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Con Tullio Avoledo dalla Nebbia in Regione fino a toccare la Luna – Lo stato dell’unione – intervista a Tullio Avoledo – Sironi editore

Con Tullio Avoledo

dalla Nebbia in Regione fino a toccare la Luna

Lo stato dell’unione

di Giuseppe Iannozzi

Tullio Avoledo - Lo stato dell'unioneImpossibile non riconoscere a Tullio Avoledo una fantasia ai confini della realtà, una realistica fantasia che ottimamente si sposa con gli accadimenti del nostro tempo storico. Tullio Avoledo con “L’elenco telefonico di Atlantide” si è subito imposto all’attenzione di molti critici e lettori, ottenendo, meritamente, un forte consenso. E’ stata poi la volta de “Il mare di Bering”: e nuovamente, Avoledo ha fatto centro, confermando appieno il meritato consenso che ottenne con il suo primo romanzo.
Oggi, Tullio Avoledo torna con un nuovo lavoro, “Lo stato dell’unione”. Impossibile dare un’etichetta alla scrittura superlativa di Avoledo: i suoi romanzi sfuggono, non sono ‘etichettabili’ perché sempre profondamente originali. E’ fiction? narrativa, letteratura o super-fiction? Avoledo scrive a trecentosessanta gradi: nelle trame dei suoi romanzi confluisce tutto un “universo culturale”. L’autore spazia dalla citazione poetica presa a prestito da Emily Dickinson per arrivare fino a Michel Houellebecq, disegnando perfettamente la “mappa” e la “cognizione del dolore”. Ma Tullio Avoledo mette anche in evidenza tutto il marcio che fu di “Tricky Dick” Nixon attraverso un costrutto narrativo vertiginoso un po’ à la P.K. Dick, un po’ à la Chuck Palahniuk, con una sana dose di ironia lisergica à la Jonathan Lethem.

Ci troviamo in un’Italia costruita su “universi che cadono a pezzi” e la vita di Alberto Mendini, protagonista principale de “Lo stato dell’Unione”, è letteralmente a pezzi, e non solo metaforicamente. Alberto Mendini è già sulla cinquantina, un pubblicitario che ha non pochi casini alle spalle e la cui carriera sembra essere destinata a sfracellarsi nel nulla così come la sua vita coniugale. Invecchiato e ingrassato, ormai avviato ad un’inesorabile calvizie, a stento riesce a trascinarsi avanti nel fiume dell’esistenza: la moglie, ancora giovane, giorno dopo giorno, gli rammenta che è ormai un uomo prossimo al collasso. Non meno problematico è il rapporto con i figli: Alberto non riesce ad instaurare con loro un dialogo sincero, nonostante s’impegni parecchio per riuscire a tenersi stretto l’amore dei due bambini. Ma un giorno, quando sembra davvero che il suo destino sia già stato tutto scritto, alla sua porta bussa l’Assessore alla Cultura della Regione: riceve una proposta, un lavoro, metter su una campagna pubblicitaria in favore dell’“Anno dell’Identità Celtica”.
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Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati – recensione e videointervista – Bompiani

Il bambino che sognava la fine del mondo
di Antonio Scurati

fonte wuz.it

“Era uno stato d’animo difficile da spiegare: una sorta di tensione nostalgica verso sfuggenti ricordi della mia infanzia. Uno struggimento per momenti dimenticati della mia vita di bambino, esperienze probabilmente terribili e per questo rimosse, ma comunque ammantate da un’indicibile tenerezza.

Antonio Scurati - Il bambino che sognava la fine del mondoInizio a parlare di questo bel libro di Scurati con la citazione di una recente recensione di Walter Siti (ottimo scrittore lui stesso) apparsa su La Stampa il 18 marzo scorso:
Con abilità di pasticheur, Scurati combina varie storie realmente accadute, dal tragico teatro di Rignano Flaminio agli shoccanti episodi che hanno sconvolto il Belgio; Bergamo diventa l’emblema del Male che sovrasta la tranquilla provincia italiana. Scurati usa materiali extra-letterari: statistiche, articoli di giornale (in parte veri in parte ritoccati), cita pezze d’appoggio con nomi e cognomi, da Massimo Gramellini a Enrico Mentana. Eppure il lettore un po’ avvertito lo sa, che nulla è successo a Bergamo: sia perché non ricorda nessuna grancassa mediatica, sia proprio perché legge in filigrana altri episodi, delitti accaduti altrove. Sono quasi sicuro che Antonio Scurati, con questo romanzo ci ha dato il suo libro migliore.

Concordo con Siti: anche per me questo è forse il libro migliore di Scurati anche se Il sopravvissuto è  uno di quei romanzi che difficilmente si possono dimenticare.
Recentemente è uscito un cofanetto che recensiamo in questa breve rassegna torinese e si intitola, Governare con la paura. Non è un caso l’accostamento in questa sede perché il primo tema che da questo romanzo emerge è quello civile perché oggi la pura è instillata nei cittadini attraverso i media. Giornali e televisioni fanno a gara nel raccontare nel modo più truce episodi orrendi, che giorno dopo giorno creano negli italiani insicurezza e panico, un senso di debolezza che produce il bisogno di affidarsi a chi si dichiara capace di porre un argine al Male.
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Nobili si nasce, spiantati si diventa

Nobili si nasce, spiantati si diventa

di Stenio Solinas – Fonte: Il Giornale.it

Quando Boni de Castellane stava per morire, Chacha de St.S. si recò al capezzale per avere indietro le lettere d’amore che sua sorella Antoinette gli aveva scritto. Boni si fece portare il bauletto dove era raccolto e classificato mezzo secolo di corrispondenza amorosa e le consegnò il carteggio richiesto. «Vorrei anche quelle di mia sorella Pauline» disse allora Chacha. «Eccole, avete bisogno di qualcos’altro?» disse con un debole sorriso il morituro. «Visto che ci siamo, datemi anche le mie…».

Marie-Ernest-Paul-Boniface, conte di Castellane-Novejan, Boni per gli amici, fu la leggenda della Belle Époque. Nato nel 1867, a ventotto anni aveva sposato Anna Gould, la bruttissima figlia del re delle ferrovie americane, le aveva fatto fare tre figli e robustamente intaccato il patrimonio: l’acquisto di un castello fuori Parigi, la costruzione del Palais Rose nella capitale, sul modello del Petit Trianon di Versailles, un tre alberi da crociera, il Walhalla, una barca da regata, l’Anna, i cavalli più veloci, le carrozze più eleganti, le feste più belle, gli arredi più preziosi e, per amanti, le donne più desiderate. «Non è colpa mia se sono nato prodigo» diceva a propria giustificazione.

Le foto di Nadar, i quadri di Jaques-Emile Blanche e Van Dongen, i bronzi di Rembrandt Bugatti rimandavano l’immagine di un giovane biondo, i baffi dorati, l’incarnato pallido, l’eleganza estrema. Rampollo di una famiglia Ancien Régime, la nobiltà che affondava le proprie radici nella Francia prima della Rivoluzione, deputato al Parlamento, come già suo padre e suo nonno, rimase famoso un suo intervento presso l’allora presidente della Camera teso a conoscere l’indirizzo del suo calzolaio… La politica comunque gli piaceva: quella estera, i rapporti fra Stato e Chiesa.
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Random Post:
Notte Magica!

Forse non tutti sanno che questa notte ci sarà una cascata di stelle come quella del 12 Agosto!
Non perdiamo quest’occasione per esprimere i nostri desideri ;)

Stellucce, stelline
che state vicine
di casa al Signore
vi prego chiedete
per quelli che han sete,
qualcosa da bere:
per quelli che han fame,
per tutti del pane
E dite al Signore,
che metta nel cuore
di grandi e piccini,
la pace e l’amore.

