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Galateo e coltelli nella schiena. Il romanzo del caos italiano – di Massimiliano Parente

Galateo e coltelli nella schiena. Il romanzo del caos italiano

di Massimiliano Parente – ripreso da La Poesia e lo Spirito

È uno di quei libri che non solo cambiano la storia della letteratura, non solo cambiano il lettore che li legge, ma cambiano anche i libri degli altri, rendendoli piccoli, irrilevanti. Quindici anni di scrittura, quindici anni per la stesura di un lungo romanzo in tre parti, quindici anni di calvario tra gli editori: prima Feltrinelli, che ne pubblica la prima parte, nel 2001, ma non vuole la seconda. Rizzoli pubblica la seconda, nel 2003, ma non vuole la terza.

Personaggi assurdi e idee divertenti
Ora, finalmente, Antonio Moresco ha portato a termine Canti del caos, che esce per Mondadori in un unico volume di mille pagine, pagate dall’editore solo ottomila euro, meno di otto euro a pagina, meno di un dattilografo. Nel frattempo, nel silenzio di chi legge e studia, sono già una dozzina le tesi di laurea scritte spontaneamente, nell’ultimo decennio, in sparsi atenei italiani, su questo scrittore nato nel 1947 e che ha esordito solo nel 1993, dopo decine di rifiuti editoriali. Il suo impatto solitario, eroico, irriducibile, sulla società letteraria italiana, è raccontato in Lettere a nessuno, pubblicato da Einaudi l’anno scorso e caduto nell’imbarazzante oblìo dei critici, i quali preferiscono accapigliarsi sulla storia della letteratura di Asor Rosa. Canti del caos è un’opera colossale, un’opera inclassificabile, una rivoluzione come lo è ogni capolavoro quando è un’opera d’arte e non un prodotto di intrattenimento usa e getta. Non lasciatevi ingannare dai recensori, da quelli come Angelo Guglielmi che lo hanno definito «un libro illeggibile» solo perché non leggono più o non sanno più leggere.
Si tratta di un terremoto di parole, un’esplosione su cui neppure la Mondadori investirà più di tanto, un libro sconvolgente che non sarà candidato a nessun premio letterario, di cui non vedrete pubblicità, come d’altra parte è successo a Flaubert, a Melville, a Proust, a Kafka. E proprio a Franz Kafka è stato paragonato Antonio Moresco, e non in Italia, bensì in Germania, sui principali quotidiani, all’uscita della traduzione tedesca de Gli esordi.

Se comprerete e leggerete quest’opera scoprirete tuttavia, con sorpresa, che non solo non è “illeggibile” ma, nella sua infinita profondità, è perfino infinitamente divertente, come lo sono Don Chisciotte o Gargantua e Pantagruele o Bouvard e Pecuchét. Se ne avrete l’ardire e la necessità, attraverserete, insieme al Matto (lo scrittore) e al Gatto (l’editore) un universo possibile e impossibile al tempo stesso, e in questa divina commedia di Moresco, accompagnati dalla Musa, conoscerete il destino di personaggi pazzeschi come un ginecologo spastico, una ragazza che non c’è assorbente che tenga, un uomo che pesta le merde, un nuovo gruppo terroristico, una donna dalla testa espansa, e saprete chi sono, dove sono, Principessa, il domatore, le esplose, Pompina, Ditalina, il domatore di seme, la coppia scoppiata del Copy e dell’Art e dimensioni del tempo e dello spazio che non dimenticherete più. Capirete come è possibile che il mondo sia tenuto in piedi da un sovrano che pedala in Africa su una cyclette, e sarete trascinati dal Matto sulle tracce di una segretaria scomparsa di nome Meringa e assisterete perfino a una gigantesca campagna stampa, organizzata da Dio, per la vendita del pianeta terra, mentre, su una montagna, si insedierà un nuovo papa di nome Elvis II e in città i giovani e i vecchi si faranno la guerra generazionale pattinando sui roller.
Eppure non c’è una sola riga grottesca, ogni personaggio prende voce e dilata le strutture narrative, ogni personaggio si libera dalla materia simile ai “prigioni” di Michelangelo dandosi forma nel caos del cosmo, cercando di strappare la parola all’autore e portarla dalla sua.
Ci sono creature, “qui dentro”, che si formano e prendono voce modificando le strutture stesse del romanzo, deformando gli spazi, i corpi, il corso degli eventi, le storie, «questi personaggi dati così, come per gemmazione, per esplosione», all’interno di «una forma mai vista che erompe attraverso i suoi contrari sfondando, che spaventa».
Altro che illeggibile, non date retta, lo leggerete come un thriller, come potete leggere la Recherche come un romanzo rosa, o I viaggi di Gulliver come un romanzo di fantascienza, e leggendoli vi sconvolgeranno quanto vi sconvolgerà Canti del caos e le sue voci narranti. «Noi siamo quelli che possono solo espandersi mentre già si stanno espandendo, possiamo solo chiudere gli occhi, possiamo sconfinare». Il termine di questo sconfinamento si trova all’opposto della creazione (del “risveglio”), un grido di dolore assoluto, di coscienza assoluta, e non una chiusura nichilistica, piuttosto una liberazione, un superamento perfino delle opere più estreme di Samuel Beckett, con le quali Moresco si è confrontato e scontrato in passato.

