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Leonardo Colombati e Perceber. Intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe

Perceber - Leonardo ColombatiLeonardo Colombati

Perceber

intervista all’autore a cura di Iannozzi Giuseppe

Una molto vecchia intervista. Si era sul finire del 2005 o giù di lì. In libreria usciva il primo romanzo di Leonardo Colombati, Perceber. Divise la critica. Chi lo osannò e chi lo distrusse senza pietà. Colombati, nel bene e nel male, fece parlare di sé.
In seguito Colombati diede alle stampe Rio per i tipi Rizzoli. Un flop disastroso. Leonardo Colombati ha di recente pubblicato un altro romanzo, per Mondadori, Il re: nessuno o quasi si è accorto di lui. Un altro flop? Così parrebbe.
Oggi Perceber viene ristampato, ma non per Sironi editore. Vabbe’. E’ però ancora disponibile nel catalogo Sironi. Fateci sù un pensierino, perché questo è il solo lavoro di Leonardo Colombati che val la pena di leggere. [ g.i. ]

1. Dovremmo forse iniziare con una domanda semplice prima di passare a quelle difficili veramente. Ma non è detto che sia facile rispondere a questa prima domanda che ora ti pongo: chi è Leonardo Colombati, l’Autore di “Perceber”?

Sono nato trentacinque anni fa a Roma, dove ho sempre vissuto, ad eccezione di due anni trascorsi a Londra). Mi sono sposato nel 1999 con Gaia ed ho due figli, Margherita (4 anni) e Matteo (2 anni). Per guadagnarmi da vivere vendo cavi in fibra ottica per conto di un’azienda inglese. Durante la mia non troppo significativa esistenza sono progressivamente ingrassato fino a raggiungere un “peso-forma” che lo sarebbe davvero se fossi grosso come Primo Carnera; e ho fatto in tempo a godermi due scudetti della Roma e una lunghissima serie di cocenti delusioni subite allo Stadio Olimpico, in Tribuna Tevere, dove sono abbonato dal 1974.

2. Ormai tutti sanno che hai impiegato ben dieci anni per scrivere “Perceber”. Cosa ha significato per te impiegare così tanto tempo dietro alla stesura d’un romanzo? Quanto ti ha impegnato e quante risorse hai dovuto compulsare per arrivare alla stesura finale?

Per il primo libro hai vent’anni a disposizione; per il secondo, sei mesi. Perceber è nato quando, a dieci anni, mio padre mi regalò il Tom Jones di Fielding in una vecchia edizione della Garzanti, con la copertina di tela beige e un leone rampante nell’angolo in basso a destra.  Lette le prime sessanta pagine, decisi che volevo fare lo scrittore. Fino ai miei quindici anni, non avevo nessuno con cui condividere la mia passione per la letteratura. Poi, un’estate, conobbi un ragazzo di Milano: Bernardino. Era un incrocio tra il Bruce Springsteen ritratto sulla copertina di Darkness on the edge of town e Joe Strummer dei Clash. Andava in giro in bicicletta con un cappotto nero, leggero, e quando le falde prendevano vento sembrava un pipistrello. Non solo gli piacevano i libri, ma sembrava averli letti già tutti. È stata la prima persona con cui ho potuto parlare di letteratura, e ancora adesso accolgo qualsiasi suo giudizio come il Vangelo. In quelle estati trascorse in Versilia s’andava perfezionando in me la scissione che sarebbe diventata una cifra definitiva del mio carattere. Con Bernardino discutevo di Borges sotto l’ombrellone, stando attendo a non abbronzarmi perché mi sembrava che il pallore potesse bastare a donarmi un’aria da “intellettuale”. Poi, la sera, cantavo Roma capoccia a squarciagola in un piano-bar. Questo per dirti che, ad esempio, ora che è uscito Perceber, la maggior parte della gente che mi conosce non riesce a far coincidere la mia immagine da cazzone con quella di uno che per più di dieci anni s’è messo davanti alla macchina da scrivere e al computer. “Ma quando l’hai scritto?”, mi chiedono. E capisco che non lo so nemmeno io.
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Paolo Cherubini per un amore oltre il tempo e lo spazio Historie d’amour

Paolo Cherubini per un amore
oltre il tempo e lo spazio
Historie d’amour

di Iannozzi Giuseppe

Per parlare di Historie d’amour di Paolo Cherubini è doveroso far riferimento a due autori francesi contemporanei: Marc Levy e Guillaume Musso, che nei loro romanzi inseriscono parecchi eventi più o meno sovrannaturali, appartenenti al mondo onirico e ad una linea spazio-temporale parallela. Per Paolo Cherubini questa volta c’è un romanzo che è una storia d’amore tout court, come preannuncia il titolo – non c’è via di fuga, l’amore è la prima e l’ultima necessità dell’uomo e chi non l’ha conosciuto, per codardia o paura, muore da solo e insoddisfatto.

historie d'amour - Paolo CherubiniChecché se ne dica, l’uomo ha da sempre cercato di allontanare da sé la nera falce della Morte per avvicinarsi agli Dèi da esso immaginati in gran pletora e con sembianze sempre diverse, a seconda dell’èra che l’ha visto protagonista. L’immortalità è il sogno dell’uomo ancor oggi e c’è ragione di credere che lo sarà sino all’estinzione dell’umanità tutta: la scienza riuscirà ad allungare la vita dell’individuo ma mai a fermare il processo d’invecchiamento delle cellule, che sono programmate per morire e che sono quindi deperibili, come qualsiasi cosa organica presente in natura. Solo se l’uomo riuscisse a dimostrare l’esistenza di Dio e a carpirgli il segreto del suo inalterabile DNA, potrebbe rendersi simile a lui e sfidarlo anche. Oggi, tuttalpiù può illudersi che le religioni dicano il vero e che la reincarnazione sia una possibilità di tornare in vita su questa terra, seppur in un corpo diverso e con pochi frammentati ricordi forse, più simili a déjà vu che a dei veri e propri brandelli di passato.

Paolo Cherubini ci racconta una favola d’un amore impossibile, che solo una reincarnazione degli amanti, in un altro tempo ed epoca, potrebbe salvare, consolidare e consumare. La storia ha inizio sul finire dell’Ottocento: l’ottuagenario Cornelio Rufo, di professione esploratore, s’innamora d’una donna più giovane di lui e che per altro è già sposata. Cornelio è un galantuomo e non ci pensa assolutamente a strappare la donna a un altro. E’ una persona di sani principi; non può però negare che il suo cuore batte per lei, pur ammettendo che lui Cornelio è un vecchio, di carni fruste e di rughe che non si contano per quante sono. Per Cornelio e Grimilde l’unica possibilità è quella di reincarnarsi, giovani e liberi entrambi, in un altro punto della linea spazio-temporale. Perché anche Grimilde ama Cornelio, ella accetta di condividere con il vecchio esploratore la promessa – e la scommessa – di incontrarsi e di amarsi se gliene verrà data la possibilità. Cornelio è un sognatore, ma è anche un uomo pragmatico: si mette in contatto con una strana setta, quella del Grifo, nella speranza che un giorno, lontano non si sa quanto, possa riportare in vita lui Cornelio e la sua Grimilde. Cornelio e la setta del Grifo già sul finire dell’Ottocento hanno in mente qualcosa di molto simile a quella che oggi la scienza indica col nome di clonazione. Già nell’Ottocento si parlava di biotecnologie, seppur il DNA non fosse stato scoperto e poco o nulla si sapesse di come avviene la riproduzione umana. Ovvio che c’è molta molta immaginazione, come in ogni romanzo d’avventura e d’amore, e di fantascienza. Tuttavia in Historie d’amour di Paolo Cherubini la fantascienza soggiace a un romanticismo spietato… spietato perché nei decenni a venire, per far sì che Cornelio e Grimilde tornino in vita, non poche vite saranno sacrificate sull’altare della scienza, anche di quella nazista.
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Hysteron – Il Sentiero nascosto di Fabrizio Corselli

Hysteron – Il Sentiero nascosto di Fabrizio Corselli

Disponibile per metà Marzo, in formato E-Book, l’opera di Saggistica “Hysteron – Il sentiero nascosto” di Fabrizio Corselli.

