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La corsa, di Renzo Montagnoli

La corsa

di Renzo Montagnoli

Siamo cresciuti insieme, abbiamo giocato insieme, come quattro fratelli, anche se non lo siamo, ma soprattutto abbiamo corso insieme.
Qualche anno di scuola, giusto per imparare che se non hai soldi non potrai mai andare avanti, e poi a lavorare a tempo pieno nei campi, dall’alba al tramonto a spigolare, a raccogliere la frutta, a spandere il letame.
Ore di fatiche, sotto il sole, nel vento, nell’umidità d’autunno, la schiena dolorante, e tutto per una miseria, per quei pochi centesimi dati subito in casa, affinché si potesse comprare qualche cosa, sempre poca, per calmare i morsi della fame.
Ma la domenica no, non si lavora, e allora tutti insieme a correre sull’argine, a chi arriva primo. Il premio? L’ammirazione degli sconfitti e questi siamo sempre noi tre, io Giacomo Pavesi, detto Giacumin, Alfredo Restelli, detto Fredin e Luigi Asta, chiamato Luisin.
Leprot, cioè Eugenio Scolti, ha sempre avuto due gambe da corsa, che in un corpo magro, ma tutti lo abbiamo, perché lo stomaco brontola sempre, fanno la differenza.
Non ha mai perso una corsa e ho sempre in mente le sue falcate rapide, i suoi piedi nudi che sembrano mordere il terreno; è grande Leprot, ma a vederlo adesso con indosso una divisa militare di almeno una taglia in più sembra uno spaventapasseri.
Si accorge che lo guardo e sorride impacciato.

Non è che a vestiario siamo messi molto meglio, ma per chi ha avuto vestiti di seconda o terza mano questa è la prima volta che assaporiamo il piacere di un abito nuovo. Sì, è grigioverde, il taglio è abbozzato, ma è nuovo e, soprattutto, è nostro.
Che ci facciamo in questa trincea?
E’ in corso da tempo una grande guerra contro l’Austria, sembra per riprenderci territori che però non mi risultano siano mai stati nostri.
Siamo nell’agosto del 1917, sul fronte dell’Isonzo. Per le troppe vittime è stata chiamata prima del tempo la nostra classe, il 1898, quella di ferro cantano i coscritti, ma tutte sono di ferro, mentre le vite sono di latta. Una visita al distretto, un proforma perché tutti sono buoni come carne da macello, la vestizione, tre giorni di marcia ed ecco preparati a dovere i rincalzi.
Siamo arrivati oggi, senza aver mai sparato un colpo di fucile, e già domani ci sarà un attacco. Se tutto va bene, dopodomani festeggerò il mio diciannovesimo compleanno. Sì, sono nato il 20 di agosto e la mamma è morta nel darmi alla luce. Mi hanno detto che era bella e ci credo, perché chi non ha la mamma si immagina sempre che sia un angelo.
Leprot ha mamma e papà e otto fratelli, di cui tre in guerra; Luisin non ha più il papà, morto in miniera in Francia, ed è figlio unico. Forse sarebbe riuscito a evitare il militare, ma noi siamo tutta la sua vita e non ha fatto niente perché ci separassero.
Fredin è il più fortunato, perché ha mamma e papà e un solo fratello, ma ha anche la morosa, che sposerà a guerra finita.
- Animo, ragazzi. Domani avrete il battesimo del fuoco. Mi raccomando, saltate fuori dalle trincee e correte come il vento. Se avrete fortuna, arriverete a guardare negli occhi i crucchi e per il primo che mette piede nei camminamenti austriaci il colonnello ha promesso cinque giorni di licenza.
Chi parla così è il sergente Batossi, che mi sembra un buon uomo, ma che adesso fissa la punta delle sue scarpe, come se provasse vergogna a raccontarci una panzanata del genere.
- Beh, nessuno ha da chiedere qualcosa? Meglio, meglio…
Io vorrei chiedergli perché rischiare la vita, per chi, per cosa, ma è inutile, perché quelle sono domande che anche lui rivolge solo a se stesso.
E’ quasi l’alba di questa notte insonne e fra poco inizierà la preparazione dell’artiglieria, e poi, poi toccherà a noi.
Prima voglio abbracciare i miei amici, perché potrebbe essere l’ultima volta, l’ultima corsa.

* * *

Il frastuono è assordante e dai colpi sparati si stenta a credere che qualche nemico sia rimasto vivo. Nemico, nemico non mi va, son poveri diavoli come noi, con le stesse paure, con le stesse miserie alle spalle.
Ecco, il fuoco rallenta, il tiro si allunga, si sentono dei colpi di fischietto, io e i miei amici ci guardiamo negli occhi: c’è solo la stessa paura.
Il sergente sale in cima alla trincea, un grido, un Avanti Savoia e anch’io mi arrampico, arrivo in cima, salto i reticolati e comincio a correre come il vento. Saranno sì e no quattrocento metri, un’eternità.
Leprot, Luisin e Fredin mi sono dietro, ai lati, sono per ora il più veloce, sparano, grandinano colpi, Fredin si porta le mani alla testa e ruzzola al suolo, la sua morosa dovrà mettersi lo scialle nero, anziché il velo da sposa. Correre, correre fra buche, detriti, corpi insepolti, Luisin che sembra incespicare, cerca di riprendere e poi stramazza, a sua madre dopo il padre non resteranno nemmeno gli occhi per piangere.
I reticolati nemici si avvicinano, tirano bombe a mano, ma sono veloce. Leprot recupera, si è quasi affiancato, ma ecco che allarga le braccia, quasi fa un balzo in aria e ricade senza vita. Questa corsa la vinco io, ma che conta senza di loro, che senso ha continuare una vita ormai inutile.
Tatata c’è una mitragliatrice che mi ha inquadrato tatata vedo quasi la fiamma rossastra che esce dalla canna, sembra un drago che vuole ghermirmi.
Tatata non sento più la fatica, e non è come se corressi sulla terra, ma se volassi; guardo in alto, il cielo è azzurro, tranne una nuvoletta che si avvicina, e c’è un bel sole, un giorno d’agosto come tanti altri.

* * *

Avrebbe compiuto gli anni il giorno dopo.

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