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Anatole France e la Rivolta degli angeli con prefazione di Roberto Saviano – Meridiano Zero

Anatole France, La rivolta degli angeliANATOLE FRANCE
LA RIVOLTA DEGLI ANGELI

A CURA DI ROBERTO SAVIANO

Collana SOTTOZERO
Euro 9,00
Pagine 320
ISBN 978-88-8237-200-2
PUBB. LUGLIO 2009

“IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA INCHIODA
DIO ALLE SUE IRRIMEDIABILI COLPE”.
(Roberto Saviano)

“Il Dio vinto diventerà Satana, io, Satana, da vincitore diventerò Dio. Possa il destino risparmiarmi questa sorte spaventosa! Io amo l’inferno che ha formato il mio genio, amo la terra dove ho fatto un po’ di bene, se è possibile farne in questo mondo terribile.”

Su Parigi piovono angeli. Ogni giorno qualche puro spirito, disgustato dalla monotonia della beatitudine, abbandona il cielo, s’incarna e vive come un parigino di inizio ’900 (è questa l’epoca del romanzo). Non sono messaggeri divini, ma personaggi alla Wim Wenders: hanno deciso, come i suoi angeli sopra Berlino, che è più interessante cavarsela da soli sulla terra piuttosto che durare eternamente nella contemplazione divina. Un avido banchiere, un musicista bohémien, un’anarchica affascinante: sono tutti angeli, anche se nessuno fra gli uomini lo sospetta. È una sorta di invasione degli ultracorpi, pacifica fino a quando Arcade, bellissimo angelo custode, non concepisce un folle progetto: rovesciare Dio, ripetere l’impresa tentata da Lucifero prima che il tempo avesse inizio. Sono stati i libri a perdere Arcade: ne ha divorati a migliaia nella biblioteca del suo custodito, il giovane aristocratico Maurice d’Esparvieu. Tanta scienza
gli ha insegnato che il mondo non è la valle di lacrime descritta dai preti e ha suscitato in lui un’inestinguibile sete di vendetta contro il Dio uno e trino. Ma a Parigi è difficile pensare solo alla guerra: ci sono troppe belle donne disponibili ad avventure galanti; ci sono i loro innamorati da sfidare a duello; c’è la polizia da cui scappare, perché per un angelo è facile essere scambiato per un rivoluzionario…

In un’atmosfera molto francese di tranquilla amoralità, sotto l’impero della galanteria, France svolge una trama divertentissima, ma composta delle questioni più serie: la guerra in cielo è un trasparente riferimento al massacro del 1914; l’arrogante Dio della Bibbia è il simbolo della spietatezza di ogni potere. La rivolta degli angeli racconta, con linguaggio rapido e secco, “cose tali da far arrossire non solo un carrozziere, ciò che non è dir molto, ma persino
una parigina!”.

La prefazione di Roberto Saviano e le illustrazioni originali di Carlègle del 1925 fanno del libro un autentico gioiello.

ANATOLE FRANCE è tra le massime figure letterarie di tutti i tempi. Ha dominato incontrastato la letteratura
francese nel primo quarto del ‘900 ed è stato premiato con il Nobel nel 1921. In France sono vissuti molti uomini: l’erudito, il gran viaggiatore, l’esteta, il socialista militante e l’anticlericale, tanto che le sue opere vennero messe all’indice dal Vaticano negli anni ’20.

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Qualunque cosa succeda …una scelta esiste sempre, Umberto Ambrosoli. Vita morte eroicità dell’eroe che mise alle strette Sindona – Sironi editore

Qualunque cosa succeda
… una scelta esiste sempre
Umberto Ambrosoli

Vita morte eroicità dell’eroe che mise alle strette Sindona

di Iannozzi Giuseppe

Umberto Ambrosoli - Qualunque cosa succeda“Qualunque cosa succeda”, scritto dall’amorevole mano di Umberto Ambrosoli, figlio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, assassinato a Milano da un killer la notte tra l’11 e il 12 luglio 1979 mentre faceva ritorno a casa dopo una serata fra amici, è un libro che in un’ottica di compromissione personale riprende quel discorso di eroicità borghese romanzata da Stajano, di un uomo che operando per il “giusto” ha pagato con la propria vita.

Umberto Ambrosoli ripercorre la breve e intensa vita dell’avvocato, del commissario liquidatore che ebbe la sola colpa – se tale la si può mai considerare – d’aver agito nell’interesse della giustizia, dello Stato italiano, mettendo a nudo gli sporchi intrallazzi finanziari di Michele Sindona. Risalgono al lontano 1971 i sospetti intorno al banchiere siciliano Michele Sindona, anche se già da prima il suo nome era fin troppo ben conosciuto in certi ambienti, tanto che già nei primissimi anni Cinquanta godeva immeritata fama di genio della finanza. Ma è negli anni Settanta che Sindona diventa un pericolo per il sistema bancario italiano e non solo. La Banca d’Italia, attraverso il Banco di Roma, cominciò a investigare intorno ai due istituti, Banca Unione e Banca Privata Finanziaria. L’allora Governatore Carli, nonostante l’evidenza che si era di fronte a una frode colossale, accorda un prestito a Michele Sindona nel vano tentativo di non far fallire i due istituti di credito da esso fondati. Il Direttore Centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, fu incaricato di effettuare le transazioni necessarie: ecco così che le due Banche – che fanno capo a Sindona – si fondono per dar vita alla Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Ben presto Fignon comprese d’essersi cacciato in un impiccio di proporzioni colossali, per cui decise per una immediata sospensione. La decisione a Roma non piacque affatto, tanto più che il banchiere siciliano gode purtroppo di altolocate conoscenze tra le fila della DC nonché del Vaticano. Sul finire del 1974 Fignon presentò la sua relazione circa l’effettivo stato di salute della Banca. Giorgio Ambrosoli fu dunque ordinato unico commissario liquidatore. Ambrosoli consapevolmente si gravò del compito di esaminare tutte le operazioni finanziarie legate a Michele Sindona o ad esso riconducibili. Furono anni di duro lavoro: l’avvocato arrivò a dormire poche ore a notte, due o tre, come racconta il figlio in “Qualunque cosa succeda”.
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Le ossessioni private di Ballard. Lo scrittore Martin Amis ricorda l’amico e collega scomparso

Lo scrittore Martin Amis ricorda l’amico e collega scomparso

Le ossessioni private di Ballard

Era assediato da fantasie belliche e tecnologiche
Ma la sua villetta e una Ford rossa lo rendevano felice

Fonte: Corriere della Sera.it

La mostra delle atrocità - Ballard - ed. FeltrinelliIl mio primo incontro con J. G. Ballard risale agli an­ni dell’adolescenza. Era amico di mio padre e fu mio padre a incoraggiarlo ai suoi esordi letterari, definendo­lo «l’astro della fantascienza post-bellica». Ballard era un uo­mo affascinante, con un viso pieno ed espressivo e uno sguardo intenso, e parlava in tono graffian­te accentuato da marcate cadenze, ma non di sar­casmo si trattava, bensì di fervore. L’amicizia tra i due non sopravvisse all’interesse crescente di Bal­lard per lo sperimentalismo, che mio padre defi­niva un modo per «rincoglionire il lettore». Tut­tavia, il piacere di incontrare Jim in seguito non venne mai meno. Era un uomo di eccezionale simpatia e affabilità, nonostante l’incredibile biz­zarria della sua immaginazione.