Dimenticate tutto quello che sapete
Ecco perché, per leggere Canti del caos, «dovete dimenticare tutto quello che avete imparato finora». Ecco perché «questo libro dovete sentirlo venire dal basso, da lontano, come i pellerossa che appoggiavano l’orecchio a terra per sentire il lontano rumore dei cavalli lanciati al galoppo sulla prateria che impercettibilmente vibrava».
Fino all’“increazione”, la zona più inconcepibile della letteratura e del pensiero, fuori dalla letteratura, fuori dal pensiero, distruzione e reinvenzione di un linguaggio ultimo, di un spazio ultimo, di una coscienza ultima, l’umano oltre l’umano, la materia oltre la materia: è qui, nella tanto attesa terza parte di Canti del caos, che il lettore viene sbalzato nella storia dell’universo, trascinato in zone estreme dell’essere umano e animale, del corpo increato, inconcepito, del “primadopo”, verso la «catacomba vaginale della resurrezione», senza che si possa sapere se si sta morendo o nascendo, nel cuore della materia oscura.
Per questo Canti del caos non è solo un libro ma una deflagrazione, una cosmogonia lacerata, un’antifavola del mondo, violentemente fisico e antimetafisico, inverosimilmente verosimile.

Paese della merda e del galateo
Non c’è una sola giuntura che potremmo definire “realistica” e tuttavia tutto, “qui dentro”, è reale, non è mai stato così reale. Moresco tende a sfondare non i generi letterari ma il genere stesso della letteratura, fuoriesce verso uno spazio ignoto, viviseziona l’impossibile, si spinge ai confini della biologia e della carne, dell’organico e dell’inorganico. Per questo, poiché siamo in Italia, «Paese della merda e del galateo» per usare un’espressione di un saggio di Moresco su Italo Calvino, un’opera come questa non sarà spinta all’estero, non la spingeremo neppure qui, non la proporremo ai nostri premi cialtroni dove premiamo solo il già visto, il già venduto, la stessa Mondadori non ci investirà un euro per una pagina di pubblicità, lo farà uscire in sordina, come sta succedendo, perché i grandi libri vengono pubblicati per sbaglio, senza convinzione, non certo con la convinzione che ebbe Arnoldo Mondadori quando finanziò Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo.
Ecco perché la prima e forse l’unica pagina promozionale di questo capolavoro la pubblichiamo qui, e la paghiamo noi, senza bisogno di aspettare i posteri né la Mondadori né lo Strega né una trasmissione televisiva che inviti Moresco a parlarne, perché il senno del poi è anche la stupidità del senno dell’oggi che aspetta di averne uno domani, e non c’è tempo per mancare gli appuntamenti della storia. “Primadopo” è adesso. Fatevi sotto, lettori “irredenti”.

pubblicato su Libero il 27 marzo 2009

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