“Hysteron, il sentiero nascosto” è una raccolta di Saggi e Interventi brevi dell’autore sulla Poesia; una raccolta che segue un iter tematico ben specifico nel trattare canoni universali quali la Bellezza, l’Armonia, l’Euritmia, la Primordialità, l’Immaginazione, lo Stile, l’Eros e così via.

I testi, alcuni dei quali inediti, sono stati pubblicati su riviste del settore e presso siti di Fondazioni Internazionali.

L’opera sarà disponibile a metà Marzo, presso il sito Achilleion Sezione “Saggistica”, per il download.

http://www.achilleion.sitiwebs.com

Nasce Senzapatria editore

Nasce Senzapatria editore

di Gaja Cenciarelli

Quando nasce una nuova casa editrice è sempre una scommessa. Un grande atto di coraggio, una sorta di gesto rivoluzionario. Ammesso che sia compiuto con coscienza di causa, competenza e determinazione.

Il fondatore di Senzapatria è mio amico da anni. Carlo Cannella ha pubblicato con vibrisselibri Tutto deve crollare, un romanzo che ha spaccato in due le opinioni dei lettori: una storia che, di certo, non può passare inosservata e, altrettanto sicuramente, non si lascia dimenticare con facilità.

Carlo mi ha parlato tante volte, sia in Italia, sia ad Amsterdam – dove ha vissuto per anni – del suo sogno di fondare una casa editrice.
Ora il sogno è diventato realtà.
La determinazione di Carlo, caratteristica fondamentale cui ho accennato poc’anzi, ha riunito attorno a sé fior di scrittrici e scrittori che parteciperanno a un’antologia in uscita a maggio 2010 e intitolata Assedi e paure nella casa Occidente.
Sono felice di essere tra i fortunati che scriveranno per questo volume e di essere in compagnia di tanti amici già affermati, di indiscutibile talento.
Invito chiunque volesse saperne di più a cliccare su Senzapatria.
Auguro a Carlo Cannella e al suo sogno di diventare sempre più riconoscibile, sempre più concreto.

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Loredana Lipperini contro Maurizio Costanzo. Ma il giallo è presto svelato

Loredana Lipperini
contro Maurizio Costanzo
Ma il giallo è presto svelato


di Iannozzi Giuseppe

Loredana Lipperini, oggi, 3 marzo 2010, sul suo blog Lipperatura, scrive un post dal titolo più che mai eloquente: Brividi. Poco sotto poche parole in corsivo: Ricevo e pubblico, senza commenti.
Perché la Sig.ra Lipperini dovrebbe aver mai i brividi?
Un giallo.
Ma neanche poi tanto.
La collana da edicola Il Giallo Mondadori è stata affidata alle amorevoli cure di Maurizio Costanzo.
Ed i “brividi” di Loredana Lipperini possono solo significare che lei non è d’accordo. Che Maurizio Costanzo non gode della sua stima, come minimo. Che così le si rompono le uova nel paniere a lei e alla sua gang di fedelissimi.

Questa svolta significa soprattutto che Lipperini & Compagni incontreranno molte più difficoltà a piazzare i loro nomi nel catalogo del Giallo Mondadori.

Ne volete la prova?

Interviene GIanni Biondillo (mercoledì, 3 marzo 2010 alle 11:40 am):

Altieri è uno scrittore straordinario e un uomo meraviglioso.
Trovo la notizia scandalosa.

Interviene Alessandra C (mercoledì, 3 marzo 2010 alle 11:24 am):

Ma Mondadori non aveva accorpato la direzione dei Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania, sotto un unico direttore di collana?
La seconda domanda è, Costanzo dirigerà solo i Gialli o anche le altre testate?
Non capisco queste continue manovre. Mi sembrava che con Altieri il livello fosse tornato pù che decente.
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Andrea Bocelli cammina sulla Walk of Fame con Caruso

Andrea Bocelli

Andrea Bocelli cammina
sulla Walk of Fame con Caruso

a cura di Iannozzi Giuseppe

Un premio più che mai meritato in un’Italia che i riconoscimenti li regala a principi e a chi meriti non ha. Ad assegnarlo però non è l’Italia, bensì Hollywood: Andrea Bocelli, il tenore italiano più amato al mondo, è stato inserito nella prestigiosa Walk of Fame. Adesso c’è anche la sua stella: è il settimo italiano a ricevere il riconoscimento che, in pratica, elegge a Mito la star italiana: insieme ad Arturo Toscanini, Anna Magnani, Bernardo Bertolucci, Sophia Loren, Enrico Caruso e Rodolfo Valentino, oggi c’è anche Andrea Bocelli. Un onore quello di essere nella Walk of Fame che è per pochissimi, solo per chi di innato talento. Bocelli è in ottima compagnia: solo un altro tenore è insieme a lui, il tenore dei tenori Enrico Caruso.
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Nella sua forma onirica

goccia

Nella sua forma onirica

di LadyLuna

Liquidi rumori
uccidono un cielo allentato,
ogni superficie è piatta, stretta all’intrecciato pianto
di quanto mai inutile identità
sopra a un orizzonte eluso, levigato.
Forse
se Lei si sorgesse nella sua forma onirica
e dilatante le radici del midollo tossico smuoverebbe
universi di rame e allergie al nichel fuggirebbero
rigonfiando la terra di stupori.
Forse
in movimento di danza spiriti lievi fra i boschi arsi
nella dura eternità stupirebbero il mondo
e il Golgota d’acqua riavvolgerebbe la vita
nei suoi drappeggi annodati a questa terra da cui sorgo:
un cadere di goccia!
Liquidi rumori
in sapere che sia qui la pace, per toccarla
quando ancora è tanto lontana e non si trabocca.

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Morgan da Santoro con Celentano finalmente canta la sua canzone in Rai

Morgan da Santoro con Celentano
finalmente canta la sua canzone in Rai

di Iannozzi Giuseppe

Celentano, Adriano Celentano telefona in diretta ad Annozero e prende le difese di Morgan: “Prima di tutto complimenti per la trasmissione, meglio dei Raccomandati. Certo che è una serata pacata. Forse la droga calma un po’. Dopo che Filiberto ha partecipato a Sanremo è chiaro che per essere ammessi al Festival non c’è bisogno di essere dei cantanti. Quindi ci possono andare tutti, tranne quelli che fumano e ovviamente anche i tabaccai. Le sigarette fanno venire il cancro, ma anche le polveri sottili. Così ho saputo, voci di corridoio, che l’anno prossimo al Festival non ci sarà nessuno. Anzi Masi (Mauro, direttore generale della Rai, ndr) e Mazza (Mauro, direttore di Raiuno, ndr) preparano un decreto: esclusi tutti quelli che hanno l’automobile… Con Morgan la Rai è stata anche troppo buona. Credevo che lo fucilassero. Bisogna fare una distinzione fra ciò che fa bene e ciò che fa male. Ma non c’è nulla che faccia bene. Allora cerchiamo il male minore. Uniamoci tutti, politici, uomini di spettacolo, veline e Pupo. Siamo tutti colpevoli. E Sanremo non si farà più».
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Raúl González Salinero. Le persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano. Prefazione di Mauro Pesce, edizioni Graphe

Raúl González Salinero

Le persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano

prefazione di Mauro Pesce
ISBN: 978-88-89840-52-8
Pagine: 120 – € 13,50
Graphe edizioni


Le persecuzioni contro i cristiani nell'Impero RomanoIl tema delle persecuzioni è oggetto di interesse scientifico fin dal secolo XIX e ha costituito l’argomento di svariati romanzi e film nel corso del secolo scorso. La storiografia tradizionale, sviluppatasi fondamentalmente in ambiente ecclesiastico, ha contribuito decisamente a sedimentare nell’inconscio collettivo una serie di miti e stereotipi ideologici che, spesso, non corrispondono alla verità storica.