Immaginazione che era stata plasmata dalle esperienze belliche a Shanghai, quando fu inter­nato in un campo di prigionia giapponese. Al­l’epoca aveva tredici anni e si adattò alla vita del campo come «a una gigantesca famiglia di strac­cioni ». Alla sua formazione non contribuì unica­mente la vita di prigionia, bensì soprattutto lo scarso valore attribuito alla vita umana, di cui vi­de testimonianze in tutta la sua infanzia. Mi rac­contò di aver assistito, a cinque metri di distan­za, al massacro di alcuni cinesi a bastonate, e ogni mattina, quando veniva condotto a scuola in una limousine americana, vedeva le strade riempirsi di nuovi cadaveri. Poi arrivarono i giap­ponesi. Diceva Ballard: «I popoli democratici non hanno idea della quotidiana brutalità che re­gna in alcuni Paesi orientali. No, non ne hanno la più pallida idea. E forse è meglio così».
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Nico Orengo. La curva del latte – Collana Einaudi tascabili – Einaudi editore

Nico Orengo - La curva del latteNico Orengo

La curva del latte

Uno degli ultimi capolavori italiani

di Iannozzi Giuseppe

Nico Orengo è nato a Torino, (Torino, 1944 – Torino, 30 maggio 2009). Tra le sue opere pubblicate da Einaudi editori: “Ribes”, “Miramare”, “Le rose di Evita”, “Figura gigante”, “La guerra del basilico”, “L’autunno della signora Waal”, “Dogana d’amore”, “Il salto dell’acciuga”, “L’ospite celeste”, “Gli spiccioli di Montale”, “La curva del Latte”, “L’intagliatore di noccioli di pesca”, “Di viole e liquirizia”, “Hotel Angleterre”. Tra le sue raccolte di poesia, “Cartoline di mare vecchie e nuove”, “Narcisi d’amore” e “Spiaggia, sdraio e solleone”. Inoltre ha curato per Einaudi Stile libero il libro di Antonio Ricci, “Striscia la tivù”, e tradotto “La morte malinconica del bambino ostrica e altre storie” di Tim Burton.

«Alla fermata Ceretta, ma si chiamava così?, c’erano arrosti e bolliti e forse erano i Tre Moschettieri. E poi c’era Cuneo, con i suoi aristocratici caffè che apparivano come teatri di silenzio fra un cioccolatino e una camerierina con il seno desiderabile come quello di Milady. Si andava con i nonni, si andava con i genitori, verso le spiagge del Corsaro Nero e tutti i tigrotti possibili. E si andava perché noi eravamo, per cautela, dei Tom Sawyer e solo laggiù, fra Sandokan, Tremal Naik e Yanez, avremmo incontrato, se avessimo avuto fortuna, Huckleberry Finn.

Erano inizi d’estate, attese di luci e profumi di buganvillea viola, pepi ed eucalipti, di campanule blu e gelsomini che intrecciavano con il fico il loro profumo vertiginoso.

Cosí si andava lungo la Valle Roja, verso il mare, incontro agli ulivi di Garcia Lorca e alla possibilità di imbattersi in un pesce grande come quello del pescatore di Hemingway. Ci portavamo dietro piccoli libri dove orsi venivano, chissà come, abbandonati in isole di rose, mentre noi sapevamo che la nostra realtà sarebbe stata ben più infelice. E dalla città saremmo stati sbalzati su terre da Robinson Crusoe, e avremmo dovuto accendere falò, contro il buio; pescare il pesce, cucinarlo sulla spiaggia, vivere solitari.

Erano vacanze desiderate, imposte, da conquistare. Per interromperle potevamo sperare in febbri solari che ci avrebbero consentito l’ombra della casa, la biblioteca dove non avevamo che da imbatterci, come nella natura appena oltre il giardino, in parole di Camus, Musil, Dostoevskij, Maupassant, Stevenson, Tolstoj. Lí c’erano giocatori, disperati, donne, avventurieri, mondi da mescolare, tirare giù, per vedere se assomigliavano all’Oscar, al Pepin, alla Mariuccia del treno, al professor Lanteri… Ma intanto, nella piccola febbre, eran parole, come quelle, meravigliose e più forti della febbre, del Chin P’ing Mei».

Nico Orengo
Ha detto Cesare Segre a proposito di Nico Orengo e della sua infinita fantasia: «La fantasia di Orengo è in questo romanzo inesauribile… Bravissimo a mescolare il riso e un filo di amarezza». Provate ad immaginare una notte perfetta, ma non troppo, una notte che potrebbe profumare di gelsomino e fico, una di quelle notti che tutto sembra essere chiaro e che i totani aspettano solo di essere pescati. Con un’ambientazione così, probabilmente, anche voi sareste indotti a consumare un po’ del vostro spirito in intrighi e tradimenti. Ma forse, perché la trasgressione possa essere viva in voi come qualcosa di magico, dovreste tornare idealmente indietro nel tempo, negli anni Sessanta, subito dopo il primo Dopoguerra, quando le discoteche ancora non esistevano e uomini e donne vivevano alla giornata. Ma siamo sicuri che gli anni Sessanta fossero davvero incontaminati? Nico Orengo ci svela ne “La curva del latte” che l’innocenza umana non esiste se non come idealismo, o forse come scoperta; ma inevitabilmente, in entrambi i casi, si consumerà presto perché travolta dal tempo e dagli accadimenti.

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Nico Orengo, un ricordo

Nico Orengo, un ricordo

di Francesco Improta – fonte: Bartolomeo Di Monaco, Rivista di Letteratura

Quando se ne va un amico si porta via una parte di te stesso. Si avverte sempre un senso di perdita irrimediabile, quando poi l’amico è uno scrittore raffinato e affabile come Nico Orengo la perdita diventa incommensurabile perché ci si sente privati della sua amabile conversazione, del suo sorriso disincantato, della sua sottile ironia, della ricchezza del suo ingegno, della sagacia delle sue osservazioni, di quella frequentazione, cioè, che ti rende più ricco e più consapevole.
Nico Orengo - La curva del latteLa notizia della sua morte, prematura ma annunciata, date le sue precarie condizioni di salute e quella innata libertà che lo portava a rifiutare qualsiasi restrizione o imposizione terapeutica, mi ha raggiunto a Roma, la mattina del 30 maggio, sotto un cielo umido e grigio che minacciava lacrime di pioggia. Avevamo in comune molti interessi: la letteratura su cui ci scambiavamo impressioni e opinioni, per lo più di fronte a un bicchiere di vino generoso, la passione addirittura maniacale per il cinema, con una certa predilezione per quello americano degli anni ‘40 e ‘50, e l’amore per la buona tavola, anche se in questo caso i gusti differivano, essendo io, in quanto meridionale, legato a una cucina più ricca ed elaborata, barocca la definiva Francesco Biamonti, e lui più incline a una cucina più semplice e leggera, qual è quella ligure.
Nico Orengo era nato a Torino nel 1944, ma aveva trascorso l’infanzia e l’ado­lescenza nell’estremo lembo della Riviera di Ponente e a questa terra, che aveva fatto da sfondo alla quasi totalità dei suoi romanzi, era rimasto sempre fedele. Una terra magica in cui i colori non si percepiscono solo attraverso la vista ma anche tramite l’olfatto e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai ciuffi di lavanda o alle teste di basilico che occhieggiano dai davanzali e dalle terrazze inebriando l’aria e la mente.
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Aspetta primavera, Bandini. John Fante -Il classico che non tramonta

