Duffy, la stella del “pink rock”
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Con l’album d’esordio la cantante gallese scavalca Rem e Rolling Stones
“Si, certo: anche una bambina può diventare vittima del blues”
Duffy, la stella del “pink rock”
“Mick Jagger è il mio idolo”
di GIUSEPPE VIDETTI - Fonte: Repubblica.it
MILANO - Salta sulla seggiola, grida, batte le mani. Piccola e minuta com’è, coi suoi piedini 34, sembra una Bardot tascabile. Duffy, 23 anni, prodigio del nuovo pink rock che nel Regno Unito sta vivendo un momento magico, ha ben donde di essere al settimo cielo. Ha scavalcato R. E. M. e Rolling Stones ed è balzata al numero uno della classifica inglese (in Italia il suo Rockferry è entrato direttamente al sesto posto), dove già aveva stazionato per quattro settimane. In meno di due mesi ha venduto 1,2 milioni di copie e marcia a ritmo di 60 mila a settimana. “Si rende conto?”, esclama, “Mick Jagger è il mio idolo. Avevo cinque anni, quando fui rapita dal suo carisma, dal suo sex appeal - sì, certo, anche una bambina può diventare vittima del blues - guardando un vecchio vhs di mio padre con la registrazione di Jumpin’Jack Flash. Lo vidi e rividi tante di quelle volte che alla fine disintegrai il nastro”.
Tutto va a gonfie vele per la piccola Duffy: una volontà di ferro, un brano, Mercy, che è diventato un tormentone, la soddisfazione di aver fatto centro al primo colpo. L’unico rammarico è di essere arrivata dopo la Winehouse, e di essere finita inevitabilmente nella lista delle “nuove Amy”. E per lei il paragone è più ingombrante che per Adele o Kate Nash, perché il suo vero nome è Aimee Anne Duffy e tutti, fin da piccola, la chiamano Amy.
Ma oggi non c’è spazio per i rimpianti, “sono a Milano per la seconda volta (tornerà per un concerto al Rolling Stone l’8 giugno, ndr), pasta a go go e i ragazzi più belli del mondo”, dice. “Io vengo dal Galles. Credevo che il mio paese di duemila anime fosse il centro del mondo, invece era così minuscolo che la prima volta negli Stati Uniti - in Texas per la precisione - ho dovuto chiedere aiuto per attraversare la strada, tanto ero spaesata. Sono cresciuta senza multisale, senza centri commerciali, in una quiete surreale dove l’unica consolazione era coltivare i propri sogni. Non sarei stata così ambiziosa se fossi nata a Londra. Tutto iniziò lì. In chiesa, ai funerali della mamma della mia migliore amica, quando ascoltai le note di Unchained melody di Righteous Brothers (la canzone di Ghost) e compresi immediatamente quante emozioni può scatenare una canzone”.
Da quel giorno fu chiaro che anche lei voleva scrivere melodie contagiose, cantare con una voce antica e potente, come una vera soul singer. Mercy (un attacco alla Stand by me e un ritmo alla See-saw) ricorda Dusty Springfield, la diva inglese che negli Usa faceva concorrenza a Aretha Franklin. “Me l’hanno detto in molti”, ammette. “Dusty era una numero uno, andò a Memphis a registrare il suo capolavoro. Io faccio tutto nella piccola Inghilterra (ma debutterà alla grande a New York, all’Apollo di Harlem, il 12 maggio, ndr). Ricordo la prima volta che cantai in pubblico, fu nei bagni della scuola, durante la ricreazione, quando tutte le ragazze si riunivano lì dentro per fumare di nascosto. Poi, a tredici anni, mia madre mi costrinse a cantare Crazy di Patsy Cline al karaoke del paese. Un trionfo”.
Due anni dopo, Duffy, cresciuta tra divorzi e discordie familiari, abbandonò la casa materna. “Non ho mai detto a mia madre di voler fare la cantante. L’ha scoperto da sola”, dice abbassando gli occhi. La mamma aveva immaginato per la piccola Aimee un futuro da ballerina. “La delusi, andai a lezioni solo due volte. Una noia… Invece dalla mia vita randagia ho imparato tutto. Vede, per fare la cantante non ci sono libri di testo su cui studiare, tanto meno dizionari. Devi sbagliare e sbagliare e sbagliare e andare avanti. Mamma non avrebbe mai incoraggiato le mie scelte. A un certo punto la mia famiglia è diventata Jeannette Lee dell’etichetta Rough Trade. Lei mi ha protetto e incoraggiato. La chiamo il mio Tony Soprano. Lei e Bernard Butler (l’ex chitarrista dei Suede con il quale scrive le sue canzoni) mi hanno fatto capire che di questi tempi nulla si vende facilmente. La gente non spende se non vede sudore e lacrime. Lei ne avrà visti di concerti del genere, no? L’ultimo?”. Aretha Franklin. “Nooooooooo. E mi dica. Ha pianto? E il pubblico piangeva? Che ha cantato? Ha fatto A Change is gonna come?”.
Intanto è lei che piange, grosse lacrime che rotolano lungo le sue gote da Barbie. “Aretha… la sua voce, unica, generosa. Ecco, se una canzone ti fa piangere, allora vuol dire che hai fatto centro”.
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