Scrittori: elementari diritti Richieste chiare e legittime
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Scrittori: elementari diritti
Richieste chiare e legittime
a cura di Iannozzi Giuseppe
Iannozzi: Giacché qualcuno asserisce che non si chiede lo stipendio, che cosa si chiede allora? Nessuno l’ha capito.
Provo a ripetere la domanda, tanto per vedere quale potrebbe essere la possibile risposta o la non-risposta.
A quale ente o enti voi scrittori vorreste portate le vostre richieste per quella che Lei definisce una richiesta di “correttezza e professionalità”?
1. ad enti assolutamente privati in tutto e per tutto;
2. allo Stato italiano;
3. ad enti privati e statali;
4. non so, non ci ho mai pensato!!!
Grazie.
Franz Krauspenhaar: Facciamo a capirci, anche se temo sia l’ennesima fatica sprecata. NESSUNO, dico NESSUNO, ha chiesto soldi allo Stato.
Si cerca di far valere elementari diritti. se questo a qualcuno non è chiaro, non possiamo farci nulla.
Iannozzi: Ma: i diritti, siano essi elementari o no, vengono accordati/riconosciuti da qualcuno, che può essere un ente privato o statale: vediamo di essere ancora più chiari, a chi chiedereste quelli che lei definisce “elementari diritti”?
Lei, mi spiace, ma continua a non voler rispondere in maniera chiara.
A chi?
Marino Magliani: Io invece chiedo soldi allo Stato. Se lo Stato, un comune, una biblioteca, un palazzo della provincia, una regione, se tutto questo per capirci può chiamarsi anche Stato, e se quello Stato un giorno mi chiede se sono disposto a prendere un aereo o un treno e a far a meno quel giorno o quei giorni di parlar da solo su una spiaggia inzuppata o di parlar da solo in mezzo ai rovi e ai pochi ulivi che non mi sono ancora riuscito a vendere, per parlare invece di una cosa che ho scritto, davanti a qualcuno che annuisce, ecco io a quello stato chiedo dei soldi. E’ vergognoso, forse? Inoltre, siccome non sono andato io, dai miei rovi o da quella spiaggia, a cercare lo Stato, ma sono stato invitato, sarà mio dovere far sì che quella cosa che abbiamo chiamato stato mi chieda quanto voglio per far ciò che mi si chiede.
Iannozzi: Finalmente una risposta che è chiara. Tu sei un buono e un onesto. Lo dico senza ombra né di ironia né di malizia.
Le biblioteche, le regioni, le province, i comuni, i palazzi comunali e di provincia, ecc. ecc. sono sì, lo Stato. Ma chiaramente, e lo sottolineo, se questi enti vogliono Marino Magliani perché parli in una scuola, in una biblioteca, e così via di seguito, è più che mai giusto che tu Marino Magliani esiga il rimborso spese e un pagamento in virtù della tua prestazione. Ci mancherebbe altro. Saresti stupido, per non dire scemo, se invitato dallo Stato a svolgere un lavoro non chiedessi il rimborso spese e il pagamento pattuito per la prestazione culturale prestata allo Stato.
Discorso diverso è se uno scrittore si mettesse in testa di esigere lo stipendio ogni 27 del mese per il semplice fatto che scrive, o perché sta pensando a che cosa scrivere.
Al momento solamente Marino Magliani ha dato una risposta perfettamente chiara non passibile di interpretazioni. Ha dato pane al pane e vino al vino.
Dopo una infuocata discussione, si è poi aggiunta – finalmente! – un’altra importante conferma, quella di Franz Krauspenhaar che ha lanciato l’allarme “Siamo i Fangio della cultura che non paga…”.
Marino Magliani: A quel paio di cose dello Stato che hai menzionato, toglierei certamente le scuole… ecco un posto dove se vado ci vado gratuitamente, non tanto per parlare dei miei libri, ma per dir a chi mi sta a sentire, giusto la prima fila, di non inseguire miti, o automiti. E anche coi sogni di andarci piano.
