Sebastiano Vassalli con “Le due chiese” è il migliore scrittore italiano, la vera Letteratura
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Sebastiano Vassalli
Le due chiese
Einaudi – Collana: Supercoralli / Narrativa
Pagine 316
Prima edizione 2010
ISBN 9788806202880
Prezzo di copertina € 20.00
Tutto incomincia con quattro spari che riecheggiano nel silenzio della montagna.
Tutto incomincia con un corpo immobile nella neve macchiata di sangue, e con un pezzo di latta: forse una spilla, che qualcuno ha buttato su quel corpo. Sulla spilla, che verrà conservata a lungo nei depositi di un tribunale, come «firma» dell’assassino e quindi anche come elemento fondamentale per le indagini, si leggono, stampate in rilievo, le parole:
«Non più servi non più padroni».
Sebastiano Vassalli, Le due chiese
***
Dopo quattro raccolte di racconti, Sebastiano Vassalli torna al romanzo con una grande prova narrativa.
L’autore della Chimera affronta qui, con l’abilità di un prestigiatore, la storia del Novecento vista in filigrana attraverso gli eventi di una piccola comunità all’ombra di «Sua maestà il Macigno Bianco». Vassalli muove le fila di questo piccolo mondo, giocando abilmente con i contrasti tra il moto perpetuo dei destini umani e la severità immobile della grande montagna.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Il vagabondo delle stelle – Jack London
Pubblicato da chiaraperseghin
Il vagabondo delle stelle
Jack London
Ho sempre avuto, nel corso della mia intera esistenza, la netta sensazione di aver vissuto in altri tempi e in altri luoghi, di avere addirittura ospitato in me altre persone. Ma, credimi, lo stesso vale anche per te che leggerai queste righe: torna con la mente alla tua fanciullezza, e rivivrai come tua l’esperienza di cui ti parlo.
Questo è l’inizio di un libro, ma forse dovrei dire di tanti libri uniti assieme, che secondo me non ha eguali. La storia nuda e cruda è piuttosto semplice. Un condannato a morte nel carcere di San Quentin trascorre lunghissimi periodi legato nella camicia di forza. Ma la grandezza dell’intuizione di London sta nel dotare Darrel Standing, questo il nome del protagonista, di una qualità particolare.
Un qualunque essere umano, sottoposto alla camicia di forza per periodi lunghissimi morirebbe, ma non il nostro protagonista. Lui ha una via di fuga: la morte. No, non mi sto contraddicendo. Ora mi spiego meglio. Standing induce il suo corpo alla morte. La prima volta ci impiega parecchio tempo. Parte dal ditino più piccolo del piede e poi pian piano risale lungo il corpo. In questo modo le funzioni vitali quasi si azzerano. Quasi… In realtà lui non muore, è una finta morte che gli consente di trascorrere anche dieci giorni consecutivi dentro la camicia di forza senza accorgersene. In quei dieci giorni Darrel vive altrove, spesso si trova a vestire i panni di altra gente, in altre epoche, in un tempo lontano, molto lontano dal suo.
La prima esperienza di morte indotta lo porta a vagabondare proprio tra quelle stelle che London cita nel titolo. Un’altra volta si risveglia bambino, figlio di una famiglia di pionieri che nel 1857 lasciarono l’Arkansas diretti in California ma vennero attaccati dalle milizie formate da mormoni e indiani. Tante avventure fino a ritrovarsi naufrago, unico superstite, per sette anni in un’isola piccola formata di sole rocce.
Insomma, questo forse vi aiuterà a capire perché all’inizio ho parlato di più libri uniti assieme. London, attraverso Darrel Standing ci fa vivere le esperienze più strane e diverse tra loro, appagando quel desiderio che forse ognuno di noi ha provato da piccolo, di poter essere qualcun altro (una specie di Vitangelo Moscarda, il protagonista di “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello, con la differenze che il protagonista di Pirandello veniva percepito dagli altri in modi differenti, mentre il protagonista di London si materializza di volta in volta sotto spoglie diverse), di poter vivere in altre epoche e in altri luoghi.
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Truman Capote – A sangue freddo
Pubblicato da Katia Ciarrocchi
TRUMAN CAPOTE
A SANGUE FREDDO
Titolo: A sangue freddo
Autore: Capote Truman
Traduttore: Dettore M.
Editore: Garzanti Libri
Prezzo: € 16.00
Collana: Nuova biblioteca Garzanti
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8811683114
ISBN-13: 9788811683117
Pagine: 391
A cura di Anifares
“Dewey si era immaginato che con la morte di Smith e Hickock avrebbe provato una sensazione di completamento, di liberazione, un’opera compiuta secondo giustizia. Si scoprì invece a ricordare un episodio di quasi un anno prima, un incontro casuale nel cimitero Valley View, che, in retrospettiva, aveva praticamente concluso, per lui, il caso Clutter”
“A sangue freddo” di Truman Capote fa parte di quei libri che movimentano la vita o meglio i neuroni. Inizi a leggere e bang! Il gioco è fatto, rimani incollato. Stai fermo nel traffico e tu pensi al libro, stai parlando con un amico e tu pensi al libro, stai in coda del supermercato e tu pensi al libro (finito in 4 giorni). Esiste solo il libro. Non vedi l’ora di tornare a casa per leggerlo ma la cosa bella e che tu del libro già sai tutto, sai la storia, sai chi muore, sai chi sono gli assassini e, cosa più importante, sai la fine. Allora che cos’è che ti conquista? Lo stile di Capote? Certo. L’argomento? Si. La curiosità? Bingo! “Era la prima volta che al pubblico veniva concesso di visitare la tenuta dei Clutter dopo la scoperta dell’eccidio, circostanza che spiegava la presenza di quell’immensa accolta: quelli venuti per curiosità”. Credo che sia proprio la curiosità insieme a quello andare a fondo di Capote con quello stile pulito e freddo, il non rimanere sulla superficie è quello che ti fa incollare al libro.
Continua..
“Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Il cavaliere inesistente
di Italo Calvino
Presentazione dell’autore
Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
Pagg. 127
ISBN: 9788804482024
Prezzo: € 8,50
Questo romanzo, unitamente al Barone rampante e al Visconte dimezzato, fa parte della cosiddetta Trilogia degli antenati, una specie di albero genealogico dei nostri progenitori.
Se per gli altri due l’autore ritornava poco indietro nel tempo, per questo invece va a ritroso di molti secoli per approdare all’epoca di Carlo Magno e dei suoi famosi paladini.
E’ forse superfluo che evidenzi che il Medioevo raccontato è ben lungi da qualsiasi verosimiglianza storica, un periodo quasi sospeso nell’arco della fantasia, tipico dei poemi cavallereschi, più simili a saghe che a realtà romanzate.
In questo contesto la creatività di Italo Calvino raggiunge livelli straordinari, dando luogo a un’opera che mescola sapientemente la fantasia con la satira, proiettando il lettore ad effettuare, quasi inconsapevolmente, dei paragoni fra le vicende narrate e certi fenomeni di costume attuali.