Aspetta primavera, Bandini
John Fante
Il classico che non tramonta

John Fante - Aspetta primavera, BandiniA cura di Daniele della Libreria Fahrenheit 451 Quarrata (PT)
Titolo: Aspetta primavera, Bandini
Autore: Fante John
Curato da
: Trevi E.
Traduttore: Corsi C.
Prezzo: € 11.50
Editore: Einaudi
Data di Pubblicazione: 2005
Collana: Einaudi. Stile libero
ISBN: 8806171364
ISBN-13: 9788806171360
Pagine: XXXIII-238

Arturo ha quattordici anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne, possiede una slitta. Per il resto avrebbe preferito chiamarsi John, e di cognome, invece che Bandini, Jones. La madre e il padre sono italiani immigrati, ma lui avrebbe preferito essere americano. Poi c’è nonna Toscana, che considera il genero Svevo, padre di Arturo, un fallito, e la figlia Maria una povera pazza perché l’ha sposato. Una famiglia non solo povera: proprio fatta di povertà.
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Battisti: Ordine avvocati Brasile rifiuta di sostenerlo

Battisti: Ordine avvocati Brasile rifiuta di sostenerlo

Detenuto aveva chiesto loro di pronunciarsi contro estradizione

a cura di Iannozzi Giuseppe

ANSA – (14 giugno 2009) L’Ordine degli avvocati del Brasile si è rifiutato di emettere un documento a favore dell’asilo politico di Cesare Battisti. Lo ha reso noto un settimanale brasiliano, precisando che il testo era stato richiesto dall’ex terrorista rosso italiano. Secondo la rivista, il NO a Battisti è stato deciso dal Consiglio federale dell’Oab, che ha negato il proprio sostegno a Battisti, il quale aveva sollecitato all’Ordine di pronunciarsi contro la sua estradizione in Italia.

Seppur con immane ritardo, il Brasile comincia forse a svegliarsi! Pare che non tutta la giustizia brasiliana sia marcia fino al midollo, difatti L’Ordine degli avvocati del Brasile si è rifiutato di emettere documento a favore di Cesare Battisti, brigatista pluriomicida (O ex brigatista? Ma si può mai smettere di essere quel che si è?), che da circa 30 anni manca dall’Italia, e che dopo esser fuggito dalla Francia ha trovato l’appoggio del presidente Lula, scatenando com’è ovvio l’indignazione dell’opinione pubblica nonché quella dello Stato italiano tutto.
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Michael Jackson: la storia non è mai come quella che ci raccontano

Una vergine dalle corde illibate?

A cura di Maria Luisa Brandi

Michael jackson

I geni non sono normali. Questo è assodato.
E Jacko era un genio.

La storia non è mai come quella che ci raccontano o alla quale superficialmente si crede. E parlo in generale, di tutta la Storia. Ammetto che sono giorni e giorni che spulcio notizie, cerco spiegazioni. Comparo le diverse versioni per avere un’idea il più obiettiva possibile.

Inutile far finta di niente, credo che mezzo mondo si faccia le stesse domande. E’ umano chiedersi chi era realmente un uomo così famoso come il Re del Pop. Cosa si celava dietro le quinte patinate? Presto verranno pubblicati quintali di scritti sul suo conto, e non solo sulla sua bravura artistica. Ecco la mia traduzione del sito brasiliano A tarde, in proposito. Continua..

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Giulio Mozzi nel suo giardino – intervista all’autore

Giulio Mozzi
nel suo giardino

a cura di Giuseppe Iannozzi

L’intervista risale all’agosto del 2005. Da allora alcune cose sono cambiate: non è più in Sironi editore. Ciò non toglie che “Questo è il giardino” è un libro che merita, così come merita d’esser letta questa intervista, a mio avviso ancora attuale.

[ g.i. ]


1. Chi è Giulio Mozzi? Forse solo uno che al telefono risponde “Pronti”? Ti do del tu, spero non ti arrechi fastidio. Dunque, chi sei veramente, e ti prego di non esser avaro di parole?

Giuseppe, alla domanda: “Chi sei veramente?”, non intendo rispondere. Credo di avere ottime ragioni per rifiutarmi. Il presupposto di una domanda come: “Chi sei veramente?” è che esistano, ben distinti, un mio “essere veramente” e un mio “essere non veramente”. Ora, io mi domando: sarei mai capace di “essere non veramente”? Mi domando anche: può mai un essere umano “essere non veramente”? Degli esseri umani che incrocio nell’esperienza, ho: i corpi, le parole, gli atti. In quei corpi, in quelle parole, in quegli atti, penso che tali esseri umani “siano veramente”. Non mi viene in mente di pensare che quegli esseri umani “siano non veramente”. Tutto è visibile, no? E se quel che è visibile è traccia di ciò che non è visibile – be’, è come dire che anche ciò che non è visibile è visibile (sia pure solo per tracce), no?

2. E Giulio Mozzi scrittore? e il curatore della collana indicativo presente in Sironi, chi è, chi sono?

Sempre lo stesso essere umano.

3. E’ giusto dire che “Questo è il giardino” è la tua prova letteraria più felice? E se sì, perché, per quali ragioni (motivi)?

Non so se sia giusto dirlo. Per me è soggettivamente vero: è la “prova letteraria” dalla quale ho ricavata più felicità (non solo felicità, peraltro).

4. Sbaglio o il racconto è quella forma letteraria che prediligi, in cui riesci meglio a descrivere situazioni, personaggi, luoghi e sentimenti?

Non “prediligo” il racconto. Mi pare che i racconti mi vengano generalmente bene; mentre i miei tre tentativi di romanzo (due gettati via, e il terzo ancora in corso) mi sembrano molto più scarsi.
Non credo che Maradona “prediligesse” il gioco del calcio. Avrei voluto vederlo in una squadra di pallacanestro.
(Non voglio paragonarmi a Maradona, per carità: lui ha molti più capelli di me).
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Grimus: il primo lavoro di Salman Rushdie non delude le aspettative dei lettori più esigenti

Grimus

Il primo lavoro di Salman Rushdie
non delude le aspettative dei lettori più esigenti

di Giuseppe Iannozzi

“Ero Joe-Sue, indiano axona, orfano, segnato alla nascita da un nome ambiguo perché il mio sesso era rimasto incerto fino a qualche tempo dopo, vergine, fratello minore di una femmina selvaggia che si chiamava Cane da Penna e aveva una paura matta di perdere la propria bellezza: cosa ironica, perché non era bella. Era anche il mio ventunesimo compleanno, e stavo per diventare Aquila Svolazzante. E per smettere di essere qualche altra persona.” (da “Grimus” – di Salman Rushdie)

