Laura Costantini si racconta tra letteratura, tv, blog
Pubblicato da Giuseppe Iannozzi
Laura Costantini
si racconta tra letteratura, tv, blog
1. Laura Costantini: chi è realmente Laura? Tic, manie, pulsioni, sogni e incubi, virtù e vizi. Descriviti facendo finta d’essere comodamente adagiata sul lettino di Sigmund Freud.
E che psicanalisi sia, allora. Mi stendo, mi metto comoda, le mani incrociate sull’ombelico, lo sguardo verso l’alto. Vediamo: Tic? Nervosi non ne ho… oddio, a parte arricciare compulsivamente una ciocca di capelli mentre sono intenta a riflettere, oppure dondolare un piede. Non sono mai completamente ferma, probabilmente perché non sono mai completamente rilassata. Da un po’ di anni a questa parte, facendo meditazione, ho acquisito la capacità di “fermarmi”, nel senso più ampio del termine. Perché una mania è sicuramente quella di impegnarmi a fare qualcosa, a creare, scrivere, leggere, disegnare, ascoltare musica, come se il semplice esistere fosse una colpa. Una pulsione a giustificare la mia presenza del mondo, come se il mondo me ne chiedesse conto. Lo so che non è così, ma ci ho messo anni a capirlo. Il sogno è quello di lasciare un segno, di contare per qualcuno, di assicurarmi una memoria. L’incubo… quello ricorrente è un’onda. Un’onda enorme che monta piano piano e mi sorprende su una spiaggia dove appare tutto tranquillo, normale, fino a quando una parete d’acqua trasparente come cristallo oscura il cielo e mi si para davanti. Mi sveglio sempre prima che crolli, invece sarei curiosa di vedere cosa succede dopo. Virtù? Quante pagine ho? Scherzo, ovviamente. Sono una persona che persegue la tolleranza, la convivenza pacifica con il resto della specie umana. Sono sempre pronta a riconoscere le ragioni degli altri, anche quando gli altri mi hanno attaccata. Direi che la mia virtù principale, a pensarci bene, è proprio questa: credere che i miei simili siano sempre in buona fede. Vizi? Non bevo, non fumo, non mi drogo. Il mio vero vizio è nel cercare la perfezione: niente refusi nella pagina scritta, massimo ordine nel lavoro, farsi carico, sempre, delle proprie responsabilità. Non è un vizio? Altroché se lo è, fidati.
2. Chi è stato per te Dankan? Un semplice amore giovanile?
Ma pensa un po’ chi sei andato a ripescare… Vogliamo spiegare agli eventuali lettori? Dovete sapere che nella mia prima adolescenza, mi dedicai alla stesura di una serie di romanzi brevi che vedevano protagonista il suddetto Dankan, un alieno capitato, per sua somma sfortuna, sul pianeta Terra. Dunque, chi era costui? No, non un amore giovanile. Avevo solo 13 anni, forse anche 12 quando lo creai. Dankan era, ed è, l’amore per come lo immaginavo e per come non l’ho mai trovato: un uomo bellissimo, enigmatico, reso sensibile da un vissuto misterioso ma sicuramente intenso, un uomo che aveva moltissime caratteristiche femminili, che univa la forza alla fragilità, che sapeva piangere, se ce n’era il motivo. Direi, soprattutto, che Dankan è stato il motivo per cui la mia successiva vita sentimentale non fu, e non è, particolarmente brillante. Dove lo trovo un alieno così?
3. So che hai iniziato a scrivere in tenera età: non sarebbe stato più bello – e conveniente – giocare coi tuoi coetanei, costruire castelli di sabbia e poi correre sulla tua piccola veloce Ferrari a pedali, dimenticando penna e calamaio?
No, non sarebbe stato più bello. Non sono stata una bambina di quelle palliducce e malatine, chiusa in casa. Ho corso, ho giocato a palla, ho saltato a corda, ho avuto una nutrita collezione di Barbie. Ma il mio gioco preferito è sempre stato scatenare la fantasia. Prima leggendo con furia e senza pregiudizi, da Piccole donne a tutta la serie di Tarzan di E.R.Burroghs, da Salgari a Asimov, poi cominciando a riversare le suggestioni della lettura su carta. Ero l’unica a farlo nella cerchia dei miei amici d’infanzia. Loro neanche lo sapevano e io mi chiedevo, guardandoli, se fossero consapevoli di tutto quello che perdevano, di quali e quanti mondi fantastici non avrebbero mai incontrato.
4. Nel 1994 hai firmato il tuo primo articolo su Il Secolo XIX. Hanno fatto seguito diverse collaborazioni, Chi, Gente, Novella 2000, Stop, Visto, Oggi, La Nazione… ma hai anche fatto parte della Redazione del TG5 nel 1995. Com’è stato lavorare per la carta stampata? E per una redazione giornalistica televisiva?