Continua..
Il visconte dimezzato, di Italo Calvino
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Il visconte dimezzato
di Italo Calvino
Presentazione dell’autore
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Narrativa romanzo
Pagg. 93
ISBN: 9788804370871
Prezzo: € 8,00
La prima edizione del Visconte dimezzato usci nel febbraio del 1952 per i tipi di Einaudi e già pochi mesi dopo Calvino diede conto di questa sua stranissima opera in una lettera inviata a Carlo Salinari.
Scrive, fra l’altro “Quando ho cominciato a scrivere Il visconte dimezzato, volevo soprattutto scrivere una storia divertente per divertire me stesso, e possibilmente per divertire gli altri; avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra…”.
Per quanto questo romanzo possa essere soggetto a diverse interpretazioni, stante il senso metaforico di non poche parti della trama, sembrerebbe, di primo acchito, che il puro divertimento sia stato il motivo principale per scriverlo e del resto, nel prosieguo della lettera di cui sopra, alcune righe dopo si può leggere “Non sono solo io a pensarla così, ad esempio anche uno scrittore molto attento ai contenuti come Bertolt Brecht diceva che la prima funzione di un’opera teatrale era il divertimento. Io penso che il divertimento sia una cosa seria.”.
Continua..
Una storia semplice, di Leonardo Sciascia
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Una storia semplice
di Leonardo Sciascia
L’Angolo Manzoni Editrice
Narrativa racconto
Collana Corpo 16
Pagg. 80
ISBN: 9788886142274
Prezzo: € 9,30
Il titolo inganna e del resto Sciascia, se non fosse quel grande scrittore che è per la capacità di analizzare fatti e fenomeni nelle loro mille sfaccettature, addentrandosi nell’apparenza alla ricerca di una possibile verità, non avrebbe potuto e voluto scrivere una vicenda gialla, ambientata in una Sicilia di epoca indeterminata, di assoluta linearità, in cui la vittima è proprio la persona che è e l’assassino, o meglio i colpevoli, sono quelli che il lettore attento dei romanzi dell’autore siciliano si attende.
Il racconto, perché trattasi di racconto lungo e non di romanzo, è invece estremamente complesso. Tutto ciò che a prima vista sembrerebbe di un’estrema semplicità è invece un gomitolo ingarbugliato, dove personaggi della giustizia e religiosi sono uniti da un unico filo conduttore che è quello della criminalità organizzata, insomma di quell’organismo distruttore, frutto di connivenze e di indifferenze, che è la mafia.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia – Adelphi editore
Pubblicato da Renzo Montagnoli

Il giorno della civetta
di Leonardo Sciascia
In copertina Tavola del gioco degli scacchi
di Fabrizio Clerici
Adelphi Edizioni
Narrativa romanzo
Collana Gli Adelphi
Pagg. 137
ISBN: 9788845916755
Prezzo: € 7,50
Basterebbe già lo sfolgorante incipit con quella corriera che sta per partire nella piazza di un paese siciliano, che anzi si avvia fra sussulti vari e poi si ferma perché il bigliettaio si accorge che un ritardatario richiama l’attenzione correndo; ecco, si apre la porta del mezzo, l’uomo vestito di scuro si appresta a salire, ma due colpi squarciati lo fermano un istante a mezz’aria e infine lentamente, quasi al rallentatore, il corpo finisce per afflosciarsi.
Dico basterebbe, perché la scena è talmente viva che sembra di essere presenti, lì in un’alba livida con le sfilacce di nebbia, e questo non è che l’inizio di un romanzo che avvince, costringe il lettore a convivere con i personaggi, a respirare l’aria di paura, ad annusare il pericolo a ogni svolta, immerso nell’atmosfera quasi rarefatta della realtà di un’isola soffocata e dominata dalla mafia.
La scrittura di Sciascia volutamente tralascia il superfluo, è essenziale, precisa, ritaglia i protagonisti con la precisione di un bisturi nelle mani di un chirurgo estetico. Nulla è lasciato al caso e tanto meno al compiacimento, affinché l’atmosfera sia resa nel modo più esatto possibile.
Le pagine scorrono, le dita le girano impazienti e anche intimidite; il viaggio all’interno di un inferno di apparente normalità è quanto di più grande al riguardo sia mai stato scritto.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
I perdenti bellissimi di Leonard Cohen. Un moderno capolavoro sull’amore. Fandango libri
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
I perdenti bellissimi di Leonard Cohen
Un moderno capolavoro sull’amore
da uno dei più acclamati poeti
di Iannozzi Giuseppe
Non so cosa sia l’amore, se sia bello, se sia brutto, innocente o sprezzante, non so se vale la pena ricercare il nome che gli fu proprio tanto tempo fa, almeno un milione di baci fa, se il tempo ha giocato uno strano scherzo allo spazio per divorarlo o più semplicemente per cacciargli una clessidra in culo. I fiori di Hitler continuano a fiorire e il poeta sa che la poesia passerà come tutte le cose della vita… l’amore della vita per la vita, bello, ma alla fine ogni cosa passa, anche quell’Eternità che avevamo immaginato immarcescibile perché catturati nel nostro egoismo di stringere al petto persone come fossero oggetti.
Forse è destino che si sia semplici beautiful losers, ma la semplicità non si prostituisce a tutti e non si dichiara “io sono”, non si dichiara a nessuno, però si lascia possedere da chi la vuole; e la possessione è la sua identità, “io sono” mai pronunciato come sussurro, ma, in qualche caso, urlato oltre il muro del suono, forse un grido d’aiuto o di sovraumana disperazione. Se non si è semplici, non si può pretendere di essere “belli” in nessun senso. La semplicità è come la “Bocca di Rosa” di Fabrizio De André.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
José Saramago. La caverna. Einaudi, ET
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
José Saramago
La caverna
di Iannozzi Giuseppe
José Saramago è nato ad Azinhaga nel 1922: narratore, poeta e drammaturgo, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Tra le sue opere, tutte originalissime e scritte con stile inimitabile, è d’obbligo segnalare almeno i seguenti titoli: L’anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Storia dell’assedio di Lisbona, Viaggio in Portogallo, Cecità, Oggetto quasi, Teatro, Tutti i nomi, Il racconto dell’isola sconosciuta, La caverna, L’uomo duplicato, Saggio sulla lucidità, Le intermittenze della morte, Poesie.
«L’uomo più saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. [...] Talvolta, nelle calde notti d’estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: “José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico” [...]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell’albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un’altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause più lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: “E poi ?” [...] Molti anni più tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi [...]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell’insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura». (José Saramago – Dalla lettura per il Premio Nobel, 7 dicembre 1998)
Continua..