Salman Rushdie - GrimusSalman Rushdie è nato a Bombay nel 1947 e si è trasferito a Londra quando aveva appena quattordici anni. Per anni, dopo la pubblicazione de “I versi satanici”, opera mirabile di fantasia, filosofia e religione, l’autore è stato un “fuggitivo” nel vero senso della parola; e se oggi ha ancora la testa attaccata al corpo, può ben dirsi fortunato perché in suo favore si sono mobilitati alcuni fra i più eminenti intellettuali. Per la cronaca, Bono Vox, si è adoperato non poco per aiutare Rushdie; il testo della bellissima canzone “The Ground Beneath Her Feet”, colonna sonora del film “The Million Dollar Hotel” di Wim Wenders, è stata scritta da Salman Rushdie. Un regalo d’amicizia al leader degli U2?
Salman Rushdie, autore di grandissimi romanzi ricchi di fantasia e genuina spregiudicatezza investigativa intorno al panorama uomo, è forse il più grande scrittore contemporaneo vivente, un moderno Shakespeare che ha regalato alla nostra cultura romanzi importanti come “I figli della mezzanotte”, “La vergogna”, “I versi satanici”, “Harun e il mar delle storie”, “L’ultimo sospiro del Moro”, “Est Ovest”, “La terra sotto i suoi piedi”, “Il sorriso del giaguaro”, “Patrie immaginarie”, “Fury”.
Rushdie ci dice che l’uomo è vittima delle furie che si agitano nell’anima, e che l’anima è costretta a seguire la loro volontà (o quella degli dèi, se si preferisce) per tentare di scoprire l’identità che appartiene all’uomo. I personaggi di Rushdie si interrogano come Amleto. Non credo sia errore definire Salman Rushdie moderno Shakespeare. La fantasia di Rushdie è arte e virtuosismo allo stesso tempo, fantasia e dissacrazione dei common places: essere o non essere? I personaggi di Rushdie non possono fare a meno di essere amletici nelle loro scelte, nei loro comportamenti, e il mondo che gli ruota attorno è amletico pure esso. In “Fury”, l’autore disegna la lotta per la sopravvivenza in un mondo scevro di valori, ma anche l’uomo inteso come oggetto soggetto a una società solo virtualmente civile: la religione diventa filosofia e viceversa e poi si fa passare per necessaria politica, in definitiva una impossibile ricerca di una identità reale in un mondo di simulacri (bambole). Le furie agitano l’animo umano e tutti ne sono vittime (in)consapevoli.
Volenti o nolenti, è dovere intellettuale riconoscere a Salman Rushdie di essere “eclettico” quanto Shakespeare, ma anche, moresco, lisergico, filosofico e ambiguo in una declinazione tutta intellettuale. A guardarlo bene in faccia, be’, non lo si può dire uomo affascinante o confortante: la genialità è in quel suo volto severo, quasi ebreo, dal naso aquilino, poi gli occhialini rotondi e la barba grigia completano la sua immagine. Ha sicuramente un debito di riconoscenza non indifferente nei confronti di tanti intellettuali e uomini di spettacolo; ciò non toglie che ogni sua storia ci scaraventa in un universo bastardo, tragicamente remoto e reale, magicamente reale e allo stesso tempo irreale. Dopo “I versi satanici”, Rushdie ha avuto non pochi guai, e usando le sue stesse parole parodiate si potrebbe dire che si attirò le “furie” addosso, e queste hanno tenuto duro veramente, ma il capo dal busto non sono riuscite a spiccarglielo. Forse qualcuno ricorda “The Ground Beneath Her Feet”, la colonna sonora a “The Million Dollar Hotel” di Wim Wenders: bene, il testo della canzone, l’ha scritto quel geniaccio di Rushdie, rivelandosi anche ottimo paroliere o poeta che dir si voglia. (Per i curiosi che poco masticano l’inglese, il testo tradotto de “La terra sotto i suoi piedi” di Rushdie è riportato in fondo a questa recensione.)

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L’uomo duplicato di José Saramago – L’impossibile era l’ultima illusione che ci restava – Einaudi, collana Super Et

L’UOMO DUPLICATO

L’impossibile era l’ultima illusione che ci restava
Parola di José Saramago

di Giuseppe Iannozzi

“Le parole sono l’unica cosa immortale; quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro.”

José Saramago

José Saramago - L'uomo duplicatoJosé Saramago, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Tra le sue opere pubblicate è d’obbligo ricordare almeno L’anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Storia dell’assedio di Lisbona, Viaggio in Portogallo, Cecità, Oggetto quasi, Tutti i nomi, Il racconto dell’isola sconosciuta, La caverna, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Manuale di pittura e calligrafia, L’uomo duplicato, Poesie e Teatro, Saggio sulla Lucidità.

Che la vita riservi delle impossibilità che all’improvviso si realizzano in realtà tangibili, non è una novità, anche se non sempre accade che i desiderata e la realtà corrispondano alle impossibilità immaginate. Ne sa qualcosa José Saramago, che in un’ottica perfettamente oggettistica ma umana, quella di “Oggetto quasi”, spiega che “l’impossibilità era l’ultima illusione che ci restava”. “L’uomo duplicato”, questa una delle ultime fatiche dello scrittore insignito nel 1998 del premio Nobel per la Letteratura, è romanzo come un giallo, la cui maestria è quella dello scrittore consumato capace di dar spessore nuovo di significati a quella che per altri colleghi sarebbe materia per una storia banale. Ma non si pensi a Saramago come ad un epigono di P.K. Dick che replica i suoi simulacri, non si pensi a Saramago come a un semplice parolière scevro di valori e sentimenti, si consideri piuttosto Saramago scrittore epico omerico pirandelliano in grado di disegnare la realtà moltiplicando ogni sua possibile ed impossibile sfumatura in coriandoli di casi possibili, di micro-realtà che si inseriscono nella nostra identità per proiettarla in un universo che è la realtà stessa, non semplice modello d’un mondo parallelo. La concretezza di Saramago non è metafisica sciorinata in parole e contenuti, è pragmatismo, anche se il libro è un oggetto e come tale si comporta anche se non toccato da mani umane, perché il libro è libero quindi suscettibile di mille incidenti di percorso, l’aria che ne ingiallisce le pagine, la polvere che si accumula su di esso, ma anche vittima delle azioni che l’uomo potrebbe operare nel tentativo di interpretarne i contenuti.
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T. Coraghessan Boyle è Amico della Terra, è il nuovo William S. Burroughs che l’America merita

T. Coraghessan Boyle è Amico della Terra
E’ il nuovo William S. Burroughs che l’America merita

di Iannozzi Giuseppe

T. Coraghessan Boyle è originario di Peekskill, nello Stato di New York, ma vive a Santa Barbara e insegna al Southern California College, in un quartiere multietnico di Los Angeles. Ha esordito in Italia con il bellissimo romanzo mainstream, América (1997) a cui hanno fatto seguito Amico della terra (2001). la raccolta di racconti Se il fiume fosse whisky (2001), Dottor Sex (2004), Infanticidi (2006) e Identità rubate (2008) . I suoi lavori sono pubblicati in Italia da Einaudi. La sua bibliografia completa comprende: After the Plague, A Friend of the Earth, T. C. Boyle Stories, Riven Rock, The Tortilla Curtain, Without a Hero, The Road to Wellville, East is East, If the River was Whiskey, World’s End, Greasy Lake, Budding Prospects, Water Music, Descent of Man, Drop City, The Inner Circle e l’ultimissimo Tooth and Claw.

