Crisi di governo e crisi dello stato, di Renzo Montagnoli
Pubblicato da Renzo Montagnoli
Crisi di governo e crisi dello stato
E’ caduto il governo e ormai non fa notizia, visto che tanti ne parlano da almeno un paio di giorni e gli editoriali si sprecano con la ricerca delle cause e con l’indicazione di eventuali soluzioni. Non intendo entrare in questo campo, già inflazionato e dissertato da giornalisti e politologi che ne sanno ben più di me; il mio scopo è ben diverso e si propone di evidenziare come anche questa crisi di governo e come l’andazzo generale, che vede un paese allo sfascio, siano da ricollegarsi a un problema antico.
Quando i Savoia, per interessi esclusivamente personali, iniziarono le guerre di indipendenza l’Italia era divisa in diversi stati e staterelli. A scuola si insegna, mentendo, che questa gente, accomunata solo dall’uso della lingua, anelasse a liberarsi dal governo dispotico degli stranieri e volesse riunirsi, ovviamente sotto l’egida dei Savoia, per dare vita a un grande stato unitario.
Si arrivò, così, attraverso alterne vicende, a proclamare l’unità d’Italia, ma allora chi ben sapeva ebbe a dire che fatta l’Italia erano da fare gli italiani. E’ una grande verità questa che non può essere smentita e i fatti tendono sempre di più a dimostrarla. Perché un paese sia unito occorrono non solo una lingua comune, ma modi di vita, correnti pensiero, aspetti sociali che siano propri dei cittadini di quello stato e non è proprio il caso nostro.
Le carenze di capacità di coesione sono state tipiche di tutti i governi che si sono avuti dall’unità d’Italia a oggi, fatta forse eccezione per il ventennio fascista, in cui tuttavia una certa uniformità d’intenti era più plateale che effettiva. E’ quindi evidente che un’ideologia politica, soprattutto se imposta, non può cementare, ma può solo in apparenza condizionare.
Se guardiamo la storia del nostro stivale, dal medioevo al 1860, vedremmo che l’Italia è sempre stata suddivisa in stati e staterelli, dall’epoca comunale a quella delle grandi signorie, e non è che allora “l’italiano” fosse peggiore di adesso, anzi forse era migliore, considerati gli innumerevoli illustri artisti e anche le indubbie capacità di non pochi reggenti. Questa tendenza al particolare, a coltivare il proprio orticello sembra quindi tipica di noi italiani e l’assenza di governi, soprattutto negli ultimi cinquant’anni, che si ponessero come scopo principale quello di dar vita a scopi e a interessi comuni, ha portato all’attuale situazione.
Abbiamo un parlamento che rappresenta solo se stesso, c’è un paese, il meridione, che è perennemente in attesa di rilancio, ce n’è un altro, il nord, che incolpa il sud di tutti i problemi che travagliano la nazione. E’ l’unica occasione in cui gli italiani, dividendosi, sembrano uniti, fatta la debita eccezione per i successi della nazionale di calcio. I meridionali, a queste rimostranze, si manifestano offesi e si creano delle tensioni inutili, perché le colpe di questa situazione sono di tutti.
Il problema però sembra insanabile, qualunque sia il governo del paese, perché anche chi rappresenta a Roma i cittadini coltiva esclusivamente il proprio orticello e se qualcuno, come il signore di Ceppaloni, lo fa in modo scoperto, molti, troppi altri lo fanno sottobanco.
Si sono venuti a creare una miriade di feudi dove i parlamentari sono di fatto i vassalli di un tempo e che quindi tendono ad avere una visione dello stato non generale, ma particolare. Se ci sono i feudatari, ci sono anche quelli che li investono di tali poteri, e non sono in realtà i sudditi elettori, anche se contribuiscono all’investitura, ma le autentiche forze che imperano. Quella economica è da sempre determinante, come anche quella religiosa di una chiesa cattolica più volta a interessarsi degli aspetti materiali che non di quelli spirituali.
Quindi, la crisi dello stato Italia c’è, ma quest’istituzione è sempre stata sovrana solo sulla carta e mai nella realtà.
Per rimediare agli errori passati, per dare a noi cittadini la consapevolezza di essere uniti e un unico popolo occorrono poche, ma quasi irrealizzabili cose: la sensazione diffusa che il governo lavori in nome e per conto di tutti gli italiani, le linee guida, cioè gli scopi per i quali lo stato sia unitario, la comune fiducia in noi stessi.
Chi amministra il paese deve dimostrare che lo fa con coerenza e con la massima onestà; potrà anche sbagliare nelle sue scelte, ma se queste sono state fatte per il bene comune saranno oggetto di critiche, mai di sfiducia.
Le linee guida sono poche e possiamo riassumerle in unione di interessi, in eguaglianza degli stessi, in nessuna disparità.
La comune fiducia in noi stessi deriva anche da uno spirito analitico che tenda a considerare come prevalente l’aspetto collettivo su quello individuale.
Se si sapranno realizzare gli obiettivi che ho elencato, avremo fatto gli italiani e lo stato sarà salvo; in caso contrario, tanto vale ritornare a quella miriade di staterelli, di cui gli attuali partiti e partitini sono l’immagine politica.
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