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Bright Star. La vita autentica di John Keats. Il romanzo biografico lo scrive Elido Fazi

Bright Star. La vita autentica di John Keats

Il romanzo biografico lo scrive Elido Fazi

di Iannozzi Giuseppe

Chi non conosce John Keats, Colui il cui nome fu scritto sull’acqua, sa poco o niente della Poesia. Keats, uno dei principali esponenti del Romanticismo, scriveva in una lettera a John Taylor (27 febbraio 1818): «Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente». E in un’altra missiva indirizzata invece a John Hamilton Reynolds (3 febbraio 1818): «Non sopportiamo la poesia che ha un disegno chiaro per noi [...] La poesia dovrebbe essere grande ma discreta; qualcosa che ti penetra dentro senza farti trasalire, senza colpirti in sé stessa, ma col suo messaggio. Come sono belli i fiori nascosti! Come se ne sciuperebbe la bellezza se si spingessero dalla strada gridando: “Ammiratemi: sono una violetta! Adoratemi: sono una primula!”». E poco prima di morire, rivolgendosi a un altro grande poeta esponente anch’egli del Romanticismo inglese, ovvero a Percy Shelley, in una lettera datata 16 agosto 1820: «La mia immaginazione è un monastero e io sono un monaco».

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Hitler pazzo per lo Zio Tom E Bokassa divorava biografie

Hitler pazzo per lo Zio Tom
E Bokassa divorava biografie

di Matteo Sacchi – Fonte: Il Giornale.it

Milano – Più di 16mila volumi. Alcuni rari, molti probabilmente mai letti, altri compulsati con foga, sottolineati e risottolineati con rapidi tratti a matita, glossati con punti di domanda e punti esclamativi, con tormentate chiose. Di che cosa parliamo? Della biblioteca privata di qualche grande intellettuale? Che so, un Voltaire, un Kant, un Croce?
No. Questa sterminata distesa di libri, con i suoi milioni di pagine, è appartenuta a un ex caporale bavarese divenuto Führer di Germania: Adolf Hitler. E non deve stupire che l’uomo che ha condannato al rogo centinaia di titoli passasse ore e ore tra migliaia di tomi. Lui stesso una volta disse di sé: «Quando una persona dà, deve anche prendere e io dai libri prendo quel che mi serve». Molti altri dittatori hanno fatto altrettanto, rinforzando l’aura mitica del leader proprio a partire da una cultura enciclopedica (per lo più soltanto ostentata) che marcasse la loro diversità, la loro superiorità. Questo con buona pace di chi crede che sia solo l’ignoranza a creare la violenza e che, nella migliore delle ipotesi, bastino cospicue letture a eliminare l’ignoranza.
Così, leggendo il recentissimo La biblioteca di Hitler (Mondadori, pagg. 264, euro 19) di Timothy W. Ryback, penna del New Yorker e studioso della Shoah, si compie un interessante viaggio nella mente e nella storia personale di un uomo che è considerato da molti l’incarnazione del male assoluto. I libri, infatti, almeno quei 1200 volumi sopravvissuti al crollo del Terzo Reich, sono come orme lasciate sulla sabbia. Consentono, seppur con lacune, di ricostruire il percorso che ha trasformato un giovane pittore mitomane, scaraventato nel Maelstrom della Prima guerra mondiale, prima in un agitatore politico antisemita, e poi nell’artefice della più grande carneficina del ’900. Si scopre che il caporale baffuto, a pochi chilometri dal fronte, leggeva libri d’arte come Berlin di Max Osborn, e che molte delle sue idee sul bello sono nate da lì. Che amava Don Chisciotte, Robinson Crusoe, La capanna dello Zio Tom, e che si faceva trasportare dalla forza drammatica di William Shakespeare, preferendolo a Goethe e a Schiller.
Purtroppo, alternava queste letture con il pamphlet antisemita di Henry Ford The International Jew: the World Foremost Problem. E a partire dal 1931 gli capitò di trascurare la necessità di rafforzare la propria cultura da autodidatta, che rischiava sempre di metterlo in crisi, per interessarsi a un manuale sui gas tossici con un intero capitolo dedicato allo Zyklon B, che diventerà tristemente famoso per l’impiego che se ne fece nei lager.
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L’anteprima di «Obama. From Promise to Power»

La biografia del neopresidente di David Mendell in uscita da Cairo editore

Obama: storia dell’uomo
che fa sognare l’America

L’anteprima di «Obama. From Promise to Power»

Fonte: Corriere.it

Chi lo conosce bene stenterebbe a crederci, eppure in quel pomeriggio del 27 luglio 2004 Barack Obama fece un passo più spavaldo e imprudente del solito. D’estate, in una Boston immersa nella calda luce del sole, guidò un drappello di giornalisti, assistenti e un paio di amici – un gruppetto formato al massimo da due dozzine di persone – attraverso il labirintico recinto di sicurezza che proteggeva l’arena coperta dell’imponente Fleet Center. Lo smilzo ex giocatore di basket delle superiori che anche a quarantadue anni non disdegnava farsi una partitina, cominciò a muovere il busto come se si stesse dirigendo verso la linea dei tiri liberi, sicuro di mettere a segno il canestro che valeva la partita. Tirò indietro le spalle. Tenne dritta la testa. A ogni passo, il busto in giacca blu oscillava da una parte e dall’altra. Aveva la massima fiducia in sé stesso. E a ragione: mancavano infatti solo poche ore, e il legislatore dello Stato dell’Illinois e docente di legge a contratto avrebbe mosso i primi passi sulla scena nazionale con il famoso discorso introduttivo alla Convention nazionale democratica. Era arrivato il suo momento d’oro. E, sebbene ciò fosse accaduto piuttosto velocemente, in maniera inaspettata e in un certo senso strana, con appena qualche settimana di preavviso, ora Obama aveva l’opportunità di dimostrare al mondo che era in grado di giocare nella massima serie. Finalmente.
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