A partire dallo studio critico e minuzioso delle fonti antiche – e basandosi sugli apporti più recenti dell’attuale storiografia – l’Autore cerca di evidenziare in quest’opera l’origine, le cause, lo sviluppo e il fiasco storico delle persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano.

Ne viene fuori una sintesi critica rigorosa che intende svelare il vero significato di questo episodio storico, tanto essenziale nello sviluppo del cristianesimo (articolato in buona parte sul ricordo e sull’esaltazione del sangue sparso dai santi martiri) quanto falsato dall’anchilosata deformità dei miti e delle leggende alle quali ha dato origine.

«Il libro di Raúl González Salinero offre uno strumento essenziale per informarsi a fondo su tutta la questione senza alcun cedimento, né apologetico né negazionista. Un merito, non secondario, di questo lavoro sta nel confronto costante sistematico tra le fonti, citate ampiamente, con l’interpretazione storiografica. Credo che questo ne renderà molto utile la lettura» (dalla prefazione di Mauro Pesce).

Raúl González Salinero: Dottore in Storia Antica presso l’Universidad de Salamanca (1997) e Segretario Generale dell’Asociación Interdisciplinar de Estudios Romanos (Madrid) è attualmente docente presso il Dipartimento di Storia Antica dell’Universidad Nacional de Educación a Distancia di Madrid.

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A Mon Dragone c’è il diavolo, parola di Giona A. Nazzaro

A Mon Dragone c’è il diavolo

Giona A. Nazzaro

Prezzo euro 14,00 -Pagine 208 – Isbn 978-88-8372-487-9

GRUPPO PERDISA EDITORE


«Chi sei?» chiesi con un filo di voce. Al che Lui, come se dovesse dar retta a uno scolaro un po’ tardo, rispose: «Qualunque cosa la gente dica io sia, è ciò che non sono».

Una terra offesa e depredata, scavata tra colline brulle e spiagge devastate, che potrebbe essere il meridione d’Italia ma forse è solo l’Inferno: un luogo angusto e minaccioso, fatto di uomini spenti e donne stanche che reggono il peso di giorni in apparenza tutti uguali, dove ogni mattina si ricomincia a morire e ogni notte si prega e si trema, perché qui le presenze diaboliche sono reali quanto la pazzia e si susseguono senza tregua.

Nove avvolgenti racconti di angoscia e di orrore: bambini che incontrano il Diavolo, apparizioni perverse, possessioni, esorcismi e menzogne della mente, come altrettante metafore del lato oscuro della realtà…

Giona A. Nazzaro (Zurigo, 1965) è giornalista pubblicista e critico cinematografi co. È autore di Action! Forme di un transgenere cinematografico (Le Mani, 2000, menzione speciale al Premio Barbaro/Filmcritica). Ha scritto, insieme ad Andrea Tagliacozzo: Il cinema di Hong Kong: spade, kung-fu, pistole e fantasmi (Le Mani, 1997), John Woo – La nuova leggenda del cinema d’azione (Le Mani, 2000) e Il dizionario del cinema di Hong Kong (Universitaria Editrice, 2005). È inoltre autore di saggi dedicati al mondo della musica e ha curato libri su Abel Ferrara, Spike Lee, Gus Van Sant.

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Artifex additus artifici. Nuove riflessioni sulla creatività della critica in margine a “Il critico come artista” di Matteo Veronesi

Artifex additus artifici

Nuove riflessioni sulla creatività della critica
in margine a “Il critico come artista” di Matteo Veronesi
di Elisabetta Brizio – da Sguardomobile.it

Oscar WildeL’attività estetica, diceva Schelling in Sistema dell’idealismo trascendentale, vede il convergere di produttività conscia e inconsapevole. L’arte estrinseca l’identità originaria di natura e spirito, di necessità e di libertà, di atto soggettivo e intenzionale e di attività inintenzionale. L’ermeneuta può dunque arrivare a comprendere l’opera, come diceva già Schleiermacher, «innanzitutto al pari, e poi meglio, dell’autore stesso». L’interpretare è compito tradizionalmente deputato alla critica, la quale nondimeno talora può assumere essa stessa tutte le caratteristiche di un’arte peculiare, istituendosi come vero e proprio genere letterario.
È quello che si ricava dal volume di Matteo Veronesi, Il critico come artista dall’estetismo agli ermetici (Azeta Fastpress, Bologna 2006), incentrato sulla visione del critico come artifex additus artifici, come artista aggiunto all’artista: un creatore di secondo grado, che trae ispirazione dall’opera d’arte altrui, così come l’artista propriamente detto trae ispirazione dalla realtà, dalla natura, dall’umano. Presupposto fondamentale di Veronesi è che una critica artistica, e, per riflesso analogico, una critica della critica, una metacritica, possano avere un valore e uno spessore letterari.
Il rapporto tra poesia e critica, dice Veronesi (le cui argomentazioni sono volte a cogliere una ideale continuità nella visione del critico artifex anche all’interno di movimenti tradizionalmente dissimili, come quello simbolista e quello degli ermetici), non è una caratteristica esclusiva della modernità letteraria postbaudelairiana (emblematizzata da Baudelaire nel chiaroveggente e beffardo ammiccare all’hypocrite lecteur).
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Fabrizio Poggi e gli Angeli perduti del Mississipi tra storie e leggende di blues – MeridianoZero

Fabrizio Poggi

Angeli perduti del Mississipi
Storie e leggende del Blues

Prefazione di Ernesto De Pascale

Fabrizio Poggi - Angeli perduti del MississipiLa leggenda narra che Robert Johnson strinse il patto con il diavolo a un crocicchio, cedendo la sua anima in cambio del talento per suonare la chitarra come nessuno aveva mai fatto prima. Il blues nacque così: imbevuto fin dall’inizio di magia arcana e spettrale. Proprio per questo ancora oggi le sue formule, i suoi riti e linguaggi rimangono sconosciuti e occulti.
In Angeli perduti del Mississippi, Fabrizio Poggi [ http://www.chickenmambo.com ] decodifica i meccanismi che costruiscono le atmosfere rapinose e corsare che ammantano la musica del diavolo, e lo fa attraverso una miscellanea di micro-racconti, di frammenti narrativi incastrati come smalti e tasselli di un medesimo mosaico. Un affresco tanto affascinante da assumere i contorni di un viaggio letterario e culturale che odora di zolfo e distillerie, chitarre e demoni, e che porta progressivamente a trasfigurare l’opera in una ballata sulla musica nera.
Un suggestivo vagabondare, insomma, che disegna una geografia storico-sociale, oltre che musicale, stupefacente e ricca di spunti. Un libro che, in un’efficace galleria di personaggi, non manca di tratteggiare le vite dei principali alfieri del blues – da B.B. King a Bessie Smith, da Buddy Guy a Elmore James – ma che racconta anche il double talk, la lingua “nascosta” con cui i neri parlavano per non farsi comprendere dai bianchi, e l’hoodoo, quell’insieme di credenze popolari e pratiche magiche o propiziatorie, legato al mondo africano.
Angeli perduti del Mississippi mescola allora critica musicale e ricerca antropologica, narrativa d’avventura e di viaggio in una combinazione di linguaggi e ritmi davvero avvincente e imperdibile.
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Elido Fazi. Bright Star. Vita breve di John Keats. L’unico romanzo sulla vita del Poeta – Fazi editore

Elido Fazi

Bright Star. Vita breve di John Keats
L’unico romanzo sulla vita del Poeta

Elido Fazi - Bright StarSulla scia di un rinnovato interesse per la figura di John Keats, Bright Star ripercorre l’ultimo periodo della vita del poeta, diviso fra difficoltà economiche e travagliate vicende familiari. Con una costruzione narrativa a salti, frammentata, che imita e riflette la natura complessa dello stesso Keats, è ricostruita la personalità di un uomo che, affascinato dalle potenzialità della parola, si ritrovò, proprio in quello stretto giro di anni, a meditare sulle contraddizioni della vita.

