Anna Lamberti-Bocconi – RUMENI Romanzo di storie – Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, collana Eretica
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
intervista ad
Anna Lamberti-Bocconi
RUMENI
Romanzo di storie
a cura di Iannozzi Giuseppe
1. Chi sono oggi i Rumeni? Perché parlare di loro e non dei contattasti ad esempio, o per assurdo degli scientologisti?
I rumeni oggi sono i borgatari di ieri, quelli che interessavano a Pasolini, per intenderci; le rumene oggi sono le ragazze friulane come mia nonna, e di tante altre regioni, che per un bel pezzo di Novecento sono venute a Milano a fare i servizi, brade, con la loro ingenuità e le loro parlate incomprensibili. Parlo di loro perché in questo momento ci sono loro, e con la loro presenza mi hanno facilitato a esprimere quel che sentivo, anzi, me l’hanno suscitato e reso urgente da dire, che è poi la ragione per cui si affronta la faticaccia di scrivere un libro. Trovo gli immigrati rumeni che ci sono qui da noi persone molto adatte a un ruolo di rappresentazione radicale dell’“altro”, che è un’entità tanto più inquietante quanto più simile a noi. I rumeni infatti ci somigliano, sono bianchi, europei, ibridati con i latini, non si distinguono da noi in apparenza, ma la loro posizione di estraneità sociale, in questo periodo fomentata a livello politico e che ne fa il gruppo etnico sotto tiro per eccellenza, li ha resi al mio sentire particolarmente adatti a incarnare un’alterità che non lascia tranquilla la coscienza, una specie di specchio dell’ombra.
Riguardo a contattismo e dianetica, poi, proprio per essere buona dirò che li trovo folklore perverso, bizzarria, prodotti periferici degli assestamenti neuronali della civiltà; avranno una funzione anche loro, ma non sono paragonabili a un popolo! I popoli sono verità storiche, assolute e profonde, mentre sette e gruppastri sono verità anche loro, ma interessanti solo da un punto di vista sociologico.
2. Negli ultimi anni si è detto di tutto e di più sui Rumeni. A tuo avviso, sono solamente vittime innocenti del sistema, o sono piuttosto anche carnefici di sé stessi?
Vittime innocenti forse sono solo i bambini… Il “sistema”, poi, è una parola-ombrello che va bene per tutto. Sappiamo che la vittima non è mai del tutto innocente, e il carnefice non è mai del tutto colpevole. E così però siamo ancora al punto di partenza: si è capito tutto e niente, si può dire tutto e niente. Scatta allora il desiderio di raccontare e di immergersi nelle storie e nelle emozioni, che è un modo di comprendere “da dentro”, oltrepassando categorie concettuali troppo schematiche che alla fine si autoazzerano.
Sui rumeni, e sugli stranieri in genere, mi pare abbastanza evidente che il tam tam sulla “sicurezza” eriga barriere in tutti, in noi ma anche in loro, accrescendo le chiusure e le difficoltà di comunicazione e portando a inasprimenti reciproci fra i gruppi. E’ una catena. Ma a me non piace parlare in termini di vittimismo, né vorrei partire da assunti di colpevolizzazione e assoluzione, due facce della stessa medaglia: si tratta pur sempre di un tipo di catene, è vero, ma più che di catene di colpe parlerei di catene di innocenze, e più che di sistema sociale parlerei di sistema dell’esistenza. Ed è qui che nasce la valenza emotiva del libro, che molti hanno notato e apprezzato.
3. Non è una novità per nessuno, ahinoi: lo straniero in Italia non è ben accetto. L’Italia accoglie molte etnie, i clandestini oggi sono equiparati a dei delinquenti, non c’è giorno che non scoppi un gran casotto: rumeni che stuprano, che rubano, che falciano vite guidando ubriachi e drogati, che rapiscono bambini… Per un omicidio colposo viene poi comminata una pena di tre anni di carcere ad esempio, la stessa che prende un italiano che in supermarket abbia rubato per fame un pacchetto di wafer del valore di 1 euro e 29 centesimi. Il tuo punto di vista è…?
Finalmente una domanda facile! Legge uguale per tutti, legalità pretesa da parte di tutti, a cominciare da Berlusconi fino all’ultimo dei rumeni; niente leggi speciali strombazzate per pura demagogia, che appesantiscono il sistema giudiziario e non servono a niente; il delinquente vada perseguito, indagato, giudicato e quanto ne consegue, senza che su ciò influiscano né la sua nazionalità né il suo censo. Infine: ricordarsi che la povertà non è delinquenza, ma contribuisce molto a crearla, proprio come la ricchezza!
4. Impossibile non notare in copertina la scritta bene in evidenza “… e allora dimmelo che non mi vuoi perché sono uno straniero di merda!”. Ti chiedo dunque di tracciare il profilo del tipico straniero di merda, commentandolo per cortesia.
