Babsi Jones: Per Barbie, c’ero quasi!
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Babsi Jones
Per Barbie, c’ero quasi!
Babsi,
se mi chiedessero a bruciapelo cosa penso del tuo libro direi: non mi ha convinto, è proprio una cosetta che una qualsiasi bimbetta viziata avrebbe potuto scrivere e pubblicare, con le giuste conoscenze in Paradiso ovviamente. Se invece mi chiedessero un consiglio direi, senza peli sulla lingua: non leggetelo, non ne vale la pena, non vale la spesa, non merita che qualcuno ci perda del tempo prezioso dietro.
Non mi ha convinto perché non ho capito che cosa sia, se trattasi di un romanzo, di un diario, di un lungo lamento, di una catena di post-it. Tu stessa l’hai chiamato quasiromanzo e questa scelta contiene già la mia delusione. Cosa debba fare un quasiromanzo, io non lo so, non lo capisco, perché il quasiromanzo non esiste. Forse deve quasinarrare e allora se uno fosse completamente fesso (e spostato di testa, cioè proprio pazzo) potrebbe dire che sì, come quasiromanzo il tuo libro è molto ben riuscito, proprio come un grasso verde carciofo nato in mezzo a un campo stracolmo di grossi e gialli girasoli. Un pazzo totale se lo potrebbe far piacere: tanto con tutto il Valium che c’ha nel sangue non capisce già di suo un’emerita sega ed è già tanto quando gli riesce di non pisciarsi addosso. Quel quasi mi fa stomacare di brutto. Un anatroccolo è un anatroccolo, un cigno è un cigno: il brutto anatroccolo nelle favole diventa un cigno. Ma quella cosetta che hai scritto, “Sappiano le mie parole di sangue”, non è una favola, non è un romanzo, non è un saggio: rimane solo il quasi. Dunque tu, Babsi, hai scritto un quasi. Complimenti! Nessuno, a parte te, capisce che cosa sia un quasi; però, per cortesia, non spararti in vena la parte di quella che fa l’offesa e l’incompresa. Oramai sei vicina alla quarantina, o no? Mi pare che non ci sia bisogno di aggiungere altro. Per farti meglio capire, ieri sono andato a dare da mangiare ai piccioni: ho gettato loro del pane, proprio come fanno i vecchietti senza nessuno che li aspetti a casa. Mi sono accomodato col sedere su una panchina, circondato da un freddo così forte che avrebbe fatto secco pure un pinguino, e ho dato le molliche di pane ai piccioni. Ho resistito, non mi sono lagnato nonostante la frusta del vento; ed allora ho capito che quelli erano dei quasipiccioni, delle creature simili a dei piccioni, con le ali e il becco e le zampe, ma non erano piccioni, perché nessun piccione con quel freddo avrebbe potuto resistere. E ho capito anche un’altra cosa: che anch’io sono quasiumano, ma questa è un’altra storia, quindi torniamo alla tua quasistoria, pur ammettendo io che il discorso si fa parola dopo parola più arzigogolato inconcludente e inutile. Tuttavia devo pur tentare di farti capire che non sei la Virginia Woolfa cui uno, e sottolineo uno soltanto, ti ha paragonato. Non sei nemmeno l’unghia incarnita di William S. Burroughs, né sei omerica. Sei una che ha pubblicato con Rizzoli… e nemmeno Dio ha ancora avuto coraggio d’indagare come tu ci sia riuscita, perché quel tuo quasi era da prendere e cestinare subito senza tanti complimenti.
Vedi Babsi, potrei portarti saggezza dicendoti che se la montagna non va da Maometto, allora Maometto va alla montagna, potrei anche dirti che le montagne si sgretolano, che ci vogliono millenni perché ciò accada, ma alla fine anche la più alta delle montagne finisce col diventare una miserabile collinetta. Ed ancora potrei dirti che se proprio ci tieni, bene!; provaci a scalarla la montagna, a mani nude come sembra piaccia a te. Però se poi cadi, non c’è santo che tenga, cadi e non hai neanche il tempo di gridare: al limite griderai quando sarai spiaccicata al suolo. Meglio essere chiari, precisi, chirurgici, perché non voglio prenderti per i fondelli dandoti false speranze.
Poi c’è sempre il rischio che una valanga ti seppellisca, così di te che rimarrà? Niente, nemmeno l’impronta stampata sulla cruda e fredda terra.
Vedi Babsi, tu non sai scrivere, c’è poco da fare. Non sei portata, non hai il genio dalla tua. C’è gente che scrive come se buttasse giù un bicchier d’acqua, ci sono invece tanti che per scrivere hanno bisogno di immeritate lodi. Tu sei una fra i tanti. Tu hai scritto un quasi che è molto meno di un guazzabuglio. Lascia perdere la penna, dimentica il calamaio. Non hai bisogno di scrivere semplicemente perché non sai scrivere e nessuno ti potrà insegnare mai ad essere un genio. Sei (forse) ancora in tempo per realizzarti come donna, trovati dunque un uomo che ti ami (o che ti rispetti se non altro), metti su famiglia, dimentica le parole, non lasciare che ti seppelliscano, che scrivano per Te il tuo epitaffio. Non lo meriti.
Mi hai devastato, Babsi. Leggere il tuo quasi è stata un’esperienza che non ripeterei per nessuna ragione al mondo. Piuttosto mi faccio dare in pasto al Leviatano, ma leggere un’altra volta il tuo quasi, mai e poi mai. Babsi, Babsi, Babsi… non ho parole, non più, temo d’averle adoperate tutte. Hai fallito miseramente. Se solo accettassi una volta per tutte che non sei portata per la scrittura, se solo accettassi questa verità che è chiara a tutti fuorché a te, se solo fossi un po’ più umile e riconoscessi che grande errore è stato per te scrivere, forse potresti ancora salvarti da te stessa ed essere una persona come tante, felice. Sei solo una che è stata pompata da vergognose lodi sperticate: ti sei convinta d’essere grande, di saper raccontare. Ma tutte le immeritate lodi ricevute sono state peggio d’una fredda canna di pistola piantata sulla tua calda e tanto delicata fronte. Il caro collega Wu Ming 1, giustamente, afferma che anche nel caso tu avessi scritto un solosaggio, avresti fallito.
Babsi, basta! Non farti più del male. Non è più necessario. Critica e pubblico hanno decretato il fallimento, te l’hanno detto chiaro in faccia che sei una incapace, quindi smettila di torturarti con le parole e torna a giocare con la Barbie se proprio non vuoi metter su famiglia. Adesso hai paura, ti capisco, ma per il tuo bene devi vincerla la paura: i fiori di Bach possono essere un piccolo aiuto, ma il grosso del lavoro lo devi far da te, il coraggio per vivere lo devi trovare da sola. Se scaverai molto ma molto in profondità, scoprirai che puoi ancora rimboccarti le maniche ed essere una donna felice, magari anche una madre amorevole. Io ti auguro di farcela.
Ciao,
Giuseppe Iannozzi
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