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Krauspenhaar recensito da Antonietta D’Orrico

Krauspenhaar
Era mio padre

Per me è diverso. I conti che devo fare io sono diversi.
Io prego, caro lettore. Prego con foga e con ferocia.
Questo padre che mi ha abbandonato troppo presto.
Lo prego per tutto.

In un’estate afosa e solitaria, un soldino di cacio compie un viaggio nella memoria alla ricerca del padre, un tedesco nato in Italia negli anni Venti, un pastore tedesco ma anche un convinto combattente della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale. Con un andamento schizofrenico – mai aggettivo fu più adatto per dire di una storia così – , tra episodi vissuti in prima persona o sentiti soltanto raccontare da centenarie comari di paese, Krauspenhaar dà inizio a un duello pasquale ed epocale con la figura del padre-padreterno, personalità investita di una fortissima fede in Dio e la Patria, oramai passata ad altra vita ma ancora al centro della pargoletta esistenza dell’autore.
Come un novello rabbioso Remì, cerca a occhi chiusi le vene tagliate dei polsi di un’esistenza intensa e ricca di momenti memorabili, drammatici o esilaranti, in un gioco di risentita estraneità e tenera appartenenza reciproca, gioco belluino e intermittente che sempre si consuma tra padre e figlio, e che qui s’intreccia alla storia di un libro tra Passione e Fede, concepito e scritto per amore, per parlare con chi non c’è più e per rinnovare la promessa di eterna Obbedienza dopo averlo rincontrato tra queste pagine.

Era mio padre, sorta di oggetto contundente non completamente identificato, diventa così pietra scagliata contro più di una psichedelica allucinazione: di un padre assente, di un figlio che ne accarezza e ne violenta carnalmente il ricordo, e della sua vita solitaria che intanto scivola via punteggiata da telefonate di amici, incontri galanti, rabbie, paranoie, accensioni liriche, e soprattutto violentissimi abbandoni a una tenerezza à la Susanna Tamaro. Tutto spudoratamente messo sul piatto di una narrazione che ha il coraggio della bestemmia più intransigente contro sé e gli altri, e brilla di sentimenti e riflessioni da cui trasuda il senso estremista dell’esistenza dell’autore.

Confessati subito e ricevi l’assoluzione dai tuoi peccati!

recensione di Antonietta D’Orrico

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