La carta stampata è stata il primo amore. Ricordo ancora l’emozione enorme, indescrivibile, del mio primo articolo firmato, in seconda pagina, sul Secolo XIX. Era il 1994, presi la copia del giornale e corsi da mio padre che era ricoverato in ospedale in fase ormai terminale. Lui lo lesse e sorrise perché sapeva quanto e con quale tenacia avessi perseguito quel sogno. Sono felice che, prima di andarsene, abbia avuto la possibilità di vedere che ce l’avevo fatta.
Una redazione di tg è un mondo a parte. Io vi entrai in punta di piedi, sentendomi un’intrusa, una che aveva usurpato quel ruolo, inadatta. Era esattamente ciò che pensavano i miei colleghi di allora, tra l’altro. Per ricredersi dovettero aspettare il mio primo servizio. Il capo della redazione, il giornalista Sandro Provvisionato, lo visionò e poi mi chiese: “Hai già fatto televisione?”. Fu il complimento più bello che potessi ricevere.
5. Che differenza c’è fra carta stampata e tivù?
La stessa differenza che esiste tra la geometria piana e quella a tre dimensioni. Nella carta stampata l’unico tramite per la trasmissione della notizia, dell’ambiente, delle suggestioni sei tu, la tua capacità di scrivere e descrivere. Ricrei ciò che hai visto, senza altri vincoli che la tua professionalità e deontologia. In televisione la stesura di un testo per un servizio viaggia in parallelo alle immagini. Vige la regola del “cane-cane, cavallo-cavallo”, ovvero se parli di un cane, si deve vedere un cane, se citi un cavallo, devi avere le immagini di un cavallo. Se le immagini non le hai, non puoi far finta di niente e parlare di omicidi mostrando un placido giardino. E’ un vincolo forte che ti costringe, in sede di scrittura e di montaggio, a immaginare una griglia a tre dimensioni, con delle proporzioni ben precise. E con il giusto accompagnamento musicale. Se stai parlando della morte del Papa, non metti a commento l’ultima dei Maroon5 (una mia collega, per inciso, l’ha fatto).
6. Parlami di Beatrice Tiberi. Che tipo di rapporto ha avuto con te, Laura?
Amore/odio. Beatrice Tiberi è stato il mio pseudonimo per anni e, per amore di verità, va detto che il capostruttura della Vita in Diretta cercò proprio lei, Beatrice, non Laura. La mia firma vera era diventata appannaggio del settimanale Oggi e l’allora direttore, Paolo Occhipinti, pretendeva che la usassi in esclusiva per loro (ma non per questo mi pagava di più, va detto). Ma io scrivevo per molti altri settimanali e fu il direttore di Stop, Alberto Tagliati, a crearmi questo alter-ego. Laura ama Petrarca? Beatrice ama Dante. Costantino era un imperatore? Allora anche Tiberio. Beatrice Tiberi nacque così e devo a lei se oggi lavoro per la Rai, come precaria, d’accordo, ma sempre meglio che come free-lance non tutelata per la carta stampata.
7. Che rapporto hai con la Rete, con la pubblicazione on line? Ti senti più una blogger, una giornalista, o una scrittrice – come è logico aspettarsi?
Sono approdata in Rete tardi ma mi sto rifacendo. Adoro Internet per le sue enormi potenzialità e mi sforzo di portare avanti le mie scarse conoscenze informatiche, rubacchiando qua e là, cercando di districarmi tra html, tags e template. La pubblicazione online di Le colpe dei padri è stata una ribellione alle assurde pastoie editoriali che esistono in questo paese. Io so che quello che scriviamo ha un valore, so che piace ai lettori e ho voluto, anzi, abbiamo voluto, che questo romanzo inedito aprisse la strada perché la scrittura è comunicazione e va fatta circolare il più possibile. In quanto alle categorie…Sono Laura, sono una blogger, una giornalista e una scrittrice e non trovo alcuna contraddizione tra questi ruoli, anzi, li trovo assolutamente complementari.
8. Quand’è che hai incontrato Loredana Falcone?
Sui banchi del liceo, il primo giorno, appena arrivata. E’ stato un segno del destino perché le nostre strade si sono incrociate così strettamente che è difficile, ormai, capire dove finisce lei e inizio io.
9. Giornalista. Ma il tuo sogno, o meglio il tuo e di Loredana, è quello di scrivere romanzi: ne avete già scritti alcuni, “Eibhlin non lo sa…”, “La guerra dei sordi”, “NEW YORK 1920 – Il primo attentato a Wall Street”.
Laura, quanto c’è di tuo in questi tre romanzi, quali ossessioni si possono dire tutte tue?
