Calasso e l’onda Baudelaire
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Calasso e l’onda Baudelaire
di Jaqueline Risset – Fonte: Il Messaggero
ROMA (5 novembre) – La Folie Baudelaire di Roberto Calasso (Adelphi, 425 pagine, 36 euro) non parla di pazzia. Baudelaire non era pazzo, e la parola folie, nel francese del Settecento, indicava i pavillons de plaisance fatti costruire nei parchi dai ricchi proprietari. Fu il famoso e perfido critico letterario Sainte-Beuve a descrivere in questi termini l’opera del poeta del quale non avrebbe mai compreso mai la grandezza: «Monsieur Baudelaire ha trovato modo di costruirsi, all’estremità di una lingua di terra reputata inabitabile e al di là dei confini del romanticismo conosciuto, un chiosco bizzarro, assai ornato, assai tormentato, ma civettuolo e misterioso, dove si leggono libri di Edgar Allan Poe, dove si recitano sonetti squisiti, dove ci si inebria con hashish per ragionarci poi sopra. Dove si prendono oppio e mille droghe abominevoli in tazze di porcellana finissima».
L’approccio di Roberto Calasso, che ricorda divertito questa definizione paesaggistica della poesia di Baudelaire, non contempla lande remote né chioschi civettuoli. Ascolta invece una voce vicinissima, inconfondibile, e fa ritrovare al lettore la memoria della stessa esperienza: «C’è qualcosa in Baudelaire (come in Nietzsche) di così intimo da annidarsi in quella foresta che è la psiche di chiunque, senza più uscirne». Nietzsche e Proust appaiano qui, del resto, lettori privilegiati di Baudelaire; entrambi hanno saputo percepire il potere ‘totemico’, e anche tonico di quel verbo: «Per chi è avvolto dalla desolazione e dalla spossatezza, è difficile trovare di meglio che aprire una pagina di Baudelaire; prosa, poesia, poemetti in prosa, lettere, frammenti: tutto va bene», scrive Calasso; e l’idea che l’autore malinconico dei Fiori del Male possa guarirci di mali così insidiosi come spossatezza e desolazione è la prima sorpresa di questo mirabile libro, che ne contiene altre ancora. Intanto, dimostra che davvero la lettura pur di un solo frammento dei Salons consacrato a un pittore oggi dimenticato è capace di infondere «gratitudine ed esultanza».
Diversissima dalle definizioni consuete del poeta (‘ispirato’, non pensante) è quella di Baudelaire: «Il poeta è sovranamente intelligente». Affermazione che tutti i suoi scritti illustrano. Quelli sull’arte («come un cavallo balzano, Baudelaire scarta dal suo percorso obbligato e si lancia in qualche riga definitiva sul processo immaginario»… «abbiamo l’impressione che un nuovo sistema nervoso si sovrapponga al nostro»); le lettere (al centro de La Folie Baudelaire è la lettura libera e illuminante di un sogno, ‘il sogno del bordello-museo’ del 13 marzo 1856, trascritto in una lettera all’amico Charles Asselineau); le poesie (egli ha immerso nella poesia francese «una stilla di metafisica, che sino allora mancava»: è metafisica in lui, scrive Calasso, «la pura apprensione dell’istante»).
Nella poetica di Baudelaire, che è poetica della ‘modernità’, ogni canone è inabissato, e l’interpretazione diventa infinita, senza punto d’arresto. «C’è un’onda Baudelaire che attraversa tutto. Ha origine prima di lui e si propaga di là di ogni ostacolo. Fra i picchi e i cavi di quell’onda si riconoscono Chateaubriand, Stendhal, Ingres, Delacroix, Sainte-Beuve, Nietzsche, Flaubert, Manet, Degas, Rimbaud, Lautréamont, Mallarmé, Proust e altri, come se da quell’onda fossero investiti e per qualche momento sommersi». La Folie Baudelaire traccia tutto il percorso di quell’onda, con la forza di convinzione di chi ne è stato «momentaneamente sommerso» e con la penetrazione di chi percepisce che essa continua a viaggiare, come nostra contemporanea e anticipatrice.
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1 Commento »
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Pubblicato il 08 12 2008 alle 8:45 pm
Io mi chiedo se tutta questa bagarre pubblicitaria sul libro di Calasso, che parte dal sogno di Baudelaire del 13 marzo 1856, non debba indurre i critici e i giornalisti avveduti a far notare che già nel 1961 Michel Butor, mai citato da Calasso nel testo, sic!, aveva scritto un libro: “histoire extraordinaire. Essai sur un reve de Baudelaire”, partendo, per l’appunto, dallo stesso sogno per costruire tutta una trama di atmosfere sulla figura e sulla poesia di Baudelaire. E perchè mai Calasso ignora quel libro? anzi ricostruisce, come lo stesso Butor, in modo diverso, ovviamente, tutta una serie di risonanze culturali a partire da questo sogno immortalato da Butor? Vorrei che il dibattito si allargasse anche ai non genuflessi della cultura e ravvivasse nella mente dei più lucidi testimoni un sussulto di dignità non gesuitesca. Perchè tacere di questo antefatto? Perchè non citarlo? E perchè non parlarne? Forse perchè Calasso è il presidente di Adelphi? E chi se ne frega… Scrupolo filologico impone che se ne parli… chiunque rispodnerà o accoglierà questa rimostranza – che non è una critica ma una puntualizzazione – sarà ben gradito. Un attento lettore di Baudelaire…