Pensa che questa frase non è inventata: mi è stata rivolta davvero da un ragazzo rumeno che si è sentito rifiutato e immediatamente ha agganciato la sua rabbia per questo a una specie di paranoia verso di me. In questo caso, “essere uno straniero di merda” corrispondeva alla percezione di quello che credeva io pensassi di lui. Da questo si comprende che come per me il rumeno è straniero assoluto e fa vacillare le mie certezze, mi inquieta e getta dei lampi sulle mie debolezze, altrettanto siamo stranieri noi per loro e pertanto specchi di specchi, il pauroso sosia, la minaccia dell’alter ego, in una prospettiva perpetua che mi interessa molto.
A proposito della difficoltà a sentirsi accettati anche quando nei fatti è così davvero, come nella storia di Kostel, è curioso che proprio oggi ho finito un bellissimo libro di Mario Tobino su questo stesso tema, La ladra. E qui niente rumeni! Siamo nella Toscana del dopoguerra, con una popolana incapace di reggere l’atteggiamento aperto della ricca signora dalla quale è a servizio. E’ una riprova di quanto dicevo prima, che oggi ci sono i rumeni ma ieri c’erano altri, interpreti dei ruoli fissi e predeterminati di pertinenza costante degli scontri di classe e degli incontri difficili.
In sintesi, per me lo straniero di merda è quello che si barrica dietro al livello più superficiale delle sue tradizioni culturali per non evolvere mai, e trasforma la sua frustrazione in violenza.
5. Ed il profilo del tipico italiano di merda quale potrebbe essere?
Uh, non basterebbe tutto lo spazio di Internet per tracciarlo bene! Son stati bravi Tognazzi, Sordi, Gassmann e i mitici registi che li hanno diretti nelle grandi commedie all’italiana. Difetti di base mai cambiati. Ne conosco un po’ anche fra gli scrittori. Il campione dei campioni però è il presidente del Consiglio.
6. “Rumeni” è un romanzo di storie scritte con vertiginosa pazzia, sempre in bilico fra una pericolosa/romantica esposizione agli eventi e un precario restare-con-i-piedi-per-terra. Quanto c’è di autobiografico nei racconti? Tutte avventure vissute, o c’è anche una buona dose di immaginazione?
Un’altra domanda alla quale posso rispondere in breve. Molto è autobiografico in senso letterale, e tutto lo è come spirito, perché le avventure di Rumeni che non ho vissuto nella realtà le ho inventate come verosimili per me.
7. Perché Anna Lamberti-Bocconi dichiara, in maniera piuttosto sfacciata, il proprio amore incondizionato verso chi è rumeno?
Non sono d’accordo su questo. Per esempio, l’energumeno Roman nella storia di Madalina non è un personaggio positivo. Vero è che quando provo un amore incondizionato tendo a dichiararlo sfacciatamente, ma non c’entrano i rumeni! Diciamo che è una questione di carattere…
8. Azzardo: non ti sembra di essere sempre un po’ troppo spregiudicata nell’elargire cristiana pietas a chi rumeno, indipendente dalla situazione più o meno difficoltosa che si trova suo malgrado a vivere (ad affrontare)? Eppure i rumeni non sono la sola etnia presente nel nostro paese, sono in tantissimi a sopravvivere a sé stessi e a passarsela male, italiani compresi.
Ma guarda che alla fine la protagonista del libro è l’io narrante, Anna: la solitudine dei rumeni, la loro erraticità, il loro romanticismo selvaggio è il suo stesso. Ti ripeto, a dispetto del titolo e del tema apparente, non è un libro“sui” rumeni, e non riguarda la questione delle etnie. Se vogliamo proprio ravvisare nel libro una cristiana pietas, sarà dovuta alla profonda consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca.
9. Entriamo nel cuore di Milano, di quella metropoli dove i “tuoi” rumeni ti incontrano e quasi ti riconosco per una di loro. Le storie che racconti conducono quasi tutte a un finale agrodolce. Colpa della fortuna, o di una pura necessità narrativa?
E come avrebbe potuto essere altrimenti? Il “ciao “ che chiude molti episodi è proprio espressione di questo, di un incontro che nello stesso instante è anche un distacco, in quella città che per me è vecchio calore e casa da sempre, per loro è un territorio nuovo e inospitale. E sia io che loro ci muoviamo in una realtà difficile, una metropoli che di fatto è sempre la stessa, ma ha per me e per loro un senso incommensurabilmente diverso. Fermo restando che come soluzione narrativa l’agrodolce sempre interessante…
10. Ogni tuo racconto è un nome di battesimo: Marja, Kostel, Stefan, Gigio, Violeta, Lilia, Tiberiu, Valentina, Mario (insieme a Gheorghe e Cesar), Madalina, Cristina. Non sarebbe stato più conveniente, commercialmente parlando, dare ai racconti dei titoli più espliciti?
Non so rispondere. Citerò una frase di Edmond Jabes: “Ho capito che sarei stato scrittore la prima volta che ho tracciato il mio nome”.