La mia ossessione è il coraggio di affrontare l’ignoto e, facendo una facile psicologia, si può dire che si deve alla mia paura dei cambiamenti. C’è voluto molto coraggio per abbandonare la carta stampata, dove avevo un nome e un ruolo, e passare in Rai, in una redazione di sconosciuti come ultima ruota del carro. Ho pianto quel primo giorno, nascosta in bagno. C’è voluto coraggio ad abbandonare un matrimonio che mi stava stretto, pur con tutto l’affetto per il mio ex-marito. Ci vuole coraggio ad affrontare il ruolo di donna single, giorno dopo giorno. Ecco, questo coraggio che io spremo con difficoltà da me stessa, lo trovi a piene mani nei personaggi dei nostri romanzi: in Eibhlin c’è Tara che abbandona Chicago per ritrovarsi in uno sperduto paesino dell’Irlanda; nella Guerra dei sordi c’è Juliette, che lascia Parigi per affrontare la propria eredità ebraica direttamente nel confronto con l’Intifada; in New York 1920 ci sono Eugenio e Cecilia che partono per l’Ammerica ricchi solo di speranza.
10. Come scrittrice sei molto attirata dai mondi fantastici: dì di questo amore per le “dimensioni parallele”, e soprattutto spiega il motivo per cui sei attratta dalle “streghe” e dai “poeti”.
Colleziono fate e sfere di cristallo oltre a piramidi in pietre semipreziose. Mi attira la possibilità che ci siano piani diversi della realtà, dove possano entrare in gioco facoltà che tutti noi possediamo ma che non sappiamo più esercitare. Da bambina, dovevo avere tra i tre e i quattro anni, ebbi una sorta di allucinazione, un sogno da sveglia, procurato da un fortissimo attacco di pertosse. Vidi degli esseri minuscoli dagli occhi scintillanti, folletti, gnomi, forse fate. Non so. Li cancellai, per lo spavento. Ma sono tornati in un sogno in età adulta, in un momento in cui forse avevo bisogno di allargare l’orizzonte e di sapermi più vicina allo spirito delle cose. L’amore per le streghe, le fate, le sfere di cristallo viene da questa necessità.
11. I tuoi autori preferiti, quali sono? Che cosa ti hanno dato o insegnato?
Non ho autori preferiti. Ho amato molto Stephen King (fino all’Acchiappasogni, poi l’ho abbandonato, delusa). Amo Marion Zimmer Bradley, Frank Herbert, J.R. Tolkien per la loro capacità di creare interi mondi “altri”, credibili, quasi necessari nella loro complessità, vivi. Credo che il vero lavoro dello scrittore sia quello di “rubare” il mestiere a Dio e creare la vita. Io e Lory amiamo i nostri personaggi e soffriamo fino alle lacrime quando siamo costrette a dare loro un destino avverso.
12. Su “Le storie di Laura et Lory” (http://lestoriedilauraetlory.splinder.com) stai pubblicando, insieme alla tua collega Lory, un romanzo a puntate, “Le colpe dei padri”: parla di questa esperienza di pubblicazione on line, a puntate. E Laura che cosa si aspetta da questa avventura?
Mi aspetto esattamente quello che sto ricevendo: la gioia della conferma. Noi sapevamo che i personaggi di questo romanzo hanno la forza per entrare nell’immaginario della gente ed acquisire una propria dignità. Adesso sta succedendo. I lettori parlano di Ramsey, Jamie Lee, Babe, Zed, Russell come se li conoscessero, come se fossero vivi. Non esiste riconoscimento più grande di questo.
Grazie Laura. Sei stata particolarmente gentile e affabile.
In bocca al lupo.
Laura Costantini: “Mi chiamo Laura. Ho iniziato a scrivere favole a otto anni. A undici ho capito che volevo essere una giornalista. A tredici ho creato una serie di romanzi brevi accomunati dal personaggio di un alieno, Dankan, capitato sulla Terra.
A quattordici ho cominciato a scrivere insieme a Loredana Falcone.
Nel 1994 ho frequentato un corso di giornalismo ed ho firmato il mio primo articolo sul quotidiano nazionale Il Secolo XIX.
Nel 1995 ho fatto parte della redazione del TG5, poi sono passata alla stampa periodica. Le parole hanno accompagnato ogni passo della mia vita, ed ogni passo ha puntato a realizzare il sogno di pubblicare i romanzi miei e di Loredana.
Nel 2003 è stato pubblicato “Eibhlin non lo sa…”.
Nel settembre dello stesso anno la Maprosti&Lisanti ha pubblicato “New York 1920 – il primo attentato a Wall Street”, primo romanzo di una trilogia storica dedicata al XX secolo. Ma la strada è ancora lunga e i sogni da materializzare in parole ancora moltissimi.”
a cura di Giuseppe Iannozzi
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4 Commenti »
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Pubblicato il 06 12 2007 alle 9:13 am
Grazie Beppe, davvero un bel regalo
Pubblicato il 06 12 2007 alle 11:23 am
Ma se è un bel regalo perché mi tiro fuori la linguetta? :love:
Pubblicato il 06 12 2007 alle 7:03 pm
Perché era la faccina più simpatica tra quelle disponibili
Pubblicato il 07 12 2007 alle 7:29 am
Ma come!

Tutte le faccine sono bellissime.
Non hai visto quanto sono giuggiolose?