T.C. Boyle - Amico della TerraT. Coraghessan Boyle è uno scrittore geniale che sa scrivere con abile maestria: i suoi romanzi, così come i racconti, sono grotteschi, affascinanti, romantici, disillusi, feroci, provocatori, impregnati di una genuina poesia on the road, quella tanto cara ai capiscuola della Beat Generation. Scoprire T. Coraghessan Boyle è stata una vera illuminazione: nelle sue pagine non c’è segno alcuno di supponenza dottorale, perché Boyle scrive facendo riferimento alla sua esperienza personale. T. C. Boyle è un giovanotto che veste alla mano e se lo incontri per strada non diresti affatto che è uno scrittore: ma è un artista, e che artista! Non esito a definire T. C. Boyle il nuovo William Burroughs che il mondo attendeva da troppo tempo. Peccato che in patria, per gli argomenti trattati, è forse un po’ snobbato, ma la critica più attenta non ha potuto fare a meno di evidenziarne le grandi doti artistiche e comunicative. La moda del momento ha proiettato un certo J. T. Leroy, autore di due stupidi romanzetti (Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa), nell’olimpo degli autori americani più letti, paragonandolo addirittura a W. Burroughs; ma J. T. Leroy è solo una moda commerciale, mentre T. C. Boyle – scommetteteci pure quello che volete – è autore di tutt’altra statura, un autore che non morirà e che rimarrà a lungo nella storia della letteratura americana e non.
«La passione per la scrittura non è nata con me, e non me l’hanno trasmessa col latte materno. Nessun angelo è venuto a visitarmi, e non andavo a nascondermi negli angoli bui con gli occhiali spessi due dita, l’apparecchio per i denti e in mano un libro, mio unico amico. Non mi rintanavo come una talpa borgesiana nella biblioteca di mio padre (per la cronaca, mio padre non aveva una biblioteca e non ha letto un libro in vita sua…) No, ero un bambino come tutti gli altri. Giocavo a palla; vagavo tra i miseri resti dei boschi nella periferia di Westchester, uccidendo quello che mi capitava; stringevo i denti a scuola, che per me era peggio dei lavori forzati. Ero un bravo bambino, facevo di tutto per piacere – come spessissimo accade ai figli degli alcolisti -, eppure, chissà come, verso i 15-16 anni mi sono trasformato in un ragazzino strafottente. Un punk. Un cinico. Un so-tutto-io. In parte è stata colpa dei libri – ma non tutti, non ancora. Le persone che frequentavo – ragazzini come me – erano figli di famiglie istruite, borghesi, a volte persino abbienti, ed erano svegli, furbi e insoddisfatti. Più tardi sarebbe arrivata la droga, ma all’inizio non volevamo altro che guidare come pazzi, cercare disperatamente di scopare, compiere i soliti, piccoli atti di vandalismo, prendere una sbornia dietro l’altra – e chissà come, per miracolo, leggere libri. Eravamo proto-hippies, ma non lo sapevamo. Sapevamo solo di essere a metà strada fra i teppisti e i primi della classe, e di saper apprezzare Aldous Huxley, George Orwell, J. D. Salinger, Jack Kerouac. Scrivere? Una cosa mai sentita. [...] A 17 anni sono finito a Potsdam, New York. [...] Non frequentavo le lezioni all’università. Ciondolavo insieme ad altri buoni a nulla. Ma leggevo. Ho scoperto Flannery O’Connor durante un corso di letteratura e mi sono riconosciuto, come di schianto; poi, fuori dalla classe, nei bar, in compagnia di una piccola schiera di gente come me, ho iniziato a leggere Updike e Bellow e Camus, poi Barth, Beckett, Genet, e Gide, Ibsen, O’Neill, Sartre, e Waugh. La biblioteca era nuova, si sentiva un odore di formaldeide salire dalla moquette; anche i libri erano nuovi, almeno quelli che leggevo io, e avevano quell’odore che i libri hanno ancora adesso, di colla inchiostro e cartiera, un odore che ho imparato ad associare al piacere – e alla conoscenza».
(T. Coraghessan Boyle da The Eleventh Draft, Harper Collins, 1999)
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Jonathan Ames. Io e Henry. Un capolavoro di comicità – Einaudi – collana Stile libero

Jonathan Ames
Io e Henry
Un capolavoro di comicità

di Iannozzi Giuseppe

«Una voce autentica della sofferenza giovanile. Il giovane eroe antisociale di Ames è un incrocio tra Jean Genet e Holden Caulfield nell’era dell’Aids. Lo stile è la reale conquista: solido, pulito, e impassibile». (Philip Roth)

«Cinematografico nelle sue rapide, essenziali riprese, stupefacente per la sua autorevolezza, questo romanzo è un ritratto spiazzante e divertente di un uomo senza illusioni. Un debutto sorprendente». (Joyce Carol Oates)

«Era dai tempi di Harold e Maude che non si vedeva una coppia tanto bizzarra e divertente come Louis Ives e Henry Harrison». (Jeffrey Eugenides)

Dobbiamo fare i conti con “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides, ma prima ancora con “Middlesex”, per poter parlare di “The Extra Man” di Jonathan Ames. E poi, con occhio colto, guardare a Scott Fitzgerald, al suo capolavoro “Il grande Gatsby”, al decadentismo signorile che Fitzgerald diceva della middle class prima di dire di “The Extra Man”. Perché “Io e Henry” – questo purtroppo il titolo italiano del romanzo di Ames – è la ricostruzione fedele e ironica della middle class moderna, di una società ormai avviata ad estinguersi nel fuoco delle sue vanità. “The Extra Man” risale al 1998, quindi prima di “Middlesex” di Eugenides, ma senza il lavoro di Ames probabile è che Eugenides non avrebbe mai dato alle stampe il suo Middlesex.
Ames ed Eugenides, pur essendo lontani l’uno dall’altro, sono più vicini nelle speculazioni intorno alla società di quanto la critica possa credere; infatti entrambi evidenziano il decadimento, forse precoce, della società americana, quella indaffarata a correre dietro ai suoi istinti nel vano tentativo di riconoscerli e consegnarli alla storia. Anche J.T. Leroy ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Ames: se Leroy ha scritto romanzetti come “Sarah” ed “Ingannevole è il cuore…” è perché Ames aveva già detto, con consumata maestria, quanto Leroy mette nero su bianco senza grazia alcuna nei suoi romanzetti – falsamente descrittivi d’una sessualità disperata. La grandezza di Jonathan Ames sta nel disegnare un ironico Holden Caulfield che veste il reggiseno, per scherzo quasi, in cerca, sempre, di una riconciliazione con sé stesso, con una identità smarrita che mai ha avuto né nello spirito né sul passaporto: Louis Ives, personaggio principale di “Io e Henry”, è un po’ come Holden Caulfield, come lui è un ribelle, ma è soprattutto un disperato ironico che all’arte del facile travestimento preferisce opporre sé stesso. Con pulizia chirurgica, Ames rifiuta la violenza del sentimentalismo e del vittimismo, o la volgarità falsamente controcorrente di Leroy, per riallacciare un dialogo ideale con la grande tradizione letteraria americana, quella di Salinger.
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Lorenza Ghinelli e il Divoratore – edizioni il Foglio letterario

Lorenza Ghinelli, Il divoratoreLorenza Ghinelli non mantiene la promessa avanzata da Valerio Evangelisti. Il divoratore, opera prima insignificante

di Iannozzi Giuseppe

“Il divoratore”, opera prima di Lorenza Ghinelli, non è un libro di quelli che si possono dire brutti. Però non è un bel libro, nonostante la superflua introduzione di Valerio Evangelisti che tira le somme senza fare i conti con l’oste, cioè con la critica: “Lorenza Ghinelli è l’ulteriore esempio di un miracolo ricorrente. Lingua perfetta, lontanissima dai luoghi comuni dei generi noir e horror, cui pure si apparenta. Efficacia stilistica totale, con frasi talora elaborate che nulla tolgono alla scorrevolezza e al fluire della trama. Un crescere della suspense ottenuta evitando mezzucci ed espedienti di seconda mano. Sulle prime non si capisce nemmeno che ci troviamo dalle parti dell’horror o, per chi collega il genere a fiumi di sangue, dalle parti del thriller”.
Diciamo allora che se si vuole leggere “Il divoratore” di Lorenza Ghinelli, la prima cosa da fare è di stralciare la prefazione di Valerio Evangelisti, che non si capisce davvero di che libro stia parlando, e se l’abbia letto sul serio con onesta attenzione critica. Diciamo che “Il divoratore” è una favola nera con tutti gli elementi tipici di questo genere: uomo nero, o dei sogni, compreso. Non c’è il parto di un Prometeo incatenato sulla falsariga di Mary Shelley, c’è però un pizzico dei fantasmi di Edith Warthon e c’è la perdita dell’innocenza così come l’aveva miracolosamente delineata in “Giro di vite” Henry James. Tuttavia Lorenza Ghinelli sfrutta male le argomentazioni strutturali della Wharton e di H. James, le imita in una coniugazione semplicistica e moderna, fin troppo moderna; e così il risultato a cui perviene è infelicemente ingessato. Si è ben lontani dalla perfida perfezione che Angela Carter ci ha trasmesso attraverso la rielaborazione delle storie fantastiche – si vedano
Barbablù, Cappuccetto Rosso, La Bella e la Bestia.
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“Sciascia? Qua nessuno lo canusce” – di Andrea Camilleri