La scomparsa di Majorana, di Leonardo Sciascia
Pubblicato da Renzo Montagnoli
La scomparsa di Majorana
di Leonardo Sciascia
con un saggio di Lea Ritter Santini
Adelphi Edizioni
Collana Gli Adelphi
Narrativa Romanzo
Pagg. 119
ISBN: 9788845918711
Prezzo: € 9,00
Oggi probabilmente solo gli studenti di matematica e fisica sanno chi è stato Ettore Majorana, scomparso misteriosamente nel 1938, forse durante il viaggio in nave fra Palermo e Napoli, dove insegnava nella locale università. Di lui disse Enrico Fermi: “Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C’è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso”.
Leonardo Sciascia, il grande scrittore, siciliano come Majorana, tralasciate per un momento le opere di denuncia della mafia, si interessa con questo splendido libro della scomparsa dell’insigne matematico, basandosi sul famoso episodio di cronaca della presunta morte, raccogliendo a distanza di anni notizie anche incomplete, frammentarie, e dichiarazioni di persone che lo conobbero e gli furono vicine. Il risultato è un ritratto talmente realistico che Majorana stesso ne sarebbe rimasto impressionato. Ma, sarebbe fare un torto a Sciascia se si limitasse la peculiarità del suo libro a una semplice connotazione, se pur di valore, del personaggio, perché ci sono anche altre finalità, che esulano dalla soggettività del caso specifico. Lo scrittore siciliano, così attento a scrutare l’uomo nella sua struttura dinamica mentale, affronta anche il problema della scienza e del suo interagire con chi la coltiva, e Majorana sembra proprio l’individuo adatto a personificare la sete del sapere e la paura delle conseguenze che potrebbero derivare da una scoperta.
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Anatole France e la Rivolta degli angeli con prefazione di Roberto Saviano – Meridiano Zero
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
ANATOLE FRANCE
LA RIVOLTA DEGLI ANGELI
A CURA DI ROBERTO SAVIANO
Collana SOTTOZERO
Euro 9,00
Pagine 320
ISBN 978-88-8237-200-2
PUBB. LUGLIO 2009
“IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA INCHIODA
DIO ALLE SUE IRRIMEDIABILI COLPE”.
(Roberto Saviano)
“Il Dio vinto diventerà Satana, io, Satana, da vincitore diventerò Dio. Possa il destino risparmiarmi questa sorte spaventosa! Io amo l’inferno che ha formato il mio genio, amo la terra dove ho fatto un po’ di bene, se è possibile farne in questo mondo terribile.”
Su Parigi piovono angeli. Ogni giorno qualche puro spirito, disgustato dalla monotonia della beatitudine, abbandona il cielo, s’incarna e vive come un parigino di inizio ’900 (è questa l’epoca del romanzo). Non sono messaggeri divini, ma personaggi alla Wim Wenders: hanno deciso, come i suoi angeli sopra Berlino, che è più interessante cavarsela da soli sulla terra piuttosto che durare eternamente nella contemplazione divina. Un avido banchiere, un musicista bohémien, un’anarchica affascinante: sono tutti angeli, anche se nessuno fra gli uomini lo sospetta. È una sorta di invasione degli ultracorpi, pacifica fino a quando Arcade, bellissimo angelo custode, non concepisce un folle progetto: rovesciare Dio, ripetere l’impresa tentata da Lucifero prima che il tempo avesse inizio. Sono stati i libri a perdere Arcade: ne ha divorati a migliaia nella biblioteca del suo custodito, il giovane aristocratico Maurice d’Esparvieu. Tanta scienza
gli ha insegnato che il mondo non è la valle di lacrime descritta dai preti e ha suscitato in lui un’inestinguibile sete di vendetta contro il Dio uno e trino. Ma a Parigi è difficile pensare solo alla guerra: ci sono troppe belle donne disponibili ad avventure galanti; ci sono i loro innamorati da sfidare a duello; c’è la polizia da cui scappare, perché per un angelo è facile essere scambiato per un rivoluzionario…
In un’atmosfera molto francese di tranquilla amoralità, sotto l’impero della galanteria, France svolge una trama divertentissima, ma composta delle questioni più serie: la guerra in cielo è un trasparente riferimento al massacro del 1914; l’arrogante Dio della Bibbia è il simbolo della spietatezza di ogni potere. La rivolta degli angeli racconta, con linguaggio rapido e secco, “cose tali da far arrossire non solo un carrozziere, ciò che non è dir molto, ma persino
una parigina!”.
La prefazione di Roberto Saviano e le illustrazioni originali di Carlègle del 1925 fanno del libro un autentico gioiello.
ANATOLE FRANCE è tra le massime figure letterarie di tutti i tempi. Ha dominato incontrastato la letteratura
francese nel primo quarto del ‘900 ed è stato premiato con il Nobel nel 1921. In France sono vissuti molti uomini: l’erudito, il gran viaggiatore, l’esteta, il socialista militante e l’anticlericale, tanto che le sue opere vennero messe all’indice dal Vaticano negli anni ’20.
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Nico Orengo. La curva del latte – Collana Einaudi tascabili – Einaudi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Nico Orengo
La curva del latte
Uno degli ultimi capolavori italiani
di Iannozzi Giuseppe
Nico Orengo è nato a Torino, (Torino, 1944 – Torino, 30 maggio 2009). Tra le sue opere pubblicate da Einaudi editori: “Ribes”, “Miramare”, “Le rose di Evita”, “Figura gigante”, “La guerra del basilico”, “L’autunno della signora Waal”, “Dogana d’amore”, “Il salto dell’acciuga”, “L’ospite celeste”, “Gli spiccioli di Montale”, “La curva del Latte”, “L’intagliatore di noccioli di pesca”, “Di viole e liquirizia”, “Hotel Angleterre”. Tra le sue raccolte di poesia, “Cartoline di mare vecchie e nuove”, “Narcisi d’amore” e “Spiaggia, sdraio e solleone”. Inoltre ha curato per Einaudi Stile libero il libro di Antonio Ricci, “Striscia la tivù”, e tradotto “La morte malinconica del bambino ostrica e altre storie” di Tim Burton.
«Alla fermata Ceretta, ma si chiamava così?, c’erano arrosti e bolliti e forse erano i Tre Moschettieri. E poi c’era Cuneo, con i suoi aristocratici caffè che apparivano come teatri di silenzio fra un cioccolatino e una camerierina con il seno desiderabile come quello di Milady. Si andava con i nonni, si andava con i genitori, verso le spiagge del Corsaro Nero e tutti i tigrotti possibili. E si andava perché noi eravamo, per cautela, dei Tom Sawyer e solo laggiù, fra Sandokan, Tremal Naik e Yanez, avremmo incontrato, se avessimo avuto fortuna, Huckleberry Finn.
Erano inizi d’estate, attese di luci e profumi di buganvillea viola, pepi ed eucalipti, di campanule blu e gelsomini che intrecciavano con il fico il loro profumo vertiginoso.
