Il male che ci stiamo facendo. Contributo per i ragazzi dell’Istituto d’Arte d’Isernia
Pubblicato da Emiliano Grisostolo
Il male che ci stiamo facendo
Contributo per i ragazzi dell’Istituto d’Arte d’Isernia
Quattro del mattino, suona la sveglia. Mi alzo, gli occhi rossi, le membra stanche. Dalla camera al bagno, mi vesto e scendo in cucina, cafè e giacca, poi via verso l’inferno. Già, per mangiare mi tocca lavorare all’inferno e nonostante sia contrario alla filosofia di produzione di quell’industria, non posso scegliere di cambiare. C’è la recessione, non si trovano posti di lavoro, e chi ne ha uno se lo tiene stretto come un salvagente. Ma è un salvagente pesante da trasportare, un giubbotto che ti avvolge per la vita trasportandoti giù, verso il basso. Prendo la bici per andare al lavoro, non è molto lontano da casa il mio inferno. Un chilometro scarso, poi la zona industriale, il buio mi avvolge. Poco lontano alcune luci, molti lampioni rotti, i vetri ancora a terra da dove nessuno li raccoglie. L’inferno con il tetto d’amianto, vecchio di quarant’anni, mi aspetta in fondo allo stradone. Nella luce fiocca del mattino posso già intravedere i fumi prodotti da quel mondo marcio nel quale mi tocca vivere per otto ore al giorno. Alle volte pure nove. Sto male al solo pensiero di entrare nuovamente tra le sue mura, al pensiero di respirare lo schifo e la merda che esce dagli alti forni come spettri impalpabili che s’innalzano verso il buio, verso un cielo offuscato nel quale si sono persi i nostri sogni di gioventù. Un mondo diverso non è possibile, non qui.
Non ora e in questo periodo. Un ambiente pulito non è in linea con la produzione, né locale né internazionale. Non ora. Non con la recessione in atto. Mi tocca lavorare, produrre acciaio d’alta qualità, leghe speciali, respirare terra marcia, resine e quant’altro potrebbe farmi vivere con una busta paga a fine mese, o morire di cancro tra dieci, quindici anni. Varco il cancello d’entrata, nessuno mi controlla. Il mio cervello va in black out, cancella ciò che ha di più caro, le montagne in cui mi piace camminare, luoghi incontaminati e distanti anni luce dal mio inferno quotidiano, e si prepara all’obbedienza, al dolore che anche se non è fisico, è psicologico. Interiore. Un pulsare che mi fa male ogni qualvolta tento di alzare lo sguardo e riflettere su ciò che stiamo facendo. Ma vado in conflitto con me stesso, o mangio a fine mese, o vivo con la famiglia sotto ad un ponte. Come posso ritrovare il bandolo della matassa da tutto ciò? Come posso non guardare e pensare a dove finirà quella montagna di terra di scarto, ripiena di resina, che mi osserva alla mia destra, oltre la rete, all’interno del parco destinato a quell’uso? Come posso non guardare i tir che si vengono a prendere, ogni tanto, qualche tonnellata di quello schifo, senza riflettere su ciò che nel frattempo con le piogge se né andato giù, sotto i nostri piedi, verso le falde acquifere. Senza pensare a dove finirà una volta uscito da questi cancelli. Chiudo gli occhi e m’inoltro tra i fumi senza riuscire a trovare una spiegazione logica al male che ci stiamo facendo con le nostre stesse mani.
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