In questo ritratto intimo che è prima di tutto resoconto esistenziale, l’incontro con personaggi come Shelley, Wordsworth, Coleridge, passa attraverso lo sguardo di un giovane di origini modeste ma dotato di una sensibilità speciale. La volontà di realizzare un’opera che fosse sintesi perfetta del suo pensiero si intreccia nel libro con episodi anche tragici riguardanti il destino dei fratelli, mostrando quanto momenti di esaltazione e momenti di sconforto si alternassero incessanti nella mente del poeta destinato a così breve esistenza.

Anche l’amore per Fanny, in cui culmina il desiderio di una comunione tra anime e una sorta di complicità non solo affettiva, intesa ideale e spesso in bilico tra ossessione e indifferenza, diventa qui ulteriore momento di riflessione. L’autore di questo libro, nella sua libera e appassionata interpretazione di Keats, riutilizza con disinvoltura la straordinaria opera poetica nonché l’ironico e ricchissimo epistolario originale, restituendo la figura del poeta, ma anche dell’uomo, nei suoi aspetti più inediti e nascosti. Grazie alla sua personale esperienza di editore, in più, Elido Fazi, in una sorta di identificazione con il suo personaggio, di cui ricostruisce stati d’animo e situazioni, adombra nelle figure del romanzo personalità legate al mondo intellettuale contemporaneo per un racconto intenso ed entusiasmante che ha tutto il sapore di un innamorato omaggio.

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“Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta”, Fermenti Editrice

Quattro stracci, una rupia
e una bambola di cartapesta

Felice Muolo

Barbie e la bambola di cartapesta

di Stefania Nardini

Felice MuoloNon ci vuole solo sensibilità ma anche coraggio per scrivere un libro mettendosi nella pelle di un bambino. Di bambini si può scrivere raccontando delle storie, si può scrivere per loro, ma costruire come protagonista una bambina di nove anni, indiana, adottata da una coppia di italiani, è un’impresa che richiede talento.
Felice Muolo, l’ha fatto, ed è riuscito a far parlare Pragasi immedesimandosi nei suoi sentimenti, nelle sue paure, nelle sue emozioni. Un libro “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta” (ed. Fermenti) che dovremmo leggere tutti. Il romanzo si legge in un soffio. Ed ogni pagina lascia riflettere, facendo sgranare gli occhi quando la bambina racconta del suo arrivo in Italia. Della sua Barbie che un turista le aveva donato, e con la quale le fu vietato di giocare, altrimenti sarebbe risultato un vistoso privilegio per gli altri orfani dell’istituto dove il sogno è un miracolo: avere dei genitori. Il bisogno d’amore di Pragasi è commovente. E’ nei suoi piccoli gesti, in quel suo guardare il nuovo mondo in cui si trova.
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Tiziana De Pace è nei TempInVersi, come Alice nel Paese delle Meraviglie

Tiziana De Pace
TempInVersi

come Alice nel Paese delle Meraviglie

a cura di Iannozzi Giuseppe

1. Iniziamo con un domanda difficile, perché devi e mi devi convincere della bontà della tua proposta letteraria: il tuo libro, TempInVersi (Cicorivolta edizioni) si apre con una citazione da Sylvia Plath. Oggi sopravvivono poche donne-poeta, in particolare due o tre, Saffo, Emily Dickinson e Sylvia Plath, tutt’e tre molto impegnative, anche per il lettore più scafato. Dunque, chi è Tiziana De Pace?

Credo non siano impegnative, sono invece in grado di creare immagini chiare e nitide nella mente di chi legge, di arrivare con forza in fondo all’anima. Penso, più che altro, che a molti manchi il coraggio di rapportarsi a scritture di questa intensità. Non c’è una gran propensione ad accettare le debolezze proprie, riconoscendole tra le righe di debolezze altrui, ma questo è un discorso talmente ampio… quindi …sì, cito Sylvia Plath, o meglio, cito un suo verso. Mi innamoro degli scritti prima che degli scrittori. Questo è fondamentale. Empatizzo fortemente con alcuni artisti, non posso negarlo, ma arrivo a conoscerli attraverso quello che raccontano tramite i loro scritti. Sylvia Plath, tra l’altro morta suicida, ha vissuto una vita tormentata, intimamente, sempre al limite, con quella malinconia dolce fissa in fondo agli occhi, che traspare anche dai suoi versi. Citarla è stato il mio modo di darle ancora voce. Di riscattarla.
Chiusa questa piccola parentesi Tiziana De Pace è una donna in crescita. Definirmi non servirebbe a nulla, perché non posso dire di esserlo, definita. Al contrario sono in continuo mutamento, sempre alla ricerca e ciò che conta dopotutto, non è chi io sia, ma quello che sono, i libri che scrivo. E’ più semplice sapere di me attraverso loro che attraverso una auto-definizione.

2. Quali autori hanno contribuito a darti un po’ di sé? E’ la tua scrittura il parto di una maturazione profonda, e io credo non sia stato per niente facile.

Iannozzi Giuseppe raccomandaMio padre collezionava libri. Fin da piccola, essendo sempre stata una bambina molto solitaria, per scelta, ho preferito i libri ad altro. Inizialmente guardavo solo le figure, poi, dai cinque anni in su, ho iniziato ad allenarmi alla lettura alternando le Fiabe dei Fratelli Grimm ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Carroll, passando per “Cuore” di De Amicis e finendo alle Poesie Thailandesi e Coreane. A dieci anni ero già innamorata di “Cent’anni di solitudine” e de “Il Ritratto di Dorian Gray”. A quindici divoravo De Sade e Lautreamont. Amavo Baudelaire e sognavo con Tolkien. Passavo ore in compagnia dei Vampiri di Anne Rice e mi lasciavo devastare da Madame Bovary. Sono andata avanti così, in altalena.
La realtà è che sono nata e cresciuta ibrida. Dentro è come se fossi spaccata in due. Non c’è un equilibrio perfetto tra le due parti di me, ma, al contrario una netta differenza. Io sbalzo, uso dirlo spesso, vivo a metà tra purezza e inferno, da sempre. Ho il mio mondo fatto di spazi incontaminati, Piccolo Popolo, Sogni, Magia e Incanto, e lì viene fuori il mio lato bambino che conservo e difendo con passione. Dall’altro lato c’è la me che si scontra e incontra con la vita. Che scende in strada, coltiva fobie, fa errori, vive di stomaco. Che si mette in discussione, fa i conti con traumi. Delusioni. Brutte realtà. Che si frantuma e ricompone mille volte al giorno. Le mie letture nascono dai bisogni intimi del momento. Cammino osservando gli scaffali delle librerie e so che ci sarà un libro pronto a scegliermi. Non sono io a decidere, è lui ad attirarmi a sé, a voler venire via con me. Fino ad ora, nessun libro ha sbagliato e fino ad ora solo tre libri sono riusciti a riunire le due parti di me, “La Divina Commedia” di Dante, “Le scarpe rosse” di Joanne Harris e “La casa degli Spiriti” di Isabel Allende. Inevitabilmente il mio modo di essere si riversa anche nella scrittura. Ed è lì che le due me riescono a convivere, a ricongiungersi, a volte, andare in giro a braccetto.

TempInVersi - Tiziana De Pace3. Difficile dire se TempInVersi sia poesia o prosa. La mia opinione è che trattasi di una narrazione imbastardita, prosa e poesia per dar corpo a un tutt’uno. Vorrei parlassi della gestazione della tua nuova opera, sotto un profilo tecnico, di stile, di emozioni provate durante la fase creativa anche.

