Torna Carlos Ruiz Zafón l’autore dell’Ombra del vento
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Torna Carlos Ruiz Zafón l’autore dell’Ombra del vento
Di Silvia Grilli – da Barcellona – Fonte: Panorama.it
Incontro Carlos Ruiz Zafón a Barcellona, la città dov’è nato e dove a volte ritorna per rivedere suo padre. È un gigante con la testa pelata e gli occhiali da vista, un incrocio tra un giocatore di baseball e un secchione. Dal 1993 vive a Los Angeles, dove 7 anni fa ha scritto L’ombra del vento (Mondadori), e ogni volta che io salgo su un treno, una metropolitana o un aereo trovo sempre qualcuno che lo sta leggendo.
È stato un successo lento, un romanzo magico in castigliano dove confluisce ogni genere: tragedia, commedia, thriller, storia d’amore. Accolto freddamente dai critici, ha viaggiato tra i lettori con il passaparola, vendendo più di 10 milioni di copie nel mondo, 1 milione e mezzo in Italia. È la storia dell’iniziazione sentimentale del ragazzo Daniel che, nella Barcellona della prima metà del secolo scorso, trova un libro maledetto che gli cambia la vita. Ha una scrittura suadente, un intreccio da feuilleton ottocentesco con passioni illecite, amori impossibili, follie omicide, intrighi e segreti nell’anima oscura della città.
In febbraio Zafón ha finito il suo nuovo romanzo, Il gioco dell’angelo, 1 milione 300 mila copie già vendute in Spagna, in Italia esce il 28 ottobre dalla Mondadori. Siamo ancora a Barcellona, negli anni Venti, lo scrittore David Martín si consuma la salute firmando con lo pseudonimo storie granguignolesche di successo, ed è innamorato di una donna che sceglierà un altro. Tradito dal mondo, deciderà di vendicarsi con un patto diabolico. C’è ancora il Cimitero dei libri dimenticati, che era il cuore dell’Ombra del vento, ci sono ancora le anime dei romanzi, e Il gioco dell’angelo, in qualche modo, finisce dove la prima storia era cominciata.
Chiedo a questo omone di 44 anni, seduto di fronte a me, quale progetto porterà a compimento con la parabola iniziata con L’ombra del vento. Dice che “saranno quattro libri interconnessi, e tuttavia ognuno di tono e personalità differenti, con qualche personaggio in comune, ma da leggere in qualsiasi ordine si voglia, scatole cinesi da cui sempre tornare all’origine: il Cimitero dei libri dimenticati”.
Gli racconto quanto mi abbia colpito che nel Gioco dell’angelo al protagonista David Martín non venga mai riconosciuto il talento, che il mondo autoriferito della letteratura lo escluda, che sin dall’infanzia gli venga ricordato che per lui non c’è speranza. Il suo alter ego è Pedro Vidal, nato nel privilegio ma privo di genio. David cerca di aiutarlo scrivendogli il romanzo che l’altro non è in grado di fare. Ma ogni buona azione porta con sé una punizione.
Spiega Zafón che “David ha perso tutto, i genitori, la donna che ama, e pensa che morirà. Finché un personaggio misterioso lo spinge in un angolo con una proposta: “Lo farai? Se sì, risolverai tutto, ma c’è un prezzo da pagare”. Se David fosse realizzato e avesse l’amore, non accetterebbe”.
È il dilemma faustiano di Christopher Marlowe. “L’uomo che, sentendo il tradimento del mondo, decide di vendere l’anima” continua Zafón. “È un’eco di tutte le vite, facciamo sempre un piccolo patto faustiano per sopravvivere, sempre dei compromessi per avanzare nel mondo. M’interessa come raggiungiamo l’equilibrio tra la necessità della realtà e l’astrazione di ciò che pensiamo sia buono o cattivo”.
David, che perde la salute sui fogli di carta, ci riporta ai grandi scrittori del Diciannovesimo secolo, quelli che dovevano combattere per guadagnarsi i lettori e, da Victor Hugo a Fëdor Dostoevskij, a Charles Dickens, si consumavano per sedurli. Oggi la letteratura, e in generale le arti, sono cambiate. “Mozart, Dumas o Shakespeare” dice Zafón “erano autori che vivevano nel mondo reale, non una lobby che si autodistribuiva medaglie nello snobismo delle accademie. Mozart lavorava per i soldi e avrebbe composto per la Chiesa, l’imperatore, chiunque. A Vivaldi dicevano: “Scrivi tre concerti per la prossima settimana” e lui era in grado di farlo. Erano i grandi talenti della storia, capaci di una tecnica avanzata”.
