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Michele Governatori, La città scomparsa, Barbera editore

lacittascomparsa.jpgMichele Governatori
La città scomparsa
Barbera editore

1. Una nota biografica, ovvero: chi è Michele Governatori e che cosa ha scritto (e pubblicato) prima de “La città scomparsa”.

Sono un marchigiano del 1972 (stessa tua età mi pare) e vivo a Roma. Prima ho pubblicato i romanzi “Venere in topless” (Fernandel, 2003) e “Il paese delle cicogne” (Foschi, 2004) oltre a numerosi racconti brevi su riviste e antologie.

2. “La città scomparsa” è il tuo ultimo romanzo, pubblicato per i tipi Barbera Editore: com’è nata l’idea di scrivere di una città di amianto?

Non ho mai avuto una gran fantasia. Il romanzo prende spunto da una vera città-fantasma (o quasi fantasma). Visto che è già stato rivelato da un quotidiano abruzzese il giorno prima dell’uscita del libro, posso dire senza problemi che la località a cui mi sono ispirato è Marsia di Tagliacozzo, un insediamento turistico ormai cancellato da molte mappe, nell’attuale parco regionale dei monti Simbruini, in Abruzzo. L’amianto è un dettaglio (spero almeno questo) di fantasia, che si somma alle brutture ambientali del villaggio che descrivo.
3. Nel tuo romanzo si parla della speculazione edilizia, oramai alle spalle con il secolo appena passato: ma le case erette negli anni Sessanta e Settanta sono ancora in piedi, e molte di queste sono tutt’ora abitate. E, ovviamente, si parla del sogno di un uomo, di quello di Gilberto Timone, un giovane come tanti altri, che però vorrebbe sfondare nella vita. Dopo alcuni lavoretti non proprio redditizi né in grado di portarlo in alto, decide di buttarsi a capofitto in un’impresa più grande di lui. Perché Gilberto avverte la necessità di costruire? Ed entrando più nel particolare: Gilberto è il prototipo del tipico giovane degli anni Sessanta, o è anche la fotografia dei giovani di oggi, di quelli del Duemila?

Chissà. Forse la tensione a costruire (non necessariamente in senso edilizio o fisico del termine) è connaturata in qualunque forma dell’ambizione. In un certo senso per esprimere la propria personalità e vederla riconosciuta può esserci bisogno di lasciare tracce visibili dove si passa. Questo probabilmente vale per tutte le generazioni. Il guaio è che l’intraprendenza, che spesso ha un carattere individualista, a volte provoca risultati distruttivi, o anche solo brutti. O più in piccolo, può rovinare la vita a chi è sfortunato.

4. Gilberto Timone, questa figura di novello imprenditore, un po’ yuppie e un po’ arrampicatore sociale, è un personaggio nato dalla fantasia, o per disegnarlo hai prestato fede a qualcuno che esiste veramente?

È un personaggio inventato attorno a una tensione, e a un’inadeguatezza, che credo siano comuni. (Almeno io in parte mi ci riconosco). Del resto credo sia un’esperienza comune quella di dover a malincuore ridimensionare le proprie aspirazioni dopo qualche fallimento, no?. Nel caso di Timone, il fallimento è colossale e il ritardo nell’ammetterlo – dal mio punto di vista - quasi commovente.

5. Gilberto, nella descrizione che ne dai, è molto vivido: non sembra essere il parto della sola fantasia. Parla e si muove come una persona reale: quando scopre d’esser stato preso per i fondelli dai suoi soci, cocciuto più d’un mulo non abbandona il suo sogno. Neanche la sua ex, che è poi la figlia del Sindaco del Paese, riesce a fargli cambiare idea. Gilberto e Simona, due agli antipodi, e che eppure sono stati insieme bene o male, perché s’incontrano? solo un caso, il destino, o c’è sotto qualche cosa di più?

Forse s’incontrano perché avrebbero le caratteristiche per sostenersi a vicenda. Ma Gilberto è troppo distruttivo e impaziente per tenere da conto una storia così preziosa.

6. Soltanto quando “il bambinone” muore a seguito dell’esposizione all’amianto, Gilberto Timone comincia ad avere paura che la città – che per tanti anni aveva sognato di veder crescere – diventerà presto una città di fantasmi, e non una località turistica così com’era nei suoi progetti. In quegl’anni di boom economico, di intrallazzi e speculazioni, l’amianto è stato utilizzato per la costruzione di edifici a uso abitativo e non solo, con risultati a dir poco abominevoli, anche su di un piano giuridico. E’ si vero che negli anni Sessanta non si era ancora certi di quanto potesse essere nocivo l’amianto per gli esseri umani; ciò nonostante niente è stato fatto, o comunque molto poco, e chi ieri ha speculato oggi vive tranquillamente la sua propria vita a piede libero, mentre in molti ci hanno rimesso soldi e vita. Com’è possibile tutto ciò? Ne “La città scomparsa” può esserci una chiave di lettura che sia d’accusa nei confronti di chi ieri ha speculato?

