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Luca Berta, Imitazioni della vita, Sironi Editore

berta1.gifAsettiche imitazioni della vita
per Luca Berta


A volte un libro si comincia a giudicarlo dai risvolti di copertina, da quello che c’è scritto: “ciascuna delle storie raccolte in questo libro sembra sgorgare direttamente dal contatto con un oggetto”. Una indicazione, forse un po’ simile a quelle che si possono trovare nei foglietti illustrativi di tutti quei medicinali che nostro malgrado, quando capita la malattia, siamo costretti a ingollare con un sorso d’acqua appena.
Imitazioni della vita, di Luca Berta, per Sironi nella collana Indicativo presente, è un libro di racconti, di dieci pezzi. In Oggetto quasi di José Saramago, l’elemento fantastico ci restituisce un mondo falsamente funzionale ma senz’altro più corrispondente al vero: addentrarsi dentro gli oggetti di Saramago significa attraversare un territorio dove gli oggetti godono di una loro propria vita pur rimanendo essenzialmente degli oggetti. Gli oggetti si distraggono spesso dalle loro funzioni di essere solo degli oggetti per assumere una loro propria indipendenza, pericolosa, quella della fantasia; così capita che una penisola possa recidere il proprio legame con il continente per diventare una “zattera di pietra”, oppure che una piccola preposizione si inserisca autonomamente in un testo e cambi il corso della storia a partire dall’”assedio di Lisbona”. In Imitazioni della vita, l’autore Luca Berta tenta, invano, di restituirci una raccolta imitativa dell’inarrivabile Saramago: il risultato è soltanto uno spietato estetismo ma i dieci racconti - senza alcun legame fra loro - raccontano un devastante quanto inconcludente niente, che non è neppure vagamente kafkiano. Dieci racconti scritti con penna a tratti decadentista, però è assoluta l’assenza di significati palesi o ascosi, manca l’Essenza: leggere queste imitazioni è un vano tentare di spremere sangue da una rapa o un po’ di amaro succo da un limone giallo bello in superficie e vuoto di polpa dentro. Spiega l’autore: “le storie sono scaturite dall’incontro tra l’intenzione di raccontare qualcosa e scoprire che c’era il linguaggio già sepolto negli oggetti, bastava solo farlo uscire”. L’intenzione era buona ma è rimasta tale, e questa non serve affatto a dar succo ai racconti raccolti nel volume. Scrittura asettica, soltanto decadentista, priva di qualsivoglia stimolazione al sentimento: il lettore rimane prigioniero riottoso di parole su parole, di periodi su periodi, che non conducono a nessun divertimento, avventura, morale o insegnamento. Luca Berta scrive, anche bene, ma non racconta, non emoziona né la parte dionisiaca né quella apollinea, non conduce il lettore da nessuna parte: all’autore manca tutto il paesaggio, quello esterno dove sono ambientati i suoi racconti, ma anche quello intimo (psicologico), difatti i personaggi sono così grossolani, duri da digerire, che non hanno nemmeno la vile anima d’un pupazzo nelle mani d’un poco abile burattinaio.
Luca Berta
descrive, o meglio scrive di una molletta caduta da una finestra, di un bar, di una mensa aziendale, della polvere, di un frigorifero impolverato, di un disoccupato che vorrebbe un frigo da regalare, e poi dei portici di Bruxelles e di Bologna per due uomini distanti eppur quasi simili, di un videoclip, di un uomo uguale a tanti altri che un giorno decide di farsi tagliare i capelli dal barbiere là dove ha un calo di pressione, di sogni che diventano incubi o meglio catalessi. Scrive: punto.
Nelle ultime pagine-battute delle imitazioni, Luca Berta sostiene che il linguaggio deve dire parlando d’altro, fingendo di essere arrivato all’ultimo istante Però l’autentico problema è un altro, di ordine più pratico e banale se vogliamo: riuscire a leggere tutt’e dieci i racconti senza andare incontro a una emicrania pazzesca. Leggere implica di fare un salto nel “niente assoluto”, perlomeno nel caso di Berta; e soprattutto, per leggere i racconti di Berta bisogna esser disposti a sopportare il trauma d’aver a che fare con l’estetismo del niente vestito di niente e così all’infinito. Raymond Queneau indicò che la storia è lo studio dell’infelicità umana e che la vera grande storia è quella delle invenzioni: di tutto ciò, nei racconti di Luca Berta non vi è traccia alcuna, gli accadimenti - lentissimi - non tracciano una storia né il suo abbozzo. Siamo di fronte a dieci pezzi fatti di niente, che per esistere hanno avuto bisogno di muri di parole su parole.

Imitazioni della vita - Luca Berta - Collana: Indicativo presente - Sironi Editore - ISBN: 88-518-0061-8 - 154 pp. - € 13,00

di Giuseppe Iannozzi

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