Intelligenza emotiva, Daniel Goleman, Rizzoli editore
Pubblicato da Katia Ciarrocchi
Intelligenza emotiva
Daniel Goleman
Goleman con il termine “Intelligenza emotiva” indica la “capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali“.
L’autore ci invita a ricorrere all’intelligenza emozionale per tornare ad assaporare valori che si stanno perdendo nella frenesia del vivere. Riuscire a toccare nel profondo e prendere consapevolezza delle proprie emozioni per riuscire a “ritrovare” armonia con se stessi. Il controllo delle proprie emozioni ci permette di relazionarci con più serenità con il mondo intero e ottenere un notevole successo nella vita. Empatizzare e porsi nell’ottica altrui per risolvere i conflitti personali e interpersonali, senza attivare quelle emozioni negative, quali: rabbia, ira e aggressività, quindi rimanere a contatto con il proprio mondo emozionale e utilizzarlo per interagire con la realtà.
Pascal ci insegna: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce; lo si constata in mille cose. Dico che il cuore ama l’essere universale e se stesso naturalmente, a seconda che si attacchi all’uno o all’altro; e ci si indurisce contro l’uno o contro l’altro, a sua scelta. Voi avete respinto l’uno e conservato l’altro: è forse per ragione che amate voi stessi?”.
Goleman ci invita a non affidarci totalmente alla ragione, perderemo il contatto con la dimensione emozionale divenendo duri, insensibili, critici, difesi, incomprensivi delle necessità altrui.
Lavorare su se stessi, dentro le proprie emozioni per essere in armonia con l’universo stesso.
In un’antica leggenda giapponese si narra di un samurai bellicoso che un giorno sfidò un maestro Zen chiedendogli di spiegare i concetti di paradiso e inferno. Il monaco, però, replicò con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano; non posso perdere il mio tempo con gente come te!”.
Sentendosi attaccato nel suo stesso onore, il samurai si infuriò e sguainata la spada gridò: “Potrei ucciderti per la tua impertinenza”.
“Ecco” replicò con calma il monaco “questo è l’inferno.”
Riconoscendo che il maestro diceva la verità sulla collera che lo aveva invaso, il samurai, colpito, si calmò, ringuainò la spada e si inchinò, ringraziando il monaco per la lezione.
“Ecco” disse allora il maestro Zen “questo è il paradiso.”
L’improvviso risveglio del samurai e il suo aprire gli occhi sul proprio stato di agitazione ci mostra quanto sia fondamentale la differenza fra l’essere schiavi di un’emozione e il divenire consapevoli del fatto che essa ci sta travolgendo.
Il consiglio di Socrate, “conosci te stesso”, fa proprio riferimento a questa chiave di volta dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui essi si presentano.
Di primo acchito potrebbe sembrare che i nostri sentimenti siano ovvi; ma se riflettiamo più attentamente ci ricordiamo di tutte quelle volte che li abbiamo troppo trascurati o che siamo diventati consapevoli di essi troppo tardi. Gli psicologi usano il termine piuttosto pomposo di “metacognizione” per riferirsi a una consapevolezza dei processi di pensiero, e quello di “metaemozione” per indicare la consapevolezza delle proprie emozioni. Io preferisco parlare di “autoconsapevolezza”, per indicare la continua attenzione ai propri stati interiori. In questa consapevolezza introspettiva la mente osserva e studia l’esperienza, ivi comprese le emozioni
Nei migliore dei casi, l’osservazione di sé permette questa consapevolezza equilibrata di sentimenti appassionati o violenti. Nel caso peggiore, invece, essa si manifesta semplicemente come un distacco, appena accennato, dall’esperienza - una sorta di passo indietro per fermarsi a osservare il quadro; un flusso parallelo di coscienza nella modalità “meta”, che si libra al di sopra o accanto a quello principale, consapevole degli eventi in corso ma non immerso, o perso, in essi. E’ la differenza che passa fra l’essere travolti da una furia omicida verso qualcuno e il pensare introspettivamente “Ecco, quella che sto provando è collera”, anche nel momento stesso in cui ne siamo pervasi. In termini di meccanica neurale, presumibilmente questo sottile spostamento nell’attività mentale segnala che i circuiti neocorticali stanno monitorando attivamente l’emozione, compiendo così un primo passo nell’acquisizione di un certo controllo su di essa. Questa consapevolezza è la competenza emozionale fondamentale sulla quale si basano tutte le altre, ad esempio l’autocontrollo.
