Si è impiccata la maîtresse di Washington
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Si è impiccata la maîtresse di Washington
Deborah Jeane Palfrey era stata riconosciuta colpevole
di associazione per delinquere e riciclaggio di denaro
WASHINGTON – Deborah Jeane Palfrey si è tolta la vita impiccandosi. Conosciuta come «DC Madam», diede vita a un servizio di prostituzione per professionisti e politici di Washington. Palfrey, 52 anni, due settimane fa era stata riconosciuta colpevole di associazione per delinquere e riciclaggio di denaro. Libera su cauzione in attesa della condanna fissata per luglio, si è impiccata giovedì con una corda di naylon nella casa della madre settantaseienne, in Florida. «Ha lasciato diversi biglietti in cui spiega la sua decisione di suicidarsi» ha detto il capitano di polizia Jeffery Young. Tra i clienti dell’agenzia di Palfrey – la Pamela Martin & Associates – anche il senatore repubblicano della Luisiana David Vitter e il capo dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid), Randall Tobias, ambedue costretti a scusarsi pubblicamente e a dimettesi. Iniziato nel 1993, il servizio organizzato dalla Palfrey aveva dato guadagni per oltre due milioni di dollari. Al processo lei aveva sostenuto di ignorare che le accompagnatrici da lei procurate facessero sesso con i clienti.
Secondo Palfrey la Pamela Martin & Associates era «una servizio legale, di classe, di fantasia erotica». Le ragazze dovevano essere laureate, raffinate, colte e informate. Le inviava nelle case e negli alberghi dei clienti per giochi «quasi sessuali» – sempre parole di Palfrey – per 250 dollari l’ora. Due settimane fa, una corte distrettuale di Washington l’ha condannata per riciclaggio di denaro sporco e racket finanziario: in sostanza per aver usato a questi scopi una rete di prostitute d’alto bordo. Palfrey è tornata a casa dalla madre a Tampa, in Florida. Aspettava la sentenza il 24 luglio. Questa volta, rischiava da quattro a sei anni. Il carcere l’aveva già conosciuto agli inizi degli anni Novanta, condannata allora a un anno e mezzo in California per aver gestito una rete di prostituzione. Il suo corpo è stato trovato dalla madre Blanche in un capannone vicino a casa. E qui partono le teorie del complotto. La polizia della Florida ha spiegato che Palfrey avrebbe lasciato almeno due biglietti alla famiglia ma non ha parlato del contenuto. Ha inoltre detto che non ci sono inizi di uso di droghe o alcol. Sempre la polizia indica che secondo la madre, Deborah Palfrey non aveva dimostrato intenzioni suicide.
Ma a scatenare i sospetti a Washington sono i grossi nomi che frequentavano le ragazze di Deborah, fra cui Vitter, sposato e padre di quattro figli (che ha chiesto scusa per «un grave peccato»), peraltro mai chiamato a testimoniare. Al processo non è stato convocato lo stratega militare Harlan Ullman, né il funzionario del Dipartimento di Stato Randall Tobias, entrambi citati fra i possibili testimoni. Alla Abc, l’anno scorso, Palfrey disse che non voleva andare in carcere, ma fece anche delle minacce. «Di sicuro non torno in una prigione federale neanche per un giorno, figuriamoci per quattro anni, perché sono troppo timida per tirare in ballo il viceministro di questo o quello. Ma neanche per un secondo. Se necessario li trascino dentro tutti». Sul caso aleggia l’ombra di un altro suicidio. Brandy Britton, ex docente all’università del Maryland, era una delle dipendenti del servizio. Si è uccisa in gennaio, prima del processo. Palfrey aveva commentato: «Sono umiliata anch’io da queste accuse. Ma devo essere fatta di una stoffa diversa». Secondo il giornalista Dan Moldea, che l’aveva intervistata, Palfrey era cautamente ottimista sull’esito del processo. Dopo la sentenza ha provato a contattarla più volte senza avere risposta.
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