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Ella Wenders e Vito B. Zingales: “Da Mezzanotte a Zero”, un film per la regia di Luca Lucchesi

Ella Wenders e Vito B. Zingales

“Da Mezzanotte a Zero”
un film per la regia di Luca Lucchesi

di Giuseppe Iannozzi
Vi avevo segnalato e proposto, neanche poi troppo tempo fa, uno straordinario romanzo, “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingales, edito da Edizioni Clandestine: scrivevo allora “un pugno diretto allo stomaco, che fa star male, perché impossibile è non riconoscere le ragioni di una terra, la Sicilia, e della sua gente. Un romanzo coraggioso, come pochi, da leggere assolutamente”, e aggiungevo inoltre senza mezzi termini, “il linguaggio spinto, volutamente maccheronico, adotta registri popolari non dimenticando di passare dal più sofisticato Leonardo Sciascia al più tradizionale Andrea Camilleri.” Ve lo presentavo come un libro da leggere assolutamente, perché opera di alta Letteratura come rarissimamente è dato oggi d’incontrare in un panorama editoriale sempre più asfittico e stereotipato. Leggere “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingales mi fece una impressione enorme, enorme per l’alto stile letterario, enorme per i coraggiosi contenuti scevri di qualsivoglia ombra d’ipocrisia, non a caso paragonai la scrittura di Zingales al più sofisticato Sciascia e al più tradizionale Camilleri.

Oggi vi porto in anteprima delle notizie importanti, molto importanti - è bene sottolinearlo più e più volte - a proposito di questo straordinario autore che è Vito Benicio Zingales, criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia e notevolissimo Scrittore, con la S maiuscola. Chi mi segue sa bene che non sono uno di quei critici facile agli entusiasmi: in questa occasione sono però in fibrillazione, perché quanto sto per riferirvi conferma che la classe non è acqua, che la classe non nasce dagli stereotipi modaioli del minimalismo (carverismo). “Cosa di noi” avrà presto un seguito: il titolo del nuovo romanzo di Zingales è “Il rigattiere del Cielo e il segreto codice dell’acqua”: vi anticipo solo che si parlerà di mafia, di Massoneria, di rabbia isolana e di onore, del vero onore Siciliano.Di per sé già solo questa notizia dovrebbe infiammare gli animi di chi ha saputo riconoscere nella scrittura di Zingales una notevole potenza espressiva di denuncia sociale e politica, di stile. Ma non è solo questo il motivo per cui sono su di giri: a breve uscirà per Armando Siciliano Editore la prima parte della trilogia de “Il truccatore dei morti”, un noir esoterico molto particolare, di cui vi parlerò molto presto; e sempre per lo stesso editore un altro romanzo firmato da Zingales, “Da Mezzanotte a Zero”. Bene, e adesso tenetevi forte: “Da Mezzanotte a Zero”, proprio questo libro di Vito B. Zingales verrà sceneggiato da Ella Wenders, nipote di Wim Wenders, e il film vedrà dietro la macchina da presa Luca Lucchesi. Vi sembra forse poco?

Vi terrò sicuramente informati sui nuovi lavori di Zingales e sul film, quindi fareste bene a seguirmi con molta attenzione. E non da ultimo vi invito ad accattarvi almeno una copia di “Cosa di noi” di Vito B. Zingales, perché ho la netta sensazione che se non vi date subito una mossa rischiate di rimanere senza un pezzo da novanta della nuova grande Letteratura italiana. Perché se c’è speranza di rinnovamento e di resurrezione per la Letteratura è per merito di Zingales e di autori coraggiosi come lui, che la classe e il talento ce l’hanno nel sangue.