Più che di accusa, dal mio punto di vista (che d’altra parte non ritengo più autorevole e di sicuro non più competente in materia di quello dei lettori del libro) parlerei di constatazione. Il darsi da fare della gente, soprattutto degli scalmanati come Timone, o degli imprenditori, non sempre (o raramente) migliora il mondo, ma certo non per questo penso che le due categorie siano di per sé censurabili. Del resto: è stato più colpevole chi usava l’amianto nell’edilizia senza conoscerne gli effetti o chi non ne ha reso obbligatoria la messa al bando? E quanti altri “amianti” stiamo usando senza aver ancora scoperto la loro nocività?

7. Strega, un professore di greco, un misantropo: chi è? Par quasi che tutto il paese si rappresenti nella sua testardaggine coriacea, nella volontà (nella necessità) di non cambiare né abitudini né vestito. Strega, insieme a molti altri, vorrebbe un futuro diverso per il paese… ma fallisce. Puoi dire qualche cosa di più su questo personaggio e del suo rapporto con Simona (unica allieva capace di prendere un sette meno in greco in una classe dove tutti sono abituati a voti bassissimi)?

Strega è animato da sentimenti sinceri e, direi, nobili, come l’amore per la natura e per la sua terra. Ma la misantropia di cui parli, in fondo, compromette la sua possibilità di incidere sugli altri. Anche la sua stima (o amore) per Simona rimane inespressa. Direi che Strega è un mancato salvatore del mondo, encomiabile e, se vuoi, lirico, quanto inutile…

8. La musica di quegl’anni: la colonna sonora è quella di Lucio Battisti, che solo negli anni Ottanta divorzierà, artisticamente parlando, da Mogol. E Gilberto e Simona si trovano a vivere lo stesso concerto, sotto la pioggia. Fra tanti cantanti, perché proprio Battisti e non un altro? Forse perché era il più amato dalle ragazzine, per la sua melanconia, per i testi facili e però poetici?

È l’unico cantante di cui dici qualcosa ne “La città scomparsa”: gli anni passano, però la colonna sonora non cambia, o meglio, non viene più fatta suonare. Come mai?

Ho pensato a Battisti proprio per le caratteristiche che fai notare tu, che sono un miscuglio adatto forse a rappresentare l’acerbità e il senso di prospettiva di un intero periodo (quello del boom degli anni Sessanta). E quello è il periodo che fa da origine e fulcro per il romanzo, che pur evolve (o involve) fino agli anni Novanta. Ed era il Battisti, appunto, accoppiato a Mogol, ma che sarebbe poi diventato più moderno, anzi postmoderno, grazie ai testi di Panella che io, figlio del mio tempo, preferisco di gran lunga.

9. Qual è la tua idea di letteratura: ovvero, a tuo avviso, esiste una differenza fra letteratura con la “L” maiuscola, narrativa e generi letterari? (Motiva la risposta, per cortesia.)

Di sicuro non credo che la narrativa sia una letteratura minore. Perché non credo che l’utilizzo degli intrecci per legare il lettore sia un mezzo che disinneschi l’eventuale potenzialità creativa o comunicativa di un testo. Anzi per me un racconto può essere un formidabile vettore di idee. I generi narrativi poi in fondo sono solo etichette merceologiche. Servono a disporre i libri sugli scaffali. Ogni volta che leggo un libro che costruisce un mondo affascinante con una lingua non banale, e adatta a quel mondo, io ritengo di aver a che fare con letteratura.

10. Sei dell’avviso che oggi gli scrittori moderni stiano tentando di far confluire tutto ciò che si scrive in un unico grande genere epico e/o mitico, che vada al di là dell’incasellamento operato dai critici per dire questo è un noir, questo invece un giallo…? E se sì, si è giunti a un qualche risultato degno di nota?

Forse è eccessivo immaginare una simile unità d’intenti in una categoria, quella degli scrittori, eterogenea e individualista come tutte le altre. Però, sì, la connotazione epica, il superamento un po’ postmoderno delle barriere della verosimiglianza e della misura, ricorre in alcuni libri recenti anche italiani, forse anche come reazione a presunti autobiografismi o minimalismi. Penso per esempio ad Antonio Moresco, Leonardo Colombati, Nicola Lagioia, Tullio Avoledo.

11. A chi consiglieresti di leggere “La città scomparsa?”? Per quali motivi?

A chi prova insofferenza per gli eroi e per quelli che non sbagliano mai e per quelli che sanno tutto loro. E a chi medita di comprare una seconda casa a un prezzo sospettamente basso. Per questi ultimi l’acquisto preventivo del romanzo può rivelarsi un vero investimento.

12. Avrò dimenticato di chiederti qualcosa, poco ma sicuro, quindi: “fatti una domanda e datti una risposta!”

Hai dimenticato di chiedermi chi è l’S.B. che firma la postfazione. Ma la risposta non te la do e non vorrei anticiparla a potenziali lettori.

13. Hai già in mente qualche progetto letterario? Puoi accennarcene?

Sto lavorando al progetto di un romanzo il cui protagonista, stavolta, combatte una battaglia condivisibile. È un ambientalista coraggioso e competente. Che però, forse, verrà fermato.

Grazie infinite, Michele, sei stato molto gentile. Ti ringrazio e ti auguro tutto il meglio per la tua carriera artistica e non solo.

Grazie a te per il tuo interesse. Ricambio gli auguri!

Leggi l’incipit del romanzo

La città scomparsaMichele GovernatoriBarbera Editore – Collana: Radio Londra – prima edizione 2006 – 191 p. - € 16,00

a cura di Giuseppe Iannozzi

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