Essere consapevoli di sé, in breve, significa essere “consapevoli sia del nostro stato d’animo che nei nostri pensieri su di esso”, per usare le parole di John Mayer, uno psicologo della New Hampshire University che, con Peter Salovey di Yale, è uno dei padri della teoria dell’intelligenza emotiva. L’autoconsapevolezza può essere una forma di attenzione, non reattiva e non critica, verso i propri stati interiori. Mayer tuttavia osserva che questa sensibilità può anche essere meno equilibrata; ecco alcuni pensieri tipici che rivelano l’autoconsapevolezza emozionale: “Non dovrei provare questo sentimento”, “Sto pensando a delle cose buone per tirarmi su” e, nel caso di un’autoconsapevolezza più limitata “Non pensarci”, una reazione di fuga in risposta a qualcosa che ci turba profondamente.
Sebbene esista una distinzione logica fra l’essere consapevoli dei propri sentimenti e l’agire per modificarli, Mayer ritiene che a tutti i fini pratici le due cose procedano in stretta cooperazione: riconoscere uno stato d’animo profondamente negativo significa volersene liberare. Tuttavia, il riconoscimento delle emozioni è una cosa, e altra cosa distinta sono gli sforzi che facciamo per non agire sotto il loro impulso.
Mayer ritiene che le persone siano classificabili in diverse categorie a seconda del modo in cui percepiscono e gestiscono le proprie emozioni :
- “Gli autoconsapevoli“. Consapevoli dei propri stati d’animo nel momento stesso in cui essi si presentano, queste persone sono comprensibilmente alquanto sofisticate riguardo alla propria vita emotiva. La loro chiara visione delle proprie emozioni può rafforzare altri aspetti della personalità: si tratta di individui autonomi e sicuri dei propri limiti, che godono di una buona salute psicologica e tendono a vedere la vita da una prospettiva positiva. Quando sono di cattivo umore, costoro non continuano a rimuginare e a ossessionarsi, e riescono a liberarsi dello stato d’animo negativo prima degli altri. In breve, il loro essere attenti alla propria vita interiore li aiuta a controllare le emozioni.
- “I sopraffatti“. Si tratta di persone spesso sommerse dalle proprie emozioni e incapaci di sfuggir loro, come se nella loro mente esse avessero preso il sopravvento. Essendo dei tipi volubili e non pienamente consapevoli dei propri sentimenti, questi individui si perdono in essi invece di considerarli con un minimo di distacco. Di conseguenza, rendendosi conto di non avere alcun controllo sulla propria vita emotiva, costoro fanno ben poco per sfuggire agli stati d’animo negativi. Spesso si sentono sopraffatti e incapaci di controllare le proprie emozioni.
- “I rassegnati“. Sebbene queste persone abbiano spesso idee chiare sui propri sentimenti, anch’esse tendono tuttavia ad accettarli senza cercare di modificarli. Sembra che in questa categoria rientrino due tipi di soggetti: in primo luogo quelli che solitamente hanno stati d’animo positivi e perciò sono scarsamente motivati a modificarli; e in secondo luogo coloro che, nonostante siano chiaramente consapevoli dei propri stati d’animo, e siano suscettibili a sentimenti negativi, tuttavia li accettano assumendo un atteggiamento da “laissez-faire”, senza cercare di modificarli nonostante la sofferenza che essi comportano - una situazione che si riscontra, ad esempio, nei depressi che si sono rassegnati alla propria disperazione.
Interessante un’intervista all’autore trovata in rete dove lo stesso afferma che: “Recenti ricerche ci dicono che il cervello è estremamente plastico, a patto che attraversiamo esperienze sistematiche e ripetute; in questo senso le pratiche meditative sembrano le migliori per trasformare le emozioni distruttive.”
Continua qui per leggere l’intervista
Intelligenza emotiva di Goleman Daniel - € 9,00 - Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (collana La Scala. Saggi)
di Katia Ciarrocchi
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Pubblicato il 13 02 2008 alle 12:59 am
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