Viene naturale continuare sull’onda della risposta data alla domanda precedente, perché il discorso fatto per le letture da me predilette e per il modo di essere vale anche per l’approccio alla scrittura che ho. Prosa dura e imbastardita, come tu la definisci, per la parte più reale e nera di me, poesia per la parte sognante. Scrivendo riesco a dare sfogo ad entrambe le nature e lo stile si è modificato, è cresciuto, si è plasmato seguendo il mio stato di evoluzione interno. Più cresco, imparo, sperimento, più lo stile prende forma. Questo mi piace. Mi piace l’idea che nulla sia finito e definito ma sempre in continuo movimento. Diciamo che questo appartiene un po’ a tutto quello che scrivo. La particolarità in “TempInVersi” è più che altro la scelta della punteggiatura, nell’esporre i concetti, quello si, è fortemente voluto. Nella prima storia troviamo una scrittura irriverente, in corsa, distorta e contorta, parole legate e una punteggiatura assente o non pertinente. E’ così anche la protagonista. Che sente sfuggire la sua identità, che non ha un nome, che è fatta e sfatta, poco lucida e incoerente. Nella seconda storia fa da padrona la superficialità. Lo stile di scrittura è molto infantile, il racconto è brevissimo e scarno esattamente come il mondo da cui decide di fuggire la protagonista.
Nella terza e ultima storia troviamo invece romanticismo e poesia, tra le pieghe e le righe di un vivere spietato e della tragicità in se per se. E’ uno scrivere poetico, che segue un po’ le onde del mare. Morbido, coccola, si spezza. Va e torna.
“TempInVersi” lo sento molto. C’è tanto di me in tutte e tre le storie. In tutte e tre le donne. E’ stato come chiudere tre cicli della mia vita e imprimerli su carta prima di voltare totalmente pagina e iniziare un’altra avventura. Un po’ come quando finisce una storia d’amore, “TempInVersi” è il mio addio a tre parti di me, che comunque porto dentro e che ora sono tasselli di quella che è la mia essenza. E’ stato faticoso ripercorrere alcuni eventi, richiamare alla memoria personaggi, fatti, scene, emozioni, è stato come spogliarsi, come mischiare sangue e sudore all’inchiostro, ma questo non può che rendere ancora più vive le tre donne di cui racconto.


4. Conosci Isabella Santacroce? In un certo senso il tuo lavoro mi ricorda un po’ la sua scrittura sospesa fra poesia e dannazione un po’ sadiana un po’ romantica.

Tocchi un tasto a me caro e allo stesso tempo dolente. Molti associano alla sua la mia scrittura. Premetto di apprezzare molto Isabella Santacroce, di aver letto tutti i suoi libri e di ritenerla tra le mie scrittrici contemporanee preferite. Oggi però tu mi dai modo di sfatare definitivamente la “leggenda” che mi vorrebbe suo “clone imperfetto” . Ti chiederai: Come?
Ti racconto come Isabella Santacroce è entrata a far parte della mia vita.
Agosto, caldo bestiale. Sono in macchina con degli amici per andare al mare e squilla il cellulare. A chiamarmi è un mio caro amico scrittore, da Roma, scherzando mi chiede se ho per caso pubblicato un libro, “Lovers”, sotto pseudonimo. Lo prendo in giro. Lo pseudonimo è “Isabella Santacroce”. Penso stia solo scherzando, mi dice che a lui pare assurdo, ma sembra “la mia mano”. Chiedo ai miei amici di fare un salto in libreria, quel libro esiste, lo compro. Lo leggo in spiaggia, isolandomi. Accolgo Isabella Santacroce e tutto quello che ha da raccontare. Attraverso le parole e tra le righe, soprattutto. Da allora non ho più smesso di leggerla. Di attendere i suoi scritti. Di sentirla a me affine, però ecco, ci tengo a precisare, la mia scrittura è indipendente da lei, non subisce la sua influenza, è nata prima che la conoscessi.
Una volta ho anche provato ad inviarle una copia del primo libro, “Lyberty Mode”, accompagnato da una lettera in cui le dicevo che a tratti ero spaventata da questa “somiglianza” e che probabilmente qualche frammento della nostra essenza si sarà accoppiato da qualche parte del mondo, un giorno. Cose così insomma.
Peccato, non mi ha mai risposto.
Mi sento quindi di affermare, che forse, sono più romantica di lei.

5. Scrivi di tuo pugno la quarta di copertina (ideale) per TempInVersi, anche in considerazione di queste parole di Paolo West: “Non so se alla fin fine questo testo sia prosa o poesia, ma credo che se ti poni questo dubbio, allora, novantanove su cento, è poesia.”

Devi sapere che ho sempre avuto la tendenza a guardarmi dal di fuori, in molte occasioni. Quando “TempInVersi” l’ho sentito completo, pensare a come un occhio esterno avrebbe potuto descriverlo è stato il primo passo. Da questo pensiero nasce “TreParole”, che poi è stato inserito come Epilogo, ma che voleva essere, inizialmente, un’idea per la quarta di copertina.
Oggi sono cambiate molte situazioni, mi avvicino a questo scritto in modo diverso diverse sono le sensazioni rispetto ad allora, questo devo ammetterlo, ma, non per questo cambierei di una virgola il primo pensiero di allora, quindi, la mia quarta di copertina sarebbe:

“ TempInVersi racchiude l’universo un po’ disprezzato dell’abbandono.
Della perdita di se stessi. Del disamore.
Raccoglie i cocci di tre donne. Tre esistenze in corsa che perdono il ritmo dei tempi
e si ritrovano a scegliere appoggiate al seno di una solitudine esistenziale e opprimente cosa farne.
Cosa farne di sé. Cosa farne del domani.
Cosa farne del tempo che resta.
In tre storie tre visioni di conti alla rovescia a tratti drammatici e romantici, spietati forse, ma veri.
Tre urla disperate (e un solo quadro).
Tre ritratti di un mondo sfiorato.
Metabolizzato. Raccontato.
Stralci di vita e visioni oniriche.
Autobiografia in pillole e incubi diurni.
TempInVersi è vita che scorre. Si ferma.
A volte riprende.”
Continua..

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Tiziana De Pace è nel Paese delle Meraviglie. Scopri perché…

Tiziana De Pace – TempInVersi

intervista all’Autrice nel Paese delle Meraviglie

leggi l’intervista

a cura di Iannozzi Giuseppe

TempInVersi - Tiziana De Pace

Tiziana De Pace

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Gordon Houghton e L’Apprendista – in uscita a febbraio per i tipi MeridianoZero

Gordon Houghton
L’Apprendista

“Dovrebbe essere una lettura obbligata per tutti quelli che vanno nell’aldilà. Io l’ho adorato.”
(Neil Gaiman)

In un cimitero di Oxford, nel silenzio della notte, qualcuno scoperchia una bara sotto la falce della luna: è la Morte in persona. È venuta a svegliare una salma che i quattro cavalieri dell’Apocalisse hanno sorteggiato per una settimana di apprendistato.

Gordon Houghton - L'Apprendista - MeridianoZeroIl giovane zombi incomincia a lavorare negli uffici di High Street, dove Morte, Carestia, Guerra e Pestilenza eseguono il loro sporco lavoro sotto un Capo inflessibile che nessuno riesce mai a vedere.
Qui le dipartite vengono archiviate al computer mentre Morte si diverte a giocare a scacchi online con i predestinati, Pestilenza sperimenta entusiasta su di sé le malattie del nuovo millennio, Carestia fa colazione con il piatto vuoto e Guerra scatena risse e faide sanguinarie anche in pausa caffè.
L’apprendista ha solo sette giorni a disposizione per imparare il mestiere e assistere Morte in altrettanti decessi, nel rispetto delle norme aziendali. Se fallirà, tornerà a decomporsi nella tomba come è già capitato ad Ade, ucciso in fondo a un vicolo. Ma anche un individuo con la vivacità di un cadavere è ben determinato a vivere.