11. Con “Rumeni” ti proponi una qualche denuncia sociale?
Non me la sono proposta, ma coi tempi che corrono, se emerge ben venga!
12. Quanto coraggio ti è occorso per scrivere le storie che hai scritto senza censurarne i particolari, anche i più scabrosi?
Grazie di attribuirmi, tra le righe, del coraggio, una delle doti che più ammiro! In realtà, sono abbastanza incosciente di natura, sono una che va candidamente all’impazzata, e quindi non lo sento come coraggio.
13. Se domani, per colpa o per destino, fossi costretta ad andare via dall’Italia e farti clandestina, qual è la prima cosa che faresti? E quella che invece non faresti mai, anche a costo di pagarne le conseguenze con la vita?
Eh… Non riesco neanche a immaginarlo. E questa cortina nera che cala davanti ai miei occhi solo al pensiero mi suscita uno stupore attonito: ma cos’avranno dentro queste persone, ciascuna di loro, in termini di trauma continuo?
Che cosa non farei… Credo la delinquenza, la disprezzo troppo. Pensa che io per un periodo ho anche lavorato per la polizia, come interprete nelle indagini. Ne ho viste e sentite di tutti i colori e posso affermare con certezza che la mitologia del delinquente romantico è quasi sempre letteratura; i delinquenti in genere sono solo cattivi e ignoranti, deboli, violenti, vigliacchi. In caso disperato cercherei di arrangiarmi diversamente, non so davvero cosa farei, forse implorerei qualcuno, supplicherei pietà.
14. Non ti chiedo quali sono i tuoi autori preferiti e perché: tanto non interessa a nessuno!
Ma a me interessa! Astuto Iannozzi… Solo che potrei farti mille nomi, sono una cosiddetta “lettrice onnivora”. E se me la cavassi citando Kafka e Dostojevskij?
15. Alessandro Zaccuri, recensendo su l’Avvenire, il tuo romanzo “Rumeni”, tra le altre cose scrive: “…con Rumeni, Anna Lamberti-Bocconi sembrerebbe avventurarsi nel territorio del reportage urbano, per restituire al lettore una carrellata di microstorie legate tra loro dal tema dell’immigrazione”. Siamo dunque di fronte a un reportage? Sei d’accordo con Zaccuri che traduce il tuo narrare “nel territorio del reportage urbano”?
Non molto. Ma Zaccuri è un critico assai fine, sa quel che fa, e quindi non deve sfuggire quel “sembrerebbe”, che riporta proprio il concetto a quello che si diceva prima: un tema forte centrale, che però serve a parlare di qualcos’altro di molto più interiore ed esteso.
16. Sempre Zaccuri scrive: “C’è, insomma, un poeta che scrive prosa, restando poeta”. E’ così? Abbiamo a che fare con della poesia tradotta in prosa? E’ questo il tuo stile?
Questo rilievo di Zaccuri l’ho trovato lusinghiero. So che la mia prosa ha una qualità poetica e mi va bene, come spero anche ai lettori. Però non si tratta affatto di poesia tradotta in prosa, e lo dimostra il sacco di tempo che ci ho messo a scrivere il libro, a fronte delle poesie, che invece mi vengono di getto. No, qui ho proprio voluto raccontare delle storie. Il lirismo in Rumeni è una questione di stile, mentre nelle poesie il lirismo è proprio la carne del contenuto.
17. A chi consiglieresti di leggere “Rumeni” oggi come oggi? Per quali motivi? Pensi che in qualche modo il tuo lavoro possa aiutare a spazzare via alcuni di quei pregiudizi razziali che gli italiani nutrono in seno?
Mi ha dato una gran gioia che il libro sia piaciuto a due diciannovenni, mia nipote e il suo ragazzo, un filippino di seconda generazione. Vorrei che lo leggessero i giovani, aprirebbe un po’ i polmoni anche a me, che in un certo senso mi sento sempre più isolata. Mentre ai vecchi orsi pazzi e romantici come me (parole tue, vedi domanda n. 6), va da sé che lo consiglio, dato che è matematico che piacerà loro. Tutto il resto è sorpresa.
Il mio lavoro è una goccia nell’oceano, e dell’andazzo italiano non so proprio che ne sarà. Francamente, la vedo male. Ma mi dispiace terminare l’intervista con una frase così pessimista. Allora facciamo come in Rumeni: buonasera, Iannozzi. Sono contenta di averti detto tutte queste cose. Ciao!
Grazie Anna. Sei stata molto paziente e comprensiva nel voler rispondere alle mie domande, anche alle più provocatorie.
Ti auguro tutto il meglio.
Rumeni. romanzo di storie – Anna Lamberti-Bocconi – Stampa Alternativa Nuovi Equilibri – collana Eretica – ISBN 9788862220828 - 1a ediz. 2009 – 114 pp. – € 10
Altre info su Anna Lamberti-Bocconi, qui
La recensione di Alessandro Zaccuri, qui
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