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Novità Sironi / L’invidia di Velázquez, di Fabio Bussotti

Novità Sironi / L’invidia di Velázquez, di Fabio Bussotti

di giuliomozzi

Clicca qui per la scheda del romanzoArriva in libreria tra oggi e venerdì un nuovo romanzo pubblicato dall’editore Sironi, per il quale lavoro dal 2001. Il titolo è L’invidia di Velázquez. L’autore è Fabio Bussotti, di professione attore (soprattutto di teatro: attualmente è in tournée con La parola ai giurati di Reginald Rose, regia di Alessandro Gassman).

L’invidia di Velázquez è prima di tutto un romanzo divertente. Tecnicamente, è un giallo: ci sono dei morti ammazzati (parecchi, e prevalentemente professori universitari), c’è un investigatore, e c’è un enigma, un segreto da scoprire. Ha però spesso i toni della commedia, e fa qualche giro di valzer dalle parti del romanzo storico. Lo si potrebbe forse ascrivere alla recente categoria dei “thriller d’arte”, visto che tra i personaggi ci sono Velázquez e Pablo Picasso – e che la soluzione dell’enigma passa attraverso l’interpretazione del celebre quadro Las meninas: una delle opere d’arte che, nei secoli, hanno subito più tentativi di interpretazione.

Ma non ho intenzione, qui, di lodare questo romanzo. Abbiamo voluto pubblicarlo, e questo dice tutto su ciò che ne pensiamo. Vorrei invece raccontarne brevemente la storia editoriale.

Quando arrivò in Sironi, il romanzo si intitolava semplicemente Las meninas. Lo lessi, se non ricordo male, nel giugno dell’anno scorso. Ero in terrazza (la casa editrice Sironi è provvista di un’ottima terrazza), avevo sul tavolo davanti a me la consueta pila di dattiloscritti da leggere, e successe che, quel giorno, ne lessi solo uno. Las meninas, appunto. Non succede tanto spesso che io non sia capace, una volta iniziata la lettura, di fermarmi: di solito, quando trovo un testo che mi pare interessante, lo metto da parte per una lettura successiva. Invece con Las meninas cominciai a leggere, e non mi fermai prima di essere arrivato alla fine. Poi andai da Massimiliano Bianchini, il direttore editoriale, e gli dissi: “Questo romanzo qui ci ha un sacco di difetti, ma l’idea su cui si basa è una gran bella idea, e la costruzione è buona”.

Facemmo il nostro lavoro. Il romanzo fu letto, discusso, e senza troppe difficoltà decidemmo che ci piaceva proprio, e che saremmo stati felici di pubblicarlo. Nel frattempo facemmo un po’ di conoscenza dell’autore, scoprendo una persona vivace, ironica, appassionata – e molto, molto professionale.

Il lavoro vero sul testo è cominciato nella primavera di quest’anno. Ci sono stati diversi passaggi. Prima una discussione generale tra l’autore, Paola Borgonovo della redazione e io, principalmente allo scopo di individuare due tipi di problemi: i “buchi” nella trama e le “cadute” di ritmo. Quando si fanno le discussioni di questo tipo, si è un po’ come un team di sceneggiatori. Quando un libro è costruito soprattutto sulla trama, è molto utile (e anche divertente) discuterla a fondo per valutare la credibilità di ogni singola azione di ciascun personaggio (sia in termini di motivazione, sia in termini di possibilità), l’incastro delle azioni dei diversi personaggi, i tempi della scoperta dei diversi tasselli che compongono la soluzione dell’enigma, e così via. La trama è la parte più “meccanica” di una narrazione, ed è quindi quella che più agevolmente può essere condivisa e discussa con altri. E in queste discussioni l’editore si pone come un “consulente” dell’autore (al quale, sia chiaro, spetta ogni decisione).

Fabio Bussotti – che per conto suo aveva già fatte, del romanzo, tre successive riscritture – tornò a lavorarci sopra. Ci rivedemmo poi, a Roma dove lui abita, per una seconda fase del lavoro. In pratica: ci sedemmo, lui e io, uno di fronte all’altro, e cominciammo a leggere dalla prima pagina. Si trattava di lavorare sull’incipit, di rendere più fluidi i dialoghi, di risolvere al meglio alcuni piccoli problemi squisitamente polizieschi (il problema è sempre quello: se il morto è in una stanza chiusa da dentro, da dove è scappato l’assassino?), di approfondire alcuni personaggi che apparivano promettenti ma non del tutto dispiegati, di assicurare la soddisfazione del lettore nel finale.