Gordon Houghton raccoglie in un’emozionante e surreale avventura tutto quello che c’è da sapere sull’esser morti, con la comicità dei Monty Python, la torrenziale fantasia di Neil Gaiman e l’arguzia pungente di Terry Pratchett, senza perdere mai il ritmo.

Gordon Houghton è nato nel 1965 a Blackburn, Lancashire. I suoi romanzi umoristici risentono delle letture di Kurt Vonnegut, Franz Kafka, Michael Ende, Connie Willis, Edward Albee, T.S. Eliot e di tutti gli sfortunati poeti anglosassoni letti e amati nella sua vita.

Gordon Houghton – L’Apprendista – MeridianoZero – Collana PRIMO PARALLELO – Pagine 288 – ISBN 978-88-8237-217-8 – Euro 15,00

Il vagabondo delle stelle – Jack London

Il vagabondo delle stelle
Jack London

di Chiara Perseghin

Ho sempre avuto, nel corso della mia intera esistenza, la netta sensazione di aver vissuto in altri tempi e in altri luoghi, di avere addirittura ospitato in me altre persone. Ma, credimi, lo stesso vale anche per te che leggerai queste righe: torna con la mente alla tua fanciullezza, e rivivrai come tua l’esperienza di cui ti parlo.

Questo è l’inizio di un libro, ma forse dovrei dire di tanti libri uniti assieme, che secondo me non ha eguali. La storia nuda e cruda è piuttosto semplice. Un condannato a morte nel carcere di San Quentin trascorre lunghissimi periodi legato nella camicia di forza. Ma la grandezza dell’intuizione di London sta nel dotare Darrel Standing, questo il nome del protagonista, di una qualità particolare.

Un qualunque essere umano, sottoposto alla camicia di forza per periodi lunghissimi morirebbe, ma non il nostro protagonista. Lui ha una via di fuga: la morte. No, non mi sto contraddicendo. Ora mi spiego meglio. Standing induce il suo corpo alla morte. La prima volta ci impiega parecchio tempo. Parte dal ditino più piccolo del piede e poi pian piano risale lungo il corpo. In questo modo le funzioni vitali quasi si azzerano. Quasi… In realtà lui non muore, è una finta morte che gli consente di trascorrere anche dieci giorni consecutivi dentro la camicia di forza senza accorgersene. In quei dieci giorni Darrel vive altrove, spesso si trova a vestire i panni di altra gente, in altre epoche, in un tempo lontano, molto lontano dal suo.

La prima esperienza di morte indotta lo porta a vagabondare proprio tra quelle stelle che London cita nel titolo. Un’altra volta si risveglia bambino, figlio di una famiglia di pionieri che nel 1857 lasciarono l’Arkansas diretti in California ma vennero attaccati dalle milizie formate da mormoni e indiani. Tante avventure fino a ritrovarsi naufrago, unico superstite, per sette anni in un’isola piccola formata di sole rocce.

Insomma, questo forse vi aiuterà a capire perché all’inizio ho parlato di più libri uniti assieme. London, attraverso Darrel Standing ci fa vivere le esperienze più strane e diverse tra loro, appagando quel desiderio che forse ognuno di noi ha provato da piccolo, di poter essere qualcun altro (una specie di Vitangelo Moscarda, il protagonista di “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello, con la differenze che il protagonista di Pirandello veniva percepito dagli altri in modi differenti, mentre il protagonista di London si materializza di volta in volta sotto spoglie diverse), di poter vivere in altre epoche e in altri luoghi.

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Omaggio a Salinger

Omaggio a Salinger

salinger_fotoA cura di  Augusto Benemeglio

1. Il giovane Holden

Il giovane Holden” ( The Catcher in the Rye) è un libro che fu pubblicato quasi sessanta anni fa ( 1953) da uno scrittore fantasma, Jerome David Salinger, che da oltre 45 anni non scriveva più nulla (Frannie and Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri , gli ultimi suoi racconti tra il 1961 e il 1963) , indifferente a qualunque tipo di richiamo; ed è uscito di casa una sola volta per andare a vedere la Callas al Metropolitan, ma poi arrivò in ritardo e non fece in tempo a sentire la grande diva lirica.
Salinger aveva superato i novanta, essendo nato nel 1919, e viveva praticamente murato vivo nella sua casa di Cornish, una cittadina del New Hampashere, in un allusivo misticismo che si richiama alle filosofie orientali e che sembra voler rispecchiare lo stato d’animo di crescente impotenza e totale rinuncia ad agire, a  “fare”, movimento che si era diffuso nell’America degli anni sessanta fra i giovani anticonformisti, di cui “Il giovane Holden” è l’emblema, il portabandiera indiscusso. Ed è per questo che quando uscì il romanzo, nel 1953 , fu subito un grandissimo successo, un best seller, tradotto in tutte le lingue possibili. Ma è stato ( ed è tuttora ) un libro mitico, un vero e proprio “totem” per molte generazioni di studenti “perduti” e non, aspiranti scrittori e non.
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Francesca Mazzucato – Romanza di Zurigo mosaico eretico e visionario – intervista all’Autrice

Francesca Mazzucato

Romanza di Zurigo
mosaico eretico e visionario

a cura di Iannozzi Giuseppe


Francesca Mazzucato1. “Romanza di Zurigo. mosaico eretico e visionario”: non è un diario di viaggio, è invece un insieme di mosaici, di inserti in prosa poetica dove tu, Francesca, dipingi Zurigo e le emozioni che essa ti suscita. Per quale esigenza tua, letteraria, è nata la “Romanza di Zurigo”? Un po’ della sua genesi la racconti nel libro, vorrei però che aggiungessi dei particolari inediti.

La Romanza è nata durante una serie di viaggi a Zurigo che ho compiuto – e che progetto di continuare riprendendo in mano presto un progetto a cui stavo lavorando – perché mi accorgevo che tante cose debordavano dalla mia rigida scaletta.
Mi accorgevo di tante cose importanti che uscivano dalla mia storia, dalle ricerche di tipo essenzialmente economico che stavo svolgendo. C’erano elementi quasi fisici della città, mi travolgevano e non riuscivo a rimanerne indenne. Diventavano brandelli, spezzoni, lembi, cose che avevano dentro un’urgenza profonda e che dovevo far combaciare.
Narrazioni di pelle, strane in un luogo che nell’immaginario non è certo caldo, affettuoso, morbido. Eppure. Così ho cominciato a sedermi negli Starbucks e a scrivere e scrivere e scrivere, oppure a stare in albergo, spiare e fotografare dalla finestra la vita e le abitudini e scrivere e scrivere e scrivere sempre (qualche distrazione, a tratti, nel libro ci sono).

Da tempo, poi, avevo questo sogni di una collana di “storie di viaggio indefinibili ed eretiche”, di carnet immaginari e anche inventati, filtrati dall’occhio dello scrittore. In uno degli intervalli del mio frenetico andirivieni con la città elvetica ne ho parlato con Francesco Giubilei, giovane ed entusiasta editore di Historica e il progetto della collana che la Romanza apre e inaugura ha preso forma.

2. La scoperta di Zurigo, città all’apparenza algida, è in realtà una nevralgica rincorsa verso le orme di James Joyce, una ricerca della sua memoria e non da ultimo del suo corpo. Ma è anche la possibilità di incontrare il fantasma ottantenne di C. Gustav Jung, chiuso nella sua casa-torre. E, di tanto in tanto, lo spettro androgino e tormentato di Annemarie Schwarzenbach. C’è un fil rouge che lega questi tre personaggi lungo la promenade che tu, Francesca, affronti quotidianamente per le strade di Zurigo

C’è, c’è. Forse un po’ presuntuoso, ma neanche tanto se si pensa alle vite disperate che vissero, alle perdite e alle ferite di Joyce e di Annemarie Schwarzembach. Simili, a tratti uniti in una tragica predestinazione alla tragedia finale e con il demone della scrittura come ossessione, mania, necessità, dovere. Tarlo, la parola giusta. Erano tarlati, emarginati. Come me, come mi sento da sempre e, per questo, li ho percepiti compagni di viaggio, fantasmi guardiani del mio lavoro del mio scrivere e del mio fare creativo (scomposto, indisposto, frammentario, sbrindellato, erotico, carnale, mistico, difforme, diseguale).