Iannozzi: Temo, forse impressione mia sbagliata, che i giovani oggi come oggi abbiano sempre meno sogni; hanno però supercellulari e pasticche nelle tasche, quando non coltelli e cazzotti per i professori. Mi preoccupa soprattutto l’ultimissima generazione che, per colpa d’un medioevo tecnologico scevro di ideali e di una cultura che si possa definire in tutto e per tutto Cultura positiva, mi pare sia votata più della precedente verso un’autodistruzione anticipata!
Un’educazione “sentimentale”, si sarebbe detto in altri tempi, verso i giovani dovrebbe partire innanzitutto dalla famiglia; e si intenda la famiglia in senso positivo, non venga dunque immaginata di carcerieri o di tiranni dediti alla castrazione delle idee degli ideali delle aspirazioni giovanili.
Il disfacimento della famiglia, nonché del suo ruolo elementare, cioè quello di fornire alla prole le indicazioni etiche e culturali affinché questa possa allargare i propri orizzonti sociali e non, con gli anni è diventato sempre più marcato; alla famiglia si è sostituita una tecnologia con libretto di istruzioni, non fa dunque strano che oggi i giovani non sappiano alcunché di Shakespeare o di Boccaccio. E a chi ribatte che però i giovanissimi di oggi sono bravissimi a trarsi fuor d’impaccio dai dedali di Duke Nukem 3D, ad esempio, che rispondere? Non è il gioco in sé, violento quanto si vuole, a essere pericoloso per le giovani menti: semmai è pericoloso che nessuno spieghi ai ragazzini che Duke Nukem 3D è un gioco, una simulazione. Poco importa che sulla scatola ci sia scritto o meno che trattasi di un gioco e soltanto di un gioco, di una simulazione, se questo messaggio non viene da una autorità benevola che sia più alta del produttore/del distributore di videogames. Forse è questo uno dei motivi precipui per cui i giovanissimi, le baby gang, non si pongono nessun problema nell’uccidere i loro stessi coetanei compagni di gioco; né stupisce più di tanto che aggrediscano i professori a cazzotti, che disprezzino chiunque non sia bianco di carnagione per farsi promotori di un fascismo di strada privo di qualsivoglia ideologia; né stupisce che vadano incontro a pericoli mortali senza un motivo, per quanto ridicolo possa essere, giacché chi si ammazza sulle strade per una corsa, ad esempio, non lo fa nemmeno per sconfiggere uno stato di noia latente, lo fa e basta come un automa senza cervello. Non ci si stupisce più di niente: è questo che dovrebbe terrorizzare la società.
Parlando di fascismo di strada intendo una violenta propensione a far del male, a chicchessia.
Le baby gang operano con violenza, per dar credito alla pura violenza, ma dietro di essa non c’è una ideologia, anche se i giovani delinquenti si comportano come i fascisti, usando spesso il loro stesso linguaggio, imitandone il comportamento, ecc. ecc. Siamo di fronte a un fascismo che appartiene a chi vive la strada, che è diverso da quello che potrebbe propugnare un sindaco ad esempio, il quale ha studiato e che è quindi consapevole delle radici storiche e sociologiche del fascismo. I delinquenti di strada si atteggiano, fanno i fascisti, prendono in prestito il vocabolario del Fascio, imitano il modo di comportarsi dei fasci; però sono perlopiù all’oscuro dell’ideologia fascista. Si limitano a scimmiottare atteggiamenti visti in qualche b-movie, si limitano a ripetere slogan xenofobi perché in famiglia, tra gli amici, tutti li urlano: ma molto difficilmente qualcuno di loro ha mai letto e approfondito il fascismo e la sua perversa ideologia attraverso i suoi autori, nessuno di loro ha mai letto i diari di Mussolini. E’ un fascismo di pura violenza animale che ripete slogan comportamenti e atteggiamenti, un fascismo di strada non legato all’ideologia del Fascio, legato però alla sua violenza.
Benito Mussolini diceva del Fascismo: “Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro.” In Mussolini c’è l’ideologia, che troverà sbocco pratico nel Manifesto dei Fasci italiani di combattimento, pubblicato su Il Popolo d’Italia del 6 giugno 1919… Invece un delinquente di oggi è sostanzialmente un ignorante che si limita a ripetere e ad applicare quello che ha sentito in famiglia, in strada. Ma uno che ripete, uno che ripete può solo essere votato a un fascismo che nasce dalla strada e non da un manifesto programmatico e ideologico.
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