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Principessa di Blackjack

Principessa

di Blackjack

Mi ero alzato soddisfatto. Non capita tutti i giorni di sedersi al tavolo con uno dei migliori giocatori di poker del mondo che, fra le altre cose, è anche il russo ricercato dalle polizie e dai servizi di mezzo mondo per traffico d’armi, e vincere. Il mio ego era più che appagato, galleggiava, anzi volteggiava leggero e invincibile.

Non solo l’avevo ripulito, dopo due giornate estenuanti, di quasi cinque milioni di dollari – la posta fissata, per lui una bazzecola – ma l’avevo stretto in un angolo, ridotto alla disperazione. L’ultima mano l’ho giocata per sfizio, come capita solo a chi non pesa il denaro: tutti e cinque i milioni di dollari contro la bionda che teneva al guinzaglio. Docile barboncina 90-60-90, da mostrare e umiliare.

Vinta anche quella mano: il Signore delle carte era con me quel giorno, abbarbicato sulle mie spalle a pilotare la ruota dell’imponderabile.


Kseniya era dolcissima. Dopo averla vinta mi aveva seguito in albergo, mite e sorridente era entrata in camera e si era seduta, sul bordo del letto, sorreggendosi sulle gambe come se il solo pensiero di rovinare la piega delle lenzuola la terrorizzasse. “I take a shower”, e mi ero rifugiato sotto un getto di acqua fredda come faccio sempre dopo una partita pesante. Non mi ero nemmeno accorto, rincoglionito dall’acqua gelida, che fosse entrata e ora la osservavo, fulminato da tanta bellezza, mentre si offriva.

Ma che cazzo fai, pirla? Ok, lo ammetto: a volte anche la mia coscienza si fa sentire. Coprii i miei orrori, non ho più il fisico da free climber di venti anni fa, e le porsi l’accappatoio. Sorridendo.

Parlammo tutta la notte e alle sei del mattino, dopo l’ennesimo caffè in camera ordinato all’insopportabile cameriere del bar dell’albergo, scoprii che aveva una sorella. Non una sorella qualsiasi: la Sorella. Vlada era laureata in pediatria e gestiva un Orfanotrofio di Stato. Affascinante: la puttana e la santa, il sogno di tutti gli uomini. Quando Kseniya mi propose di incontrarla non avrei potuto chiedere di meglio.

Vlada dimostrava tutti i suoi 50 anni, eppure trascinava a forza un fascino estremo che le notti, trascorse sui libri a studiare o a vegliare i bambini, non avevano scalfito; come se il tempo, timoroso e riverente, le avesse concesso una tregua. L’orfanotrofio era il suo regno e in quel regno, Kseniya e Vlada mi infilarono a forza. Quaranta bambini e bambine che festeggiavano il Natale con banane meno nere del solito, un arancio raggrinzito e poche caramelle colorate. E lei!

Due occhi di ghiaccio inchiodati sul corpo di uno scricciolo. Rannicchiata in un angolo, a ringhiare e afferrare, come una piccola tigre bastonata dal destino, le caramelle che Vlada le passava. Anastasija il nome, due anni l’età e lo sguardo di una principessa. A nulla servirono le mie moine, lei ringhiava.

Cambiai i miei piani, se mai ne ho avuti nella mia vita scombinata, e tutti i giorni, puntuale, passavo a trovarla. Ci sedevamo di fronte e ci guardavamo, con Vlada a sorridere osservando la scena dell’occidentale ricco che non capisce nulla. Poi tornava al suo lavoro e ai suoi bimbi per ricomparire, paziente, all’ora di pranzo con il riso bianco stracotto e a metà pomeriggio con la merenda: una mela nei giorni di festa e del pane secco profumato di burro.

Kseniya, ancora attonita, mi accompagnava tutti i giorni per abitudine e per dovere: l’avevo vinta, era mia. Anche lei sorrideva mentre consumavo le ore incrociando lo sguardo con la Piccola Principessa ringhiante. Trascorsero tre settimane, misurate da gesti e ritmi sempre uguali, finché un giorno, stanco della solita guerra di sguardi, afferrai il piatto di riso che Vlada le porgeva e iniziai a mangiarlo. Rimase allibita e sorpresa, la Principessa, uscì lentamente dal suo angolo; pretendeva il suo cibo. Si fermò, con gli occhi meno ghiacciati del solito, a mezzo metro di distanza. Presi del riso con il cucchiaio, glielo porsi e mangiò, per la prima volta nella sua breve vita, da un cucchiaio.

B.

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