(Jung è stato un po’ un elemento di collegamento fra loro, i genitori di Annemarie ci portarono lei in visita, sperando che potesse aiutarla in qualche modo, per superare quella che all’epoca era vista come malattia e anomalia, la sua androginia e l’omosessualità e Joyce ci portò la figlia che da tempo viveva disagi psichici di vario tipo, sperando in un qualche miracolo possibile che, naturalmente non arrivò.)

Joyce e Schwarzembach condivisero vite nomadi e inquiete e riuscirono a metterlo sulla carta, con esiti diversi, ovviamente, ma divenendo entrambi dei pionieri. Pioniera viaggiatrice, coraggiosa apripista a sperimentazioni anche teatrali Annemarie, pioniere e creatore del “punto d’origine” della letteratura moderna – e anche di quella contemporanea, secondo me, (ma non sono obiettiva), James Joyce. Della Letteratura e basta, diciamo con LA MAIUSCOLA.

3. Ricorrente è il tuo ricordare una persona in particolare, Samuele. Questa è domanda da gossipparo, ma la curiosità non è soltanto femmina, dunque ti chiedo di parlarci di Samuele: chi è per te? un amico, un fratello, una finzione? O un amante che perseguita le tue fantasie e che mette sotto torchio il tuo io più intimo?

Mi piacciono le domande che indagano aspetti gossippari. Sono giuste e legittime. Quindi, non solo non mi sottraggo ma rispondo volentieri.
Si, Zurigo in qualche modo combacia e coincide (anche nella narrazione che coinvolge spazi effettivi, esterni, con spazi interiori e spesso sovrappone i piani) con una persona verso cui la protagonista – io narrante prova un sentimento di nostalgia, bisogno, malessere, desiderio inappagato.
Samuele è una persona realmente esistente (mi piacerebbe molto, Beppe, dirti di più ma non credo sia giusto, è una specie di patto che feci con lui e desidero rispettarlo, raccontare ma entro certi limiti, anche se lo scrittore i patti non li rispetta mai, per adesso ci provo).
E’ un uomo molto bello che la protagonista – io narrante della Romanza ha amato da subito. Dall’istante in cui l’ha visto, il 28 ottobre 2008 in una radio bolognese dove non sapeva che l’avrebbe incontrato, dove non sapeva chi fosse. Lei era dietro, sulla porta, in attesa di partecipare a una trasmissione, lui di spalle, si è girato, ha sorriso, lei ha sorriso un po’ meno ma l’ha visto e l’ha amato. E’ passato del tempo da allora, non poco, calcolando che, in seguito, si sono frequentati un pochino, conosciuti meglio (o peggio? mah) lui è sfuggito – fuggito fin da subito. Si è avvicinato e poi allontanato. Ha mostrato piacere a starle vicino e necessità di starle lontano, mettendo così in atto un meccanismo profondamente perverso e potente: queste cose legano più di tutte le altre.

(A lui ho dedicato, molte scritture a parte la romanza, pensieri sparsi, come questo http://francesca-mazzucato.blogspot.com/2009/10/senza-un-fotogramma-marginale.html e tante cose che si trovano in uno spazio che considero intimo e privato pur essendo un blog, “Parole perdenti”, e non ne ho mai parlato a nessuno con riferimento preciso a questa persona, sai Beppe, ma ci tengo a farlo con te, che mi hai posto la domanda appropriata.)

Possiamo dire che massacra il mio io più intimo perché tende a frenarlo nel suo slancio vitale, un io intimo che non gli chiede praticamente nulla (gli offre, gli si offre, in una nudità alla quale credevo impossibile arrivare, diciamo senza pelle) ma quel pochissimo che chiede, o domanda a bassa voce, viene frenato, radiografato, rallentato. E’ doloroso, a volte fa molto arrabbiare. A volte mi fa sorridere e intenerisce, a volte mi devasta.
La sua assenza alimenta scrittura – spero smetta presto ma non lo so – nell’aspettativa lui non esiste. Chiarisco, con lui si possono condividere cose in maniera asettica, è una persona per bene e seria e fa cose belle, questo tipo di sentimenti appartengono a una sfera soggettiva, non sono cose che “imputo” a questa figura. Esistono. Forse ci potrebbe essere un brandello di attenzione all’offerta nuda d’amore, credo sia un delitto non farlo, ma è facoltà di ognuno. Mi capita anche di pensare che, in fondo, sia una finzione, un feticcio di bisogni stratificati insieme. Di sicuro, la cosa a cui posso paragonarlo con maggiore facilità è un’astanteria. Una sala d’aspetto del pronto soccorso di un ospedale. Lo percepisco così, sento che potrebbe/potremmo curarci e riempire tante necessità intime (vicine all’abisso) e che invece resta un’asettica freddezza.
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Enrico Unterholzner è nello stagno delle gambusie

Enrico Unterholzner

Romanzo calviniano o disneyano!

E’ lo stagno delle gambusie

di Iannozzi Giuseppe

Enrico Unterholzner - Lo stagno delle gambusieChi di noi non ha una doppia vita? Domanda retorica, tutti hanno almeno due personalità, una da mostrare in pubblico, l’altra invece più intima ed ascosa, destinata ad essere conosciuta da pochi o da nessuno. Enrico Unterholzner ci consegna un romanzo breve con un protagonista e il suo alter ego: Geremia, peritoso impiegato, e Parmio, cavaliere donchisciottesco. Geremia è un colletto bianco, o per essere più precisi un impiegatuccio come milioni ce ne sono al mondo: non bello, non intelligente, di nessuna virtù, impacciato, rancoroso ma pavido. E’ uno che odia gli specchi. Che odia la sua immagine riflessa in uno specchio, e per questo motivo evita di passare davanti alle vetrine dei negozi, di guardarsi in un lago e in ogni caso di incontrare qualsiasi superficie riflettente. Geremia non sopporta d’avere a che fare con la sua immagine corporea riflessa. Essa gli è nemica. Non sopporta quello che il suo riflesso gli potrebbe trasmettere: la sua anima, che è grassa, perché Geremia è un ciccione a tutto tondo e anche la sua anima è obesa e claustrofobica per giunta. La seconda personalità di questo omarino, tecnico informatico nella vita di tutti i giorni, si rivela nella solitudine del suo appartamento ceduto a una immaginazione surreale, un po’ disneyana un po’ favolistica. Nell’intimità del suo alloggio Geremia diventa Parmio, una sorta di semidio, una scolta e non da ultimo un guerriero il cui compito è di difendere i suoi amori, oggetti come una teiera e una trottola che nella mente ipertrofica e manicheistica sono degli Dèi buoni. Parmio (Geremia) si è assunto il compito di difendere i suoi Dèi: non può farne a meno, perché per lui e lui soltanto, essi sono la Luce, la bellezza e la purezza del mondo, o meglio del suo microcosmo solipsistico.
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Truman Capote – A sangue freddo

A sangue freddoTRUMAN CAPOTE

A SANGUE FREDDO


Titolo: A sangue freddo
Autore: Capote Truman
Traduttore
: Dettore M.
Editore: Garzanti Libri
Prezzo: € 16.00
Collana: Nuova biblioteca Garzanti
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8811683114
ISBN-13: 9788811683117
Pagine: 391

