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Un anno di corsa – Giovanni Accardo – Sironi editore

unannodicorsa.jpgGiovanni Accardo
Un anno di corsa

“Un anno di corsa”, questo il primo romanzo di Giovanni Accardo. La storia è quella di un giovane di ventiquattro anni, siciliano, che ha trovato momentaneo riparo a Padova. Un romanzo che è in realtà un diario, più utile all’autore che non ai possibili lettori. Lo stile, seppur fluente, non ci dice assolutamente niente di nuovo intorno al precariato, e alla fine questo romanzo diaristico non si risolve nemmeno in un atto di accusa contro il precariato. Si legge il lavoro di Giovanni Accardo con un mezzo sorriso fra le labbra, sicuri che non accadrà davvero nulla di rilevante: sulla falsariga di “Tutti giù per terra” di Giuseppe Culicchia e del più recente “Pausa caffè” di Giorgio Falco, “Un anno di corsa” di Accardo è un diario, uno dei tanti che i disoccupati con un po’ di talento nella penna, a tempo perso, potrebbero scrivere per sottostare al gioco dello sfogo, d’una catarsi melodrammatica. Però l’autore non è un precario né un disoccupato, meglio far chiarezza: la storia che è in “Un anno di corsa” è frutto della fantasia dell’autore, che è siciliano, ma che vive a Bolzano dove insegna materie letterarie in una scuola superiore; inoltre, insieme ad Antonella Cilento ha ideato, presso l’Università Popolare delle Alpi Dolomitiche di Bolzano, la Scuola di scrittura creativa “Le Scimmie”, di cui è tutor e docente.
Il protagonista – che un nome nel romanzo non ce l’ha – ci ricorda per certi versi il Walter di Giuseppe Culicchia, che tra lettere di rifiuto ed incubi in stile telemike, invano cerca di trovare un’occupazione, o di vincere un concorso letterario che gli risolva la situazione di disoccupato. Quello di Giovanni Accardo è un malato immaginario, che diventa attaccato alle sue paranoie in quanto non trova né vede un futuro davanti a sé: comicamente nevrotico, astioso, visionario, è un po’ il Walter di “Un anno di corsa”, un Walter però che ci è simpatico solo perché memori di quello originale, di quello di Culicchia.

Il protagonista di “Un anno di corsa” è un laureato, quindi si presume possa avere delle chance in più sul mercato del lavoro rispetto a chi solo diplomato o addirittura senza né arte né parte: ma così non è. Il protagonista senza nome a Padova condivide un ben triste appartamentino con un leghista, che non può proprio soffrire. Cerca invano di trovare un lavoro stabile: niente da fare, non ha conoscenze importanti che lo introducano, che lo presentino, si deve quindi accontentare di lavori piccoli, si deve sottomettere a farsi tappabuco per una giornata, o mezza, di lavoro. S’improvvisa lavapiatti, strangolatore di polli in un allevamento, distributore di volantini pubblicitari, procacciatore d’affari per un mobilificio, venditore porta a porta; e intanto continua a passare da un colloquio a un altro sotto il peso delle mortificazioni dei datori di lavoro. Finisce in una rissa, dove le prende di santa ragione da un gruppo leghista che ce l’ha, ovviamente, coi meridionali, e lui – manco a dirlo! - è siciliano. I datori di lavoro lo guardano dall’alto in basso quando gli va bene; più spesso si limitano a disprezzarlo per l’ottimismo che quel giovane siciliano non ha. Perché sì, gli viene rimproverato, fra le righe, di esser pessimista, di veder tutto nero. Decide di fare il ghost writer, ovviamente con un contratto a progetto, nel vano tentativo che la fortuna gli arrida spalancandogli le porte dell’Università. Il protagonista, giorno dopo giorno, è letteralmente sommerso da discorsi stereotipati, da frasi di repertorio: non ha la solidarietà di nessuno, nemmeno di chi è nella sua stessa situazione. Nell’intanto il suo compagno di stanza leghista non disdegna affatto di stendere la lingua a mo’ di tappeto rosso per entrare nelle grazie di alcuni leghisti ex-democristiani amici di famiglia; tuttavia non gli va bene, e pure lui, alla fine, è costretto a tornare a casa per mortificarsi tra le frasi fatte di un telequiz, di un telemike, o di un talk-show. E per nessuno dei due nessun “aiutino”, nessuna telefonata che dia loro una speranza di cavarsela nei gironi infernali stereotipati prezzolati del mercato del lavoro.
Esasperato, con il miraggio di una Torino industriale, il protagonista di “Un anno di corsa” decide di fare armi e bagagli; e Torino gli si rivelerà per quel che è realmente, una città grigia, che non ha nulla da offrire a parte l’inutile cadavere della struttura di cemento e ferro della Fiat. La Fiat non esiste più: c’è il suo scheletro, e c’è un viavai immenso di genti, di disperati, di albanesi, di rumeni, di marocchini che sbarcano il lunario quando possono facendo i lavavetri ai semafori. Uscito da un Veneto ipercattolico, il giovane siciliano in Torino trova solo altra disperazione. Non c’è nulla che possa fare; o restare lì, o provare a sbattersi tra il cemento e il traffico di Milano. Decide per Milano: qui, dopo un brainstorming di tre giorni, riesce ad entrare in una casa editrice, in quanto, come gli viene spiegato in una lettera, ha le capacità di stare in un gruppo e di cooperare con esso… per il bene della casa editrice.
E’ un lavoro a termine, e una volta finito l’inverno, per il giovane siciliano è di nuovo il mondo davanti a sé, un mondo che non ha un posto per ospitarlo, per dargli delle sicurezze né delle radici per il tempo della sua esistenza.
“Un anno di corsa”
di Giovanni Accardo è un romanzo scritto con una prosa veloce, melodrammatica, diaristica, à la Giuseppe Culicchia: un romanzo noioso, troppo scontato nelle situazioni descritte. Unico pregio quello di disegnare la convivenza forzata in trentadue metri quadri di un giovane laureato siciliano con un coetaneo leghista. Tutto il resto che è in questo romanzo diaristico (ma frutto dell’immaginazione dell’autore) è banale, stereotipato, inutile al lettore. Siamo di fronte a un esercizio di scrittura, a niente di più di questo; e serve davvero a niente che il protagonista abbia una Cinquecento scassata con il clacson che suona ogni qual volta tenta di svoltare a sinistra.

Un anno di corsa – Giovanni Accardo – Sironi editore – Collana Indicativo presente – prima edizione 2006 - 288 pp. – ISBN: 88-518-0058-8 - 14,50 Euro

di Giuseppe Iannozzi

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