meccanica, inconsapevole, cieca e sorda al dolore sepolto in fondo al suo cuore. Tutto sommato, una vita semplice da vivere. Semplice come restare a galla facendo il morto. Dopo l’incidente, Sergio ha un vero e proprio risveglio. Si rende conto di avere vissuto un’esistenza anestetizzata. E’ proprio partendo da questa consapevolezza che cerca di ridare un senso alla sua vita. Niente di eroico, quindi, ma per lui è un passo in avanti enorme.
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Remo Bassini, “La donna che parlava con i morti”, Ed. Newton & Compton

bassiniremo.jpgRemo Bassini “La donna che parlava con i morti”
Ed. Newton & Compton – Collana Nuova narrativa – 2007
È una storia d’amore, l’ultimo romanzo di Remo Bassini. Una tormentata, incompiuta, struggente e rabbiosa storia d’amore. Potrebbe bastare questo, forse, per dire tutto delll’ultimo romanzo di Remo Bassini. Ma sarebbe poco, forse addirirttura niente, ad essere sinceri. Perchè “La donna che parlava con i morti” è anche una storia di dolore, che attraversa senza pietà quasi tutti i personaggi. È una storia di misteri, di segreti, di morti e di scomparse. È una storia di indagini all’italiana, tra le pieghe della provincia silenziosa e la città, con i suoi giochi di potere. È la storia di grandi donne come Anna Antichi, la protagonista. Ma è anche la storia di Cecilia, di Viviana, di Antonella. Personaggi vivi, completi, donne che potrebbero uscire da qualunque portone, lungo la via di casa.

È anche la storia di grandi uomini, laddove grande non sta per perfetto. Come Fabrizio, ispettore di polizia ed amore inseguito e sfiorato da Anna. Di Leone Antichi, il padre di Anna. È anche la storia di Attilio Gestacci, maresciallo dei carabinieri, e di Antonio, delinquente pentito. Continua..

Marino Magliani, Quattro giorni per non morire, Sironi Editore, collana Spore - recensione e intervista all’autore

quattrogiornibi.jpgMarino Magliani
Quattro giorni per non morire
Sironi Editore, collana Spore

Ci sono giorni che passano tutti uguali senza mai un incidente né una sorpresa. Ci sono giorni che sono di sicura monotonia dove a predominare è il sentimento che la vita sarà lunga, sicuramente destinata a una pacifica vecchiaia. E forse per vivere a lungo il segreto sta nel non porsi alcuna domanda né pretendere di più dell’aria dell’acqua e del pane che abbiamo a portata di mano perché fortunati d’esser nati in una regione aprica e modestamente ricca con un governo stabile. Eppure la vita è una incognita, soprattutto per quegli animi inquieti che non si accontentano di sopravvivere a sé stessi: è quanto accade a Gregorio, detto Colibrì o Brì, che in giovane età si reca in una terra lontana, nell’America Latina, con alcuni amici, alla ricerca di un tesoro grande, quello che potrebbe spiegare almeno in parte il mistero della loro esistenza o renderla migliore. Gregorio è giovane, ha tutto davanti a sé, il sole lo bacia in fronte: ma accade qualcosa che presto lo sprofonda nelle latebre più infinite del suo Ego disegnandolo sull’abisso del non-ritorno.
Continua..