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Sull’attuale stato della Letteratura italiana

Sull’attuale stato della Letteratura italiana
Appunti a uso e consumo di Biondillo e Wu Ming 1

di Giuseppe Iannozzi

Signor Gianni Biondillo,

non condivo una sola acca di quello che Lei ha scritto, cercando invano di portare acqua al suo mulino in nero, o in giallo se preferisce. Solo questo. Aggiungo però che non saranno né i Wu Ming, né Lei o Giancarlo De Cataldo a fare la Letteratura; né servono i dozzinali articoli scritti in memoria di Pier Paolo Pasolini, Beppe Fenoglio, Amelia Rosselli, ecc. ecc. per riportare nelle biblioteche e nei cuori degli italiani il vero spirito della Grande Letteratura. La critica minimalista adoperata oggi, quando non addirittura di carattere revisionista, è soltanto un male portato in maniera piuttosto subdola a esclusivo sfavore dei classici. Il New Italian Epic, ad esempio, è il sublime manifesto al Niente Assoluto; e non ci sarebbe poi niente di male nell’esaltarlo, se solo non ci si proponesse di revisionare i classici per occultarli di peso nel Niente.
Semplicemente, oggi, la Letteratura non esiste più, se non per tre o quattro nomi: Umberto Eco, Aldo Busi, Sebastiano Vassalli. Quelli che Lei indica, Alberto Garlini, Giacomo Sartori, Luca Ricci, Andrea Bajani, Marco Missiroli, Biagio Cepollaro, Francesca Matteoni, Andrea Raos, Giordano e Piperno e Saviano, sono piccoli - davvero piccoli - calibri, innocenti per compostezza retorica di stili e di contenuti. Domani di questi autori non rimarrà nemmeno una virgola. O un epitaffio. Signor Gianni Biondillo, gli autori, per lo meno alcuni di quelli da Lei citati, sono stati inseriti - non si sa bene con quale criterio - nel manifesto del New Italian Epic o in articoli a esso inerenti o a esso collegati.
Forse a Lei, Signor Roberto Bui (Wu Ming 1) potrà non piacere che si indichi il New Italian Epic come un manifesto, allora glielo spiego altrimenti: autoesaltazione fine a sé stessa, una molta piatta forma di autocelebrazione, sperando forse in un ritorno pubblicitario. E con linguaggio più diretto e fantozziano: “una cagata pazzesca”. Sinceramente, con rispetto parlando, Signor Roberto Bui, farebbe bene a riprendersi, ad aver più cura di sé stesso invece di sparare castronerie che non stanno né in cielo né in terra.
Non mi sento di essere pessimista come Paolo Di Stefano: Mario Rigoni Stern era già Storia della Letteratura, ben prima dei coccodrilli dedicategli in occasione della morte. Così anche Giuseppe Pontiggia. Di Pontiggia, di Rigoni Stern, di Gina Lagorio si continuerà a parlare ancora a lungo; ma, soprattutto, questi autori di così grande calibro non verranno presto dimenticati né dai lettori (quelli che resistono all’imperante medioevo che oggi fa strage di idee e ideali per mezzo di mode e di veline improvvisatesi scrittrici), né dagli editori, i quali prima o poi dovranno pur uscire dallo stato di cecità che oggi gli ha serrato gli occhi.


I Critici e il New Italian Epic: Mi pare che “Manituana” dei Wu Ming abbia venduto intorno alle 50.000 copie o giù di lì: davvero poco per cinque teste, quando una ragazzina con un romanzetto rosa riesce tranquillamente a vendere 50.000 copie nel giro di pochi mesi, purché abbia alle spalle una casa editrice che non sia un piccolissimo editore. Forse anche da questa consapevolezza, o esasperazione che la si voglia considerare, alcuni scrittori hanno finito con il registrarsi nel New Italian Epic: la speranza, ovviamente, quella di riuscire a darsi maggiore visibilità, credendo che l’unione faccia in ogni caso e sempre la forza. Non mi pare però che essere nel New Italian Epic abbia portato sostanziali vantaggi a qualcuno, né ai Wu Ming, né a Giuseppe Genna, né a De Cataldo (ricordato soprattutto per “Romanzo criminale”), né a Valerio Evangelisti, ecc. ecc. C’è stato sì un po’ di polverone mediatico, fra i critici sostanzialmente, perché il comune lettore non è stato sfiorato dalle castronerie del NIE né da un orecchio né dall’altro, ma morta lì. Il tentativo di autopromozione, di autocelebrazione che è nel NIE ha portato, così a occhio e croce, più che altro inevitabili (e prevedibili) manifestazioni ironiche e di fastidio. Chi oggi crede di fare la nuova epica italiana si recensisce e si loda all’interno di una ristrettissima élite di scrittori, più o meno conosciuti: una sorta di club dove tutti si dicono “Bravi!” alzando a dismisura il tono di voce. Chi può dar loro credito? Soltanto chi fa parte di questo club, perché non ha alternative: ci è dentro e deve rispettare le regole non scritte dell’appartenenza al club. I critici, resisi conto di ciò, infastiditi da un simile spocchioso atteggiamento, hanno finito con il defilarsi del tutto, lasciando il NIE a sé stesso, preferendo guardare altrove, in lontananza. Credo davvero che non gli si possa dar torto.