Cosí si andava lungo la Valle Roja, verso il mare, incontro agli ulivi di Garcia Lorca e alla possibilità di imbattersi in un pesce grande come quello del pescatore di Hemingway. Ci portavamo dietro piccoli libri dove orsi venivano, chissà come, abbandonati in isole di rose, mentre noi sapevamo che la nostra realtà sarebbe stata ben più infelice. E dalla città saremmo stati sbalzati su terre da Robinson Crusoe, e avremmo dovuto accendere falò, contro il buio; pescare il pesce, cucinarlo sulla spiaggia, vivere solitari.
Erano vacanze desiderate, imposte, da conquistare. Per interromperle potevamo sperare in febbri solari che ci avrebbero consentito l’ombra della casa, la biblioteca dove non avevamo che da imbatterci, come nella natura appena oltre il giardino, in parole di Camus, Musil, Dostoevskij, Maupassant, Stevenson, Tolstoj. Lí c’erano giocatori, disperati, donne, avventurieri, mondi da mescolare, tirare giù, per vedere se assomigliavano all’Oscar, al Pepin, alla Mariuccia del treno, al professor Lanteri… Ma intanto, nella piccola febbre, eran parole, come quelle, meravigliose e più forti della febbre, del Chin P’ing Mei».
Nico Orengo
Ha detto Cesare Segre a proposito di Nico Orengo e della sua infinita fantasia: «La fantasia di Orengo è in questo romanzo inesauribile… Bravissimo a mescolare il riso e un filo di amarezza». Provate ad immaginare una notte perfetta, ma non troppo, una notte che potrebbe profumare di gelsomino e fico, una di quelle notti che tutto sembra essere chiaro e che i totani aspettano solo di essere pescati. Con un’ambientazione così, probabilmente, anche voi sareste indotti a consumare un po’ del vostro spirito in intrighi e tradimenti. Ma forse, perché la trasgressione possa essere viva in voi come qualcosa di magico, dovreste tornare idealmente indietro nel tempo, negli anni Sessanta, subito dopo il primo Dopoguerra, quando le discoteche ancora non esistevano e uomini e donne vivevano alla giornata. Ma siamo sicuri che gli anni Sessanta fossero davvero incontaminati? Nico Orengo ci svela ne “La curva del latte” che l’innocenza umana non esiste se non come idealismo, o forse come scoperta; ma inevitabilmente, in entrambi i casi, si consumerà presto perché travolta dal tempo e dagli accadimenti.
Aspetta primavera, Bandini. John Fante -Il classico che non tramonta
Pubblicato da admin
Aspetta primavera, Bandini
John Fante
Il classico che non tramonta
A cura di Daniele della Libreria Fahrenheit 451 Quarrata (PT)
Titolo: Aspetta primavera, Bandini
Autore: Fante John
Curato da: Trevi E.
Traduttore: Corsi C.
Prezzo: € 11.50
Editore: Einaudi
Data di Pubblicazione: 2005
Collana: Einaudi. Stile libero
ISBN: 8806171364
ISBN-13: 9788806171360
Pagine: XXXIII-238
Arturo ha quattordici anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne, possiede una slitta. Per il resto avrebbe preferito chiamarsi John, e di cognome, invece che Bandini, Jones. La madre e il padre sono italiani immigrati, ma lui avrebbe preferito essere americano. Poi c’è nonna Toscana, che considera il genero Svevo, padre di Arturo, un fallito, e la figlia Maria una povera pazza perché l’ha sposato. Una famiglia non solo povera: proprio fatta di povertà.
Continua..
Grimus: il primo lavoro di Salman Rushdie non delude le aspettative dei lettori più esigenti
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Grimus
Il primo lavoro di Salman Rushdie
non delude le aspettative dei lettori più esigenti
di Giuseppe Iannozzi
“Ero Joe-Sue, indiano axona, orfano, segnato alla nascita da un nome ambiguo perché il mio sesso era rimasto incerto fino a qualche tempo dopo, vergine, fratello minore di una femmina selvaggia che si chiamava Cane da Penna e aveva una paura matta di perdere la propria bellezza: cosa ironica, perché non era bella. Era anche il mio ventunesimo compleanno, e stavo per diventare Aquila Svolazzante. E per smettere di essere qualche altra persona.” (da “Grimus” – di Salman Rushdie)
Salman Rushdie è nato a Bombay nel 1947 e si è trasferito a Londra quando aveva appena quattordici anni. Per anni, dopo la pubblicazione de “I versi satanici”, opera mirabile di fantasia, filosofia e religione, l’autore è stato un “fuggitivo” nel vero senso della parola; e se oggi ha ancora la testa attaccata al corpo, può ben dirsi fortunato perché in suo favore si sono mobilitati alcuni fra i più eminenti intellettuali. Per la cronaca, Bono Vox, si è adoperato non poco per aiutare Rushdie; il testo della bellissima canzone “The Ground Beneath Her Feet”, colonna sonora del film “The Million Dollar Hotel” di Wim Wenders, è stata scritta da Salman Rushdie. Un regalo d’amicizia al leader degli U2?
Salman Rushdie, autore di grandissimi romanzi ricchi di fantasia e genuina spregiudicatezza investigativa intorno al panorama uomo, è forse il più grande scrittore contemporaneo vivente, un moderno Shakespeare che ha regalato alla nostra cultura romanzi importanti come “I figli della mezzanotte”, “La vergogna”, “I versi satanici”, “Harun e il mar delle storie”, “L’ultimo sospiro del Moro”, “Est Ovest”, “La terra sotto i suoi piedi”, “Il sorriso del giaguaro”, “Patrie immaginarie”, “Fury”.
Rushdie ci dice che l’uomo è vittima delle furie che si agitano nell’anima, e che l’anima è costretta a seguire la loro volontà (o quella degli dèi, se si preferisce) per tentare di scoprire l’identità che appartiene all’uomo. I personaggi di Rushdie si interrogano come Amleto. Non credo sia errore definire Salman Rushdie moderno Shakespeare. La fantasia di Rushdie è arte e virtuosismo allo stesso tempo, fantasia e dissacrazione dei common places: essere o non essere? I personaggi di Rushdie non possono fare a meno di essere amletici nelle loro scelte, nei loro comportamenti, e il mondo che gli ruota attorno è amletico pure esso. In “Fury”, l’autore disegna la lotta per la sopravvivenza in un mondo scevro di valori, ma anche l’uomo inteso come oggetto soggetto a una società solo virtualmente civile: la religione diventa filosofia e viceversa e poi si fa passare per necessaria politica, in definitiva una impossibile ricerca di una identità reale in un mondo di simulacri (bambole). Le furie agitano l’animo umano e tutti ne sono vittime (in)consapevoli.