Ma nel Ventesimo secolo, sostiene Zafón, la letteratura si è frantumata. “Per esempio, c’era molto giornalismo in ciò che scriveva Hugo. Quando il giornalismo ha deciso di interpretare il mondo, la letteratura si è ritirata. Poi sono arrivati il cinema e altre forme di narrativa popolare, la reazione è stata una delle grandi frodi culturali del Ventesimo secolo: l’invenzione del sopracciglio alzato. La pura letteratura è diventata qualcosa di squisito, un’arte per pochi, lontana da secoli di tradizione del raccontare storie. I veri professionisti oggi lavorano in altri campi”.
Lui, che ha fatto lo sceneggiatore a Hollywood, sostiene che la migliore narrativa venga ora dalla tv. “Molti autori delle serie televisive sono i moderni Shakespeare, Dickens, Balzac. È tutta parte della stessa tradizione narrativa”.
Gli dico che molti lettori guardano con disprezzo ai best-seller. Riflette che “tutti i classici della letteratura, dalla Bibbia a Don Chisciotte, sono stati libri che vendevano molto. I pregiudizi sono il frutto di un’estetica degli anni 60 e 70, di una generazione che si riteneva così superiore da dover dire alle masse che cosa pensare, anche che i best-seller sono cattivi. C’è sempre qualcuno che vuole importi che cosa fare, in termini politici, etici, estetici. Nei miei romanzi, il Cimitero dei libri dimenticati è invece un invito al mondo delle idee, a essere pensatori critici”.
Gli chiedo che cosa renda un libro, secondo lui, un grande best-seller e un grande classico. Risponde che “è ciò che amiamo dell’arte, cioè com’è fatta. Possiamo leggere migliaia di storie d’amore, ma pochissime ci emozioneranno, moltissime storie di fantasmi ma pochissime ci faranno davvero paura. La letteratura non è un lavoro d’intenzione ma di esecuzione, come tutta l’arte. Puoi sostenere: “Scriverò il romanzo che cambierà la natura umana”, ma se qualcuno più talentoso di te scriverà un giallo ambientato in un paesino, commuoverà di più”.
Ha cominciato creando romanzi per adolescenti. Dice che “i lettori giovani sono più esigenti e sinceri, perché non ancora contaminati dai pregiudizi. Non fanno caso a chi tu sia, giudicano il lavoro per i tuoi meriti e hanno la percezione chiara di che cosa significhi raccontare storie”. Gli chiedo perché sia così affascinato dagli elementi gotici o anche granguignoleschi. Gli piace, confida, manipolare simboli.
“La struttura del mistero permette d’introdurre molti soggetti in modo più efficace di quanto si possa fare nel romanzo sociale. Shakespeare, per esempio, usa molto i fantasmi, perché gli consentono d’inserire storie sulla coscienza, l’identità e peccato. È tutta fiction e sono tutti simboli e codici. Anche se molte volte i lettori vanno a compartimenti. Dicono: “Non leggo storie con creature volanti sulla copertina”. Invece è interessante superare i confini, portare i lettori da un posto all’altro, unire tutto e creare la diversità”.
C’è profondamente, nei suoi romanzi, una Barcellona gotica di gargoyle, architetture e simboli. Eppure, ha scritto L’ombra del vento interamente a Los Angeles e Il gioco dell’angelo a metà tra la California e la Spagna. Giura che i due romanzi sono più legati a quanto ha imparato in America. Afferma che la sua Barcellona è come il mondo di Dickens, semplicemente uno dei personaggi. “Se la conosci, la scoprirai sotto una luce diversa. Se non la conosci, ti presenterò a lei come agli altri personaggi. È un’interpretazione letteraria, non un ritratto realistico”.
Ha avuto molto successo, circostanza difficilmente perdonata. “L’invidia è il peccato nazionale spagnolo. Ci sono culture, come quella americana, dove manifestarla sarebbe ammettere la sconfitta. In Spagna, invece, la gente esprime più apertamente l’ostilità al successo” dice. Prevede che vivrà il resto della sua vita in California. Anche se conclude, finalmente sciogliendosi: “Quando sei cresciuto in un posto non importa dove vai, è sempre dentro di te”. Certamente in tutta la California non troverà mai una città misteriosa come Barcellona.
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