Premi letterari e scuole di scrittura: Dire che i premi letterari sono truccati, o in mano agli Editori, fa inalberare gli addetti ai lavori, e chi i premi li indice, e chi parteggia per un autore piuttosto che per un altro. Tuttavia da qualche anno a questa parte, ad esempio, il Premio Strega è diventato una kermesse non meno volgare e scontata del Festival di Sanremo: l’ultimo grande Romanzo che ho visto premiato è stato “Chimera” di Sebastiano Vassalli. Gli ultimi anni del premio sarebbero da cancellare con un colpo di spugna, subito. In ogni caso il tempo, implacabile giudice, eliminerà dalla Memoria e dalla Storia tanti e tanti scrittori che sono stati portati in alto dal marketing, senza che dietro di essi ci fosse del naturale e vero talento. Per nostra fortuna il tempo è un giudice implacabile, che non si ferma di fronte a niente e nessuno, foss’anche Dio in persona. Sono dell’avviso che nel giro di pochissimi anni nomi quali Mazzantini, Ammaniti, Giordano, saranno meno di ombre.

Il libro, da sempre, è stato anche un oggetto di consumo e in ciò non c’è niente di male; purtroppo in quest’ultimi anni il libro è stato ridotto a puro oggetto di consumo «usa e getta», per cui non dura neanche un anno. Si scrivono e si pubblicano libri scevri di contenuti e di stile: ovvio che vendano solo durante il momento della moda, e che nel giro di un anno o giù di lì siano sol più buoni per finire al macero, nemmeno buoni per una seconda possibilità nei remainders.
Le scuole di scrittura hanno contribuito non poco a mettere sul mercato scrittori, che tali non sono: non è sufficiente che uno oggi sappia tenere in mano una penna per poterlo indicare, senz’ombra di dubbio, che è uno scrittore, per giunta con la S maiuscola. Per i semi-analfabeti sono state create collane editoriali apposite, che hanno nomi assurdi o molto elastici, tipo Strade Blu e Stile libero, giusto per citarne due da tutti conosciute. In queste collane vengono accolti sédicenti scrittori, perlopiù contemporanei, che con la scusa di adoprare uno stile minimalista (o carveriano) si permettono di scrivere in una lingua inesistente, vagamente somigliante all’italiano. E solo di rado si rischia d’incappare in un lavoro un po’ valido. Sia come sia, i libri che non valgono, domani non saranno più: ci sono troppi libri scritti per essere dei prodotti e la Storia non può permettersi di conservare tutto l’«usa e getta» che la società produce.

Non troppo spesso autori, che nella propria epoca non trovano riscontro, vengono scoperti (o riscoperti) postumi. Non è una grande consolazione, ma è pur sempre qualcosa che vale la pena di prendere in considerazione. Non di rado sono i piccoli editori a recuperare da un ingiusto oblio autori validissimi, ma che nel loro tempo storico non incontrarono l’attenzione del pubblico e della critica; e molti libri veramente validi, sotto ogni punto di vista, vengono oggi pubblicati dalla piccola editoria, il cui tallone di Achille è purtroppo la distribuzione. Tuttavia il lettore che vuole leggere un buon libro, che non vuole infognarsi nella lobotomizzazione imperante, con un po’ di buona volontà, riesce a reperire quegli autori e quei titoli che gli interessano. Par superfluo evidenziarlo, ma il lettore deve anche sapersi tenere informato sulle uscite editoriali, altrimenti tanto vale che si getti a capofitto nelle mode del momento.

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    2 Commenti »

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    2 Risposte a “Sull’attuale stato della Letteratura italiana”

    1. Annamaria dice:

      Il tuo articolo Giuseppe è spudoratamente VERO! Quello che scrivi con straordinaria maestria, è esattamente il mio pensiero. Non ho perso una sola parola: bravo! Questa è l’epoca del… “va avanti il più astuto”: il merito è messo da parte. Ma la cultura avrebbe meritato rispetto, almeno per coloro che la amano e per coloro ai quali dobbiamo una risposta. Da modesta scrittrice trovo in certi libri delle ripetizioni banali e noiose e mi chiedo: “Ma la casa ed.
      “tal dei tali” non ha un’equipe di correttori? Forse potresti rispondermi tu, ciao e grazie.

    2. Giuseppe Iannozzi dice:

      Ho poi solo scoperto l’acqua calda.
      Quanto qui evidenziato/denunciato è sotto gli occhi di tutti, ma tutti fanno finta di non vedere: il motivo è semplice e te lo lascio immaginare, ci vuole davvero poco per capire che c’è gente capace di vendersi i figli pur di vendere una copia in più o di avere un parere positivo (anche se falso) ma purché sia griffato.

      Solitamente gli editor fanno il loro lavoro, forse più del dovuto, a volte snaturando il lavoro originale. Non tutti gli editori comunque possono permettersi editor validi, quindi viene fuori quel che viene. E in ogni caso se la materia prima fa un po’ schifo il risultato non potrà essere migliore dopo la ripassata dell’editor, non più di tanto comunque. L’editoria è invasa da gente che è raccomandata e con ciò non dico nulla che già non si sapesse: vanno avanti questi, anche se non sanno dove stia di casa la grammatica né l’originalità espositiva.

      Ogni tanto un editore vince qualche premio, sperando così di vendere il prodotto. Vincono solo gli editori grossi ovviamente che fanno capo a due gruppi, Mondadori e Rizzoli.

      La meritocrazia in Italia è considerata al pari d’una bestemmia, non solo in campo letterario ma in tutti i campi.

      Giuseppe

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