Volenti o nolenti, è dovere intellettuale riconoscere a Salman Rushdie di essere “eclettico” quanto Shakespeare, ma anche, moresco, lisergico, filosofico e ambiguo in una declinazione tutta intellettuale. A guardarlo bene in faccia, be’, non lo si può dire uomo affascinante o confortante: la genialità è in quel suo volto severo, quasi ebreo, dal naso aquilino, poi gli occhialini rotondi e la barba grigia completano la sua immagine. Ha sicuramente un debito di riconoscenza non indifferente nei confronti di tanti intellettuali e uomini di spettacolo; ciò non toglie che ogni sua storia ci scaraventa in un universo bastardo, tragicamente remoto e reale, magicamente reale e allo stesso tempo irreale. Dopo “I versi satanici”, Rushdie ha avuto non pochi guai, e usando le sue stesse parole parodiate si potrebbe dire che si attirò le “furie” addosso, e queste hanno tenuto duro veramente, ma il capo dal busto non sono riuscite a spiccarglielo. Forse qualcuno ricorda “The Ground Beneath Her Feet”, la colonna sonora a “The Million Dollar Hotel” di Wim Wenders: bene, il testo della canzone, l’ha scritto quel geniaccio di Rushdie, rivelandosi anche ottimo paroliere o poeta che dir si voglia. (Per i curiosi che poco masticano l’inglese, il testo tradotto de “La terra sotto i suoi piedi” di Rushdie è riportato in fondo a questa recensione.)
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
L’uomo duplicato di José Saramago – L’impossibile era l’ultima illusione che ci restava – Einaudi, collana Super Et
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
L’UOMO DUPLICATO
L’impossibile era l’ultima illusione che ci restava
Parola di José Saramago
di Giuseppe Iannozzi
“Le parole sono l’unica cosa immortale; quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro.”
José Saramago
José Saramago, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Tra le sue opere pubblicate è d’obbligo ricordare almeno L’anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Storia dell’assedio di Lisbona, Viaggio in Portogallo, Cecità, Oggetto quasi, Tutti i nomi, Il racconto dell’isola sconosciuta, La caverna, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Manuale di pittura e calligrafia, L’uomo duplicato, Poesie e Teatro, Saggio sulla Lucidità.
Che la vita riservi delle impossibilità che all’improvviso si realizzano in realtà tangibili, non è una novità, anche se non sempre accade che i desiderata e la realtà corrispondano alle impossibilità immaginate. Ne sa qualcosa José Saramago, che in un’ottica perfettamente oggettistica ma umana, quella di “Oggetto quasi”, spiega che “l’impossibilità era l’ultima illusione che ci restava”. “L’uomo duplicato”, questa una delle ultime fatiche dello scrittore insignito nel 1998 del premio Nobel per la Letteratura, è romanzo come un giallo, la cui maestria è quella dello scrittore consumato capace di dar spessore nuovo di significati a quella che per altri colleghi sarebbe materia per una storia banale. Ma non si pensi a Saramago come ad un epigono di P.K. Dick che replica i suoi simulacri, non si pensi a Saramago come a un semplice parolière scevro di valori e sentimenti, si consideri piuttosto Saramago scrittore epico omerico pirandelliano in grado di disegnare la realtà moltiplicando ogni sua possibile ed impossibile sfumatura in coriandoli di casi possibili, di micro-realtà che si inseriscono nella nostra identità per proiettarla in un universo che è la realtà stessa, non semplice modello d’un mondo parallelo. La concretezza di Saramago non è metafisica sciorinata in parole e contenuti, è pragmatismo, anche se il libro è un oggetto e come tale si comporta anche se non toccato da mani umane, perché il libro è libero quindi suscettibile di mille incidenti di percorso, l’aria che ne ingiallisce le pagine, la polvere che si accumula su di esso, ma anche vittima delle azioni che l’uomo potrebbe operare nel tentativo di interpretarne i contenuti.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
T. Coraghessan Boyle è Amico della Terra, è il nuovo William S. Burroughs che l’America merita
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
T. Coraghessan Boyle è Amico della Terra
E’ il nuovo William S. Burroughs che l’America merita
di Iannozzi Giuseppe
T. Coraghessan Boyle è originario di Peekskill, nello Stato di New York, ma vive a Santa Barbara e insegna al Southern California College, in un quartiere multietnico di Los Angeles. Ha esordito in Italia con il bellissimo romanzo mainstream, América (1997) a cui hanno fatto seguito Amico della terra (2001). la raccolta di racconti Se il fiume fosse whisky (2001), Dottor Sex (2004), Infanticidi (2006) e Identità rubate (2008) . I suoi lavori sono pubblicati in Italia da Einaudi. La sua bibliografia completa comprende: After the Plague, A Friend of the Earth, T. C. Boyle Stories, Riven Rock, The Tortilla Curtain, Without a Hero, The Road to Wellville, East is East, If the River was Whiskey, World’s End, Greasy Lake, Budding Prospects, Water Music, Descent of Man, Drop City, The Inner Circle e l’ultimissimo Tooth and Claw.
T. Coraghessan Boyle è uno scrittore geniale che sa scrivere con abile maestria: i suoi romanzi, così come i racconti, sono grotteschi, affascinanti, romantici, disillusi, feroci, provocatori, impregnati di una genuina poesia on the road, quella tanto cara ai capiscuola della Beat Generation. Scoprire T. Coraghessan Boyle è stata una vera illuminazione: nelle sue pagine non c’è segno alcuno di supponenza dottorale, perché Boyle scrive facendo riferimento alla sua esperienza personale. T. C. Boyle è un giovanotto che veste alla mano e se lo incontri per strada non diresti affatto che è uno scrittore: ma è un artista, e che artista! Non esito a definire T. C. Boyle il nuovo William Burroughs che il mondo attendeva da troppo tempo. Peccato che in patria, per gli argomenti trattati, è forse un po’ snobbato, ma la critica più attenta non ha potuto fare a meno di evidenziarne le grandi doti artistiche e comunicative. La moda del momento ha proiettato un certo J. T. Leroy, autore di due stupidi romanzetti (Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa), nell’olimpo degli autori americani più letti, paragonandolo addirittura a W. Burroughs; ma J. T. Leroy è solo una moda commerciale, mentre T. C. Boyle – scommetteteci pure quello che volete – è autore di tutt’altra statura, un autore che non morirà e che rimarrà a lungo nella storia della letteratura americana e non.
