Piero Rinaldi, Pesca in acque dolci, Sironi editore
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Piero Rinaldi
Pesca in acque dolci
Carverismo. Minimalismo ricercato e voluto. Non sai scrivere, bene, di diritto appartieni a quella classe di scrittori che hanno fatto del minimalismo il loro marchio di fabbrica. Però: par brutto dire d’un autore che è semplicemente minimale, ovvero che costituisce il limite - sì, proprio il limite - minimo delle lettere; ed allora ecco l’ennesimo “ismo” che viene in soccorso e alla critica, e al sédicente scrittore che userebbe la penna per scrivere, il carversimo. Ma in che consiste questo carverismo? E’ una storpiatura dell’essenza essenziale che adoprava in maniera naturale Raymond Carver per disegnare il quotidiano che lo circondava ogni giorno con la sua ineluttabile semplicità e crudeltà, così Carver tagliava la sua storia per finirla sul limite del giorno di luce. Il carverismo è per coloro che hanno una storia e vorrebbero raccontarla e non sanno come: allora ne buttano giù la bozza e la lasciano tale. Minimalismo, altrimenti detto carverismo. Un lirismo tagliente quello di Carver, così tanto che per raccontarla la storia Raymond non ha bisogno di completarla, può permettersi di lasciarla a tre quarti, senza un epilogo definito ma sul limite del tramonto: ne il “Mestiere di scrivere”, Carver diceva con semplice lucidità, “Secondo me la trama, una linea narrativa, è molto importante. sia che scriva poesia oppure prosa, cerco sempre di raccontare una storia.” E ancora: “Gli scrittori non hanno bisogno di ricorrere a trucchetti o trovatine, né sta scritto che debbano essere sempre più in gamba di tutti. A costo di sembrare sciocco, uno scrittore deve avere la capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa - un tramonto, una scarpa vecchia -colpito da uno stupore semplicemente assoluto.” Certo non poteva immaginare, nella sua scarna semplicità, che simili consigli potessero un giorno diventare la bibbia da comodino di qualche sédicente scrittore: e invece così è stato, perché oggi in molti seguono, passo passo, i consigli di Carver, in maniera così tanto ostinata da far risultare le storie che tentano di mettere nero su bianco d’un artificioso imbarazzante.
Ultimo esempio del minimalismo ricercato - anche se non sono affatto certo che nel frattempo non siano già usciti altri cento libri di racconti minimali da parte di altri sédicenti scrittori - “Pesca in acque dolci” di Piero Rinaldi edito da Sironi nella collana Indicativo presente. Il libro si apre con una citazione, o meglio con delle parole, quelle di Raymond Besqué, campione europeo di pesca al colpo 1992: “…forse una risposta non c’è. Svegliarsi quando gli altri dormono per andare in un posto a rimanere in silenzio per tutto il giorno. In fondo è tutto qui. Concentrarsi. Pensare a quello che stai facendo. Raccogliere i più piccoli segnali. Cercare di capire cosa succede sotto la superficie.” Sempre Besqué ebbe modo di dire: “Svegliarsi quando gli altri dormono per andare in un posto a rimanere in silenzio tutto il giorno. In fondo è tutto qui. Concentrarsi. Pensare a quello che stai facendo. Raccogliere i più piccoli segnali. Cercare di capire cosa succede sotto la superficie.” Bene, io non sono mai andato a pesca ma penso che ci sia una grossa differenza, di sostanza, tra l’arte di pescare e quella di scrivere. Per esempio, pur essendo all’asciutto di pesca, neanche nel mio incubo più umidiccio mi sognerei mai di scrivere con una canna da pesca. Eppure Piero Rinaldi ci è riuscito, e nella realtà, a scrivere con la canna da pesca dimenticando e la penna e l’inchiostro: il risultato è una rosa di racconti che rasentano la massima espressione della contraffazione, una semplicità ordinata quanto stucchevole, manieristica. L’autore più che pescare in acque dolci com’era sua intenzione, riesce invece a fare un buco nell’acqua e a mantenerlo tale affinché i pesci possano nuotarci intorno come nulla fosse: insomma quel che si direbbe una sorta di gorgo ma innocuo e assurdamente statico. I personaggi di Piero Rinaldi sono perfetti, anche quando concentrati in bilico sul limine della morte e della pazzia, così tanto che sono come pesciolini rossi di quelli che vinci al luna park e che ti mettono in un sacchetto di plastica trasparente: e tu tutto felice, però una volta a casa il pesciolino è già morto, e, paradossalmente, quel corpo inerte è perfetto inutile e ridicolo. Per farvela semplice semplice: una serie di racconti che si confondono fra i tanti che son scritti con ésca carveriana e che nuotano in acque dolci per più e più editori in cerca di autori, niente per cui ci si debba sorprendere favorevolmente.
Piero Rinaldi è nato a Forlì nel 1963, dove vive e lavora. Nel 1997 ha pubblicato presso la casa editrice Mobydick la raccolta di racconti “Air Mail”, e per gli stessi tipi ha ideato e curato nel 1999 “Il galateo del telefonino”, venti scrittori per nuove regole di comportamento. Per l’editore Mugnaini di Firenze è uscito “Elefanti”, con incisioni di Wladimiro Elvieri. È autore di testi teatrali e collabora con diverse riviste e agenzie pubblicitarie.
Pesca in acque dolci - Piero Rinaldi - Sironi Editore - Collana Indicativo presente - 138 pp. - ISBN: 88-518-0067-7 - € 13,50
di Giuseppe Iannozzi
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