Marco Mancassola, o come sfondare nell’editoria alla voce “letteratura genere gay”
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi

Marco Mancassola
Il mondo senza di me
O come sfondare nell’editoria
alla voce “letteratura genere gay”
“Il mondo senza di me”, un libro confessione soporifero strappalacrime col contagocce che ammorba il lettore in un limbo di fittizia inutilità esistenziale. Ci si domanda se sia meglio Tavor Lexotan o Valium a fine lettura, ma è solo il coraggio d’un’inutile disperazione provocata dalla lettura a illuderci che il libro di Marco Mancassola abbia scosso fortemente i nostri ascosi sentimenti, perché uno zuccherino in bocca, sotto la lingua, cura meglio di tanti ansiolitici. Con “Il mondo senza di me” siamo di fronte a uno dei tanti libri che tentano, indarno, di investigare nella solitudine umana per arrischiare un recupero in extremis d’un’umanità che si dichiara omosessuale e che non si vergogna d’esser tale. Sin qui nulla di strano, non fosse per il fatto che l’editoria ha investito sulle storie scritte da omosessuali, veri o dichiarati tali per convenienza, un vero e proprio patrimonio in crescendo. In pratica, dal nulla ci si è inventati il genere letterario gay. Ci si domanda perché mai Aldo Busi abbia scritto “Seminario sulla gioventù” se poi nessuno è stato capace di comprenderlo sino in fondo; sicuramente non prevedeva che uno stuolo di emuli avrebbe tentato di imitarlo con risultati quasi mai apprezzabili ma solo pietosamente discutibili.
“Il mondo senza di me”, pur difettando d’una melanconia studiata a tavolino, ha se non altro il pregio d’esser scritto in un italiano accettabile, che comunque non dà prova di stile o avanguardia, solo di stilemi assimilabili dal lettore medio, quelli di largo consumo. Siamo lontani dalla perfezione analiticamente umana di Aldo Busi: Mancassola sciorina lagrime e buonismo facendo campagna di saldi, però la storia tutta si esaurisce nel patetico risaputo che la solitudine è la solitudine, e tanto vale accettarla con rabbia, frustrazione, disincanto. Insomma, come dire, dopo un tot di pagine, il lettore si aspetta qualcosa di più che non la solita solfa trita e ritrita. Bene o male, la solitudine è patrimonio che ognuno di noi si trascina dietro in forme e manifestazioni diverse, indipendentemente dalla sponda di appartenenza. Per certi versi, “Il mondo senza di me” ricalca il pietismo cristiano che Susanna Tamaro abusa in “Và dove ti porta il cuore”. E’ uno di quei rari romanzi dove nel risvolto di copertina è raccontata tutta la storia e persino bene, con elegante distacco: “È settembre, un gelo precoce avanza. Il ventunenne Ale si sveglia di domenica mattina pensando alla ragazza che ha conosciuto la sera prima. Non sa ancora che nella settimana successiva, ogni giorno che passerà, dovrà affrontare una diversa forma di abbandono da parte delle persone che ama. Il suo compagno di appartamento Ettore, intanto, parte per Amsterdam dopo essere stato lasciato da Nino. Alla ricerca di nuova vita, di nuova consapevolezza. Cosa resta di noi, della nostra giovinezza, dei nostri sciocchi narcisismi, quando gli altri decidono di fare a meno di noi? Come possiamo reagire alla freddezza del mondo, alla mancanza di protezione? Ciò che i due protagonisti di questo libro raccontano è la fine dei sogni romantici, il frammentarsi dei destini individuali. È la ricerca di una sopravvivenza emotiva e morale, di un modo di salvare l’incanto che si svela, a volte, tra le pieghe del presente. È il contrasto tra esigenza di lucidità e desiderio di sballo, tra i riti quasi tribali dei concerti e dei rave e la scoperta di una solitudine vertiginosa, tra la paralisi rabbiosa e la ricerca continua, instancabile, di nuova identità.”
Se qualcuno si attende di più, temo avrà una grossa delusione: il romanzo, o meglio “Il mondo senza di me” è tutto nel risvolto di copertina e nelle essenziali note biografiche circa l’autore.
“I racconti di San Francisco” di Armistead Maupin, a differenza de “Il mondo senza di me”, rappresentano tutto quel mondo che Marco Mancassola ha tentato di tradurre in versione nostrana. Spiega Armistead Maupin: “Ecco perché rimango un po’ male quando i librai relegano I racconti di San Francisco e i volumi successivi nel reparto della letteratura gay. Non mi fraintendete; sono orgoglioso di essermi apertamente dichiarato gay più di vent’anni fa - e sono consapevole dell’impatto che la mia omosessualità ha avuto sul mio lavoro - ma i miei libri sono sempre stati rivolti a tutti. Desidero che il messaggio dei Racconti di San Francisco raggiunga il pubblico più vasto possibile: adolescenti e nonni, e tutte le persone che credono di non aver mai conosciuto un gay. Accontentarsi di qualcosa di meno sarebbe tradire lo spirito di gioiosa accettazione della differenza che è il bello della vita in Barbary Lane.” Non c’è dubbio alcuno, Maupin è riuscito, con sintesi felice e coraggio interpretativo, ad entrare nella storia della letteratura americana: il suo stile, limpido, melanconico al punto giusto, basato essenzialmente su tre accordi, è riflesso d’una scrittura matura paragonabile a quella del miglior Raymond Carver. Carver e Maupin, autori distanti, eppur vicini per chiarezza espositiva, perché ogni evento da loro descritto è essenziale, mai fine a sé stesso. Un romanzo iperbolico investito d’un nichilismo umano (busiano), “Seminario sulla gioventù”, riesce ad evadere dal genere letteratura gay, ci riesce benissimo anche Maupin senza alcuno sforzo, ma non ci riesce Marco Mancassola. Maupin e Busi sono inarrivabili per il giovane autore italiano, e così la sua penna rimane inquadrata nel genere gay perdendoci in onore e dignità. Un libro di successo, non lo nego, ma destinato ad estinguersi come fuoco fatuo o fenomeno commerciabile di moda!
Note: La prima edizione de “Il mondo senza di me” è del 2001 (peQuod), mentre recentemente è stato accolto anche nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori.
Il mondo senza di me - Marco Mancassola - Mondadori - Collana: Piccola Biblioteca Oscar Mondadori - pagine 207 - Anno 2003 - € 7.40 (disponibile anche in edizione peQuod)
di Giuseppe Iannozzi
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