«La passione per la scrittura non è nata con me, e non me l’hanno trasmessa col latte materno. Nessun angelo è venuto a visitarmi, e non andavo a nascondermi negli angoli bui con gli occhiali spessi due dita, l’apparecchio per i denti e in mano un libro, mio unico amico. Non mi rintanavo come una talpa borgesiana nella biblioteca di mio padre (per la cronaca, mio padre non aveva una biblioteca e non ha letto un libro in vita sua…) No, ero un bambino come tutti gli altri. Giocavo a palla; vagavo tra i miseri resti dei boschi nella periferia di Westchester, uccidendo quello che mi capitava; stringevo i denti a scuola, che per me era peggio dei lavori forzati. Ero un bravo bambino, facevo di tutto per piacere – come spessissimo accade ai figli degli alcolisti -, eppure, chissà come, verso i 15-16 anni mi sono trasformato in un ragazzino strafottente. Un punk. Un cinico. Un so-tutto-io. In parte è stata colpa dei libri – ma non tutti, non ancora. Le persone che frequentavo – ragazzini come me – erano figli di famiglie istruite, borghesi, a volte persino abbienti, ed erano svegli, furbi e insoddisfatti. Più tardi sarebbe arrivata la droga, ma all’inizio non volevamo altro che guidare come pazzi, cercare disperatamente di scopare, compiere i soliti, piccoli atti di vandalismo, prendere una sbornia dietro l’altra – e chissà come, per miracolo, leggere libri. Eravamo proto-hippies, ma non lo sapevamo. Sapevamo solo di essere a metà strada fra i teppisti e i primi della classe, e di saper apprezzare Aldous Huxley, George Orwell, J. D. Salinger, Jack Kerouac. Scrivere? Una cosa mai sentita. [...] A 17 anni sono finito a Potsdam, New York. [...] Non frequentavo le lezioni all’università. Ciondolavo insieme ad altri buoni a nulla. Ma leggevo. Ho scoperto Flannery O’Connor durante un corso di letteratura e mi sono riconosciuto, come di schianto; poi, fuori dalla classe, nei bar, in compagnia di una piccola schiera di gente come me, ho iniziato a leggere Updike e Bellow e Camus, poi Barth, Beckett, Genet, e Gide, Ibsen, O’Neill, Sartre, e Waugh. La biblioteca era nuova, si sentiva un odore di formaldeide salire dalla moquette; anche i libri erano nuovi, almeno quelli che leggevo io, e avevano quell’odore che i libri hanno ancora adesso, di colla inchiostro e cartiera, un odore che ho imparato ad associare al piacere – e alla conoscenza».
(T. Coraghessan Boyle da The Eleventh Draft, Harper Collins, 1999)
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Jonathan Ames. Io e Henry. Un capolavoro di comicità – Einaudi – collana Stile libero
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Jonathan Ames
Io e Henry
Un capolavoro di comicità
di Iannozzi Giuseppe
«Una voce autentica della sofferenza giovanile. Il giovane eroe antisociale di Ames è un incrocio tra Jean Genet e Holden Caulfield nell’era dell’Aids. Lo stile è la reale conquista: solido, pulito, e impassibile». (Philip Roth)
«Cinematografico nelle sue rapide, essenziali riprese, stupefacente per la sua autorevolezza, questo romanzo è un ritratto spiazzante e divertente di un uomo senza illusioni. Un debutto sorprendente». (Joyce Carol Oates)
«Era dai tempi di Harold e Maude che non si vedeva una coppia tanto bizzarra e divertente come Louis Ives e Henry Harrison». (Jeffrey Eugenides)
Dobbiamo fare i conti con “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides, ma prima ancora con “Middlesex”, per poter parlare di “The Extra Man” di Jonathan Ames. E poi, con occhio colto, guardare a Scott Fitzgerald, al suo capolavoro “Il grande Gatsby”, al decadentismo signorile che Fitzgerald diceva della middle class prima di dire di “The Extra Man”. Perché “Io e Henry” – questo purtroppo il titolo italiano del romanzo di Ames – è la ricostruzione fedele e ironica della middle class moderna, di una società ormai avviata ad estinguersi nel fuoco delle sue vanità. “The Extra Man” risale al 1998, quindi prima di “Middlesex” di Eugenides, ma senza il lavoro di Ames probabile è che Eugenides non avrebbe mai dato alle stampe il suo Middlesex.
Ames ed Eugenides, pur essendo lontani l’uno dall’altro, sono più vicini nelle speculazioni intorno alla società di quanto la critica possa credere; infatti entrambi evidenziano il decadimento, forse precoce, della società americana, quella indaffarata a correre dietro ai suoi istinti nel vano tentativo di riconoscerli e consegnarli alla storia. Anche J.T. Leroy ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Ames: se Leroy ha scritto romanzetti come “Sarah” ed “Ingannevole è il cuore…” è perché Ames aveva già detto, con consumata maestria, quanto Leroy mette nero su bianco senza grazia alcuna nei suoi romanzetti – falsamente descrittivi d’una sessualità disperata. La grandezza di Jonathan Ames sta nel disegnare un ironico Holden Caulfield che veste il reggiseno, per scherzo quasi, in cerca, sempre, di una riconciliazione con sé stesso, con una identità smarrita che mai ha avuto né nello spirito né sul passaporto: Louis Ives, personaggio principale di “Io e Henry”, è un po’ come Holden Caulfield, come lui è un ribelle, ma è soprattutto un disperato ironico che all’arte del facile travestimento preferisce opporre sé stesso. Con pulizia chirurgica, Ames rifiuta la violenza del sentimentalismo e del vittimismo, o la volgarità falsamente controcorrente di Leroy, per riallacciare un dialogo ideale con la grande tradizione letteraria americana, quella di Salinger.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Salinger: Il giovane Holden
Pubblicato da Katia Ciarrocchi
Salinger: Il giovane Holden
A cura di Katia Ciarrocchi
Titolo: Il giovane Holden
Autore: Salinger Jerome D.
Traduttore: Motti A.
Editore: Einaudi
Prezzo: € 11.80
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Super ET
ISBN: 8806193090
ISBN-13: 9788806193096
Pagine: 248
Leggo questo libro in età adulta (?), in quest’ultimo anno prendo in prestito i libri di mio figlio e colmo quelle “lacune” letterarie che ho accumulato negli anni.
Il giovane Holden di Jerome David Salinger è stato scritto più di cinquant’anni fa ma è talmente attuale che potremmo immaginare sia stato scritto in questi anni. La grandezza e la bravura di Salinger, a mio avviso, sta proprio nella capacità di descrivere una storia di malessere giovanile che accomuna intere generazioni perché la vita scorre, ma determinati periodi del vissuto di ognuno si riassumono sempre in un quadro emblematico dell’adolescente di ogni tempo, insomma un libro che riesce a parlare all’adolescente che è stato o è in ciascuno di noi.
Holden dopo aver accumulato una serie di sconfitte scolastiche, (deva lasciare l’ennesimo college, Pencyl, dopo la bocciatura che gli è stata annunciata poco prima delle vacanze di natale) decide di regalarsi tre giorni di svago prima di tornare a casa e assistere alla collera (?) e ai rimproveri con tiritere trite e ritrite dei suoi genitori.