(“Ma questo romanzo”, potrebbe dire qualcuno, “era proprio un disastro! Se c’è voluto tutto questo lavoro”.

Al contrario: il romanzo era, fin dal principio, un ottimo romanzo di trama. Se non fosse stato questo il nostro giudizio, non ci avremmo lavorato tanto).

Nel frattempo, successero due cose. La prima è questa: ci convincemmo – su istigazione di Paola – che, in un romanzo nel quale si parlava sempre di Velázquez, bisognava metterci almeno un episodio nel quale Velázquez fosse non solo oggetto del discorso altrui, ma attore protagonista. Fabio si inventò un episodio coi fiocchi. Poi pensammo di spartirlo, per incrementare la tensione, in due capitoli abbastanza distanti tra loro. Grande fu la nostra meraviglia quando scoprimmo che l’episodio, così spezzato, si incastrava perfettamente: l’ultima immagine della prima porzione, inserita come capitolo 17, rimandava alla prima immagine del capitolo 18; e l’ultima immagine del capitolo 35 rimandava alla prima immagine della seconda porzione, inserita come capitolo 36. Fabio non l’aveva fatto apposta. La cosa era venuta da sola. Ed è quando succedono queste cose qui, che ti senti sicuro: perché evidentemente l’immaginario del libro si è finalmente compattato, e funziona per così dire da solo.

La seconda cosa fu la discussione attorno al titolo. Las meninas ci sembrava rischioso: non volevamo che il libro sembrasse un saggio su Velázquez. Dalla discussione venne fuori una proposta: Il segreto di Velázquez. Non era gran che, ma ci sembrava “potabile”. Finché, in una discussione ennesima, saltò fuori il titolo definitivo: L’invidia di Velázquez. Perché, in effetti, è l’invidia (unita all’ambizione) il motore di tutta la storia. Non solo l’invidia di Velázquez, naturalmente: ma senza quella all’origine, non ci sarebbe mai stata una storia da raccontare…

Il lavoro sul testo, però, non era ancora finito. Perché, dopo la lettura pagina per pagina di quasi tutto il romanzo, dopo la quinta riscrittura da parte di Fabio Bussotti, il testo è tornato in redazione, nelle mani di Paola Borgonovo. E tutto è ricominciato da capo. Io sono rimasto fuori da questa fase del lavoro, ma ho ben visto andare e venire pacchi di bozze piene di segnalazioni, interrogativi, proposte. E adesso che ho il libro in mano, già alla prima occhiata vedo tutta una serie di minuti aggiustamenti. Il lavoro di redazione è preziosissimo.

Questo che ho sommariamente descritto è il lavoro che si fa, quando si può lavorar bene, in una casa editrice seria, attorno a un romanzo. E’ un lavoro nel quale l’autore è sovrano – e se l’autore è uno come Fabio Bussotti, è un sovrano (a ragione) esigente. Ed è un lavoro nel corso del quale l’editore mette a disposizione dell’autore-sovrano tutte le professionalità di cui dispone.

Ora, naturalmente, speriamo tutti (e soprattutto Fabio) di non esserci sbagliati. E cioè che questa che ci pare una gran bella storia eccellentemente raccontata sia davvero una gran bella storia eccellentemente raccontata. E’ ovvio: possiamo sbagliarci. Il libro è in libreria, è nelle mani dei mediatori (giornalisti, critici): si vedrà.

Per il momento mi diverto a offrirvene le prime e le ultime righe. Perché io, quando sto decidendo se acquistare o non acquistare un romanzo, ne leggo sempre le prime e le ultime righe:

Erano le 10 e 45 di giovedì 26 luglio 1956. Pablo Picasso aveva fretta. Era stato a cena a casa di amici ma, tornato in albergo, aveva trovato un biglietto del suo amico Aronne Schilton. C’era scritto: Ho capito tutto. Vieni stasera. Ti aspetto fino alle 23.

Velázquez guardò prima De Torres e poi il cardinale. Gli occhi avevano un luccichio particolare, un non so che di luciferino che spiazzò tutti e due. ci furono attimi di silenzio. Alla fine, parlò:
“Vi stupirò! E non potete immaginare quanto!”.
Poi uscì.

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