Scuola e cultura, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Scuola e cultura
di Renzo Montagnoli
Se guardiamo qualsiasi dizionario della lingua italiana, vediamo che la voce “scuola” è definita come un’istituzione finalizzata all’apprendimento dei fondamenti dell’istruzione e dell’educazione relativi alla cultura di appartenenza. Che cos’è però la cultura? Sempre sul dizionario leggiamo che è l’arricchimento delle facoltà intellettuali dell’individuo, attuato tramite l’acquisizione critica di cognizioni ricavate dallo studio e dall’esperienza.
Si può ben comprendere, quindi, l’importanza fondamentale della scuola, che rappresenta l’indispensabile presupposto della crescita intellettuale dei singoli e quindi dell’intera nazione. Il futuro di un paese si costruisce quindi a scuola e non certamente sugli scanni del parlamento, il livello di cultura di un popolo si vede dalla qualità di tutto l’apparato predisposto all’insegnamento e non dai grembiuli neri indossati alle elementari.
Purtroppo la scuola italiana è sempre stata trascurata, quasi fosse una cenerentola, con programmi obsoleti e un corpo insegnante per lo più insoddisfatto per non veder riconosciuti i propri meriti.
Quindi un piano di ristrutturazione dalle elementari alle università mi sembra francamente indispensabile, tanto che l’attuale governo ha deciso di porvi mano, ma con premesse e finalità che mi sembrano atte a complicare lo status attuale, se non addirittura a distruggere quegli aspetti positivi (pochi) che attualmente presenta.
E’ da anni che assistiamo a un processo di progressiva deculturizzazione degli italiani, attuato attraverso i media con programmi di accrescimento sempre più rari e con la sistematica disinformazione. E’ un caso, cioè è sorta spontaneamente questa involuzione? Non credo, perché è evidente che è più facile comandare una massa di sotto acculturati piuttosto che un popolo che pratica costantemente l’acquisizione critica di cognizioni, di eventi, di notizie.
Del resto, nei regimi totalitari la scuola è uno strumento di conservazione degli stessi, praticata attraverso orientamenti delle materie e dei metodi di insegnamento sempre e solo in linea con le decisioni di chi comanda politicamente.
L’istituzione scolastica, invece, dovrebbe essere finalizzata a preparare gli uomini di domani sia in modo da renderli competenti ed esperti nel ramo prescelto, sia, soprattutto, nella capacità di saper valutare comportamenti di altri, insomma di avere una coscienza critica.
Purtroppo, la riforma introdotta dalla Gelmini mi sembra tutto l’opposto di una scuola libera, moderna e critica, ma anzi pare rappresentare un tentativo reazionario di ritornare a forme obsolete di insegnamento, quali il maestro unico, più facile da indottrinare affinché gli alunni abbiano a udire solo una campana.
Aggiungo che una premessa indispensabile di una riforma che possa definirsi veramente tale è data dall’esame attento dei sistemi scolastici dei più avanzati paesi dell’Unione Europea, cercando di mutuare quanto di meglio gli stessi presentano.
E invece mi sembra che non si sia proceduto così, ma del resto è anche logico, perché tutto dipende dalle finalità.
Insomma, se non vogliamo che gli italiani di domani abbiano capacità critiche, il modo migliore è di restaurare una scuola dove l’apparenza prevalga nettamente sulla sostanza, dove i programmi di insegnamento siano rigidi e dove scompaia del tutto la memoria, oppure che venga distorta.
Conosciamo già questo tipo di scuola e sappiamo i pericoli che cela, pericoli addirittura tremendi, perché l’indottrinamento, che nulla ha a che fare con la cultura, rende ciechi e sordi, porta ad accettare decisioni “irrevocabili” di cui abbiamo un triste ricordo.
Oltre al rischio di cui sopra questa riforma presenta un dato certo: la riduzione massiccia del corpo insegnante alle elementari. L’introduzione del maestro unico getterebbe sul lastrico migliaia di famiglie, aggravando così il crescente fenomeno della disoccupazione e del precariato. Certo si risparmiano un bel po’ di quattrini, magari per destinarli a un’opera inutile e faraonica come il ponte sullo stretto di Messina, oppure per costruire costose e inutili centrali nucleari, quando, soprattutto nel mezzogiorno, abbiamo la possibilità di usufruire di una fonte di energia inesauribile e non inquinante come il sole. Se si vuole risparmiare, non a danno dei soliti poveracci, basta combattere la corruzione e assicuro che i vantaggi sarebbero di gran lunga superiori, scrollandoci anche di dosso una delle tanti immagini negative del nostro paese, precipitato in un solo anno al 55° posto nella corruzione percepita, anche se non è che prima risultassimo fra le nazioni più oneste; è una posizione che ci accomuna a certi paesi dell’America del Sud, a cui tendiamo sempre di più ad assomigliare.
Certamente c’è tanto da fare per dare una sistemata al paese Italia e renderlo strutturalmente più progredito, ma si vuole operare in un comparto dove, pur negli evidenti sprechi frutto della corruzione, possiamo essere abbastanza fieri: quello dello stato sociale, ispirato al soccorso dei più deboli e quindi basato sui fondamentali valori cristiani, ai quali i nostri politici si richiamano solo per convenienza, disattendendoli in pratica in ogni circostanza.
Ciò costituirebbe un ritorno al più bieco capitalismo, fatto di lupi mannari che distruggono esistenze, minano alle basi gli stati esclusivamente per sete di guadagno e di potere, come anche attualmente dimostrato dalla crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti, i cui danni, rilevantissimi, si vogliono far pagare non ai colpevoli, ma alle loro vittime.
Spero, per il bene non solo degli insegnanti che perderebbero il posto, ma per l’intera nazione, che questo governo, che dispone della maggioranza per decidere in tutta tranquillità, possa lavorare prendendo in considerazione tutti gli effetti di ogni suo intervento e non solo in termini monetari; le riforme sono indispensabili, ma queste devono essere al servizio del paese e dei cittadini, e non di chi vuole trarre arricchimenti.
Dubito, però, per l’esperienza maturata osservando il comportamento degli esecutivi dalla fine della guerra a oggi, che ciò sia possibile, perché a prevalere è sempre e solo l’interesse dei pochi, di quelli che non ne hanno bisogno, avendo già largamente depredato tutti gli altri.
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