Salinger descrive il protagonista come un ragazzo introverso, “lavativo” e “bugiardo” coltiva un’unica passione la letteratura, “Quelli che mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li ha finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”, interesse che non ama condividere con gli altri.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Helmuth Krausser. I demoni di Puccini. Nuovo capolavoro per l’autore di Melodien
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Helmuth Krausser
I demoni di Puccini
Nuovo capolavoro per l’autore di Melodien
di Iannozzi Giuseppe

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
E’ un transessuale il protagonista del nuovo romanzo di Cinzia Pierangelini: storia d’amore di dolore di sesso tra nuovi puritani e ipocriti d’ogni razza ed età
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Cinzia Pierangelini alle prese con ‘a jatta
Intervista all’autrice di uno dei più belli
e controversi romanzi di questa stagione letteraria
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Cinzia Pierangelini, sei al tuo secondo romanzo con GBM editore. Dopo il notevole “Eraclito e il muro”, a distanza di circa due anni torni con un romanzo particolare, “‘A jatta”. Il tuo nuovo lavoro tratta un tema difficilissimo, quello del cambio di sesso. Prima di addentrarci nel magma del libro, come mai la scelta da parte tua di trattare un tema tanto attuale e che, apparentemente, con il tuo vissuto personale ha poco o nulla a che vedere?
Credo che se uno scrittore trattasse solo ciò che lo riguarda da vicino molti capolavori non esisterebbero. Detto ciò, trovo che una riflessione sulla transessualità mi riguardi alla stregua di molti altri temi della vita. Riguardo allo ‘scegliere’ un tema: non lo faccio mai, succede sempre il contrario. Immagino di assorbire sensazioni, emozioni che pian piano si guadagnano una faccia, un nome e chiedono di vivere tra le pagine d’un libro.
2. Non nego che in certi momenti la lettura de “‘A jatta” mi ha messo in imbarazzo, difatti ho trovato che hai lasciato scorrere un po’ troppo romanticismo nelle vene di questa storia: Alfredo e Andrea vivono una storia d’amore che, in alcune pagine, scade nel melodramma quando non addirittura in un esasperato romanticismo in perfetto stile romanzetto rosa Harmony. E’ una mia impressione sbagliata, o hai voluto che “‘A jatta” fosse proprio così, una pletora di sentimenti forti indisciplinati e caotici?
Romanticismo dici? e lo dici come fosse un insulto. Non so, per me l’amore è spesso romantico, indisciplinato, passionale. Dei romanzetti Harmony non posso dire, non ne ho mai letto uno. Di melodramma invece non vedo traccia, tranne che tu non consideri melodrammatica la gelosia per esempio. Ma su una cosa sono d’accordo: ho scelto che fosse una storia d’amore il più normale possibile e con un lieto fine per fare un regalo all’amica che mi ha aiutato a far luce sul mondo delle trans.
3. “‘A jatta”, come accennato, è anche la storia di Andrea, di un ragazzo che non si sente a posto con il suo corpo e che finalmente all’età di 40 anni corona il suo sogno, quello di essere donna. Hai accennato ai pregiudizi della gente, al difficile percorso psicologico di Andrea, ma hai quasi del tutto taciuto il dolore che (sicuramente) il giovane ha sopportato per diventare Andrea, una femmina, figa per giunta. La chirurgia plastica riesce quasi a far dei miracoli ma non dall’oggi al domani: cambiare sesso richiede innumerevoli operazioni, soldi, e non da ultimo un coraggio non da poco. Che informazioni hai preso circa la possibilità di cambiare sesso grazie alla chirurgia? Hai compulsato dei testi che trattano la materia da vicino, sia sotto il profilo chirurgico sia sotto quello psicologico? O ti sei affidata alla tua sola sensibilità femminile?
E tu hai letto bene il libro? (off topic). Sì ho studiato e per cominciare ti correggo: Andrea non è mai stata un ragazzo!!! Oltre a studiare a fondo l’argomento, e sorvolare su ‘figa per giunta’ che mi fa innervosire, sono stata in contatto mail con due trans, una operata e una in fase di transizione, che mi hanno fornito tutto il supporto possibile. Nel libro mi pare di aver spiegato piuttosto chiaramente la situazione ma non m’interessava fare un trattato, non è questo il senso del libro. Sul web, per chi fosse interessato, c’è l’operazione fotografata passo per passo. Insisto nel chiarire che ho evitato accuratamente di condire (e sarebbe stato facile e anche più remunerativo) la mia storia di sesso e scioccanti dettagli.
4. Alfredo, oramai vicinissimo ai sessanta, impenitente scapolo, ex dongiovanni, in un’età che si dovrebbe pensare alla pace dei sensi finisce con l’innamorarsi. Di Andrea. All’inizio lui non sa che Andrea ha fatto l’operazione. La vita di Alfredo è monotona: vive insieme a una gatta, non ha interessi particolari per la vita, però dimentica quasi ogni cosa, da un momento all’altro. Si potrebbe pensare che sia affetto da rammollimento celebrale. Perché hai deciso per un personaggio come Alfredo, per un mezzo smemorato, per un uomo non più nel fiore della virilità? E, perché l’hai fatto innamorare di Andrea, di un transessuale?
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
MILAN KUNDERA – UN INCONTRO a cura di Gordiano Lupi
Pubblicato da Katia Ciarrocchi
MILAN KUNDERA
UN INCONTRO
A cura di Gordiano Lupi
Titolo: Un incontro
Autore: Kundera Milan
Traduttore: Rizzante M.
Prezzo: € 17.00
Editore: Adelphi
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Biblioteca Adelphi
ISBN: 8845923649
ISBN-13: 9788845923647
Pagine: 186
Milan Kundera è il più importante scrittore europeo contemporaneo e ogni volta che esce un suo libro è un piccolo evento. Un incontro è una raccolta di saggi che ripercorre vecchi amori dell’autore praghese, partendo da Rabelais fino ad arrivare a Federico Fellini e Curzio Malaparte. Kundera parla del romanzo, dei romanzieri, rivaluta un’arte che in passato è stata considerata secondaria rispetto alla poesia, si abbandona a discettazioni su musica e letteratura, definisce La pelle di Malaparte – opera da noi considerata minore – un romanzo perfetto, l’esempio del contenitore assoluto della materia narrativa.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Italo Gilles Lasalle. L’Elenco Universale delle cose tristi. Un Capolavoro contemporaneo
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Italo Gilles Lasalle
L’Elenco Universale delle cose tristi
Un Capolavoro contemporaneo
di Iannozzi Giuseppe
Dovreste far di tutto per assicurarvi una copia del nuovo romanzo di Italo Gilles Lasalle, L’Elenco Universale delle cose tristi edito da Cicorivolta edizioni nella collana i quaderni di Cico. Il perché è presto detto, anzi urlato: questo romanzo è un Capolavoro con la “C” maiuscola. Provo a farvi capire perché: avete presente Il gioco del mondo di Julio Cortázar, una delle più grandi denunce in chiave ironica dell’inautenticità della vita e della letteratura? Chiunque abbia letto Il gioco del mondo sa bene che il lavoro di Cortázar è un miracolo letterario. Altro miracolo, moderno seppur meno ambizioso ma non per questo meno divino, è quello operato di recente da Carlos Ruiz Zafón con L’ombra del vento e Il gioco dell’angelo, senza dimenticare il romanzo breve Il principe della nebbia. Si aggiunga poi un po’ dell’erotismo fiabesco di Gabriel Garcia Marquez, di quello che ha saputo ritrarre in maniera mirabile nell’Amore ai tempi del colera, e anche un po’ della decadenza esistenziale che è nel Generale e il suo labirinto, ed ecco a voi una storia che si legge tutta d’un fiato, L’Elenco Universale delle cose tristi di Italo Gilles Lasalle.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Il bosco degli urogalli, di Mario Rigoni Stern
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Il bosco degli urogalli
di Mario Rigoni Stern
Edizioni Einaudi
Narrativa raccolta di racconti
Pagg. 179
ISBN: 9788806174071
Prezzo: € 9,50
Lo ammetto, non amo la caccia, non amo uccidere degli animali indifesi, anzi tendo a rispettarli nella loro specificità, e quindi non vedo mai con simpatia un cacciatore.