A Racalmuto per incontrare
lo scrittore. Ma tutto il paese
si prodiga per nasconderlo
al visitatore sconosciuto

ANDREA CAMILLERI – fonte: La Stampa.it

Una volta, leggendo il carteggio Pirandello-Martoglio, mi venne d’osservare che in Sicilia l’esercizio dell’amicizia è un’arte assai difficile da praticare. Infatti, tanto più profonda e sincera è l’amicizia siciliana e tanto è più fragile, basta un nonnulla a romperla. Dopo anni d’intesa, di collaborazione, di aiuto reciproco, Pirandello rimprovera a Martoglio una parola. Una sola parola, non una frase, che non andava detta. E da quel momento non si scriveranno più, non si frequenteranno più.

In Sicilia non c’è bisogno di chiedere un favore a un amico, è a questo che spetta il compito d’intuire ciò che l’altro vuole e farlo sollecitamente senza dirglielo. Tra loro non possono esistere zone d’ombra, segreti, ci si è detto tutto come fanno gli innamorati. E tra i due amici, più che la parola, il mezzo di comunicazione più usato è sempre il linguaggio muto, fatto di sguardi e di gesti appena avvertibili.

In questo senso, posso tranquillamente affermare di non essere mai stato amico di Leonardo Sciascia. Tranne che per una cosa: il nostro linguaggio muto funzionò benissimo fin dal primo incontro. I suoi amici veri, quelli della cerchia più stretta, lo chiamavano «Nanà», io mi rivolgevo a lui con «Leonà». E Sciascia mi chiamò sempre per cognome, «Cammillè», con due emme, alla contadina.

Il primo contatto che ebbi con lui fu epistolare. Lavoravo con Angelo Guglielmi al servizio sperimentazione Rai, Angelo era fresco di successo per aver varato Candid camera ed ebbe l’idea di produrre uno sceneggiato su un tema allora ancora inedito, la mafia. Sciascia aveva appena pubblicato Il giorno della civetta e perciò gli scrissi se voleva lavorare per noi. Gli proponevo il soggetto e la sceneggiatura sul caso Notarbartolo, un delitto degli inizi del ’900, che per primo mise in luce il rapporto mafia-banche-politica. Mi rispose declinando l’invito, mi spiegò che la documentazione a lui indispensabile, e cioè la lettura dei vari atti processuali, gli avrebbe portato via troppo tempo.
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Bari, parla il trans: “Patrizia mi disse: o Silvio mi aiuta o lancio la bomba”

Bari, parla il trans: “Patrizia mi disse:
o Silvio mi aiuta o lancio la bomba”

Manila Gorio, amica della D’Addario:
«Riferirò al pm del ricatto al premier»

di GRAZIA LONGO – Fonte: La Stampa.it

BARI – E’ stata eletta «Miss Trans» e si vede. Sorriso smagliante, occhi verdi, fisico da sballo, Manila Gorio, da 10 anni amica del cuore di Patrizia D’Addario è impegnata su una spiaggia di Trani (poco distante da Bari) a coordinare un gruppo di belle ragazze per il suo reality su Teleregione. In mezzo a queste aspiranti showgirls in passato c’era anche Barbara Montereale, ospite del premier Berlusconi sia a Palazzo Grazioli sia a Villa Certosa. «Ma solo come accompagnatrice, a Patrizia gliel’ho presentata proprio io. E sempre io ho messo in contatto altre ragazze immagine con Nicola D., detto Nick o Fashion, che poi le portava da Giampaolo Tarantini. Giampi si affidava un sacco a Fashion (il quale, secondo indiscrezioni giudiziarie sta per ricevere un avviso di garanzia per detenzione di sostanze stupefacenti a fine di spaccio, ndr)».

Patrizia le ha raccontato della notte trascorsa a Roma nella camera da letto del premier a Palazzo Grazioli?
«Certo che sì. Siamo, anzi è meglio dire eravamo, amiche come sorelle. Ognuna conosce i segreti dell’altra. E posso dire che Patrizia non ha ancora detto tutta la verità».

E che cosa secondo lei avrebbe omesso di dire quando è stata interrogata?
«La molla che ha scatenato tutto sto’ pandemonio intorno a Berlusconi. Perché è vero che lei si è infilata nel suo letto per i 2 mila euro che le ha dato Tarantini. Altrettanto vero è che ha videoregistrato momenti di intimità col presidente del Consiglio. Lo ha fatto perché è furba e già a novembre, quando è stata Roma, pensava di poter sfruttare la situazione. Ma non è stata sua l’idea di denunciare la cosa alla Procura».

E’ convinta che gliel’ha suggerito qualcuno di rivolgersi alla magistratura?
«Non proprio: è stata direttamente lei a chiedere aiuto a dei politici pugliesi spiegando il materiale bomba che aveva tra le mani».

Questa confidenza gliel’ha fatta direttamente Patrizia?
«Mi ha raccontato tutto per fila e per segno. Io l’ho sconsigliata perché mi pareva una follia, ma lei non ha voluto darmi retta».
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Un nuovo album e oltre 100 brani inediti il tesoretto di Michael Jackson

Michael Jackson non è morto d’infarto
Un nuovo album e oltre 100 brani inediti

a cura di Iannozzi Giuseppe

Michael Jackson non sarebbe morto a causa di un infarto ma, più verosimilmente, per i troppi medicinali che stava assumendo, in particolare il Demerol. L’autopsia ha rivelato il buono stato di salute del Re del Pop, e questo fatto ha sorpreso gli stessi medici legali che parlano di “buono stato di salute generale del cantante”. La morte improvvisa sarebbe dunque da imputarsi a un mix di farmaci che avrebbero innescato una crisi cardiorespiratoria fatale. In ogni caso l’esame tossicologico approfondito non sarà disponibile prima di 4/6 settimane.
Sul corpo di Jacko sono state rivelati solamente dei lividi dovuti al tentativo di rianimazione e alcune cicatrici al volto, frutto degli interventi correttivi a cui Michael si era sottoposto nel corso degli anni. Non ci sono segni di colluttazione né evidenti patologie che avrebbero potuto portare Michael Jackson a una così veloce e triste morte. L’ipotesi più accreditata è che un mix di medicinali l’abbia stroncato. Il sito web Tmz, il primo ad annunciare la morte del cantante, citando un familiare di Jackson, aveva indicato dal canto suo già durante la sera di giovedì che sarebbe stata proprio una iniezione di Demerol a provocare l’arresto cardiaco al cantante, finito in coma e poi morto poco dopo. “Il medico legale ha ordinato il test tossicologici, polmonari e neuropatologici” ha dichiarato Harvey. Il portavoce dello staff medico ha inoltre confermato la notizia secondo cui l’artista stesse assumendo dei farmaci, ma si è rifiutato di rivelarne la natura. I medici si dicono comunque ottimisti circa la possibilità di svelare il mistero di una morte che tiene con il fiato sospeso milioni di persone in tutto il mondo: “Possiamo affermare con certezza che i risultati dei test ci permetteranno di risalire alle cause del decesso”.