A cura di Anifares

Dewey si era immaginato che con la morte di Smith e Hickock avrebbe provato una sensazione di completamento, di liberazione, un’opera compiuta secondo giustizia. Si scoprì invece a ricordare un episodio di quasi un anno prima, un incontro casuale nel cimitero Valley View, che, in retrospettiva, aveva praticamente concluso, per lui, il caso Clutter
A sangue freddo” di Truman Capote fa parte di quei libri che movimentano la vita o meglio i neuroni. Inizi a leggere e bang! Il gioco è fatto, rimani incollato. Stai fermo nel traffico e tu pensi al libro, stai parlando con un amico e tu pensi al libro, stai in coda del supermercato e tu pensi al libro (finito in 4 giorni). Esiste solo il libro. Non vedi l’ora di tornare a casa per leggerlo ma la cosa bella e che tu del libro già sai tutto, sai la storia, sai chi muore, sai chi sono gli assassini e, cosa più importante, sai la fine. Allora che cos’è che ti conquista? Lo stile di Capote? Certo. L’argomento? Si. La curiosità? Bingo! “Era la prima volta che al pubblico veniva concesso di visitare la tenuta dei Clutter dopo la scoperta dell’eccidio, circostanza che spiegava la presenza di quell’immensa accolta: quelli venuti per curiosità”. Credo che sia proprio la curiosità insieme a quello andare a fondo di Capote con quello stile pulito e freddo, il non rimanere sulla superficie è quello che ti fa incollare al libro.
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Letteratura: L’inferno dei viventi

Letteratura: L’inferno dei viventi

di Stefania Nardini

E’ un binario la linea di confine. Una linea fragile. Oltre la quale si apre la voragine della vita di strada. La strada che respinge, accoglie, uccide, mette a dura prova la nuda esistenza. Cancellando identità, ricordi, e dignità.

Una linea fragile quel binario, oltre la quale si ritrova catapultata quell’umanità che non ha più nulla.

L’umanità esclusa. Respinta dal gioco della vita, o stritolata dalla morsa di logiche sociali che annientano il diritto alla dignità. A volte basta una separazione per trasformare un impiegato, un operaio, in un senzatetto.

Destino che tocca al 25% di coloro che, una volta fallito il matrimonio, per mantenere la famiglia si ritrovano privi di risorse per sopravvivere. E li si incontra alle mense della Caritas, a trascorrere la notte in auto, o sul ciglio di un marciapiede.  Il clochard, l’invisibile per eccellenza, ha sempre e comunque una storia che non sempre è segnata dall’alcool o dalla droga.

Lo stereotipo del “fuori di testa” che vaneggia nel giaciglio di cartoni va via via cedendo il passo alla così detta gente normale, quella che non aveva messo nel conto l’ultima spiaggia. E sono sempre di più in questa nostra Italia carente di servizi ma ricca di una forza miracolosamente straordinaria: il volontariato.

«Abbiamo iniziato a lavorare con loro organizzando dei laboratori di scrittura al centro diurno “Binario 95” – mi racconta Girolamo Grammatico – all’inizio per molti la pagina bianca era una barriera, poi sono emerse riflessioni, creatività, senso dell’umorismo. Così abbiamo dato vita ad un giornale che distribuiamo a Roma. Si chiama “Shaker” ed è scritto interamente dai senzatetto. Ci sosteniamo con gli abbonamenti che si possono effettuare attraverso il nostro sito, anche se il giornale è distribuito ad offerta libera».

Dal giornale alla casa editrice il passo è stato breve. E’ nata così “ Ec edizioni” che ha esordito con un’antologia dal titolo “In una sola notte”.

«Si tratta di racconti su una possibile notte in strada con i suoi deliri, le sue difficoltà, le sue paure e solitudini – continua Grammatico – alla quale hanno partecipato sei autori affermati. Un’iniziativa nata per sostenere il giornale».

Storie. Sono invece quelle raccolte da Gabriele Del Grande nel suo reportage “Roma senza fissa dimora” pubblicato dalle edizioni “Infinito” con il patrocinio dell’agenzia “Redattore Sociale”.

Del Grande ha vissuto in prima persona la vita di strada.

Da cronista “vecchia maniera” è entrato nel mondo della marginalità, ne ha colto sfumature, attimi, emozioni. Dalla “Veglia di Natale” quando un pasto caldo alla comunità di S. Egidio e il sorriso dei volontari restituiscono tracce di felicità, alla storia di Maurizio trascinato sul lastrico dalla malattia di suo figlio a quella di Oscar, borseggiatore che spera nel grande colpo che gli cambi la vita.

Un viaggio che si conclude con la testimonianza di Maksin Cristian, scrittore, sceneggiatore e cantautore che per cinque anni, senza mezzi, ha scritto e vissuto per le strade di Milano autoproducendo racconti e poesie grazie ai quali riusciva a sopravvivere.
Continua..

Io non c’ero… di Tamango

Io non c’ero…

di Tamango

Io non c’ero quando a Roma le donne
profumavano di Colonia e di Arpège
e le sottogonne inamidate
come sfoglie croccanti
illanguidivano  sguardi
di uomini poveri e belli,
e di vecchie portinaie pensierose.
Non c’ero.
Eppure ho sentito odore d’alloro e di pini,
dei platani nei dì di festa lungo il tevere,
e ho bevuto l’acqua di mille fontane
quando le serenate
brillavano negli occhi come le stelle ma…
io non c’ero.
Non c’ero nemmeno in quel salotto
che dava sui tetti di Roma
dove le parole eran regine
e gli ospiti re.
Canto  di una casa il profumo
che uno dei venti donava
al mio riposo di bimba
in un giorno d’estate e…
io c’ero!
Io figlia di terra bruciata dal sole,
dissetata d’arance e di mare,
mi abbandono al pensiero
di giorni romani dalle lunghe notti:
ci sarò!

Il blog di Tamango: http://tamango.splinder.com

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Storia di una bimbetta indiana. Felice Muolo per quattro stracci ecc.

Storia di una bimbetta indiana
Felice Muolo per quattro stracci ecc.

di Iannozzi Giuseppe

Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta
Felice Muolo – Fermenti editrice

Una favola incentrata sugli accadimenti sociali dell’attuale momento storico, questo il nuovo lavoro di Felice Muolo, “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta” per i tipi Fermenti editrice. Una storia semplice ma complessa per i sentimenti coinvolti e che sono segreto, scrigno e paure di una bambina indiana adottata da una coppia di italiani senza figli.

Felice Muolo - Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapestaLa storia è quella di Pragasi, una bimbetta indiana che dalla povertà estrema dell’India dov’era prigioniera in un orfanotrofio, d’improvviso quasi, in un bel giorno di sole, si trova di fronte a due persone bianche che hanno deciso di essere i suoi genitori. Pragasi viene adottata in tenera età, quando ha poco più di 6 anni. Arrivata all’aeroporto, seppur spaesata, subito percepisce che l’aria è diversa e non lo è: “Ero partita dall’India per venire in Italia ma ignoravo come fosse l’Italia. Non sapevo neanche come fosse l’India”. La bambina fa la conoscenza dei suoi nuovi genitori e subito la prima delusione irrompe nel suo cuore di bimba: “Ciò che mi deluse non furono i miei genitori ma il regalo con cui mi accolsero: due orsacchiotti di peluche!”. La piccola bimba, nella sua innocenza, sognava una Barbie, una bambola che sostituisse quella di cartapesta che lei tiene stretta stretta nella sua manina. Un piccolo dolore che lei supererà piuttosto in fretta, ma non prima d’aver affrontato le sue paure di bambina indiana in una terra straniera con dei genitori adottivi – che appena la vedono la amano d’un amore viscerale. Incondizionato.
Adoprando toni delicatamente dickensiani, Felice Muolo dona tutto il cuore nel mettere nero su bianco la storia di Pragasi. Un libro scritto con una innocenza e una levità spirituale che raramente capita d’incontrare nella penna degli scrittori. L’autore dà credito prima di tutto ai sentimenti della piccola bimba, poi ai suoi e sempre con estrema delicatezza quasi temesse che l’egoismo d’amare incondizionatamente possa sfiorire il fiore che è Pragasi.
Continua..

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