Cosa di noi
Lo straordinario romanzo
di Vito Benicio Zingales

di Giuseppe Iannozzi

“Io non so cos’è che si muove dentro a taluni uomini. Ma so per cosa muoiono certi siciliani. E’ come quei fiori che dilagano nel tempo dei sassi. Poi incominciò e fu soltanto uno di quei silenzi fruttati di mennule amare.”
Esistono romanzi scritti bene, altri scritti male, romanzi che sanno raccontare una storia, altri che raccontano solo la retorica. “Cosa di noi” di Vito Benicio Zingales racconta la “maffia” siciliana, quella palermitana, una storia che potrebbe essere reale quanto realisticamente inventata. E’ un lavoro che si lascia leggere tutto d’un fiato, senza concedere pause al lettore. E’ uso comune dire che la “maffia siciliana” coincida con la nascita dello Stato moderno e ne rappresenti uno “stratificarsi di potere in alternativa alla debolezza mostrata dal radicamento del potere legale dello Stato stesso”. In “Cosa di noi”, Zingales si spinge più a fondo, perché “cosa-di-noi” è soprattutto una guerra che si combatte lungo le strade, una lotta per la sopravvivenza, per l’onore, ma anche per tentare di esistere. E’ una lotta barbara, quasi cristiana, dove la civiltà si spegne in una rabbia sociale quanto antropologica per risorgere come istinto di sopravvivenza, la stessa che Asbury Herbert disegnava ne “Le gang di New York”. «Quei gangster di New York, questo avevano di straordinario: erano materiale narrativo puro, grezzo ma di grande valore, carne da romanzo, racconto che si fa sangue e pelle, ferita e cicatrice. Naturale che Herbert Asbury ci abbia ricavato un libro documentato e puntiglioso, dickensiano e, a tratti, comico, perché, spesso, non c’è effetto comico più grande della violenza istintiva…», spiega Gabriele Romagnoli nella Prefazione al romanzo di Asbury.
Vito Benicio Zingales descrive il gangster di casa/cosa nostra e l’effetto è nell’insieme tragico, maturo, violento, comico, ma ogni pagina è spiegata con tratto amaro: la violenza per quanto istintiva possa essere, o anche solo ereditaria, è sempre una ferita che non potrà mai guarire. Le trasformazioni subite dalla mafia nel corso degli anni sono così tante che è impossibile stabilire una continuità diretta fra mafia borbonica e mafia moderna. Sicuramente i rapporti sociali sono stati violentati e guardare in strada la propria ombra, in alcuni casi, può essere necessaria precauzione. Zingales indaga nella violenza che percorre le strade: lo stile, a volte iperbolico, è una necessità per evidenziare che qualcosa di grosso sta accadendo anche se all’occhio non allenato, sprovveduto, potrebbe sembrare inezia. Niente accade per caso e anche i fatterelli da poco sono sintomo che qualcosa di grande si sta preparando, o che qualcosa è già accaduto; ed è così che quella che poteva sembrare una inezia, un fatterello, è puleggia di un ingranaggio mostruoso che non concede pietà a nessuno, né allo Stato, né al mafioso, né al cristiano vessato. Il linguaggio spinto, volutamente maccheronico, adotta registri popolari non dimenticando di passare dal più sofisticato Leonardo Sciascia al più tradizionale Andrea Camilleri. I personaggi sono macchiette, ridicoli, ma nella loro ridicolaggine sta la loro forza espressiva: il malavitoso, Don Giacomo Galanti, così come Sebastiano Vinci, ispettore di polizia, sono vittime dei tempi, del passato, della tradizione che li vede impegnati in una caccia all’uomo, a confrontasi l’uno di fronte all’altro, perché entrambi hanno un conto in sospeso in comune da risolvere e lavare col sangue, con la sconfitta o la vittoria. Non è romanzo che metta in campo vinti o vincitori, eroi per caso o miti inventati, è piuttosto un sapiente coacervo di identità umane che fanno orgia negli abusati significati che si potrebbero attribuire ai concetti di “bene” e “male”. Questi finiscono col perdere valore, perché i confini dei loro significati si intrecciano, si superano, si inghiottono nella loro stessa quiddità.
Vito Benicio Zingales, palermitano, nato nel 1963, svolge attività di criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia (Zingales è anche collaboratore del Professore Gianvittorio Pisapia), dopo Là, oltre i campi di Sfaax (2002), ci regala “Cosa di noi”, un romanzo attualissimo, che colpisce duro, un pugno diretto allo stomaco, che fa star male, perché impossibile è non riconoscere le ragioni di una terra, la Sicilia, e della sua gente. Un romanzo coraggioso, come pochi, da leggere assolutamente.

