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Marthita Pepe, La ladra di spaghetti, Cicorivolta edizioni

laladradispaghetti.jpgLa ladra di spaghetti
Marthita Pepe

Fino a poco tempo fa, raccontavo le mie storie agli amici recalcitranti. Una notte, in un pub, qualcuno mi ha interrotta. “Ma invece di spaccare la minchia agli altri, perché non le scrivi e basta?” Era uno della sottospecie, ovvio. Uno di quelli al secondo posto nella mia classifica: nutella, uomini, zucchero filato. E comunque ho fatto mente locale, grazie a quel tipo. In fondo, che cos’è la voce? Basta andare sugli argini del Po quando è buio, per vederla condensare in sbuffi evanescenti come nebbia, sospesi sulla corrente, sempre più lontani. Poetico. Sì. Io adesso faccio così, cammino spesso in riva al fiume, con la testa piena di parole, nello zaino il computer. E a volte, quando già la luce rende cupa l’acqua grigia, chiudo gli occhi un attimo, stringendo sul cuore qualcosa che solo io sento. (Marthita Pepe)

Marthita Pepe vive a Torino. E basta. In fondo, parlare non le piace granché. Però sa scrivere. Se la chiami al telefono, la sua voce ti risponde in tono flebile e gentile, ma c’è sempre una vena di fretta, per cui è chiaro che in quel momento ti sta facendo un grosso favore.
E’ uscito in febbraio, “La ladra di spaghetti” di Marthita Pepe. Un libro veloce che si legge in un paio d’ore, divertendosi e eccitandosi lievemente anche. I libri non li si dovrebbe mai giudicare dalla copertina, ma una volta tanto, perlomeno in questo caso, val la pena di dire anche della copertina, che è non poco accattivante e, a mio avviso, parte integrante del testo che Marthita Pepe ci propone: un olio su tela di Andrea Tarli, l’adattamento grafico è invece di Phab Postini. In copertina una ragazza, di spalle, in ginocchio su dei cuscini, con addosso i soli jeans parzialmente sbottonati, e con innocente malizia si copre i seni con il braccio, e uno sguardo sereno, due occhi quasi da orientale spagnoleggiante però, e una lunga fluente massa di capelli rossi, di una rossa naturale! E chissà che questa avvenente fanciulla, che è un po’ tizianesca e un po’ à la Gabriel Dante Rossetti, non sia proprio la protagonista de “La ladra di spaghetti”: io nutro il dubbio e la speranza e l’egoistico bisogno d’illudermi che sia proprio così, uguale uguale a quella che ho amato tra le pagine del romanzo.
Due ragazze, due liceali, che a breve dovranno affrontare la matura, ma nelle loro vite manca qualche cosa: la figura paterna. Entrambe le ragazze non hanno mai conosciuto il loro genitore, però entrambe sono state amorevolmente allevate dalle rispettive madri. Nonostante le difficoltà, si può presumere che alle due liceali non sia mancato niente, né l’amore né qualche innocente vizio materiale. La protagonista (Marthita!) si accompagna a Olivia, l’amica del cuore: ma per lei è semplicemente Oli. E la madre di Oli fa la cuoca al Tio Tepe, dove le due non disdegnano di mangiare quasi tutti i giorni. La madre della protagonista è invece una lap dancer, che si esibisce allo Chatam. Nella loro vita nessun terremoto d’emozioni, tranne il fantasma d’un’assenza: quella della figura paterna. Un giorno, quando Oli confida all’amica che conoscerà il proprio padre, la ladra di spaghetti sente nascere in sé un iceberg. E’ invidiosa? Forse ha solamente bisogno pure lei di conoscere il padre. Ma lei non lo sa chi è e sua madre non sembra intenzionata a dirle del genitore, forse perché lei stessa ignora chi sia il padre della figlia. La protagonista è una vera peperina, sensuale simpatica ingenua e anche un po’ perfida ma solo con qualcuno: le piacciono gli spaghetti, moltissimo le piacciono, conditi con un filo di olio d’oliva e una bella grattata di parmigiano reggiano. A ogni forchettata che le arriva in bocca, con genuina malizia tutta femminile, gli uomini che non possono fare a meno di notarla o s’imbarazzano o più spesso immaginano chissà che. Ma questa ladra di spaghetti è fondamentalmente ancora una bambina, una donna-bambina, anche se le sue belle scopate se l’è già fatte non disdegnando qualche marchetta, per necessità: però l’amore lei ancora lo fa con innocenza, con un’innocenza disarmante e provocante al tempo stesso. Lei è genuina, non fa male. No: fa anche male. Sia come sia: è acqua e sapone, o meglio una rossa naturale che va matta per gli spaghetti.
La lingua di Marthita Pepe è schietta e acerba, a tratti quasi pervasa da ingenuità ma tutta al femminile: non mancano però né la passione né la malinconia, come una storia d’amore, quella più sincera e duratura per la Vita, per un’impellente necessità di viverla tutta la Vita. Ne “La ladra di spaghetti” l’autrice, Marthita Pepe cerca di rintracciare quelle radici, che per troppo tempo ha finto che non le interessassero. Forte solamente della sua giovinezza, questa giovane ladra vuol sapere chi è il padre, forse più per sentirsi completa nell’anima, dando così corpo a un mero atto d’egoismo, che non per un disinteressato atto d’amore verso il genitore mai conosciuto. E non manca un po’ di crudele erotismo, e in qualche caso di sesso strappato con la forza: la ladra di spaghetti dovrà fare i conti anche con la violenza, dovrà decidere d’inghiottirla, di far finta di niente, di denunciarla. O d’infliggerla. Ma prima di prendere qualsiasi decisione in merito al suo futuro, prima d’ogni altra cosa dovrà scoprire le sue radici. Radici che sono in quella porzione di sangue che le ha dato il padre e di cui ignora l’identità.