Tuttavia, nonostante questa mia avversione, la lettura di questo libro mi è risultata estremamente appagante, forse perché Rigoni Stern è riuscito a dare una visione di questa “specie” di sport del tutto particolare.
La lunga marcia sulla neve per avvicinarsi alle prede, il silenzio dei monti nel freddo dell’alba, i boschi in cui si svolge la contesa donano un tocco di magia grazie a una vera e propria prosa poetica e danno l’idea di un ritorno dell’uomo alle origini, quando era in armonia con la natura.
In questa atmosfera, quasi ieratica, la caccia diventa un rito, in cui l’uomo e l’animale sono personaggi che si affrontano sullo stesso piano, ognuno con i mezzi di cui dispone, e non è sempre chi ha il fucile che ne esce vincitore.
E poi non ci sono solo racconti di caccia agli animali, ma altri in cui ricorre la metafora dell’uomo che è in competizione con suoi simili, come nello stupendo Esame di concorso, la ricerca spasmodica di un povero travet di una posizione migliore, la sua caparbietà in un mondo di miseria, i suoi sogni, le speranze, puntualmente deluse, quasi che l’autore volesse dirci che in questo mondo di cacciatori le prede non sono sempre lepri o volpi.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Massimiliano Parente: intervista all’autore della Macinatrice
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Intervista a
MASSIMILIANO
PARENTE
a cura di Giuseppe Iannozzi
1. Parliamo, se non ti spiace, di Te, Massimiliano Parente, prima di entrare nel cuore, nei sotterranei de “La Macinatrice”. Dunque, chi è Massimiliano Parente? Una breve autobiografia autorizzata, per così dire.
E’ quella, di poche righe, che trovi nei risvolti di copertina dei miei libri.
2. Prima de “La Macinatrice”, hai scritto altri romanzi importanti: “Incantata o no che fosse”, “Mamma”, “Canto della caduta”. Si può dire che “La Macinatrice” è l’ideale proseguimento di un percorso narrativo iniziato sin dal tuo primo romanzo?
Tutto rientra in un ampio progetto che spero di avere il tempo e la forza di portare a termine. Penso sempre a ogni libro come a una parte più o meno grande di un’opera unica. Non so ancora dove arriverò ma intuisco di volta in volta i passi successivi. Per questo mi fanno sorridere quelli che danno consigli agli scrittori, scrivi questo, scrivi quello. O c’è un’ossessione complessiva, o si è solo degli sceneggiatori mancati. E pertanto il problema dell’editore è secondario, fondamentale è non tradire mai la propria opera. “Ciò che è decisivo accade nonostante tutto” diceva Nietzsche.
3. Qualcuno, giustamente, ti ha già definito l’Houellebecq italiano. Ti ci ritrovi, e sì, perché? Sotto un profilo narrativo, sotto quello delle idee, cos’hanno in comune Massimiliano Parente e Michel Houellebecq?
Niente, e per una ragione per me fondamentale. Tra una pagina di Houellebecq e una di Ken Follett vedo poca differenza. Nel senso che non entra in conflitto con le parole. Houellebecq è uno scrittore che scandalizza i giornalisti e li scandalizza sui contenuti, e questo in letteratura segna il limite di una data di scadenza troppo breve. Anche Moravia scandalizzava, oggi fa ridere. Del resto non leggo uno scrittore per avere delle idee, ma per avere la forma delle idee, che è l’unico modo di vedere le idee. Molto più interessante Hervé Guibert, del quale purtroppo molti libri importanti restano ancora non tradotti.
4. Quali autori, di ieri e di oggi, hanno maggiormente contribuito a formare il tuo stile, le tue idee intorno alla letteratura, alla società e alla politica? E, per quali motivi?
Soprattutto quelli che hanno sfondato e rifondato il romanzo, che hanno spalancato nuovi mondi scardinando qualcosa negli schemi narrativi, nelle strutture linguistiche, che sono stati insieme tradizione e avanguardia. Soprattutto l’irriducibilità al conformismo narrativo, che significa appunto avere la stessa forma, e la radicalità nei confronti della propria forma. Te ne potrei fare una lista infinita, da Sterne a Faulkner, da Flaubert a Proust a Gadda a Verga a D’Arrigo al Pasolini di Petrolio. Resto sorpreso, oggi, quando vedo certe piccole operazioni di classificazione, che cercano di ricondurre al concetto di “genere” ciò che, essendo letteratura, è inclassificabile. Qualcuno, siccome qui non si distinguono più opere d’arte da opere commerciali, si è inventato la parola “massimalismo”, con lo scopo di far passare il concetto che esista un genere in quanto non è di genere. Ma che significa? Era massimalista Joyce? Erano massimalisti Balzac, Dostoevskij, Dante, Manzoni, Musil o De Roberto, con quell’immane e meraviglioso romanzo che è I viceré, del quale ogni pagina vale tutto Tomasi di Lampedusa? Allora è massimalista tutta la letteratura che conta. Anche la Cappella Sistina è massimalista.
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Pavese? Per i francesi è il Gatsby del Piemonte
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Pavese? Per i francesi
è il Gatsby del Piemonte
di Domenico Quirico – Fonte: La Stampa
I francesi, non gli italiani che qualche volta sono immemori, hanno scoperto per Cesare Pavese il parallelo che illumina, affascina e sintetizza: un Fitzgerald italiano che alla lenta discesa agli inferi con l’alcol ha preferito il sonno artificiale in un albergo di Torino, la notte tra il 27 e il 28 agosto del 1950. Leggendario, struggente Gatsby piemontese! Nel suo pretendere di risvegliare vecchie ceneri di amore e nell’imparare l’arduo mestiere di vivere, un provinciale, come l’altro che arranca sulla spiaggia di Long Island, affatato da una visione di fragili grazie, commovente e ridicolo; ma soprattutto solo come gli eroi di Melville che ha tradotto. Solo a vegliare sotto le finestre di tante Daisy indifferenti, a fare la guardia a niente.
Continua..
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.






