Cosa di noi - Vito Benicio Zingales - Collana frontier-line - Edizioni Clandestine - Codice ISBN 88-87899-63-0 - Pagine 184 - Euro 10,50

Un estratto da “Cosa di noi”

Di là, passavano formichi, sciacalli e giaguari. Il passaggio, nonostante l’abbondante gocciolare dell’acqua, risultava comunque e sempre solcato dalla frequenza torrida di certe aride vene di terra. Qua e là verminavano scorzami di cielo che, indisponente, talvolta, dirompeva sulle polpose foglie dei radi cespugli d’alloro. Là non potevano dirsi distinte le stagioni. Molto simili le une alle altre, l’unica differenza era data dal troppo caldo o dal troppo freddo. E comunque la pensassero gli isolani di quel posto, il tempo, valutando misere e mediocri le pretese degli uomini, si attribuiva sovranità e giudizio tanto, da mischiare lentezze e oblii con aristocratica crudeltà, a nani e giganti. Che fosse un bel posto, lo era di certo e a tal punto che il cielo, abbassandosi di un tanto, tra giallanze e vitigni, si disputava, col sole quell’imbrunirsi di silenzi, agavi e perennità inviolate che tanto piacciono a formichi, sciacalli e giaguari. Tutto questo accadeva in silenzio nella perfezione del buio tanto che tra i nani più vogliosi e superbi, ma anche tra i più arroganti giganti era in uso scegliersi le tane più profonde per allungare su quel cielo bocca, narici e unghia. E tutto questo per sentirsi simili a Dio. Ma nonostante l’arguzia di alcuni pochi e l’infamità di altri ancora, questi, tali e quali rimanevano. Certo è che molti di questi, per un verso o per un altro ci morivano sovente, tanti altri, nonostante il desiderio di sentirsi simili a Dio, preferivano, si vivere in quelle medesime tane, ma non certo per allungare il collo su quel tanfo di cielo. Alla fine restavano i “moltissimi altri”…ma questi erano così compiaciuti di se stessi che fingevano di essere, in rapida alternanza, cielo, tanfo, tana e Dio. Questi, per alcuni, erano i migliori. Erano Siciliani. Ma in questa terra di figliolanze immischiate, di tanto in tanto, nascevano pure signori. Ora X. Odore di notte. L’odore della solita città, colle paure e gli errori di sempre. La città delle rivincite. Le lampade, come lacrime di zenzero, cadono piano e diritte e alla fine, scivolando sulle improbabili infiorescenze lilla e marrò del grande souk attraversano, lentamente, l’incenso delle turrite moschee. Medine, tarantelle e gonfi bordelli, tutti in fila approssimati, corrono, dalla casbah all’ultimo ribat. Alle 24, ombre e peccati insieme, sembra che stazionino davanti l’arco di Piazza Vittoria. Gira la mezzanotte in Questura e gli odori, detonando sulle profonde colorazioni dell’oblio si fanno più forti. La città dorme “accanto”…di lato, dilatandosi compiaciuta per quelle solite scene che si ripetono sulle medesime frequenze, tra cristallo, fango e cemento. Tutto si moltiplica a velocità supersonica nel bizzarro tempio della notte: dai cieli che negreggiano in fondo allo stomaco del cassero, all’umida dissolvenza delle prostitute slave conficcate sul catrame a pattugliare il loro sepolcro di abusi. Le solite scene carambolano sul sempre solito taccuino del buon vecchio Sovrintendente Capo Angelo Carlone, capopattuglia di servizio sulla volante 0 12 “Duomo”. Ha il turno di notte; sta lì nel suo pezzo di città in movimento, per fermarne i battiti clandestini e le piccole illecite convergenze. E’ mezzanotte. Tutta la prima squadra esce al completo. Sono sbirri di notte e sbirri in silenzio, sbirri infami del cazzo e d’animo sbirri soltanto. La squadra esce in silenzio, verso quei soliti labbri di marmo escoriati da una polpa indistinta di pupille senza fondo. Driiin! Fatalità? No, è la Omicidi, passamontagna, M12, più debiti e pruriti. Driiin! Holliwood? No, è Leone Bellamorte, il giornalista di cronaca in un solo filo di voce: - Novita?- Escono in silenzio con il Franchi a pompa e le ostie consacrate, le ordinanze d’arresto e la rabbia che gli affumica, ormai da mesi, le palle fino al cervello. Passo dopo passo tutta la squadra esce nella notte colla fede attaccata al culo e l’orgoglio del cazzo cucito ancora tra placca e Beretta 9×21. Oggi si celebra la “Santa Messa”: certo che credono in Dio…ma ancora di più credono in Bastià e sempre meno nella Polizia di Stato. Escono: vanno a prendere don Giacomo Galanti per recuperare un vecchio credito…e tutto il resto, manco a dirlo, è meno che zero.

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