La ladra di spaghettiMarthita Pepe – Cicorivolta Edizioni - collana i quaderni di Cico - 112 pp. - ISBN 978-88-95106-04-5 - in copertina, olio su tela di Andrea Tarli; adattamento grafico di Phab Postini - € 10,00

di Giuseppe Iannozzi


Alcuni brani tratti da:

La ladra di spaghetti
di Marthita Pepe

Mentre andiamo al Tio Pepe. Tutto mentre andiamo al Tio Pepe.
Dice che dovrei togliermi il chiodo, perché quando glielo succhi, dice, può dare fastidio.
A chi? domando perché, se parli di loro in generale, mica mi frega. A me piace e me lo tengo. E poi, non ne ho ancora trovato uno che si lamenti. Ci mancherebbe.
Ormai è diventato un vezzo, un tic, dice mia madre. Insomma, tiro in bocca il labbro di sotto in modo da toccare il chiodo con quello di sopra, e lo accarezzo lo accarezzo, lo coccolo per benino. Relax. E’ la parola giusta. Il mio antistress.
Poi dice che la dovrei finire.
“Staccati.” dice. “Molla ’sta storia. Non ha senso.”
“C’è qualcosa che ha senso?”
Sbuffa. “Non andiamo sul filosofico, eh?”
Per fortuna arriviamo e la discussione finisce. Non che mi dispiaccia, parlare con Olivia. Ma è piena di cognizione, come dice mia madre. Io dico che è una gran palla, alle volte. Però è la mia migliore amica. Per dire: la storia la conosce solo lei. Nei minimi dettagli. Quasi. Perché ci sono cose che non riesco a raccontare nemmeno a lei. Non ce la faccio.
A quell’ora il Tio Pepe è strapieno, ma sua madre ci riserva sempre un angolo. Così attraversiamo il locale con gli sguardi di tutti appiccicati addosso. Oli, che ha le tette grosse, abbassa lo zaino il più possibile indietro, per metterle in evidenza e per coprirsi il culone. Gli uomini s’incollano alla scollatura. Io ho poco seno, però muovo i fianchi in un modo da togliere il respiro, dicono i nostri compagni di scuola. Da quando all’ombelico mi sono appesa una fragola di smalto rosso, mi fissano ancora di più. Passiamo, e qualcuno dice a Olivia “ehi, mora” e lei scuote i capelli neri, lucidi, con riflessi blu. A me dicono “rossa naturale?” e guardano giù in basso, più giù dell’ombelico (…)