Per l’entourage di Jacko i dubbi sono pochi: il Demerol, che Michael Jackson prendeva combinato ad altri medicinali prescrittigli da “medici ciarlatani”, gli ha tolto la vita. In ogni modo gli inquirenti hanno disposto, insieme all’ufficio del coroner della contea di Los Angeles, una serie di esami supplementari.
L’autopsia è durata circa tre ore e il portavoce dell’ufficio del coroner ha confermato che Jackson è morto nella Emergency Room dell’ospedale dell’Ucla. Gli esami autoptici sono terminati in serata, per cui il coroner ha autorizzato la famiglia a seppellire il cantante. La salma è stata restituita in tutta segretezza ai familiari. La consegna è avvenuta verso le 21 ora locale (le 6 in Italia), riuscendo a evitare le orde di paparazzi appostati davanti all’istituto medico-legale, ha precisato Winter. La destinazione delle spoglie del Re del Pop non è stata resa nota e, per fortuna, non ci sono state fughe di notizie circa la data.
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Che fai qui, Elia? – Graphe.it edizioni – comunicato stampa

Che fai Elia?

Anastasia di Gerusalemme – C. Camilleri – N. Fioretto – E. Noffke

Che fai qui, Elia?

Lettura interconfessionale di 1Re 19,11-13
Codice ISBN: 978-88-89840-49-8 – Pagine: 80

prefazione di Maria Bonafede, Moderatrice della Tavola Valdese.

Postfazione di Mario Gnocchi, presidente del Segretariato Attività Ecumeniche

Prezzo: €10,00

Aquistalo dall’editore Graphe.it Edizioni


Il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì come un lieve sussurro. Si coprì la faccia col mantello, uscì sull’apertura della grotta e udì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?» (1Re 19, 11-13)

Una ri-lettura interconfessionale della teofania di Elia sull’Oreb per scandagliare il testo sacro al fine di coglierne gli aspetti più reconditi.

Anche a noi, come ad Elia, viene rivolta la domanda: «Che fai qui?» Sul limitare della grotta – luogo simbolico di quella condizione spaziale in cui può avvenire la rinascita – quale sarà la nostra risposta?

Il ricavato della vendita di questo libro andrà

per l’allestimento di una sala parto a Buta in Burundi

Buona Domenica :)

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soupire-moon

di Romantica Vany & King Lear
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Nelle pieghe sottili
che le ombre lasciano
tra casolari e viali
c’è un cuore che batte,
che ogni notte batte
per te che non lo senti.Bianco di luna
impresso di sospiri
dei giorni sempre uguali
sento voce
di un cuore senza volto
che batte per me.


Voce che narra storie
di fuoco e di lame
per stupire gli occhi,
gli occhi miei grandi
di fanciulla
che dialoga di notte
con la luna pensando
a te.

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Il gruppo editoriale L’Espresso denuncia il premier Silvio Berlusconi

Il gruppo editoriale L’Espresso
avvia azioni legali nei confronti
del premier Berlusconi

Su La Repubblica.it si legge:

Il gruppo editoriale L’Espresso ha dato mandato ai legali Carlo Federico Grosso e Guido Rossi di “avviare tutte le azioni a tutela della società, vista la rilevanza sia penale che civile individuabile nelle dichiarazioni” del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, rese a Santa Margherita Ligure durante l’assemblea dei giovani di Confindustria.

In quell’occasione – spiega una nota – Berlusconi “ha accusato il quotidiano La Repubblica di un attacco eversivo nei suoi confronti e nel contempo ha istigato gli industriali a boicottare ed interrompere gli investimenti pubblicitari”.

A Santa Margherita Ligure, il 1 giugno, il premier aveva detto di non dare pubblicità a media “disfattisti e catastrofisti” e poi aveva parlato di “progetto eversivo” contro di lui. Una trama, secondo il Cavaliere, che vedeva il Gruppo Espresso e La Repubblica in prima fila. Un concetto, quello dell’eversione, che Berlusconi ha poi ribadito più volte nei giorni successivi.

Il Cavaliere insiste: “Sbagliato dargli pubblicità”. Bisogna rilanciare l’immagine dell’Italia anche per “rimediare” ad una “campagna, alimentata dall’odio e dall’invidia personale, che certamente non fa bene al paese”. Così oggi Berlusconi è tornato sulla vicenda presentando a Palazzo Chigi il logo Magic Italy. Per poi, commentando direttamente la notizia della querela, rilanciare: “Non tengono vergogna…”.

Il presidente del Consiglio poi ribadisce: “Non posso che ribadire quello che ho detto, e cioè che è masochista chi dà la pubblicità ai media che, a furia di parlare di crisi, diventano essi stessi fattori di crisi”.

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Paolo Negro. L’ultimo dei Templari. Liberamente editore

Paolo Negro
L’ultimo dei Templari

di Iannozzi Giuseppe

Paolo Negro - L'ultimo dei TemplariImpossibile dire quanti libri, più o meno attendibili, siano stati scritti sui Templari nell’ultimo decennio. Ma è fuor di dubbio che il tema è risorto e l’epica dei Templari è tornata di prepotenza a popolare l’immaginazione di un po’ tutti, di scrittori e pubblico. Se Malcom Barber nella sua “Storia dei Templari” ci offre uno spaccato storico, Jan Guillou e Paul Doherty negli ultimi anni ci hanno rimpinzato di storie non poco fantasiose, che di realtà storica contengono poco o nulla, ma che di fatto hanno conquistato subito il pubblico costringendolo a sognare.
L’idea che un templare sia sfuggito alla morte, l’idea ancor più balzana che i Templari avessero un tesoro da difendere e che il segreto ad esso legato sia in qualche modo arrivato sino a noi, è così tanto seducente che nel corso degli anni non ha mai mancato di presentarsi sotto varie forme: chi non ricorda ad esempio “Indiana Jones e l’ultima crociata”? o “Indiana Jones e i predatori dell’Arca Perduta”?
Narrativa fantastica, cinema, musica sono decenni che nei Templari, o meglio ancora che nell’epica mistica basata sull’Arca, sul Santo Graal, sulle Crociate trovano terreno fertile per portare nei cuori e negli animi lo spirito dell’avventura. Poi poco importa che i Templari abbiano cessato di esistere nel 1307, quando furono accusati di sodomia, idolatria ed eresia. L’accusa più pesante fu però quello di adorare una divinità pagana, il Bafometto. Sotto tortura nelle carcere del re i Cavalieri Templari furono costretti ad ammettere l’eresia e il 22 novembre 1307, papa Clemente V – uomo che non eccelleva di certo per la forza di carattere – di fronte alle confessioni estorte emise la bolla Pastoralis præminentiæ con la quale si ordinava l’immediato arresto dei Templari in tutta la cristianità. Jacques de Molay fu l’ultimo gran Maestro dell’Ordine dei Templari. A Parigi, sull’isola della Senna detta dei giudei, nei dintorni di Notre Dame, il 18 marzo del 1314, Jacques de Molay venne condannato al rogo. Si dice che prima di bruciare sul rogo l’ultimo gran Maestro abbia invitato Filippo il Bello e papa Clemente V a comparire di fronte al tribunale di Dio. Papa e re morirono entro l’anno 1314: Filippo IV di Francia il 29 novembre 1314, Clemente V, nato Bertrand de Gouth, il 20 aprile 1314. Ciò convinse molti che Jacques de Molay fu vittima d’una grave ingiustizia e per questo Dio punì sia il papa che il re con la morte.
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