(…) ‘Sta storia, come la chiama Olivia, è cominciata a gennaio. Ero al Chatam, dove mia madre fa lap dance. Era una serata ciucca, un sabato di quelli che non auguri a nessuno. Olivia era per i fatti suoi. Ciondolavo per casa nuda come un verme, indecisa se vestirmi e uscire a zonzo o andare a letto. Mia madre si stava preparando e ogni tanto mi gettava un’occhiata. Mi arrivavano messaggi sul cell e io li cancellavo senza leggerli. Dovevo andare a dormire, punto e basta. Invece mia madre ha detto: “Perché non vieni con me? Almeno impari un mestiere.”
In una sera qualunque l’avrei mandata a stendere. Mi sono lasciata trascinare dalla prospettiva di uscire, di non stare sola, di bere qualcosa e di ridere alle spalle degli altri, in modo da avere un bel po’ da raccontare a Olivia. Ho appeso un cuore di strass all’ombelico e ho infilzato il chiodo fosforescente sotto il labbro. Con i tacchi sono più alta di lei. Mia madre mi osservava vicino allo specchio, mentre mi aggiustavo i pantaloni neri e la canotta di voile. Non mi pettino mai, perciò ho arruffato i capelli con le dita. Lei me li ha sistemati sulle spalle e davanti, con le ciocche sul seno. Scuoteva la testa dicendo :
“Che meraviglia…”
“Ho poche tette, ma’…”
“Non è quello che conta. Te ne accorgerai.”
Ho alzato le spalle con una smorfia. Ha chiamato il taxi.
Ci sono momenti in cui acquisti sicurezza. Il taxista era al volante, come deve stare un taxista. Ma appena ci ha viste, nelle nostre mantelle nere che si aprivano come ali, ha spalancato occhi e bocca. Giuro. Ha anche spalancato le portiere, per farci accomodare. Senza una parola. Guidava con lo sguardo che ballava dalla strada allo specchietto retrovisore e, da come si comportava mia madre, capivo che doveva essere sempre così. Lei ha accavallato le gambe - quando va a lavorare indossa minigonne inutili - e si è sistemata le braccia sotto le tette, mettendole bene in mostra. Guardava fuori dal finestrino, con un sorriso stampato in faccia. Ad ogni semaforo rosso, lui si muoveva sul sedile, per vederla meglio, e intanto buttava un occhio anche a me.
“Rossa naturale?” ha chiesto ad un tratto.
Io non avrei risposto. Mica rispondo mai. Mia madre gli ha detto: “Ci puoi giurare.” strizzandogli un occhio e lui ha ridacchiato. Mi ero già pentita di averle dato retta.
Siamo scese davanti al Chatam, lui ha bofonchiato qualcosa e mia madre ha riso, io sono entrata quasi correndo, fermandomi di fronte al barista, indicandogli la bottiglia di vodka.
“Niente alcol.” ha decretato mia madre.
Quando mi tallona, la detesto.

Gualtiero è sempre molto carino. Sa che mi piacciono gli spaghetti e me li fa preparare. Al Chatam, la cucina è piccola, non fanno ristorazione, ma per certi clienti ci sono parecchie eccezioni. Per me, poi, Gualtiero stravede manco fosse mio padre. C’è stata un’età in cui ho dubitato seriamente che lo fosse. Facevo una testa così a mia madre, ogni giorno. E non trovi che mi somigli, e guarda che il naso è lo stesso, e vedigli le orecchie… Insomma, ne ero quasi convinta, finché lei mi ha detto: “Senti, se sapessi chi è tuo padre, te lo direi.” Allora, una sera, ho invitato Olivia. Gualtiero è stato un tesoro anche con lei. Anzi, come sorpresa ci ha preparato un gelato alle fragole da fine del mondo.
Olivia mi ha detto: “No, non è tuo padre. Le somiglianze le vedi solo tu.” Ero delusa.
“Secondo me…” ha aggiunto “Tua madre sa chi è, ma non te lo vuole dire.”
“E perché?”
Ha scosso la testa. “Le madri sono difficilissime da capire.”
Per inciso: neppure Olivia sa chi è suo padre, ma dice che sua madre lo sa.
Una volta le ho detto: “Magari crede di saperlo.”
Abbiamo litigato, perché lei si è inalberata. “Mia madre mica la dà a tutti. E’ una cuoca.”
Le ho risposto: “Perché, le cuoche la danno a uno solo?” (…)

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